
LO STEMMA
D’argento a tre monti di verde sostenenti un’aquila al naturale. Lo scudo sarà fregiato dalla corone di Comune.
ILGONFALONE
Drappo di colore azzurro riccamente ornato di ricami d’argento e caricato dello stemma sormontato dalla scritta “Comune di Umbriatico”. Le parti di metallo e i cordoni sono dorati. Cravatta e nastri ricolorati dai colori nazionali frangiati d’argento.
<< Torna indietro
Come un castello medievale, aggrappato all’estremità di un monte, sorge Umbriatico, sicuro asilo per tutti coloro che un tempo fuggivano dagli invasori o dai briganti.
Questo paese, vera e propria roccaforte, è collegato al mondo circostante da un imponente viadotto che conduce allo storico monte Tigano, dove i diversi ruderi ricordano i muri eretti da Annibale Barca e dai Bruzi (215 a.C.).
Umbriatico, “erede della città magno greca di Bristacia (700 a.C.) e della città vescovile di Paternum (431)”divenne la fortezza naturale dei Bruzi che si schierarono, a fianco di Annibale, contro i romani, sanguinari invasori.
Quando Annibale partì per Cartagine, i Romani distrussero le mura della fortezza ed entrarono in Umbriatico. Qui, saccheggiarono, violentarono, uccisero tutti senza distinzione e poi “abbandonarono i corpi agli avvoltoi. I resti vennero successivamente ammucchiati in fosse comuni, recentemente scoperte durante i lavori della strada provinciale 85”.
Dopo 419 anni dal momento in cui scomparve la Diocesi di Paternum, nel 1099, venne eletto ad Umbriatico il primo vescovo e fino al 1818 se ne successero almeno 65, tra i quali alcuni nativi di Umbriatico stessa.
Nel 1196 questo piccolo borgo venne coinvolto nella guerra tra Svevi e Normanni (in tale periodo si ridusse a 157 abitanti). “Un secolo dopo, scoppiata la guerra del Vespro (7 aprile 1282), Umbriatico che parteggiava per gli Angioini e per il Papa, venne interamente distrutta dagli Almugaveri di Ruggero di Lauria ed i superstiti si dispersero, tanto che, ancora nel 1335, il nuovo feudatario Michele de Cantono da Messina, consigliere della Magna Rota e familiare del Re, signore della città di Umbriatico, ottenne l’esenzione decennale dalle Collette Regie, affinché potesse così più facilmente persuadere i nuovi abitatori ed i dispersi a ripopolare Umbriatico”
Con le varie successioni scoppiarono terribili guerre dinastiche, come quella tra i Durazzeschi. E Umbriatico venne nuovamente rasa al suolo.
Alle varie guerre intestine, i primi di febbraio del 1783, si aggiunse un fortissimo terremoto che mise in fuga i pochi cittadini dell’abitato.
Nell’epoca del Risorgimento, ad Umbriatico, si diffuse la Carboneria e con essa la vendita carbonara. La città, così, venne punita dal Governo, che le tolse l’ultimo importante ufficio: la Pretura.
In tale periodo di grandi disordini, due illustri uomini di Umbriatico, Bruno Giuranna e Nicola Falcone, resero importanti servigi alla causa del Rinascimento. Mentre il primo, fintosi borbonico, ottenne la grazia per tanti eroi e patrioti del tempo, il secondo, Capitano della Guardia Nazionale di Napoli, fu tra i primi a rivolgere la sua arma e quella dei suoi subalterni contro i borbonici.
Nel momento in cui “la soldataglia ... sfondava le porte degli appartamenti e fucilava tutti quelli che riteneva colpevoli, arrivando persino a gettare i bambini in aria per farli cadere sulle baionette dei fucili fissati sul pavimento”, il suddetto Nicola Falcone componeva la famosa canzone “Balilla”.
Umbriatico, come ogni altro borgo della zona, riuscì a sopravvivere al brigantaggio, alle varie guerre e lotte intestine per arrivare ad essere il silenzioso ma affascinante paese di oggi.
Da dove deriva il nome Umbriatico?
Si pensa che il paese di Umbriatico risalga all’VIII secolo, periodo in cui il sito di Paternum venne ripopolato, grazie all’iniziativa del generale Niceforo Foca, dai popoli che giungevano dal Peloponneso e dall’Epiro settentrionale. Umbriatico, se si fa fede a quanto si legge nella Diatiposidi Leone VI il Sapienete (886-911), nacque con il nome di Euriàton, trasformandosi in Euruàton, corruzione del toponimo Bristacia, nel periodo di Alessio I Commeno. Dopo tale tempo, la città cambia il proprio nome in Euria, come si legge da un documento del monastero del Patire risalente al 1164.“In questo medesimo tempo però, il nome viene scritto anche come Euriàton ed Euriatico che, pronunciandosi nella fonetica bizantina Evriaticon o Ebriaticon, per la nota traformazione della v in b, dette luogo alla denominazione romanza Ebriatico, come si legge nel diploma di Riccardo Siniscalco del 1163...” E’così spiegata l’origine del nome Umbriatico.
Personaggi:
Giovanni Giuranna
Farmacista, nacque nel 1897. La sua fu una vita avventurosa. Emigrato negli Stati Uniti, combattè la prima guerra mondiale al seguito delle truppe statunitensi come volontario. I suoi meriti nel conflitto gli valsero la cittadinanza americana. Al rientro in Italia, nel 1921, divenne esperto nel preparare rimedi galenici nella farmacia del cugino, che gli era stata affidata in gestione. Morì nel 1981.
Amleto Spina
Visse agli inizi del 1900. Lasciò presto Umbriatico per esercitare l’avvocatura tra Roma e Milano
<< Torna indietro
Al tempo della Carboneria
Ecco cosa si narra a proposito delle particolari vendite carbonare: “A capo della vendita vi era un Giuranna. La vendita era situata in un vano tuttora esistente con l’entrata sul pianerottolo della scalinata della ... casa del Giuranna. Il covo stava al disotto della vendita. I soci avevano l’incarico di forgiare l’animo dei giovani a sentimenti di patriottismo, ed una volta riusciti a convincere qualcuno a far parte del movimento segreto, fissavano la seduta a notte inoltrata. Il giovane da ammettere veniva bendato dal socio che l’aveva preparato e che gli faceva percorrere, per un buon tratto, vie solitarie in modo che perdesse l’orientamento, infine lo accompagnava fino alla porta del covo. Appena entrati entrambi (socio e neofito), restavano fermi nel centro del vano, al lato di un tavolo coperto da un panno nero spiovente su cui stavano, ben visibili un Crocifisso, i Santi Evangeli e una testa di uomo che appariva recisa da poco e sanguinolenta. .....gli iscritti stavano nascosti in mantelli neri con cappuccio calato. A questo punto il capo, alla luce fioca delle lucerne, iniziava a parlare, sforzandosi di far capire al neofita quale fosse il compito della società, a quale rischio andasse incontro.... [infine domandava] al neofito se si sentisse in grado di sopportare la tortura senza rivelare il nome dei soci. Alla risposta affermativa ... il capo con tono contrariato soggiungeva: - No! questo ci tradirà....- A questa interrogazione uno degli astanti, con voce grave rispondeva: -E’ necessario ucciderlo..-...il giovane veniva liberato dalla benda e si trovava così di fronte a quel quadro terrificante. L’impressione che ne riceveva era indescrivibile: la sentenza di morte, la testa recisa sanguinolenta, gli incappucciati che avanzavano col pugnale sguainato ...Se il neofita restava impassibile ....la scena terminava e veniva abbracciato da tutti a viso scoperto. Se, al contrario, dimostrava paura, il capo gli faceva capire che non era abbastanza coraggioso e lo avvertiva ... a non fiatare” infine lo si bendava e lo si conduceva, dopo vari giri, nel posto da cui era stato prelevato. Naturalmente la testa sanguinolenta era un trucco.
Al tempo dei briganti
Ed ecco le due strane storie o leggende, raccontate nel libro “Sintesi della storia di Umbriatico”, legate alla famiglia dei Giuranna, protagonisti della storia di questo piccolo paese:“ Nel 1860, la banda del capo brigante Catalano, tentò di sequestrare Antonio Giuranna....Un brigante, spia, Pietro Falcone da Longobucco, alias Purgatorio, venne sorpreso nel tentativo di avvicinarsi ai lavoratori per accertare quanti fossero e se armati; all’intimazione improvvisa di Andrea Giuranna: “Parola d’ordine!”, questi si diede alla fuga e sparì. Ad un certo momento si vide la falda del cappello dietro una quercia ed Andrea disse al guardiano Marasco di far fuoco. Appena la palla sfiorò l’albero, il brigante, istintivamente si scostò dall’altro lato tanto da indurre l’Andrea a far fuoco a sua volta, ma senza esito letale, venne solo perforato il cappello del brigante che si diede alla fuga”. Dopo una grande sparatoria, il brigante rimase ferito e venne arrestato e condotto ad Umbriatico. Vantandosi Marasco, di aver ferito lui in persona il brigante, ebbe per merito la pensione vitalizia ed una medaglia d’oro, ma si attirò le ire dei briganti che, sorprendendolo in un luogo deserto, lo uccisero.
Ed infine l’altra storia
“un Caporale della mandria dei Giuranna...negò delle ricotte ai briganti... La sera seguente si recò di nuovo uno dei briganti chiedendo ancora 7 ricotte ... ma gli venne detto che le ricotte erano lì allineate sulla rotula, che esse stavano sulla bocca della scupetta (fucile).
A sera inoltrata piombarono d’improvviso 7 persone armate che spaventarono le donne che vi dormivano ...Entrati nel pagliaio e, dopo aver apostrofato il Caporal con le invettive che si possono immaginare, il capo ordinò ad uno dei briganti, di chiamare le donne. Mossosi per cercarle, non riuscì a vederne alcuna, ma frugando nella paglia di un pagliaio, gli venne nelle mani un piede e tiratolo fuori comparve una donna quasi tramortita.
E così vennero fuori tutte le altre, tutte tremanti e imploranti pietà. Il brigante che le aveva cercate tentò di rassicurarle ma, visto che non ci riusciva, si denudò il petto dicendo: -Vedete che sono anch’io una donna perciò non abbiate paura - Il capo brigante appena le vide domandò se il Caporale dava loro del latte. Alla risposta affermativa, questi aggiunse: -quest’uomo non vi ha dato neanche siero- poi rivoltosi al Caporale ordinò di dare alle donne ricotte e formaggio, aggiungendo: “Sappiamo che i tuoi padroni hanno dato ordine di dare ai briganti ciò che chiedessero e mentre tu dici di aver dato dei latticini, in verità tu non dai niente a nessuno e pensi solo per te!”. Dopo si rivolse alle donne dicendo di andare a dormire e stare tranquille. L’indomani prima dell’alba, il solito brigante... le destò di nuovo e appena furono alla presenza dei briganti, il capo disse loro: “Nel caccavo vi è abbastanza roba per mangiare”, e ciò dicendo si avviò unitamente agli altri e tutti insieme scomparvero nel bosco adiacente.
Entrate le donne nel pagliaio ed avvicinatesi al caccavo quasi titubanti, videro che nel siero, vi era il Caporale fatto a pezzi, bollito”
<< Torna indietro
Vriatichisella
Paisi chi mi hai affascinatu,
pe’ sti timpi e pe’ sti carafuni,
addavi tanta gente s’è salvata
riparannu ‘ntra sti muragnuni
pecchì sulu cà c’è simpatia
pecchì sulu cà c’è serietà
si veni a Vriaticu tu amicu miu
sicuru resterai imcatinatu
Vriatichisella cchiù bella di tia
cinanu aru munnu
ma non cume tia
Di tanti pizzi ca sunu venuti
na bella figliola sanu piatu
pecchì sulu cà c’è simpatia
pecchì sulu cà c’è serietà
si veni a Vriaticu tu amicu miu
sicuru resterai imcatinatu
(Testo rinvenuto da Rosetta Cerminara)
Versi umbriatichesi d’altri tempi
Questi canti, queste poesie, queste antiche nenie, per lunghi secoli hanno agitato i sentimenti dei nostri avi che con vero ardore e sentimento le intonavano:
Canti:
Canto d’amore
Ventu d’amure (Vento d’amore)
“Aieri sira passanno sutta sti mura
l’acqua e ru ventu
mi ci parramava
u ventu mi paria ventu d’amure
l’acqua mi paria acqua arrusata
e i troni ‘mbasciaturi
e i lampi gioia mia dolci allumati
a nive mi paria pratu di iuri
e ri rannine i cunfetti ammennulati”
Passando, ieri sera, sotto queste mura
dall’acqua ed dal vento
sono stata colpita
il vento mi sembrava vento d’amore
l’acqua mi sembrava acqua rosata
e i tuoni ambasciatori
ed i lampi gioia mia dolci illuminazioni
la neve mi sembrava un prato di fiori
e la grandine confetti con la mandorla
Canto augurale
Chi ti via nnu zitu (Che tu possa essere fidanzata)
Figliama bella
chi ti via nnu zitu
tutta Cutrone c’amo de ‘mmitare
i sonaturi venanu i Gaeta
I ballerini su napuletani” Figlia mia bella
ti auguro presto uno sposo
l’intera città di Crotone inviteremo
ed i suonatori verranno da Gaeta
mentre i ballerini saranno napoletani
Litania triste
Quannu nescivi iu (Quando nacqui io)
Quannu nescivi iu muriu la luce
fora aru scuru mamma mi fice
i pannizzelli mmii furunu i lana
e furu tessuti ccu malinconia
a culla ca mi c’ha ‘nninnava
era lignu di vruca e nun durmia.
Ia ara gghiesia pe me vattiare
e m’è mortu nu parrinu pi ra via.
Cada na petra grossa de lu campanaru
ed ammazza tutti i genti chi c’avia.
Quando nacqui io la luce andò via
fuori al buio mia mamma mi fece
i panni miei furono di lana
e furono tessuti con malinconia
la culla nella quale mi cullavano
era di legno e non mi faceva dormire
Mentre andavo in chiesa a battezzarmi
il padrino è morto per la strada
Cadde una grossa pietra dal campanile
ed uccise tutte le persone che vi erano sotto
Poesie:
Antiche poesie in lingua italiana
Ragazza sei piccina
tenera sei
cosa vuol dir l’amore ancora non sai
quando avrai gli anni miei
cosa vuol dire l’amore imparerai
Oh com’è bella la rosa
Oh com’è bella la rosa nei suoi tre colori
la regina dei fiori e dell’amor
sono i colori della terra natia
sono i colori dell’anima mia.
C’è il verde d’emblema dolce speranza
quando il fiore germogliò della costanza
c’è il bianco della fede
che per tanti anni è temprato nelle prove e negli affanni
c’è il rosso del mio amore
che arde, brilla, consuma e mai non muore.
Petali bianchi e rossi e verde stelo
che non vi colga mai brina né gelo
Siete i fiori della terra natia
siete i fiori dell’anima mia.
La strenna
A stu palazzu ca è a quattru spuntuni
regnare ci vonnu li patruni
Diu ti guarda sta cima di palma
sta rosa russa che teni ara banna
A questo palazzo che è formato da quattro angoli
che sempre vi regnino i padroni
Dio ti guardi questa cima di palma
questa rosa rossa che hai accanto
Poesie recitate dalla sig.ra Franceschina Greco di Umbriatico di anni 89
Canto delle donne all’addobbo del letto nuziale
E’ giunta l’ura (E giunta l’ora)
Sia lodatu Diu che è giunta l’ura
è giuntu lu stennardu e la bannera
mo ca si marita sta faccia de luna
ca de lu sule ne porta la sfera.
Ni porta lu garofalu ara canna
ca i centu miglia ti vena l’urduru.
Sia lodato Dio che è giunta l’ora
è giunto lo stendardo e la bandiera
adesso che si sposa questa faccia di luna
che del sole ne porta la sfera.
Porta il garofano sulla canna
così che da cento miglia arriva il profumo.
Canto religioso in onore di Gesù Bambino
U Bomminieddru
Quannu si lavava subitu la madonna lu vestia
la faccia e li manuzze li lavava
“Va duve S.Giuseppe anima mia”
e S.Giuseppe quannu lu vidia
“Bonu venutu lu figliu de Maria”
Serricedda a manu gli dunavu
e chi dduce serrare chi facia.
I pezzulilli chi cadianu ‘nterra
tutti signali e cruci ci facia
e S. Giuseppe chi l’addumannava
“Cchi nni facia di chistu amina mia”
Iddu rispuse cu dolce parrari
“Ccà subbra ha di spirare l’anima mia”
Appena si lavava la madonna subito lo vestiva
la faccia e le manine gli lavava
“Vai da S.Giuseppe anima mia”
e S.Giuseppe appena lo vedeva
“benvenuto il figlio di Maria”
Una sega a mano gli donò
e che dolce serrare che faceva
e S. Giuseppe che gli chiedeva
“Che cosa fai con questo anima mia”
Egli rispondeva con dolce parlare
“Qua sopra deve spirare l’Anima mia”
Canzoni recitate dalla sig.ra Giovannina Liotti di Umbriatico
Canto religioso in onore della Madonna del Carmelo
Grazie Madonna, cumu si potente,
ci ha fattu i grazzi e simu cuntenti,
grazie Madonna mia
nuvi sta iullata a facimmu e cu tia
Tu chiddi grazzi n’ha fattu assai
u mise i maju ti venimm’a truvari
E ccu tanta gente simu venuti a pedi nudi
t’amu fattu i vuti
simu venuti da luntanu a ti prigari
a Santa Duminica t’amu poltato.
rit. Viva Madonna Regina du cielu
viva a Madonna du monte Carmelo
Grazie Madonna, come sei potente,
hai fatto le grazie e siamo contenti,
grazie Madonna mia
noi questa giornata la facciamo con Te
Tu di grazie ne hai fatte tante
il mese di maggio Ti veniamo a trovate
E con tanta gente siamo venuti a piedi nudi
e abbiamo fatto i voti
siamo venuti da lontano a pregarti
a Santa Domenica Ti abbiamo portato.
rit. Viva Madonna Regina del cielo
viva la Madonna del monte Carmelo
<< Torna indietro
L'abitato, fatto di semplici case, è circondato dai resti di un'antica cinta muraria e conserva due porte doganali, nei pressi delle quali si trovano i rríderi di mulini ad acqua. A1 borgo si accede per mezzo di due ponti, uno sul Fermacolo e l'altro sul torrente Vono.
Al paese fanno da cornice diversi luoghi dove, in assoluta quiete, ritemprare lo spirito.
BASILICA DI SAN DONATO (MATRICE)
Difficile stabilire l'origine di questa antichissi¬ma chiesa con cripta, anche se le caratteristiche stilistiche la collocherebbero tra il X e il XII secolo (ci sono delle affinità con la cattedrale di Santa Severina). La presenza di un mattone in cotto con scritta in greco, su cui si legge la frase: «Tempio costruito da Teodor», ha fatto pensare a una sua edificazione databile addirittura al V secolo.
Sulla facciata con timpano si nota il portale in pietra, sormontato da un fastigio decorativo. Sulla destra il campanile a base quadrata in pietra a faccia vista. Nella parte alta di forma ottagonale, un orologio. A pianta basilicale, l'interno è a tre navate divise da archi in laterizi a sesto acuto. Questi sono sorretti da pilastri quadrati senza capitelli. Nelle pareti della navata centrale, che termina con un'abside romanica, si aprono sei monofore. L'ambiente è completamente spoglio, unico elemento decorativo sono due formelle romboidali a rilievo sopra gli archi della navata destra. Il soffitto è a capriate in legno. Nella basilica sono custodite una statua di Santa Filomena del Settecento e una statua della Madonna del Rosario con abito del XVIII secolo. Si segnalano, infine, un mezzobusto in argento di San Donato e la lapide funeraria della baro¬nessa Rachele Taccone Giuranna.
Da una porta laterale, si accede alla suggestiva cripta. L'ambiente, che si trova proprio sotto il transetto, ha pianta rettangolare a tre navate. È bellissimo il gioco delle 21 volte a crociera sorrette da 20 pilastri a parete e da 12 piccole colonne (originariamente erano 36) in stile dorico, ionico e corinzio. La cripta fu costruita su un antico tempio pagano risalente al 436, che era accessibile da tutti i lati, in quanto sorgeva, com'era d'uso in Grecia, al centro dell'acropoli su un monte di sabbia. Attorno al XVII secolo, divenne cappella
utilizzata dagli adepti alla Confraternita del Santo Rosario e nel pavimento fu scavata una fossa tombale per i confratelli. La cripta, nel corso della sua lunga esistenza, ha ospitato anche i sepolcri dei vescovi che si sono succeduti nella locale sede episcopale fino al 1818.
( Basilica di San Donato Matrice )
CHIESA DI SANTA MARIA
Situata nella località omonima, è una struttura a unica navata di fondazione incerta. Nella nicchia dell'abside semicilindrica si possono notare le tracce di un affresco settecentesco con la Madonna Incoronata.

( Chiesa di Santa Maria )
EREMITAGGIO DI SANTA DOMENICA
Edificio costruito nel bosco dai Vescovi di Umbriatico. Si recavano presso questo luogo, tutti i religiosi che intendevano pregare e fare penitenze. Ben presto l’edificio divenne un Santuario dedicato alla Vergine del Carmelo.
Nel momento in cui il vescovado di Umbriatico cessò, nessuno si recò più in questo luogo, così ben presto divenne un rudere. Solo i Giuranna, poi, decisero di comprarlo e di riportaro all’antico splendore. Ivi sono sepolti il vescovo Isidoro Leggio e il giovane Andrea Giuranna.
( Eremitaggio di Santa Domenica )
CHIESA DEL CARMINE
È ubicata nella frazione Perticaro ed è stata di recente ristrutturata.
PALAZZO GIURANNA
Il principale edificio del paese, attualmente sede del Comune, risale al XVIII secolo e si presenta su due livelli, con grande portale ad arco a tutto sesto scanalato e decorato alla chiave di volta. Il portale è inserito in una struttura avanzata, rivestita da bugne squadrate, su cui insiste un terrazzino con ringhiera in ferro battuto. Sulla facciata principale del palazzo è affissa una lapide commemorativa.
( Palazzo Giuranna )
PALAZZO VESCOVILE
L'edificio, un tempo di pertinenza della soppressa diocesi di Umbriatico, è oggi diviso tra più proprietari. Adiacente alla basilica di San Donato, si trova nella piazza principale del paese. La struttura è rimasta quasi inalterata e quindi ben riconoscibile. Da carteggi dell'antica diocesi il palazzo è ricordato perché nel 1682 era bisognevole di restauro.
CASA PANEBIANCO (GIÀ PALAZZO GIURANNA)
Si trova in piazza Olmo. Nell'edificio di epoca moderna sono stati inglobati alcuni elementi architettonici riconducibili alla costruzione originaria: un imponente portale e le scale di accesso a doppio ordine, in pietra.
CASINO DI SANTO STEFANO
L'antico casino si trova lungo la strada
Umbriatico-Crucoli. Di proprietà della famiglia Greco, è probabilmente da ricondurre al periodo greco-bizantino. Conserva una cappella votiva che pare facesse parte, in origine, di un complesso monastico. Secondo la tradizione, con l'avvento del culto latino fu distrutta l'icona della Madonna delle Grazie che venne sostituita con quella di San Donato.
LE PORTE-FORTINO
Sorgono alle estremità del paese. Sono due porte che fungevano al contempo da punto di guardia e da gabella doganale. La loro costruzione si fa risalire tra il XVI-XVII secolo. Esistono due porte fortino di origine medioevale. Una di queste è posta vicino al rione Castello, l’altra, alquanto malandata, è situata sul lato opposto. “Durante il periodo del brigantaggio, sulle torri del porte-fortino e sulle scannellature tra i dirupi, le sentinelle montavano la guardia. Ogni mezz’ora, dalla torretta della porta fortino del Castello, su ordine del graduato di turno del Corpo di guardia al lato della porta-fortino, partiva il grido: “Sentinella all’erta!”. E dai vari luoghi di guardia, attorno al paese l’uno dopo l’altro si rispondeva: “All’erta sto!” finché tale grido, facendo il giro della fortezza, giungeva al Corpo di guardia. Se il grido non compiva il giro, era segno che in qualche posto le guardie si erano addormentate o assentate per altra ragione e così si muoveva un drappello che ispezionava i posti di guardia. Con questo grido si intendeva tenere a distanza gli assalitori.”
L'accesso a sud (porta Canalicchio) fu ristrutturato alla fine degli anni Ottanta del Novecento. Dell'altra porta rimangono soltanto i ruderi (un muro fortificato addossato al nuovo ponte d'in¬gresso al paese).
( Le Porte Fortino )
RESTI DI MULINI AD ACQUA (FINE XIX SECOLO)
All'interno del perimetro murario è presente un numero considerevole di mulini ad acqua, i cui resti sono in ottimo stato di conservazione. Si trovano in prossimità delle fiumare Vono e Ilica, vicino alle porte di accesso al centro urbano.
( Resti di mulini ad acqua )
MONUMENTO AI CADUTI
Su una base marmorea è collocato un fante con una baionetta in mano. Una lapide ricorda I nomi dei caduti in guerra.
MONUMENTO A PADRE PIO
Opera dello scultore locale Riccardo Panebian¬co, la statua di Padre Pio è in marmo su base rivestita in pietra.
MURA E GROTTE DI TIGANO
La costruzione della cinta muraria fu attribuita da Giovanni Giuranna, storico locale, ai Cartaginesi e per questo motivo è anche indicata come "mura di Annibale". Edificata a difesa del territorio, si conserva solo a tratti. Nel perimetro segnato dalle mura sono visibili grotte adattate dall'uomo.
A Tigano è stata, inoltre, individuata una probabile piazza d'armi con serbatoio per l'acqua.
LOCALITA' MAZZAGULLO (area picnic)
Tavoli e panchine per picnic si trovano a cinque chilometri dal paese. L'area è circondata da pini marini, querce e lecci. Tra gli alberi i più fortunati potrebbero vedere saltellare simpatici scoiattoli.
LOCALITA' PESCAUDO (area picnic)
In posizione panoramica, con vista sul fiume Lipuda, si trova quest'area attrezzata-con tavoli e panche (2 km dall'abitato). Vicino c'è una riserva di cinghiali.
LAGHETTO ARTIFICIALE
Nella frazione Perticaro si può ammirare un suggestivo laghetto artificiale, nato quasi per caso da una diga costruita per deviare il corso di una strada interna.
( laghetto artificiale )
GROTTE DI FABRIZIO
Sul Monte Tigano esistono delle grotte alle quali è legata una particolare leggenda. Si narra infatti, che Annibale nascose il suo tesoro in uno di questi antri. Desiderando, poi, che qualcuno lo custodisse, chiamò un pastore bruzio di nome Fabrizio e gli chiese se intendeva essere il guardiano del tesoro, alla risposta affermativa di questi, Annibale lo uccise e lo seppellì con i propri averi. Si pensa che tuttora il tesoro dimori in qualche angolo di questo monte.
GROTTE DEI FARFARI
Nella rupe ai lati dell’affluente Nicà, sorge una particolare grotta detta dei farfari, cioè dei folletti. “La leggenda vuole che nella grotta abitassero i folletti, in lingua del tempo farfari, i quali si dedicavano a molestare i passanti, i lavoratori, ed in special modo quelli che si recavano al santuario [al disopra della grotta vi era un santuario dedicato a Santa Marina], col fare sparire di colpo gli animali che conducevano gli attrezzi di lavoro, le colazioni ecc., per farli ritrovare poi nello stesso luogo, dopo inutili e fastidiose ricerche. La santa, perduta la pazienza, decise di intervenire e così si presentò di colpo davanti all’entrata della grotta e con atteggiamento deciso alzò il braccio e tracciò il segno della Croce dicendo ad alta voce:- In nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo vi scaccio da questo luogo- I folletti non potendo uscire dalla porta così sbarrata, forzarono a tal punto la volta della grotta da praticare un foro da dove si dileguarono, foro che esiste ancora oggi e si continua a dire che a mezzanotte i folletti vi si adunano immancabilmente”.
PERTICARO
Alla distanza di 4 km da Umbriatico sorge Perticaro, frazione di questo storico luogo. La denominazione del nome Perticaro risale al tempo dei Greci, infatti furono i figli di Enotre e di Filottete, ad assegnare alla contrada tale nome che significa tutto lieto. Alla frazione si interessò Giovanni Giuranna, vi costruì una ridente palazzina ed indusse il Vescovo Faggiano a costrurvi il seminario estivo.
<< Torna indietro
Piatti tipici:
Tagliarini e ciciari
Preparazione dei tagliarini: Impastare la farina con le uova, amalgamare la pasta, stenderla con il mattarello sulla spianatoia e tagliarla a forma di tagliatelle sottilissime.
Mentre i tagliarini si asciugano, togliere i ceci posti a cuocere nella pignata accanto al fuoco e mescolarli al sugo di pomodori preparato anzitempo.
Cuocere i tagliarini in abbondante acqua salata bollente e condirli con i ceci.
Pane curu salatu
U salatu è una delle parti più grasse del maiale conservate sotto sale.
Dopo essere stato infilzato su uno spiedo, viene arrostito sulla brace e il sugo di cottura accuratamente raccolto su di un pane intero, tagliato in due dischi orizzontali.
Cavatielli
I cavatielli venivano preparati con un impasto di acqua e farina. Dopo che l’impasto si era ben amalgamato si facevano tante strisce di pasta e si arrotolavano con le mani. Tali lunghi serpentelli venivano poi tagliati a tocchetti e cavati leggermente con il dito.
Rimasuji ccu foglie
I rimasuji erano fatti con gli avanzi del maiale. Questi, una volta bolliti e salati, venivano messi in dei contenitori di vetro. Dopo qualche tempo venivano mangiati, di solito con verdura, in questo caso foglie di campo, per contrastare l’eccessivo grasso contenuto nella pietanza.
Pane e alive, pane e porro
Caratteristica pietanza del tempo era il pane accompagnato da ciò che il periodo stagionale forniva. Ottimi, il pane fatto in casa con le olive nere e il pane con il porro.
<< Torna indietro