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Verzino


Verzino



LO STEMMA
D'azzurro, all'Agnello Pasquale, di argento, con l'arto anteriore destro alzatoe tenente stretta al corpo l'asta crociata, di nero, posta in sbarra, ornata dalla banderuola di argento, caricata dalla croce di rosso, esso Agnello sostenuto dalla pianura di verde. Ornamenti esteriori da Comune.

IL GONFALONE
Drappo troncato di rosso e di bianco, riccamente ornato di ricami d'argento e caricato dallo stemma sopra descritto con la iscrizionecentrata in argento, recante la denominazione del Comune.Le parti Ai metallo ed i cordoni saranno argentati. L'asta verticale saràricoperta di velluto dei colori del drappo, alternati. con bullette argentate poste a spirale.Nella freccia sarà rappresentato lo stemma del Comune e sul gambo inciso il nome. Cravatta con nastri tricolorati dai colori nazionali frangiati d'argento.

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STORIA


Le origini

Si vuole sia l’antica Vertinae, edificata dagli Enotri o da Filottete, eroe greco che, secondo una leggenda , dopo la caduta di Troia, giunse con i suoi uomini nei territori della presila e fondò assieme a Chone, altri piccoli centri tra cui Vertinae. Se ne trova menzione negli scritti dello storico greco Strabone.
Verso il 500 a.C. Verzino passò dalla dominazione dei Sibariti a quella dei Crotoniati i quali, giunti nel paesello, “sfruttarono le miniere di ferro, di zolfo e d’argento nonché cave d’alabastro e una sorgente d’acqua sulfurea ivi esistenti. Il territorio andava ancora rinomato per la terra chiamata Ripoli con cui venivano pulite le gioie, e per le erbe medicinali. Abbondante era pure la selvaggina nelle sue montagne”. All’epoca i Verzinesi vivevano nelle piccole pantalitiche, ripiani di grotte collegate da piccoli sentieri, che tuttora si possono osservare sul fianco occidentale della collina detta Sperone dove è racchiuso il centro storico.

Verzino come Casale di Cariati
“Come Casale di Cariati ne seguì le vicende feudali, passando dai Sangiorgio (1291), ai Ruffo (1417), a Gerolimo, Visconte da Cariati (1479), agli Spinelli che nel 1668 lo alienarono ai Cortese.”

Verzino, Feudo sotto i Cortese
L’avo di questa discendenza, un tal Capitano Cortese, romano, annoiato delle sofferenze militari, per quieto vivere partivasi da Roma e veniva a finire in Cariati, dove stringeva amicizia col Principe Spinelli, feudatario di questa città. Un giorno il Principe ebbe bisogno di molto denaro e, non disponendo di tale somma, amichevolmente confidò la sua ambasciata a Capitan Cortese, personaggio oltremodo ricco per una straordinaria circostanza. Nel tempo che abitava a Roma, alloggiò in un palazzo il cui padrone e la famiglia tutta, erano periti di colera. Prima che fossero distrutti dal morbo, avevano nascosto ogni loro tesoro in una stanza la cui porta era simulata da un’immagine dipinta su una tela.

Per sua ventura il tesoro fu scoperto dal Cortese che diventò così molto ricco. Diede pertanto al Principe amico il denaro di cui necessitava. Quando, trascorso molto tempo, questi volle restituire la somma, Capitan Cortese non l’accettò, facendo notare che non era il caso di preoccuparsene.
Si racconta che il principe Carlo Antonio Spinelli, colpito da tanta generosità, per gratitudine, cedette a Capitan Cortese il ducato di Verzino con tutti i suoi diritti ducali. Divenuto Duca, il Cortese recossi subito in Verzino e là costruì il Palazzo del Campo.
Nel racconto vediamo aleggiare la fantasia del nostro popolo, ma come ogni racconto popolare ha il suo substrato storico, anche in questo vi è un fondo di verità. Ne troviamo conferma nel Cedolario n°74(anni 1639-1695) dell’Archivio di Stato di Napoli “... il 22 di marzo del 1668 vendita et alienazione fatta da Carlo Antonio Spinelli, Principe di Cariati e Duca di Castrovillari, a beneficio di Leonardo Cortese della Terra di Verzino... per ducati 50.000”.

Da un altro manoscritto si apprende, invece, che il Cortese, acquirente del feudo di Verzino, lungi dall’essere un generoso e sfaticato Capitano, era un intraprendente fornaio, che trasse la famiglia dall’oscurità commerciando oggetti di poco valore. Leonardo Cortese, il fornaio Barone, per poco tempo poté godere gli agi della ricchezza e della nobiltà, in quanto nel dicembre del 1675 cessava di vivere. Ne ereditava la baronia col relativo titolo, il figlio Niccolò Cortese.
Carlo Giuranna, della vicina Umbriatico, appassionato cultore della storia dei nostri luoghi, così ne tratteggia la figura: “...uomo robusto, maneggiava le armi da fuoco con arte particolare, tanto da colpire, con una palla, i vasi d’acqua che le donne portavano sulla testa, senza queste ferire... e addosso sempre portava, quando usciva di casa, il suo pistone. Esercitava un perenne dispotismo sopra i beni e le persone degli abitanti di Verzino... teneva un orrido carcere dove, senza querela di parte, senza processo, senza ordine di giudice, chiudeva i poveri disgraziati ad anni interi e si scordava così degli innocenti come dei rei. Ai rivoltosi minacciava la morte perché tenea una manica di malandrini a suo servizio”.

“Questo bel tipo di delinquente”, nel 1693, fu incoronato Duca di Verzino per graziosa concessione di Re Carlo II Borbone. Divenuto Duca, aumentarono le sue nefandezze.
E ancora il Giuranna: “...un gentiluomo di quel tempo, Petruzzo Giglio, mal soffrendo gli aggravi, manifestò i suoi sentimenti ad un crocchio di amici. Le parole vennero riferite ed il castigo no si fece attendere. Dopo pochi giorni, ritirandosi detto Giglio dalla Salina di Miliati, quando fu in un luogo ove si dice il cancello di Frea, gli fu sbarbicata con tutte le sue radici la lingua”.
Questo bel tipo di don Rodrigo nostrano governò, per ben 56 anni, sino a tardissima vecchiaia morendo nell’agosto del 1731.
Gli succedeva il figlio Leonardo che moriva dopo pochi anni nel 1734. Terzo ed ultimo Duca di Verzino, diventò Niccolò II che si rivelò della stessa indole dei suoi antenati “serie di tirannelli ed aguzzini l’uno peggiore dell’altro”. Si racconta che percosse in così violento modo il sacerdote don Antonio Cavallo, fratello dell’Arciprete della Terra di Verzino, sol perché non aveva immediatamente eseguito un suo ordine.
Bersagliò poi le famiglie più in vista per censo, gli Scerra, i Cavallo, i Figoli, che furono costrette a cercare rifugio nei paesi vicini. Dette famiglie avevano subito e subivano prepotenze ed umiliazioni, ma ciò non faceva che accrescere il loro odio magnificamente simulato. Ritorneranno a Verzino quando, dopo non molto e con il loro aiuto, il Feudo veniva confiscato al Duca Cortese e passava al Regio Fisco.

“Come i nobilucci verzinesi rodevano il freno, anche nel popolino si notava un certo incoraggiante risveglio e in Verzino e nei paesi vicini.” Si racconta che il giovane Duca volle, un giorno, sperimentare la mansuetudine dei Carfizzoti, allorché “per la sommossa di quei terrazzani, al comando dei militi, venne inviato in quel paese. La plebe di quel villaggio albanese, stanca delle sue prepotenze, lo assalì nella casa della famiglia Basta, ove aveva preso stanza e, non potendo averlo fra le mani perché barricatosivi, ammucchiò contro l’uscio delle fascine dandovi fuoco. Al crepitare dell’immane fiammata, il Duca Nicola si vide perduto ed allora, contando sul profondo sentimento religioso di quel popolo, scese da una finestra, tenendo fra le mani un quadro della Beata Vergine e con questo implorò perdono. Lo stratagemma riuscì...” e gli salvò la pelle!
Il Duca era anche un uomo a cui piaceva il lusso e lo sfarzo. Per mania di grandezza fece eseguire diverse opere, per cui si ebbe l’impressione che Verzino nascesse a nuova vita. La coorte ducale era allietata poi dalla presenza di una nobile e bella Principessa, donna Violante Minutoli, di appena 23 anni, di illustre famiglia messinese che aveva già dato al suo consorte 2 figlioletti, Clelia di anni 9 e Giuseppe Antonio di anni 6. La principessa, perciò, era diventata Duchessa di Verzino all’età di 14 anni circa.

Don Nicola fu duca di Verzino fino alla venuta di Re Carlo III di Borbone, per decreto del quale il Feudo gli veniva confiscato sotto l’accusa gravissima di “fellonia” Così ce lo racconta il sacerdote Rotundo nel citato manoscritto: “Dopo l’occupazione del regno di Napoli da parte di Re Carlo III Borbone, unironsi il Principe di Monteleone (odierna Vibo Valentia), il Principe di Cariati ed il Duca Cortese di Verzino per tentare, come diremmo noi, un colpo di stato a favore dei passati dominatori (gli Austriaci). La congiura fu scoperta e Re Carlo intimò ai ribelli di presentarsi a lui per discolparsi. I due Principi obbedirono e furono perdonati; il Duca, fiero e sdegnoso, si ricusò onde fu dichiarato contumace e nemico dello Stato. Il Re, poi, impermalito dal suo modo di procedere, mandò i suoi soldati ad arrestarlo e a confiscare il feudo. Il Duca, vedendosi in cattivo partito, fuggì. Sarebbe caduto in mano dei suoi odiati nemici se, per consiglio di uno dei monaci del Convento di San Domenico di Verzino, non fosse ricorso all’espediente di Caco: ferrare il suo mulo con i ferri all’opposto, in modo che i soldati, ingannati dalle piste, non lo avessero cercato nel luogo donde era fuggito. Pervenuto poi a Salerno, veniva di nuovo scoperto e si salvò, ancora una volta, travestendosi da Vescovo. Dopo fu in Ungheria, né più nulla si seppe di lui. I soldati borbonici, pervenuti in Verzino, presero possesso del palazzo e dell’intero feudo, compresa la Fratta ove il Duca teneva la sua caccia riservata. La povera e sconsolata Principessa, donna Violante, fu maltrattata ed inviata a Messina, sua città natale”.

Quale fosse la vera ragione che spinse il Duca Niccolò Cortese alla lotta ad oltranza contro il re Carlo III, ce lo rivela il suindicato storico Salvatore Spiriti: “...si lasciò adescare dalla propaganda austriaca per aver dato fondo ad ogni suo avere nei bagordi e nel lusso e perciò sperava di migliorare la sua sorte giocando in politica”. Per sua disgrazia e per fortuna dei nostri avi, puntò tutto sul cavallo perdente...
Concludendo ci piace far conoscere cosa ne pensassero, quali maggiori interessati, i nostri padri, del Duca ribelle, Nicola Cortese. In un modesto foglio che si accompagna al Catasto Onciario del 1753, conservato nell’Archivio di Stato di Napoli, si lamentavano del feroce sfruttamento e delle vessazioni subite ad opera del loro Feudatario che, “per la sua cattiveria”, aveva meritatamente perduto il Feudo.
Il popolino, da parte sua e con la solita mordace ironia, compose e canticchiò:

“U Ruca i Verzina è male natu,
E’ male natu e di mala natura...
Mo puru Marcu ‘Rande c’è chiavatu,
chi piglia ppe ra capu, chi ppe ra cuda...”


dove “male natu e di mala natura” significa che Niccolò Cortese discendeva da una pessima schiatta ed era di indole malvagia. Marco Grande, infine, era il ducale guardiano della Fratta. In tutto simile al suo padrone, “teneva un piede di bove , fatto di legno, col quale imprimeva delle orme bovine sul terreno affidato alla sua custodia. Dopo inveiva contro i massari e i bovari dei dintorni, contestando loro il pascolo abusivo...
In tal modo, contando sul timore di quei tapini, arrotondava le sue entrate.”
E’ questa, in sintesi, la storia feudale di Verzino ed anche la dolorosa storia di molti paesi della nostra Calabria che di “lupi” o di “Nicola” che dir si voglia, ne videro tanti.

Verzino sotto il Regio Fisco
Dopo la confisca operata dai Borboni ai danni del Duca Nicola Cortese macchiatosi di fellonia, il feudo di Verzino passava a far parte dei beni della Regia Corona. Correva l’anno 1746. I nostri antenati, sottratti alle unghie del rapace feudatario, conobbero un periodo di vita tranquilla e laboriosa, anche se di non lunga durata.
Era costume in quel periodo storico che i feudi confiscati ai rei di Stato venissero amministrati da un Regio Generale Amministratore il quale provvedeva ad affittarli a persone di sua fiducia, chiamate Regi Conduttori. Così nel 1782 veniva designato in qualità di regio conduttore del feudo di Verzino, don Nicola Barberio Toscano da San Giovanni in Fiore.

1084 dal Regio Fisco sotto il Casato dei Barberio-Toscano
Il nuovo Barone si rivelò un uomo malvagio e soprattutto rapace, degno continuatore della stirpe dei famosi “lupi” che dissanguarono i nostri più lontani antenati. Spinto dalla cupidigia di acquistare il feudo, piano che gli riuscì nel 1804, non mancò, come Regio Conduttore prima e come barone poi, di rendere dura la vita ai coloni che già avevano perduto, a seguito dei diversi passaggi di amministrazione, molti diritti sui terreni feudali: di pascolo, delle acque, di allignamento ecc.

Mentre i Borboni, per quanto fiscali, lasciavano vivere, il nuovo padrone si abbandonò ad ogni sorta di iniquità e di violenze che alimentavano le sofferenze degli abitanti del feudo e finirono per determinarne la ribellione. Incominciarono a protestare apertamente e nel 1796, quando Napoleone si affacciava in Italia, si mandò una delegazione a Napoli per rappresentare al re le misere condizioni di vita delle nostre popolazioni. A guidarla troviamo la figura di un coraggioso assertore dei diritti popolari, il sacerdote don Vincenzo Arcuri di Savelli all’epoca casale di Verzino, persona dotta e stimata da tutti per la sua condotta esemplare. La protesta irritò non poco il feudatario, che si vendicò in maniera spietata sul povero sacerdote. Fattolo catturare dai suoi scherani, venne esposto ad un feroce martirio.

Si racconta che, fatti piantare due grossi pali per terra, ve ne fece legare un terzo di traverso, ad uso delle “Forche Caudine”. Cavalcò il povero sacerdote su un mulo con mani legate dietro la schiena e piedi legati sotto la pancia dell’animale. Dopo di che la bestia veniva sollecitata a passare sotto il giogo. Il povero sacerdote, ricevendo l’asse trasversale nello stomaco e non potendolo evitare, ebbe spezzata la schiena. Morì dopo lunga agonia. Altro episodio rivelatore dell’efferatezza e della mancanza di ogni spirito di carità nell’animo del feudatario è il seguente. In quegli anni, quando per le pessime annate agrarie la gente si nutriva di erbe raccolte nei campi, di focacce di lupini e di castagne, questo scellerato Nicola Barberio Toscano vendeva le sue riserve di grano ai Crotonesi per migliaia di tomoli.... La nobile figura del sacerdote Arcuri cadeva nel marzo del 1796; bisogna arrivare al 1812 per chiudere il lungo e sanguinoso elenco di vittime divise fra filo-borbonici e filo-francesi le quali, mescolando odi familiari e interessi privati, pagavano con atroci delitti un largo contributo di sangue alle lotte dei tempi, col miraggio di poter disporre, con l’applicazione della Legge eversiva della feudalità, di un pezzo di terra per sopravvivere.

Cadono nella lunga lotta, durata ben 17 anni, cittadini, artigiani, sacerdoti, funzionari, molte donne. Questo sconvolgente periodo storico viene ricordato negli scritti degli storici come Primo brigantaggio in riferimento al Secondo che si riaccende dopo l’Unità d’Italia (1861).
Il Congresso di Vienna e la conseguente restaurazione borbonica riportano il problema dell’occupazione delle terre allo stato precedente.
Anche la ventata rivoluzionaria del 1848 viene intesa più che in senso politico-nazionale in senso economico-sociale. Per le nostre popolazioni era sempre vivo il problema delle terre e i moti rivoluzionari offrivano un’occasione favorevole per riprendere l’occupazione arbitraria delle terre già iniziata nel 1806 a seguito della Legge eversiva della feudalità. Il disordine, l’anarchia feudale, furono tali in quel periodo che ancora oggi si ricordano nel popolo con un senso di umorismo. Ne conseva memoria l’espressione “ è successo u quarantottu” cui si ricorre ancora oggi in presenza di situazioni confuse. Tra i tanti episodi significativi, eccone due che riguardano più da vicino le nostre zone. “... un tale Marco Marasco, detto “Marcuvisc”, contadino di Savelli, approfittando della situazione confusa, pensò bene di rendersi padrone della mandria del signor Giuseppe Maria Oriolo di Verzino. Portatosi a Camastrea, fugò i pastori che custodivano il numeroso gregge e lo guidò verso contrada Pino Grande, terreno comunale... Soddisfatto poi dell’opera compiuta, adunò attorno a sé i suoi numerosi figlioli e con lacrime di gioia disse loro: - Vi ho procurato la ricchezza, se ve la sapete mantenere, è vostra -. I figli, purtroppo, non seppero, né potettero far tesoro del poco saggio ammonimento paterno poiché, ristabilitosi l’ordine, la mandria tornò al legittimo proprietario”.

L’altro episodio accaduto nel vicino Marchesato di Crotone lo leggiamo in G. B. Maone “... il 15 luglio del 1848 vengono sottratte al barone Baracco 15 mila pecore, in gran parte merinos, mille vacche, 600 animali cavallini, 600 bovi d’aratro, capre e porci..., vengono depredate perfino le scuderie con gli stalloni di razza, provocando un danno di oltre 200 mila ducati”.
Si torna ancora a sperare con l’arrivo dei Mille, allorquando Garibaldi, il 30 agosto del 1860, proclamava da Rogliano l’uso gratuito del pascolo e della semina delle terre demaniali. Ma il proclama, il successivo 5 settembre, veniva revocato. Gli avvenimenti del 1860, del 1861 (proclamazione del Regno d’Italia) e degli anni successivi, “confondono nuovamente le idee ai nostri antenati, i quali, contemporaneamente, diventano briganti contro i Piemontesi, Guardie nazionali e Squadriglieri per combattere i briganti, combattenti nella Terza Guerra per l’Indipendenza contro l’Austria, a fianco dei Piemontesi”.
Le leggi dello Stato Unitario sull’alienazione dei beni ecclesiastici non appagano la lunga e sofferta speranza e 80 anni di lotte: le terre, anziché ai contadini, vanno ad ampliare il già vasto latifondo baronale e i baroni, alla solita maniera, le danno in fitto e chiamano a zapparle i contadini. Praticamente si torna indietro all’incirca alla fine del 700: al divieto dell’uso delle acque, di allignare al secco e al morto, di passaggio, di pascolo ecc.

Secondo Brigantaggio
Come reazione alle leggi dello Stato Unitario si sviluppa il secondo brigantaggio che, se pur non sanguinoso come il primo, funesterà a lungo le nostre contrade. Dopo decenni di lotte contadine, di lutti, di rovine, di privazioni, di speranze, si tornava come prima. I nostri antenati, durante questo lungo periodo, si erano opposti senza avere una tinta politica, ai dominatori di turno, a volte guidati, come abbiamo visto, da nobili figure di sacerdoti che pagarono con la vita il loro gesto. “Innalzavano la bandiera del bisogno, di quello quotidiano e di quello futuro, anche se accanto a questa bandiera ideale, a seconda dei tempi, agitavano ora il tricolore francese, ora il bianco vessillo borbonico o ancora la bandiera sabauda; in queste insegne, di volta in volta, ponevano le speranze di un riscatto economico e di un avvenire migliore”.
Ma lo Stato Unitario rispondeva con una repressione spietata del brigantaggio, impiegando in vere azioni di guerra l’esercito regolare.
Per dare un’idea del vasto impiego di forze dispiegate riportiamo un episodio che vide come protagonista uno dei tanti briganti, un certo Domenico Straface detto Palma, quello che alle Vigne di Verzino, per farsi una bevuta aveva bucato con un colpo di pistola la botte del Cavaliere Fazio. Questi, nella notte del 21 novembre del 1868, nei pressi di Casabona, riesce a sfuggire ad un accerchiamento di ben 273 uomini. Sarà tradito, qualche tempo dopo, da un amico mentre gli faceva la barba e la sua testa sarà consegnata al colonnello Milon che non era mai riuscito a catturarlo. Ci vorrà il 1876 per distruggere definitivamente il brigantaggio.

La via dell’emigrazione
Una volta debellato il brigantaggio, fra il 1870 e il 1880, fu attuato un vasto programma di lavori pubblici durante il quale i nostri antenati conobbero anni di relativo benessere. In detto periodo fu iniziata la strada Verzino-Savelli.
L’Italia unita, non aveva saputo risolvere con larghezza di vedute il problema vitalissimo delle terre, il nuovo Governo aveva preferito, purtroppo, ignorarlo. “Quando i nostri contadini, i cui orizzonti con le strade, con le scuole, con il servizio militare si erano allargati, si resero conto che il Governo, nel quale avevano posto tante speranze, non aveva la minima volontà di alleviare la loro secolare miseria, decisero di cercare altrove il loro pane.” I lavori pubblici erano finiti e tornava la miseria. E “quando la miseria è tanta, o brigante o emigrante”. Non si poteva tornare indietro col brigantaggio, inizia l’emigrazione.
E i nostri antenati, lasciata ogni speranza di poter avere soddisfazione attraverso la distribuzione dei beni demaniali che venivano invece venduti e comprati quindi dai ricchi che avevano il denaro disponibile, cercavano nell’emigrazione l’unica possibilità di vivere.
Il flusso migratorio, iniziato sul finire dell’800, si indirizza prevalentemente, per una serie di circostanze sfortunate, verso il Sud America. Fu, quindi, un’emigrazione di poveri verso paesi poveri che molto non potevano offrire.
Solo dopo il 1960 l’emigrazione si orienta verso il nord Italia, in Svizzera, nei paesi del M.E.C.
Il fenomeno migratorio, pur rappresentando una grave perdita, in quanto a partire erano gli elementi migliori, ebbe pure i suoi lati positivi. Spesso il contadino, dopo alcuni anni, ritornava al paese natio e con il gruzzolo guadagnato a prezzo di stenti e di sacrifici, acquistava questo o quel terreno vicino al paese. Diventava così un piccolo proprietario e vedeva realizzarsi un suo lontano sogno.

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TRADIZIONI



La festa religiosa era il momento in cui si manifestava maggiormente il folclore del popolo. Il Natale, il Capodanno, l’Epifania, il Carnevale, le Palme, la Pasqua, ripetevano ogni anno le ataviche tradizioni ricevute in eredità dai padri a cui tutti, malgrado il mutare dei tempi, sono ancora legati. Anche gli avvenimenti più importanti della vita seguivano il calendario religioso. Era, infatti, durante tali periodi che si trovava marito, ci si sposava, si battezzavano i propri bambini. Nello stesso tempo si faceva baldoria, si mangiava, si beveva, si cantava e si stava tutti insieme.

Natale
La festa iniziava il giorno di Santa Lucia con la preparazione dei dolci natalizi “i crustuli” e i “cullurelli”; con un po’ dell’impasto di questi ultimi si realizzava, prima della frittura, una croce sul camino in segno di buon auspicio.
Durante la notte della Vigilia, avveniva uno strano e suggestivo raduno, ogni famiglia del luogo portava davanti alla Chiesa un grosso ceppo di legno. Dei ciocchi si faceva un’enorme catasta e, calate le tenebre, vi si dava fuoco. Mentre il rogo ardeva, le donne, gli uomini, i vecchi ed i bambini, che in allegria vi assistevano, allietavano la notte cantando:

E’ la sira di Natale                      
 E' la sera di Natale

E’ la sira di Natale,  
                    E’ la sera di Natale,
c’è na festa principale                c’è una festa importante,
e nu voe e n’asinello                   c’è un bue ed un asinello
San Giuseppe vecchiarello.        San Giuseppe vecchierello.
San Giuseppe nun durmiri          San Giuseppe non dormire
ca Maria a’ ddi parturiri,             che Maria deve partorire,
a’ddi fari nu Bumbinellu,             deve fare un Bambino
iancu, russu e turchinellu.          bianco, rosso e turchino.
U mintimu subra l’atari                lo mettiamo sull’altare
tutti l’angiuli a cantari,               con tutti gli angeli a cantare,
a cantari ccu bella vuce             a cantare con soave voce
o Maria quantu si duce              o Maria quanto sei dolce
e ssi duce n’zuccherata,            e sei dolce come lo zucchero
o Concetta ‘Mmaculata.”           o Concetta Immacolata.

Anche le case erano illuminate da un grande fuoco che doveva ardere tutta la notte. Il capofamiglia collocava nel camino un grosso ciocco recitando una preghiera e pronunciando parole di augurio, con segni di croce e benedizione. Accanto al ceppo venivano poste vivande e dolci: Gesù Bambino sarebbe venuto a mangiare non appena tutti sarebbero andati a dormire.

Capodanno
La notte di Capodanno gli uomini solevano riunirsi e con la chitarra battente, giravano per le case a cantare “a strina”. Per prima cosa lodavano la padrona di casa:

A Srina                                              La strenna

“Cara signora vi simu venuti             Cara signora siamo venuti
ppi mille vote siavu a ben truvata    per mille volte siate la ben trovata
nu mazzu i garofani juruti                 un mazzo di garofani fioriti
cchiù di lu mustu v’urdura ru jatu     più del mosto vi profuma il fiato
Guardatela mo vena                         Guardatela adesso arriva
a casa casa para na regina              attraversando la casa sembra una regina
a na mano porta na lumera              in una mano porta un lume
a natra mano na valente strina”      nell’altra mano una valente strenna

poi gli elogi venivano rivolti al marito:

“Menzu sta casa penda nu truncune     In mezzo a questa casa pende un tronco
a vorru maritu u via nu barune              che vostro marito sia un barone
Haiu fattu votu a Santu Vitu                  Ho fatto voto a San Vito
Iddiu vi guardi stu bellu maritu              Dio vi guardi questo bel marito
Haiu fattu votu a San Giuseppe            Ho fatto voto a San Giuseppe
a porta chiusa si trova aperta.”            la porta chiusa si trova aperta.

I padroni, infine, dovevano ringraziare offrendo da bere.

U porcu
Ragione di letizia, durante le feste natalizie, era anche la mattanza del maiale. Per l’occasione infatti si faceva festa, la carne abbondava in famiglia, parenti ed amici sedevano allo stesso tavolo assaporando gustose pietanze a base di carne innaffiate da vino generoso. Il maiale, nero, veniva allevato in apposito porcile, nutrito con i rifiuti della cucina, dell’orto, del frutteto. Ogni singola parte dell’animale veniva riutilizzata, conservata, trasformata. L’allevamento non era costoso e il maiale forniva grassi, carni insaccate, prosciutti per un intero anno. Era consuetudine mandare “ u ratu”, cioè un pezzo di filetto e di fegato, a persone di riguardo, da cui si era ricevuto un beneficio, oppure ai parenti ed agli amici verso i quali ci si sentiva più intimamente legati; questi ultimi, a loro volta, avrebbero contraccambiato il dono, quando avrebbero sgozzato il loro maiale.

L’omino aru munno tre vote è cuntento:     L’uomo nel mondo 3 volte è contento:
quannu ammazza u porco, sona e canta;   quando uccide il maiale, suona e canta;
quannu si fa a varba, nu mumentu,            quando si fa la barba, per un istante,
quannu se ‘nzura ppé na vota tantu.          quando si sposa una volta tanto.

Carnevale
Anche durante il periodo di Carnevale, gli uomini e le donne di Verzino seguivano particolari tradizioni. I giovani costruivano un pupazzo di paglia che rappresentava il carnevale morente, lo caricavano su un asino, lo portavano in giro per il paese. Durante le soste, nelle piazzette rionali, venivano recitate delle lunghe filastrocche che riassumevano i principali avvenimenti dell’anno e, in modo sibillino, accennavano alle malefatte altrui, per lo più ignote ai cittadini.
Di sera, poi, gli uomini travestiti di solito da donne, andavano di casa in casa con uno spiedo nelle mani e “ a vertula” (sacchetto di stoffa dove veniva deposto il cibo quando i contadini andavano in campagna e pranzavano nei campi) sulle spalle. Varcata la soglia delle case, iniziavano a cantare, accompagnati dal suono dello “zucu” (strumento rudimentale approntato con il velo pleurico del maiale) divertenti filastrocche. Alla fine dello spettacolo, porgevano alla padrona di casa lo spiedo; questa, come ricompensa, vi infilava un pezzo di salsiccia o un pezzo di pancetta

Facimmo a ‘mmasciata
L’innamoramento, il fidanzamento, il matrimonio, a quei tempi avvenivano seguendo riti ben precisi. Il giovane innamorato, durante la notte di Natale, prendeva uno dei tizzoni della fochera ed andava a deporlo, con cura, sull’uscio chiuso dell’amata. A giorno fatto, il pretendente ritornava trepidante, e, solo se il tizzone era sparito, poteva varcare quella porta e cantare una delle seguenti richiese di matrimonio:

Signu venutu a ti parrari chiaru         Sono venuto a parlarti chiaro

Signu venutu a ti parrari chiaru,        Sono venuto a parlarti chiaro,
si mi la dai a figliata o chi dici.            se me la dai a tua figlia o che dici.
Si mi la duni ti chiamu mamma            Se me la dai ti chiamo mamma
si ‘nno ti chiamo scellerata donna.     se no ti chiamo scellerata donna.

Ohi Matrilla

Ohi Matrilla i prima sira chi guardati ?        Signora di prima sera a chi guardate?
chista donna sempre chiusa la teniti.        Questa donna sempre chiusa la tenete.
Vogliu sapiri si la maritati                            Voglio sapere se la sposate
o sempre schetta la tiniti.                          o sempre nubile la tenete.
Ohi ca si vena n’atru amanti e ci la dati     Se viene un altro amante e gliela date
s’è cchiu bello di mia mi lu diciti.                  se è più bello di me ditemelo.
Ca poj cci acchiappamu a curtillati             Così poi litighiamo con i coltelli
pe vidari chi porta ri feriti                          per vedere chi porta le ferite
ca si li portu io su sanati,                           perché se li porto io guarirò,
ma si li porta illu...è sippillitu.                    ma se li porta lui ....sarà morto.

Zuco Zuchillu

Zucu zuchillu chi va caminannu?               Zuco zuchillo perché sei in giro?
Vaju girannu na mugliera                          sto cercando una bella moglie
u mi nni curu ch’edi piccirilla                       non mi interessa che è piccolina
basta chi tena ri minnuzzi belli                   basta che abbia il seno bello
e rrrica ru villicu ara majilla.                       e strofini con l'ombelico alla madia (cioè che sappia fare il pane)
Si t’ha nzurari pijatilla bella                        Se ti devi sposare prenditela bella
un ti nni nnammurari i rrobba e dinari        non innamorarti di averi e denari
fa bonu si ta piji vasciuttella                      fai bene se la scegli bassa
bastica è dilicata di cintura                         basta che abbia la vita sottile
ca si ccià fari ancunu vestitellu                  perché se le devi fare qualche vestito
sparagni i sordi a ra maniffattura.             risparmi soldi per cucirlo.

Oh Vagastilla!

Oh vagastilla, oh vaga di billizzi 
                  Oh vaga stella, oh vaga di bellezze
colonna di cristallu e filu d’oru                      colonna di cristallo e filo d’oro
quantu vala nu filu di sti pezzi                      quanto vale un filo di questi
u vala a spata i l’imperatori.                         non vale la spada dell’imperatore.
Sia mmalidittu chi cerca rricchizzi                  Sia maledetto chi cerca ricchezze
ricchizza cchiù di tija nun c’è trisoro.            nessun tesoro può essere una ricchezza più grande di te.
Diciami cchi nni fai di ssi bellizzi                     Dimmi cosa ne fai di queste bellezze
si mammata nun ti vò maritari                      se tua mamma non ti vuole dare in sposa
venanu i matrimoni ed illa sgrizza                 vengono i matrimoni ed ella rifiuta
si cridica cu ru rre vò apparentari,               pensa di darti in sposa al re,
cu rre un nni vo di ssi bellizzi                        ma il re non vuole queste bellezze
ca vo na barca carrica i dinari.                    vuole solo una barca carica di denari.

Se invece, il pezzo di legno, era ancora al suo posto, beh... allora la famiglia l’aveva rifiutato; l’unica cosa da fare era mettersi il cuore in pace e di notte andare, per dispetto, a cantare una canzone di sdegno:

Fimmina chi tradisti lu miu core         Donna che tradisti il mio cuore

Fimmina chi tradisti lu miu core,
                Donna che tradisti il mio cuore
pi dire cu ‘n avia mezzi e putiri,                 perché non avevo mezzi e potere,
un dire ca ti spusi p’amure,                       non dire che ti sposi per amore,
sulu u fa pi carti i milla lire.                        perché lo fai solo per le mille lire.


Focu arde te cume t’astutasti

Oh focu ardente cume t’astutasti            Oh fuoco ardente come ti sei spento
n’ura chi ti mancarunu li carbuni               per un’ora che ti mancarono i carboni
ca jsti ppi t’azari e ti vasciasti                   cercasti di alzarti e ti riabbassasti
e ssi basciata trecentu scaluni.                e ti sei abbassata di trecento gradini.
A quala sipurtura lu scavasti                    In quale cimitero lo trovasti
stu surchiavrodu e mangiamaccarruni     questo “succhiabrodo” e “mangia maccheroni”
ca si lu scontu mi lu mintu ntasca             che se lo incontro me lo metto in tasca
muriri ti lu fazzu di paura.                        morire te lo faccio di paura.

Chi t’aju fattu lingua sirpintina             Cosa ti ho fatto lingua di serpente
ca di la vita mia ni parri mali                 che della mia vita ne parli male
ohi chi ti vonnu fari a latte amaru        ohi che possano tramutarti in latte amaro
li stintinella jettati ari cani                     le tue budella darle ai cani
l’ossa macinati aru mulinu                     le ossa macinate a quel mulino
c’à macinatu u megliu ranu                   che ha macinato il miglior grano
po cirnuti a nnu crivu suttile                 e poi passate a setaccio sottile,
spurbariate pe ru campanaru.             disperse al vento dal campanile.

(Ripresa e cantata dal gruppo di ricerca di musica popolare di Verzino)

Il fidanzamento
Il giorno del fidanzamento nella casa dello sposo si concentravano i parenti più intimi e tutti, in corteo, preceduti dai ragazzi che portavano delle fiaccole e da alcuni suonatori con mandolino e chitarra battente, si recavano alla casa della sposa a fare “a ‘mmasciata”. Lì veniva concordata la dote e fissata la data delle nozze. Dopo che il fidanzato donava alla sua promessa sposa un anello, si aprivano le danze e si iniziava a ballare, a mangiare ed a cantare:

Stilla i prima sira

Stilla i prima sira chi guardati                   stella di prima sera a chi guardate
sta donna sempre chiusa la tiniti,           questa donna sempre chiusa la tenete,
si illa dorma nun la risbigliati                    se lei sta dormendo non svegliatela
dumani a jurnu mi la salutati.                  domani con il giorno me la salutate.

Zum zum zum

Zum zum zum na chitarra di culumbra      Zum zum zum una chitarra di fico
e n’atra di cerasi                                      un’altra di ciliegio
gioia mia cume te vasu                            gioia mia come ti bacio

Quanta è bella l’unna di lu mare

Quanta è bella l’unna di lu mare
            quant’è bella l’onda del mare
che nu mi dicia voglia di partire              che mi fa venire voglia di non partire
che c’è na figlia di nu marinaru              che c’è la figlia di un marinaio
tantu ch’è bella ca mi fa murire              è così bella che mi fa morire
e ancuno jurnu ca m’haio arriscare        e qualche giorno devo rischiare
‘ntra la barchetta sua voglio salire        sulla barchetta sua voglio salire
tantu chi a vogliu stringere e vasare,    e la voglio stringere e baciare
finu ca mi dicia                                        fino a che non mi dice
“amore lasseme stare”                           “amore lasciami stare”


O rosa rossa


O rosa russa colorita e bella
                  O rosa rossa colorita e bella
eju fossi u primo amore ca t’amai            sono stato il primo ad amarti
t’amai ch’eri na piccola tonsella                ti amai da quando eri un piccola ragazza
eri fanciulla e mi nne ‘nnammurai            eri fanciulla e me ne innamorai


Quantu bella t’ha fattu la furtuna


Luce di l’occhi mii
                                        Luce dei miei occhi
quantu si bella                                             quanto sei bella
quantu bella t’à fattu a furtuna                   quanto bella ti ha fatto la fortuna
ha fattu sì capilli anelli anelli                         ti ha fatto questi capelli anelli anelli
menzu lu pettu u sule e ra luna                    in mezzo al petto il sole e la luna
pigliu ppi l’abbrazzari                                    cerco di abbracciarti
e abbrazzu u ventu!                                     e abbraccio il vento!
mi risbigliu e mi vena u chiantu                     mi sveglio e mi viene il pianto
e ccu u stessu chiantu m’addurmentu          e con lo stesso pianto mi addormento.


Affacciate a ra finerra capilli rizzi


Affacciate a ra finerra capilli rizzi              Affacciati alla finestra capelli ricci
e jettame nu garofanu i ssa grasta          e buttami un garofano di questo vaso
ca si lu jetti io mi trovu lestu                     che se lo butti io sarò veloce
ppe nun cadiri nterra mpu nsi guasta;     da non farlo cadere a terra affinché non si sciupi;
ca mi lu stipu ppi megli festi,                    così me lo conservo per le feste migliori,
garofanu d’amure e tanto abbasta.        garofano d’amore e questo mi basta.


A’ ssa ruga


A ‘ssa ruga c’era ppi ra via                 In questo rione c’era sulla strada
n’albero carricatu i diamanti               un albero carico di diamanti
A ru ‘mmenzu na cima pennia            Al centro un ramo pendeva
carricatella di rose janche                  pieno di rose bianche
a ra curina c’è a bella mia                   in cima c’è la bella mia
chi duna ri splendori a tutti quanti.    che dona splendore a tutto quanto.
a ru pedale na fonte curria                ai piedi una fonte sgorgava
cum’era duce e cum’era galante.        com’era dolce e com’era raffinata.


Oh quant’è bella sta figlia e Massaru

Mmenzu sta ruga c’è na spuntunera          In mezzo a questo rione c’è un angolo di casa
jettari cci la vogliu na canzuna.                 dove cantare voglio una canzone.
Oh quant’è bella sta figlia e massaru,       Oh quant’è bella questa figlia di “massaro”
tanti ch’è bella ca scura ru suli.                 è così bella che oscura il sole.
Quannu si spoglia un ci vò lumera,           quando si spoglia non ci vuole lume
ca ccu ri carni sue s’allucia ssula.              con le sue carni si fa luce da sola.


Acelluzzu chi vai u mari mari

Acelluzzu chi vai u mari mari                    Uccellino che vai per il mare
ferma quantu ti dicu due parole              fermati il tempo di dirti due parole
quantu me tiru de st’ala na pinna,           il tempo di tirarmi da quest’ala unapenna,
fazzo na letterella a ru miu amore,         e scrivere una letterina al mio amore,
ca po’ a dugnu a ru ventuambulare.       poi la darò al vento.
Ventu portamiccella a ru miu amore        Vento portamela dal mio amore
ca si lu trovi a tavola chi scriva               e se lo trovi al tavolo mentre scrive
lassalu stare ca pensa a mia.                  lascialo stare perché pensa a me.
E si lu trovi a letto ca riposa                   Ma se lo trovi a letto che riposa
a ru pettu faccilla na magaria,               al petto faglielo un incantesimo
una faccilla i focu bruciante                   uno faglielo di fuoco bruciante
e natra faccilla ca vò bene a mia.          un altro faglielo così che possa volermi bene.


U Vanniamentu

Arrivava, poi, il momento in cui i due giovani promessi sposi dovevano presentarsi al cospetto del sindaco per la “prima richiesta”, cioè la richiesta di pubblicazioni del matrimonio. La cerimonia avveniva di solito al mattino ed aveva inizio nella casa dello sposo da dove, sempre in corteo, con parenti ed amici, si andava a prelevare la sposa. Per l’occasione la fidanzata riceveva “a parata” (orecchini, collana, anello, spilla, bracciale d’oro). Dopo che la sposa si era adornata con gli ori appena ricevuti, il corteo raggiungeva la Casa Comunale. Trascritti gli atti, sugli sposi si riversava una pioggia di confetti.

U lettu

Il giovedì prima del matrimonio, veniva addobbato il letto dove i futuri sposi dormivano la prima notte. Il letto veniva “parato” da tre donne: una sposata con un bambino in braccio, una vergine ed una anziana. Sopra la coperta, tessuta per l’occasione, venivano deposte uova, sale, zucchero, riso, confetti e i “‘mmuccellati”, dolce tipico del luogo simile ai mustacciuoli, a cui si davano particolari forme bene auguranti. Gli sposi non potevano assistere a questa cerimonia.

Il matrimonio
La domenica tanto attesa lo sposo, accompagnato dai suoi invitati, raggiungeva la casa della sposa e da lì tutti insieme si recavano in chiesa. Accanto alla sposa si accostava il compare d’anello reggendo il piattino contenete le fedi nuziali da lui donate. Dopo la cerimonia, era lo sposo che conduceva alla casa paterna la sua diletta sposa, ormai sua moglie. Tutti i parenti e gli amici, affacciati ai balconi e alle finestre, lanciavano sugli sposi grano, confetti e monetine. Il corteo, passando sotto gli archi (da finestra a finestra venivano tese capaci corde sulle quali erano appese le coperte più belle), raggiungeva la casa della sposa dove si dava inizio ai festeggiamenti. Dopo canti, balli e cibo, quando tutto si placava, iniziava la serenata:

Stilla lucente

Stilla lucente di luci a sira                             Stella lucente di luce la sera
quantu bella mi pari a matina                      quanto bella mi sembri al mattino
quannu ti viu avanti a porta                        quando ti vedo davanti alla porta
d’oru mi pari n’angela divina,                       d’oro mi sembri un angelo divino,
beatu chine ha furtuna e meglia sorte         beato chi ha fortuna e sorte migliore
i ti godere a tia stella mattina,                     di goderti stella mattutina,
eju l’amaru ca nun tegnu sorte                    mentre io, l’infelice che non ha sorte,
tiru na rosa e mi vena na spina.                  tiro una rosa e mi viene una spina.
Quannu nascisti tu fonti i billizzi                   Quando tu nascesti fonte di bellezza
mammata parturiu senza duluri                   tua madre ti partorì senza dolore
si nata chilla notte d’allegrezza                   sei nata quella notte d’allegria
chi li campane sunavanu suli,                      quando le campane suonavano da sole,
a niva ti dunau i sue bianchizzi                    la neve ti donò il suo candore
e ra cannella u bellu sapuri                          e la cannella il buon sapore
u pipa ti dunau a fortilezza                          il pepe ti donò la forza
a rosa russa u bellu culuri.                          la rosa rossa il bel colore.

O rosa russa fatti mazzi mazzi                     Oh rosa rossa fatta a mazzi
colonna lavurata di billizzi                            colonna lavorata di bellezze
quannu mi guardi cu st’occhi m’ammazzi      quando mi guardi con questi occhi mi ammazzi
focu ma misu curi tue bellizzi                        fuoco mi hai messo con le tue bellezze
eju dormu subra sette materazzi                 io dormo sopra sette materassi
riposu nun ni pijo a nullu pizzo                     ma riposo non prendo da nessuna parte
vorra durmire n’ura a ri tue vrazzi               vorrei dormire un’ora fra le tue braccia
pi bidare cum’è sta cuntentizza.                  per capire com’è questa gioia.
Janca palumma mia si senza feli                  Bianca colomba mia sei senza cattiveria
comu discenni di sangu riali                         come discendi tu da sangue reale
a caminata tua è subra i veli                        la camminata tua è sopra i veli
a pidatella tua nterra nun para                   l’impronta tua sulla terra non appare
si v’ho li scarpi ti li fazzu fari                        se vuoi le scarpe te li faccio fare
d’oru e d’argentu a mpigna e ra sola           d’oro e d’argento la tomaia e la suola
e chillu marru chi ci fazzu fari                       e quel calzolaio che le farà
ppi siggillu ci mpizza ru miu cori.                   per sigillo ci scolpisce il mio cuore.

Il compare d’anello ringraziava i suonatori, offrendo una bottiglia di liquore che poi, vuota, frantumava sull’uscio della casa degli sposi gridando: “aguri e figli masculi”

La settimana dopo il matrimonio
Questo periodo era alquanto strano e singolare. Gli sposi dovevano segregarsi in casa e non avere contatto con nessuno. La madre dello sposo ogni mattina portava loro il caffè, il latte , le uova..... Solo il giovedì, a tarda sera, facevano una breve visita ai rispettivi genitori, per tornare a rinchiudersi sino alla domenica. In quel giorno lo sposo e la sposa, agghindata per l’occasione con un elegante vestito e con una collana di perline legata da tre nastrini, si recavano a messa per ricevere la benedizione del parroco. In questa occasione si diceva che la sposa era “nesciuta i zita”. Uscendo dalla chiesa, andavano a casa dei genitori della sposa, dove venivano trattenuti per il pranzo.

Ora la giovane moglie aveva una sua famiglia e, se qualche sciagurato uomo la insidiava, ella poteva con fermezza cantargli:

Nun me veniri appressu sciaguratu

Nu mme veniri appressu sciaguratu         Non seguirmi sciagurato
c’haiu l’anellu e sugnu maritata.               che ho l’anello e sono sposata.
Ca ‘ncunu jurnu si ti vida fratima             Qualche giorno se ti vede mio fratello
ti rumpa l’occhi e ti spunta ri corna.         ti rompe gli occhi e ti spunta le corna.
Sugnu la cchiu felici di li mammi                Sono la più felice delle mamme
nu bellu maritu                                          un bel marito
na casa formata.                                      una casa sistemata.
A tutta a casa mia                                    Per tutta la mia casa
cci su ‘mpicati                                           ci sono appese
sazizzi, pruvuluni e supprissati.               salsicce, provoloni e soppressate.
Tegnu nu lettu i lana cu ri molli                 Ho un letto di lana con le molle
e m’azu e curcu quannu vogliu iu             e mi alzo e corico quando voglio io
e mo chi tegnu ssu beni i Diu                    e adesso che ho questo ben di Dio
vida si pozzu fari fissirie.                          vedi un po’ se posso fare pazzie.

Mentre il marito, pieno di gelosia, raccomandava alla bella moglie:

Idolo amore mio, simmi reale

Idolo, amore mio, simmi reale,                  Idolo, amore mio, sii a me fedele,
tu a fare cume dicu iu,                              tu devi fare come dico io,
cu certa gente un ci praticare                   con certa gente non ci devi praticare
massimamente cu chine un boglio iu,        soprattutto con chi non voglio io,
mancu i l’acqua ta fare tuccare,                neanche dall’acqua ti devi fare toccare,
puru di l’acqua portu gelusia,                    che pure dell’acqua sono geloso,
ca l’acqua è fridda e ti pò muzzicare         che l’acqua è fredda e ti può mordere
puru pò fare l’amure cu ttia,                     anche può fare l’amore con te,
ca si vò acqua ppi tti lavari                        che se vuoi acqua per lavarti
sangue ti dugnu di li vene mie,                  sangue ti do delle mie vene,
a tuvagliella ppi ti cci stujare                     l’asciugamano per asciugarti
na pinnicella di lu core miu.                       una penna del cuore mio.

Ora questa moglie e mamma doveva pensare al corredo della sua piccola bambina. Era necessario raccogliere, filare e tessere la ginestra, pianta, allora, usata dalle famiglie più povere per la tessitura di qualsiasi indumento. Le più benestanti, invece, solevano usarla solo per la tessitura dei sacchi, preferendo per il proprio corredo lana e cotone.

La ginestra
Era giugno, con la sua calura, a dire alle donne che era arrivata l’ora di raccogliere la preziosa ginestra. L’alba non era ancora spuntata quando, le allegre comari, si addentravano nella campagna, tra i rovi, le stoppie e le cicale che stridevano. Al primo raggio di sole, erano già lì, curve o distese bocconi sulla roccia, e cantavano e lavoravano e lavoravano e cantavano:

Pi ra via de la foresta (Canzone cantata insieme da uomini e donne al lavoro)

Pi ra via de la Foresta l’incontrai               Per la via della Foresta l’incontrai
ferma quatrara che sarai la mia                fermati ragazza perché sarai la mia
fermati, amore mio, non mi toccare          fermati, amore mio, non mi toccare,
ca si mi tocchi fai gran pene a mmia         che se mi tocchi mi farai un gran torto
tu venacci stasira a ra tardata                 vieni stasera sul tardi
quannu mamma nun c’è ca fora è juta      quando mia mamma non c’è che fuori è andata
rapera, bella mia, sugnu arrivatu apri,     bella mia, sono arrivato
mò ca mammitta nun c’è ca fora è juta     adesso che tua mamma non c’è che fuori è andata
tu si ddi fora e gira li mura                        tu sei fuori e gira attorno ai muri
io di dintra sugnu bon serrata                  mentre io sono dentro ben chiusa.
mi l’à saputa fare gran mmarrata              mi hai saputo ingannare da gran maestra
ma à ddi venire u tempu di l’uva               ma arriverà il tempo dell’uva
quannu le donne belle vannu fora           quando le belle donne escono fuori
bonu venutu u tempu di l’uva                   benvenuto il tempo dell’uva
iu mi pigliu li frati mii e vaiu fora                io prendo i miei fratelli ed esco fuori
si li tui frati forano liuni                             se i tuoi fratelli fossero leoni
li petri di la via spati e cartella                  le pietre della strada diventerebbero spade e coltelli
e tu tannu ti gudi a mmia, giuvane bellu, e tu allora ti godrai me, giovane bello,
quannu mi porti a fede e l’anellu.            quando mi porti la fede e l’anello.

U suli ha puatu a tumma

E ru suli ha pijatu a tumma              Il sole sta tramontando
a ra patruna li cada ra vrogna         la padrona inizia a dispiacersi
e ra vrogna ti vo calari                    e il dispiacere ti venga pure
e chissa è l’ura du scapulari.            ma questa è l’ora di andare via.

I piedi nudi scottavano e sanguinavano, le mani annerite si screpolavano, le gambe venivano lacerate dai pruni, ed il collo, il viso, le braccia, erano esposti al sole. Quando tutta la ginestra era stata raccolta, veniva portata sul letto del fiume, dove grandi calderoni ricolmi di acqua bollente la attendevano. Una volta bollita, la rigogliosa pianta era pronta per essere sfilata. Le donne iniziavano a sfibrarla strofinandola sotto i piedi contro la roccia, poi le fibre venivano strappate filo per filo e battute nella maciulla ed infine messe ad imbiancare al sole. Era il piacevole tepore del focolare, poi, ad illuminare il lavoro delle filatrici e delle tessitrici .... e così, da agosto a dicembre, dalla pianta si arrivava al tessuto. Le puerpere e le vecchie nonne, invece, non si avventuravano tra i rovi, ma avevano il privilegio di poter restare a casa:

Le comari
Tra gli stretti vicoli del paese, ad una certa ora, tacitamente concordata, si affacciavano le comari, chi con l’uncinetto, chi con il fuso e con la lana, chi con lago e con il lino da ricamare, sedute sui gradini di una scala esterna, sull’uscio di casa o sul “gaffio” (piccolo terrazzo che circonda il portone d’ingresso) iniziavano a lavorare ed a chiacchierare. Le loro parole erano brevi, più capite a cenni che per udito. E i discorsi erano quasi ogni pomeriggio sempre gli stessi: l’andamento del raccolto, le magagne di qualcuno, i problemi della vicina, la previsione (di solito) catastrofica di un qualche avvenimento.
E mentre le donne più anziane impartivano consigli e comportamenti alle più giovani, i bambini, scalzi, scorrazzavano per le viuzze, insieme alle galline, ai cani ed a qualche gatto.
Non appena il cicalare pomeridiano veniva interrotto dallo squillo delle campane, le comari si facevano devotamente il segno della croce e ad una ad una si ritiravano oltre gli usci per poi ritrovarsi sul vicolo addobbate per la funzione vespertina.
Ma, quando queste donne così amiche e pie bisticciavano, ecco che il rione si trasformava in un teatro, gonfie di rabbia urlavano a vicenda:

Si janca e russa cume na liona

Si janca e russa cume na liona  
      Sei bianca e rossa come una tartaruga
si carricata i rugna canina               sei piena di scabbia canina
quannu camini a trippa ti sona        quando cammini la pancia suona
cume na vacca lenta allu pinninu.   come una mucca magra che scende per un pendio

Mussa nigra

Affaccia a sta finerra                            Affacciati a questa finestra
mussa nigra                                           muso sporco
scinna a ra funtana                               scendi alla fontana
ca tu lavi                                                così te lo lavi
cu nu pezzu di sapune ca ti dugnu        con un pezzo di sapone che ti do.

Giochi

Come i nonni giocavano

Per la strada, tra i vicoli, lungo i margini delle case, con le mani ricolme non già di giochi pronti ma solo di tanta fantasia, così si divertivano i nostri avi.

Giochi maschili

“A ra staccia”
Venivano raccolti dei pezzi di tegola della stessa dimensione ed arrotondati. Tranne lo “staccino”, che era più piccolo, le altre “staccie” dovevano essere di pari grandezza. Questi piccoli sassolini detti, appunto, “staccie” rappresentavano le primitive bocce.

“A ri cocule”
Una volta raccolte “i cocule”, parassiti della quercia, venivano fatte sul terreno 5 piccole buche e venivano numerate. I ragazzi si ponevano ad una certa distanza da esse e cercavano di mandare “i cocule”, secondo l’ordine numerico, nelle varie buche.

“A ra mazza e ru sbrigliu”
“A mazza” era un pezzo di legno lungo 50 cm, “u sbrigliu”, sempre di legno, era appuntito da entrambi i lati e lungo circa 20cm. Uno dei giocatori, ponendosi al centro di un cerchio, disegnato sul terreno, cercava di lanciare “u sbrigliu” con “a mazza” il più lontano possibile. L’avversario doveva ritrovare “u sbrigliu” e lanciarlo nel cerchio, se il lanciatore riusciva a riprendere “u sbriglio”e a lanciarlo lontano, si contavano i punti in base a quante mazze c’erano dal luogo in cui lo sbriglio era caduto fino al cerchio. Ricorda il gioco americano del baseball.

“U scaffu”
A turno ciascun ragazzo si poneva di spalle rispetto al gruppo degli amici tenendo la mano sinistra sotto l’ascella destra e l’altra a mo’ di paraocchi sul viso. Se riusciva a riconoscere lo schiaffeggiatore, quest’ultimo era obbligato a prendere il suo posto. Contrariamente continuava a sottoporsi ai tiri del gruppo.

Giochi femminili

“A petrilli”
Raccolte 5 pietre di forma rotonda, venivano poste a terra. Ciascuna ragazza doveva cercare di prendere un pietra da terra, buttarla in aria ed afferrare una seconda pietra senza lasciare cadere la prima. Via via il gioco diventava sempre più difficile perché bisognava gettare in aria la pietra e cercare di prenderne da terra 2 insieme. Il gioco proseguiva fino a quando la più agile riusciva a raccogliere tutte e cinque le pietre senza lasciarne cadere neanche una.

“A naca”
Legate le estremità di un filo di circa 50 cm veniva preso tra le mani e, giocando con le dita, una ragazza dava vita ad una forma geometrica, l’amica doveva riuscire a prendere il filo fra le sue dita, creando un’altra forma senza, però, ingarbugliare il filo.

“Tutù cambia posto”
Un gruppo di ragazze si posizionavano in vari luoghi della strada e dovevano restare immobili fino a quando una di loro gridava “tutù cambia posto”; a questo punto dovevano spostarsi cercando di non farsi toccare dall’amica, chi veniva toccata doveva prendere il posto della compagna.


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LA LINGUA


e nell’aria si effondono gli odori
di basilico e fiori sui balconi,
di caldarroste e sughi fatti in casa…
per nostalgia la gola mi si annoda.
Vola il pensiero mio fino a Verzino,
fra gente popolare e genuina,
paga di pane e vino e una preghiera…
Come la madre che ci ha generati,
anche se è stata burbera e manesca,
la terra natìa non si può scordare.”

Francesco Greco

Detti:

Capilli e guai u mancanu mai
Capelli e guai non mancano mai

Chini simina spini sa di quazari forti

Chi semina spine deve stare attento

Chine nescia quatru un mora tunnu
Chi nasce quadrato non muore tondo

Pecura nigura pecura janca chine mora mora chine campa campa
Pecora nera pecora bianca chi muore muore chi vive vive

A gallina fa l’ova eru gallu si jusca
La gallina fa le uova ed il gallo si irrita

E’ megliu na vutta i vinu ca nu tavulinu
E’ meglio una botte di vino che un tavolino

E’ finitu u vinu è finitu l’amuri
E’ finito il vino è finito l’amore

I jestime su fasulle chine i dicia si i ripiglia
Le bestemmie sono fasulle chi le dice se le riprende

Gricali o gricalino ottu jurni o quinnicina
Vento grecale dura otto giorni o quindici

L’acqua vulla e ru porcu è ara muntagna
L’acqua bolle e il maiale è sulla montagna

I guai da pignata i sa a cucchiara ca rimina
I guai della pentola li conosce solo il mestolo che vi gira dentro

Quannu u ciucciu un bò vivari a voglia ca frischi
Quando l’asino non vuole bere è inutile fischiare

Prima i Natali né friddu né fami, i Natali avanti moranu i fanti

Prima di Natale né freddo né fame, dopo Natale muoiono i fanti

U populu ti liza e u popupu ti jetta
Il popolo ti innalza e il popolo di distrugge

A cuda è forte a scurciare
La coda è difficile da spellare

Ha pirdutu l’occhi e ba cercannu i pinnulari

Ha perduto gli occhi e cerca le ciglia

Chini rida i vennari ciangia i duminica
Chi ride di venerdì piange di domenica

U sule a chine vida scraffa
Il sole a chi vede riscalda

Glossario

Affinché gli antichi suoni, carichi di significato e di oggetti lontani, forse dimenticati, non vadano perduti:

A banca           La tavola
A cunchetta     Casseruola di rame
A lampa            La lampada ad olio
A limma            Recipiente di terracotta
A minzinella      Fazzoletto per la notte
A paricchiara   Fune robusta fatta con peli di capra o di altro animale
A stifa             Contenitore di legno
Ambrata          Filo spinato
Appuzzare       Bere direttamente senza bicchiere
Bardanella       Telone
Bardu               Secchio
Brocca              Forchetta
Cantamuro      Grossa pietra
Carcarazzo      Cuculo
Casciune          Cassone per il grano
Catarattu        Botola
Catoio             Magazzino
Chianca          Macelleria
Chiatra            Grossa pietra
Chiattilla         Pipistrello
Cibbia             Vasca
Ciminea           Camino
Cropio             Stallatico
Curria             Cinghia
Cuvercia          Formica
Cuzzupa          Dolce pasquale
Fadale             Grembiule
Farinazzo         Grusca
Frissura           Padella
Frittula            Cotenna
Gaccia             Ascia
Grasta             Vaso per piante
Guttari            Perdita d’acqua piovana
Iettabannu     Banditore
Jnorra            Ginestra
Lucisu             Fuoco
Maccaturu       Fazzoletto
Mailla               Madia
Maruche          Lumache
Maruggiu         Il palo che sostiene gli arnesi di lavoro
Mattulu            Balla di fieno
Mera                Guarda
Merula             Merlo
‘Mmastaru       Sellaio
‘Mmastu          Sella
‘Mmucatu        Bucato
Petuli              Frittelle di farina
Pracca            Lardo
Purcellu          Maiale
Quadiata        Riscaldata
Rapinante      Falco
Rinale             Vaso da notte
Rucciuli           Lacci delle scarpe
Rucculu          Lamento
Sarcinella       Pioggia a dirotto
Fascina          Grossa fune
Sbracato        Trogolo
Sciartu           Cravatta
Scifu              Fucile
Spitu              Spiedo
Sporta           Cesta
Sramato         Soffitto
Suraca           Fagioli
Tappina         Pantofole
Tirantuli         Bretelle
Trappito        Frantoio
Varrilara        Poggia barili
Vertula         Bisaccia
Vitrune         Damigiana
Vuda            Giunco
Zicu              Poco
Zimmaru      Il becco
Zinzulo        Strofinaccio

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DA VISITARE


Lasciando la statale 106 alle spalle e avventurandosi oltre un ponte stretto e cadente, si apre alla vista una tortuosa strada adornata da numerose ginestre e da infiniti oliveti. Dopo circa mezz’ora di curve e tornanti, ecco che, dall’alto “da cruce di tre arie”, spunta Verzino. Piccolo paese della provincia di Crotone, abbarbicato su una spaziosa collina circondata da uliveti, da schiere di ginestre, da fichi d’india e querce secolari.
Proseguendo si giunge, senza fatica, all’interno del centro abitato, nella piazza principale: Piazza Campo. Qui confluiscono tutte le strade più importanti del piccolo comune.
Accanto a questa si apre un’altra piazza di costruzione recente, al disotto della quale dimorano le botteghe artigiane e una sala convegni.

Per scoprire il resto del paese, bisogna affidarsi a qualcuno del luogo che sappia e conosca ciò che ancora l’uomo non ha deturpato. Trovata la guida e salendo verso “U Spirune”, la parte più antica, sulla sinistra si nota, imponente, l’antico Palazzo ducale ora Palazzo Comunale (in quanto sede degli uffici del Comune). Costruzione di notevole interesse storico-artistico risalente al XVII sec. Si ritiene sia stato realizzato dal Duca Nicolò Cortese nella seconda metà del 1600 e successivamente abitato da diverse famiglie: Cortese, Barberio-Toscano..., per ultimo dagli Anania e da questi poi venduto al Comune. L’impianto primitivo, centrato su un cortile rettangolare che ospitava un pozzo, era composto da tre piani, ma nell’800, l’ultimo, venne eliminato e con i materiali di risulta furono costruite alcune case ad esso adiacenti. Negli anni ’50 fu realizzata la torre con l’orologio. Negli anni ’60 venne interrato il pozzo del cortile. Tra il 1975 ed il 1980 fu ricostruito il tetto e si operò una diversa ripartizione degli spazi interni eliminando alcuni archi e motivi architettonici di valore. Oggi il palazzo si presenta con un assetto e con proporzioni notevolmente modificate rispetto alla sua “facies” originaria, a causa di numerose ristrutturazioni inappropriate. Tinteggiato di quarzo arancione ha perso ogni fascino. L’imponente portone sul quale torreggia lo stemma dei Cortese, ci introduce in una corte cementata, su cui si affacciano varie finestre e da cui partono due scalinate che conducono ai piani superiori. Il tutto abbandonato a se stesso.

Continuando a salire, si giunge nella parte vecchia di Verzino, dove, è ancora possibile ammirare case in pietra e calce, adornate da volte, strettissime stradine collegate da archi e, in una piccola piazzola, la Chiesa Madre.

Pochissime e contraddittorie sono le notizie sulla Chiesa di S. Maria Assunta. E’ una lapide, posta all’interno della stessa, a rivelarci che, nel 1686, il vescovo di Cerenzia e Cariati, il napoletano Mons. Gerolamo Barzellino, fece abbattere la vecchia chiesa, nata su un “alto e precipitoso clivo” ed edificare questa “in un luogo pianeggiante”. Per la nuova costruzione venne riutilizzato il materiale del tempio sacro demolito. Dopo i vari interventi di maldestra ristrutturazione (cordoli in cemento, intonaci, tinteggiature) susseguitisi nel corso degli anni, solo adesso, dopo un accurato restauro di circa 7 anni, la chiesa di S. Maria Assunta ha ritrovato l’antico splendore. Nel 1984 la Soprintendenza per i beni ambientali, architettonici ed artistici, ha riconosciuto il valore artistico-storico di questo monumento. La facciata in tufo, decorata da due portali di epoca posteriore, si affaccia su una piccola piazza. La pianta è abbastanza regolare e riconducibile all’impianto basilicale romanico. Il soffitto a capriate, totalmente in legno, contempla dall’alto, le tre navate divise da archi. Le due laterali presentano, nella parte finale, due cappelle con altari, uno in gesso, l’altro in pietra. La navata centrale ha un altare marmoreo dietro il quale la sagrestia ha preso il posto del coro. Il piano interrato, invece, ospita l’antico cimitero.

Usciti dalla chiesa, si scende nel centro del paese, per poi proseguire verso la parte alta “Serre Pinnute”, dove è possibile ammirare, sul lato destro del ponte che divide le due zone, una serie di grotte che, nella notte dei tempi, secondo alcuni, erano abitate dal popolo di Verzino.


( oasi fiumara Vitravo )

Ai confini del centro abitato la natura regna ancora sovrana; posti incantevoli da non dimenticare di visitare sono: la piccola oasi della fiumara Vitravo, ricca di verde e cascate d’acqua, il fiume di sale, le grotte carsiche. Queste ultime interessano un vasto territorio. Dalla relazione stilata da un gruppo di speleologi, apprendiamo la struttura interna delle grotte e i particolari e pittoreschi nomi assegnati alle varie “sale”. E’ stata battezzata La grotta dello Stige, la cavità iniziale che per prima incuriosisce il visitatore. “Attraversando la Sala del Fico (così chiamata per la presenza del fico all’ingresso della grotta) si giunge, attraverso un cunicolo, alla Sala della Cupola o dello Scudo (così detta per la forma a cupola che presenta la cavità e per la presenza nella volta di un’impronta a forma di scudo).

Una serie di laghetti, allo stato attuale attraversabili solo con canotto, immettono nella Galleria delle Marmette, laddove dei suggestivi specchi d’acqua e delle cascatelle portano alla Sala dell’Incontro dove vi è la confluenza di due ruscelli. Gli abitatori di queste grotte sono anch’essi interessanti dal punto di vista biologico, è stata vista un’anguilla nera, due tipi di pipistrelli, alcuni piccoli col petto bianco, una rana rossa, rara per queste latitudini”


CHIESA DI S. FRANCESCO



CHIESA DI S.CHIARA




CHIESA DEL CONVENTO O DI SAN BAGIO
Piccola chiesa quasi completamente rifatta in epoca moderna. Facciata con cuspide sagomata e piccolo stemma murato sul portale. Tetto a due spioventi. Interno ad aula con parte dell’intonaco asportato per portare a vista la struttura muraria in pietra con i fiori dell’impalcatura. Archi laterali all’altare maggiore e sguanci di finestre. Dell’annesso convento, trasformato in moderni appartamenti e parco macchine, nulla è rimasto che possa essere segnalato. La struttura muraria nelle parti a vista, mostra tecniche antiche di pietrame equilibrato ad intervalli regolari da strati di cotto e fori per le impalcature. Sulle pareti icone moderne di tipo bizantino.
( Chiesa el Convento o di San Biagio )












CHIESA MATRICE INTITOLATA A SANTA MARIA ASSUNTA (DETTA DI SAN VITO)
Facciata a capanna con spioventi, tre navate e campanile. Oculo centrale e due nicchie. Il portale maggiore in pietra, a timpano spezzato a racemi e fiorami in rilievo e due angiolini che reggono un panneggio. Ai lati le lesene sono scanalate con capitello a pulvino semplice modanato. La scritta in alto sul portale non è decifrabile ad occhio nudo, se non in parte. I due portali laterali sono più piccoli e dello stesso stile. L’interno si presenta a tre navate con copertura a capriate ad archi con strutture in pietra a vista.
( Chiesa Matrice a Santa Maria Assunta )















GROTTE CARSICHE


( grotte Carsiche )

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GASTRONOMIA

Le ricette
I cibi di un tempo erano semplici e poco elaborati. Le varie pietanze, prevalentemente a base di verdure, legumi, latticini e maiale, venivano versate in un unico piatto comune.
E, solo dopo che il padrone di casa aveva dato il proprio assenso, si poteva iniziare ad attingere da questa grande scodella posta al centro della tavola. I diversi gustosi cibi preparati dalle esperte massaie adornavano la tavola, però, solo di sera, quando stanco il contadino tornava dai campi, e di domenica quando, per santificare il giorno del Signore, si restava a casa e si andava a Messa. I restanti pasti, invece, consistenti nella “spisa”, venivano consumati tra i campi a suon di musica, di canti e di un buon vino. Per la preparazione di questi pranzi frugali si usavano, di solito, le conserve: salsicce, soppressate, lardo, sarde e peperoni salati ecc. I vari condimenti venivano riposti in un pane, naturalmente fatto in casa, scavato centralmente.

Pietanze:

U ‘mbullitu i porcu
Ingredienti: ossa di maiale, pomodoro, alloro, cipolle, pasta, formaggio pecorino.
Le ossa, scarnite, si mettono a bollire in abbondante acqua. Raggiunta l’ebollizione si schiuma il brodo e si aggiunge qualche pomodoro pelato, qualche foglia d’alloro, una cipolla. Cotto il brodo, vi si versa della pasta spezzata, precedentemente cotta a parte, e si lascia insaporire. Versato il tutto nei piatti, si cosparge di formaggio pecorino.

U frattu
Ingredienti: fave secche, cotenna di maiale.
Sbucciare e mettere a mollo le favi per una notte. Il giorno successivo si versano insieme con la cotenna di maiale fatta a pezzi nella “pignata” e si cuociono accanto alle braci. La cottura deve essere lenta. Alla fine si otterrà una crema che verrà versata sui crostini di pane.

U suffrittu du porcu
Ingredienti: carne di maiale, pepe rosso, foglie di alloro, fiori di finocchio, vino, sale, acqua quanto basta.
Tagliare a pezzetti la carne di maiale, preferibilmente la parte del collo, versare in una padella con un po’ d’acqua e fare soffriggere mescolando continuamente, cospargere di vino e poi farlo lentamente evaporare. Continuare la cottura aggiungendo qualche foglia d’alloro, pochi fiori di finocchio, sale e pepe rosso o peperoncino piccante.

‘A Fresa

Ingredienti: pancetta di maiale fresca o conservata, salsiccia, peperoni arrostiti, pane casereccio.
Dopo aver preparato la brace, si taglia un pane trasversalmente in due dischi, su di uno vengono versati i peperoni arrostiti e conditi con il sale, sull’altro si lascia gocciolare il condim ento che viene fuori dalla pancetta e dalla salsiccia infilati allo spiedo e cotti sulla brace. Affinché il pane si impregni del condimento, la salsiccia e la pancetta vengono compresse tra le due parti.

A minerra du vernu
Ingredienti: cavolo, patate, pepe nero, alloro, sale, olio, pezzetti di pancetta.
Lavare bene il cavolo, sbucciare un chilo di patate e tagliarle a pezzi, versare il tutto in una pentola con acqua e foglie di alloro e pezzi di pancetta e mettere a bollire sul fuoco. A fine cottura aggiungere il condimento: pepe, sale, olio.

A pitta ccu ri risimugli
Ingredienti: pasta lievitata, ciccioli, uova.
Stendere la pasta sulla spianatoia e con le dita lavorarla formando delle cavità. Versarvi sopra i ciccioli e le uova sguazzate. Unire gli orli e formare una ciambella. Mettere in una teglia ed infornare ad alta temperatura. Mangiare preferibilmente calda.

A pitta ccu ri sarde
Ingredienti: Pasta lievitata, sarde salate con peperoni rossi, olio.
Stendere la pasta sulla spianatoia, versarvi le sarde con i peperoni, l’olio. Amalgamare bene il tutto. Unire gli orli della pasta e chiuderli con le dita. Formare una ciambella e disporla su una teglia con olio. Infornare ad alta temperatura.

A ‘mpanata
Ingredienti: Pane, siero, ricotta
Mettere del pane tagliato a pezzetti in una zuppiera di legno. Versarvi sopra il siero caldo. Il siero che non è stato assorbito dal pane deve essere tolto e al suo posto viene aggiunta la ricotta.

U panicottellu
Ingredienti: pane, alloro, aglio, prezzemolo, sale, olio
Tagliare pezzetti di pane indurito e lasciare cuocere in poca acqua con qualche foglia di alloro, aglio, prezzemolo, sale, olio.

Ciciari e maccarruni
Ingredienti: ceci secchi, tagliatelle caserecce, pomodori pelati, prezzemolo, aglio, olio, sale.
Cuocere i ceci nella “pignata”, dopo averli tenuti a mollo una notte intera. Una volta cotti, condire con il sughetto di pomodoro precedentemente preparato, aggiungere le tagliatelle fatte in casa e lasciare insaporire il tutto a fuoco lento per alcuni minuti.
Versare nei piatti e cospargere di formaggio.

A pasta grattata
Ingredienti: farina, uova, sale, brodo o sugo di pomodoro.
Impastare mezzo chilo di farina, tre uova e un pizzico di sale. Ottenuto un impasto duro, grattugiarlo. Cuocere la pasta ottenuta nel brodo o nel sugo di pomodoro.

A pasta a ferretti
Ingredienti: farina di grano duro, uova, sale, acqua.
Sulla spianatoia setacciare la farina a fontana, nel centro rompere le uova e versare dell’acqua. Il composto deve risultare una pasta omogenea e compatta. Allungare la pasta fino a formare pezzetti di dieci centimetri circa, arrotolarli ad un ferro da calze e strofinarli sul tavolo formando dei fusilli. Sfilarli, stenderli su un canovaccio di canapa e lasciarli asciugare.
Condire con sugo di carne ed abbondante formaggio grattugiato o ricotta indurita.

A minerra cu cicorie o finocchi, patate e suraca
Ingredienti: cicoria o finocchi, fagioli, patate, sedano, sale, olio.
Cuocere la cicoria o i finocchi con le patate. A cottura ultimata aggiungere i fagioli cotti a parte e condire il tutto con olio e sale.

I piparogni salati cu felle i pimadori virdi
Nel periodo della luna calante, si raccolgono peperoni e pomodori verdi. Si puliscono, si tagliano a metà, si dispongono a strati in un tinello di legno o di terracotta. Si sparge sale grosso, aglio, fiori di finocchio e si continua fino a riempire il contenitore. Si coprono con un disco di legno e si premono con una pietra levigata e pesante. Quando si desidera mangiarli se ne prende la giusta quantità e vengono fritti con patate ed olive nere.

A carne ‘ncantarata
Ingredienti: cotenna di maiale, pezzi di carne, sale.
Disporre le cotenne e la carne di maiale non utilizzata per gli insaccati in un grosso tinello e cospargere di sale. Coprire con un canovaccio e tenere in luogo fresco. Verso la primavera si può dissalare la quantità voluta e cuocerla in un sugo di pomodoro aromatizzato.

Dolci:

I crustuli
Ingredienti: farina di grano duro, olio, vino, miele, buccia di mandarino.
Si mettono le parti liquide in una casseruola e si portano quasi ad ebollizione. Si toglie la pentola dal fuoco e si aggiunge la farina, tanto quanto l’impasto se ne prende, un po' di zucchero e un pizzico di sale. Il tutto si taglia a pezzi dai quali si ricavano bastoncini di 5 o 6 centimetri che, premuti sulla superficie di un cestello, assumono la forma di grossi gnocchi. Questi, poi, vengono fritti in olio abbondante e bollente. Ancora caldi si immergono nel miele e si aromatizzano con cannella, bucce di mandarino e di limone finemente tritate.

I cullurelli
Ingredienti: pasta lievitata, farina di grano tenero, olio
Si impasta la farina con la pasta lievitata, l’acqua e il sale, fino a farla diventare morbida e si lascia lievitare nuovamente per alcune ore. Appena pronta, si mette sul fuoco una grossissima padella con abbondante olio. Fatto bollente, vi si versano i grossi pezzi di pasta sciorinati in tante ciambelle.
Si mangiano caldi, volendo, spolverati di zucchero.

I petuli
Ingredienti: acqua, farina, uova, olio.
Sciogliere la farina nell’acqua e nell’uovo sguazzato. Formare una pastella e versare il composto a cucchiaiate nell’olio bollente formando delle leggere frittelle.

A scirubetta
Ingredienti: neve, “mosticotto”
Aggiungere alla neve granulosa del mosto cotto, girare bene e gustare nelle giornate più rigide.

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