Venerdi Santo
Processione Per Le Vie Del Paese


Domenica Ascensione
Festa della Madonna Di Vergadoro
Pellegrinaggio a Vergadoro

Seconda Domenica di Agosto
Festa della Madonna Delle Grazie
Processione e Festeggiamenti

Mese Di maggio
Festa della Madonna Della Sanità
Processione e Fiaccolata per le vie del Paese

Pasqua
Madonna di Vergadoro


Maggio
Festa della Sanità


15 Agosto
Madonna delle Grazie (patrona)


Luglio/Agosto
Estate strongolese


Dicembre
Presepe vivente



Strongoli


Strongoli



LO STEMMA
Stemma storico rilevato dal Volume 7010 dell'apprezzo onciario di Strongoli del 1741, conservato nel R. Archivio di Stato di Napoli usato ab antiquo dalla Citta' di Strongoli, riportato tal quale dall'Ughelli "Italia Sacra", Venezia 1721 (presso Sebastiano Coleti tomo VIII pag. 516) "Di argento, ai cinque monti conici fondati in punta, di verde, infiammati di rosso; col motto che leggesi nel suggello del detto onciario "URBS PETELIAE NUNC STRONGOLI". Motto che ricorda l'antica tradizione che Strongoli fosse Petelia dei Bruzi, ricordata da Virgilio

IL GONFALONE
Drappo di rosso riccamente ornato di ricami d’oro e caricato dello stemma con l’iscrizione centrata in oro recante la denominazione della città. Le parti di metallo e i cordoni sono dorati. Nella freccia è rappresentato lo stemma e sul gambo è inciso il nome. Cravatta con nastri ricolorati dai colori nazionali frangiati d’oro.


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STORIA


La storia di questo splendido paese collinare, adagiato su cinque colli e che ha una meravigliosa vista sul mare, è veramente singolare. Tutto comincia da una strana storia che vi racconteremo: si narra che, tra gli eroi greci partiti da Aulide contro Troia, ci fosse anche Filottete, figlio di Peante, il quale però, pare che, non riuscì mai a toccare il suolo troiano (qualche studioso è di diverso parere); alcuni dicono a causa del morso di un serpente sacro, che gli produsse una ferita emanante un così insopportabile fetore, tale da costringere i compagni ad abbandonarlo; secondo altri Filottete si sarebbe punto con una delle frecce avvelenate ricevute da Ercole morente e per questo (sempre per il fetore della ferita), sarebbe stato deportato a Lemno e quivi lasciato; altri ancora vorrebbero che, per l’odore nauseabondo, lo stesso sia stato sospinto su di una imbarcazione e poi abbandonato al suo destino. In tutte queste storie, intrise di leggenda e verità, colorate a volte con abbondanza di particolari, appare chiaro che l’eroe greco avesse toccato i lidi dello Ionio, fondando, tra le altre, durante le sue peregrinazioni, prima Macalla e poi la città di Petelia. Della prima, così chiamata forse per onorare Macaone, medico che guarì Filottete dalle ferite riportate, in mancanza di serie ricerche volte ad accertare e ad avvalorare le supposizioni e le credenze, non si riesce a stabilire l’esatta ubicazione, nè si riesce, nonostante il materiale rinvenuto anche in mare, a localizzare il tempio di Apollo cui si riferisce l’Alessandria di Licofrone. Sembra che la città dovesse essere ubicata nei pressi del casello Ferroviario 213, in contrada Tronga. Oggi il posto, a seguito della nuova toponomastica che vuole ricordare la grandezza del passato strongolese, si chiama per l’appunto Viale Macalla. Di Petelia, secondo la tradizione più accreditata da autorevoli storici come il senatore Orsi, il Bernabei ed il Viglieri, ed avvalorata da numerosi ritrovamenti archeologici, si dice che sarebbe stata fondata nel lontano 1185 a.C. e il suo nome pare volesse dire (secondo quanto sostiene l’abate Pacichelli), località libera ed esposta al sole. La sua fondazione, avrebbe dunque preceduto la colonizzazione greca vera e propria, che si fa risalire alla metà del secolo VIII e che, in un susseguirsi di tempo, avrebbe dato vita, a notevoli agglomerati come Crotone, Sibari, Reggio, Metaponto, Taranto per ricordare le più importanti, città che ben presto avrebbero imposto la loro egemonia sulle piccole comunità viciniori; tra queste c’è Petelia, che rimane assoggettata a Crotone fino al 440 circa, anno in cui la città di Pitagora cade in rovina sotto l’attacco e i continui conflitti con la rivale Reggio.
Di questa confusione approfittarono i Bruzi, popolo bellicoso e di stirpe italica, che cominciarono a premere sulle città italiote nel tentativo di soffocarle; e mentre Crotone resiste grazie all’aiuto di una guarnigione romana accorsa a presidiarla, Petelia invece soccombe sotto il dominio dell’invasore bruzio. Quando più tardi nel 278 a.C., la città cadde nelle mani di P.Valerio Levino, console romano, a differenza dei Bruzi tutti, che contrastarono sempre il dominio di Roma, Petelia si strinse a Roma con fede incrollabile. Inizia così un periodo di eroismo e di “quella fedeltà” che soltanto Petelia serbò a Roma nonostante le avversità; quando nel 208 a.C., Annibale dopo aver conquistato gran parte della Penisola, comandò ad Imilcone di portarsi con l’armata cartaginese sotto le mura di Petelia, i Petelini, sotto la guida di Marcello, console romano, subirono una disastrosa sconfitta e ingenti perdite in località Valle Cupa, dove è visibile la “pietra della battaglia” e dove pare rimase ucciso in campo lo stesso Marcello. Logorata dall’assedio cartaginese, Petelia, decise di inviare a Roma dei legati, capeggiati da Onata, per chiedere i rinforzi necessari e gli aiuti indispensabili. Ivi giunti e prontamente ricevuti dal Senato, esposero con toni accorati la loro disperata situazione, ma Roma, data la rovinosa condizione in cui versava, in seguito alla disfatta di Canne avvenuta il 2 Agosto del 216, non poté venire loro in aiuto; sciolse Petelia dal giuramento di fede, lasciando gli abitanti della stessa liberi di decidere sul da farsi. Perduta ogni speranza di aiuto e ormai tornati in città, i legati petelini convocarono il Consiglio, nel corso del quale la maggioranza decise la resistenza ad oltranza al nemico. Furono allontanati dalla città i vecchi, gli ammalati, i bambini (sembra che in quell’occasione coloro che riuscirono a sfuggire all’assedio, riparassero nel territorio dell’attuale Petilia Policastro - pare che proprio da questo evento derivi la prima parte del nome della città). Petelia si strinse sotto l’assedio, la forza della disperazione moltiplicò il coraggio e la tenacia degli abitanti, sopraffatti nel contempo da malattie e costretti dalla fame a cibarsi, in mancanza d’altro, di cortecce di alberi e carogne di animali. Dopo 11 mesi di assedio, i petelini, ormai stremati, affinchè Annibale non potesse gloriarsi di averli conquistati, diedero alle fiamme quel che della città era rimasto. “ Col grido di Roma o morte solo una città bruzia poteva per fedeltà preferire la morte”; così scrive Richelmo da Cerzeto in Leggende e Racconti Calabresi, ed ancora: “Petelia! Non esiste più pietra su pietra, ma alta rifulge nella gloria! Rifiutò la vita per vivere in eterno! Dopo 11 mesi di assedio e blocco, cadde di per sè stessa morta! Il nemico conquistò un sepolcro!”. Terminata la guerra in Italia, Roma, non dimenticando la fedeltà e il sacrificio di Petelia, la dichiarò libera e federata, riconoscendole il diritto di monetazione. Petelia fu, fra le città del litorale, la sola a sopravvivere anche alla decadenza di Crotone e fu, nei primi due secoli dopo Cristo, municipio romano. La continuità della vita della valorosa città è dimostrata dai numerosi e continui ritrovamenti archeologici.

Con la venuta di Carlo Magno nel secolo VI, l’Italia si trovò suddivisa in tre parti: l’Italia Settentrionale con i Franchi, la centrale sotto il dominio della Chiesa e la Meridionale sotto la dominazione bizantina. A partire da questo periodo, la città, sotto il regno di Giustiniano, comincia ad essere indicata con il nome di Strongoli, dalla forma circolare del castello, dal greco Stroggulos, Stròngulos appunto rotondo.

Nei secoli seguenti, il territorio cittadino fu oggetto di contesa da parte di Franchi, Alemanni, Longobardi, Bizantini, e da ultimo dovette anche subire devastazioni e violenze ad opera dei Saraceni.
Intanto, nel secolo XI i Normanni, sconfiggendo i Longobardi, i Bizantini e gli Arabi, conquistarono l’Italia Meridionale, formando un unico regno con la Sicilia, e Strongoli viene concessa come feudo ai Sanseverino. Segue un periodo caratterizzato da alterne vicende e sommosse popolari contro gli abusi feudali, durante il quale feudatari Angioini ed Aragonesi si alternano nel governo della città; signori di Strongoli saranno i Carafa, i Bisignano, i Campitelli, i Pignatelli e i Giunti. E’ nel 1806 che riaffiora la tenacia ed il coraggio di questo popolo. Fu proprio in quell’anno che gli abitanti di Strongoli, inferociti per i lunghi oltraggi all’onore subìti dagli spavaldi francesi, imprigionarono alcuni di essi e li massacrarono nella pubblica piazza, uno al giorno. Un gesto questo che la città pagò duramente, poichè l’anno successivo i francesi, la saccheggiarono e la bruciarono. Con la restaurazione del Regno Borbonico, Strongoli passò, nel 1816, dalla provincia di Cosenza a quella di Catanzaro e nel 1860 confluì con il suddetto regno nell’Italia unita.

Più tardi nel 1919 Strongoli, reduce dalla prima guerra mondiale, accettò in un primo tempo il Fascismo, poichè in esso rivide il volto di Roma Eterna e nel cuore dei suoi figli ancora viva era quella fede che fece dei padri petelini l’esempio tipico della fedeltà e dell’eroismo. Presto però il movimento mutò fisionomia politica, trasformandosi in partito totalitario e trascinando l’Italia intera nel secondo conflitto mondiale. La grandezza di questo straordinario e coraggioso paese continua a riflettersi, ancora oggi, nelle opere dei suoi più illustri figli e ne fa a distanza di tempo un luogo di “ veri artisti”.


Personaggi

Ogni terra ricorda i suoi figli più illustri. E’ doveroso far risplendere chi, nei secoli, si è distinto per elevate qualità personali. Uomini valorosi che hanno dedicato tutta la loro vita, con amore e pazienza, all’arte, agli studi, alle lettere, personalità che hanno dato lustro e vanto ai luoghi d’origine. Uomini con un profondo sentimento di appartenenza alla loro terra natale, impegnati in prima linea o dietro le quinte, ma sempre uomini “locali”, che testimoniano l’importanza e il ruolo notevole della cultura autoctona.

S. Antero Papa e martire
Nato a Strongoli, impegnato nella lotta contro il manicheismo, Pontefice della Santa Romana Chiesa solo dal Novembre 235 al 3 Gennaio 236, giorno in cui gli viene mozzato il capo per ordine dell’imperatore Massimino. Le sue spoglie, dopo numerose traversie, sono ora venerate a Napoli nella Basilica di S.Maria della Sanità.

Leonardo Vinci
Celebre compositore, nacque a Strongoli nel 1690. Giovanissimo fu mandato a Napoli alla scuola di musica dei Poveri di Gesù Cristo, dove ebbe come maestro il famoso contrappuntista Gaetano Greco. La sua opera di maggior pregio è considerata l’Ifigenìa in Tauride, rappresentata nel 1725 a Venezia. Morì a Napoli nel 1730, pare avvelenato da un parente di una ragazza con cui il musicista amoreggiava contrastato.

Mons. Francesco Tesorieri
Insigne sacerdote e patriota fervente, nacque a Strongoli il 20 Novembre 1839. Oratore eccellente, viene ricordato per le sue doti d'ingegno e di cuore. La sua vita fu tutta intessuta di bontà e di studi. Morì a Strongoli, compianto da tutti, il 18 Gennaio 1908.

Biagio Miraglia
Conobbe i natali a Strongoli il 15 Gennaio 1823. Fulgida bandiera e luminosa figura del suo tempo, spirito ribelle ad ogni costrizione, si associò alla Giovane Italia nella setta che faceva capo al calabrese Benedetto Musolino. Incarcerato più volte, eroico combattente con Garibaldi a Velletri e Palestina, direttore de “ L’Italiano delle Calabrie” e più tardi del giornale della Calabria “Monitore Ufficiale”, segretario del Cavour nel 1858, prefetto a Pisa e poi a Bari dal 1881 al 1883. Patriota, poeta e scrittore egregio, chiuse la sua vita terrena il 1° Aprile 1885 a Firenze, dove è sepolto nel cimitero di Monte alle croci.

Giuseppe Pelaggi
Nacque a Strongoli il 30 Gennaio del 1843 e morì il 30 Marzo del 1920. Fu medico valoroso, apprezzato anche fuori dai confini regionali; si racconta, infatti, che l’illustre clinico napoletano Cardarelli rimproverava spesso i suoi numerosi pazienti calabresi, invitandoli a farsi curare dal “valente” collega Giuseppe Pelaggi. Fervida la sua attività scientifica recensita favorevolmente dalla stampa qualificata nazionale ed estera.

Odoardo Squillace
Nato a Strongoli il 21 Giugno 1847. Famoso avvocato e pubblico amministratore di costumi rigidi, spezzò molte spade per l’epuramento del nostro mondo amministrativo provinciale, determinando la famosa inchiesta “Chiericati” e quindi il duplice scioglimento provinciale. Democratico di buona marca, mise le sue idee al servizio del paese, senza mai nulla chiedere e sempre tutto donando. Nei suoi 56 anni di vita, fu deputato provinciale e Presidente del Consiglio provinciale di Catanzaro, nonchè Presidente del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Catanzaro, cui lasciò la sua ricca biblioteca giuridica.

Cesare Trombetta
Nacque a Strongoli nel 1885, nella stessa casa dove, molti anni prima era nato Biagio Miraglia. A soli 22 anni si laureò in medicina, fu medico condotto in Umbriatico e in Melissa e, nel 1886, si trasferì in Strongoli, dove fu anche farmacista. Nel periodo 1889-1910, fu Ispettore Onorario dei monumenti e degli scavi di antichità per il mandamento di Strongoli. Colpito da attacco di uricemia, morì il 14 Marzo 1910.


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TRADIZIONI


Nessuno ha mai potuto imbrigliare il cuore e spegnere in esso il grande sentimento che vi dimora e che nasce in tutti gli esseri viventi: l’amore. Da sempre questa fiamma accompagna la nostra vita, rendendola vera e meravigliosamente unica, anche un tempo era così, bastava uno sguardo tra due giovinetti a far scoccare la divampante scintilla. Da quel primo guardarsi i due giovani percorrevano tanta strada fino a giungere al giorno fatidico, al giorno nel quale avrebbero detto di sì davanti a Dio per tutta la vita. Il cerimoniale precedente a quel giorno era abbastanza complicato, fatto di rituali e usanze, a volte tribali, segno di un rispetto reciproco tra le famiglie che di lì a breve avrebbero dovuto stringere rapporti di parentela, per poi vivere insieme tutti gli avvenimenti, anche quelli più dolorosi, dell’esistenza terrena.

Il Matrimonio
Solitamente tre giorni prima della celebrazione del matrimonio, dopo aver arredato la casa degli sposi, si invitavano parenti ed amici, esclusi gli sposi (che non dovevano essere assolutamente presenti), e si “parava il letto”. Il talamo nuziale veniva addobbato con “il completo della prima notte”, lenzuola e coperta di organza o altri tessuti pregiati. Tutto il resto del corredo veniva poi sistemato con dei fiocchi ed esposto in maniera tale che i presenti, soprattutto i parenti dello sposo, potessero ammirarne la bellezza. Accadeva così che alcuni fidanzamenti si rompevano, proprio in questo giorno, a causa dei litigi che insorgevano tra le due consuocere a proposito della qualità e quantità del corredo.
Il giorno del matrimonio, all'alba, gli sposi accompagnati da una parente (la sposa non poteva stare da sola con lo sposo prima del matrimonio), si recavano in chiesa per confessarsi. Dopodichè, ritornati nelle rispettive case, la madre dello sposo mandava alla sposa una cesta, contenente l’abito nuziale e gli altri accessori, mentre la madre della sposa mandava allo sposo una cesta contenente sei o dodici fazzoletti, la camicia, la cravatta e gli indumenti intimi. Concluso questo rito, gli sposi si recavano in chiesa a piedi, a mo’ di corteo, con gli invitati e i “compari d’anelli” - testimoni - che secondo l’usanza del paese, avrebbero poi dovuto battezzare il primogenito. Mentre sfilavano per le vie del paese, le conoscenti, in segno di augurio lanciavano riso, “cugghjandri”(confetti) e caramelle. Dopo la cerimonia, le famiglie degli sposi offrivano il banchetto nuziale agli invitati. I piatti preparati erano: pasta chjna, capretto della festa, polpette e tantissimi altri contorni. Al termine del pranzo si offrivano biscotti, dolci ed inebrianti liquori, tutti fatti in casa.
Dopo il matrimonio la sposa non poteva uscire di casa per sette giorni, fino alla domenica successiva, quando, indossando un abito appositamente regalatole dalla suocera, si recava con lo sposo in chiesa per la messa domenicale.

A Fujitina
Quello di cui si è precedentemente parlato era il matrimonio classico, c’era, però, anche il matrimonio celebrato in tutta fretta in chiesa di buon mattino o a tarda sera, senza alcuna pompa magna e senza l’abito bianco. Questa cerimonia era la conseguenza della celebre “fujitina”; si trattava di coppie di fidanzati che, non avendo mai ricevuto il consenso al matrimonio da parte di una o entrambe le famiglie, decidevano di "fuggire”. Tale atto costituiva un oltraggio alla onorabilità delle famiglie per le quali, al ritorno dei fuggiaschi, non c’era altro da fare che ricorrere al matrimonio “riparatore”. La coppia, così trionfante, convolava a nozze, vincendo l’odio dei genitori dissenzienti, odio che andava via via scemando, fino ad arrivare al perdono definitivo con la nascita del primo nipotino.

I jorni cuntati
Nel mese di Dicembre di ogni anno si ripeteva (ancora oggi si ascolta qualche vecchietto che ne parla) una tradizione, cosiddetta dei “jorni cuntati”, in base alla quale il quattordici cominciavano i jorni cuntati con termine al venticinque dello stesso mese. Ad ogni giornata si faceva corrispondere un mese - al quattordici il mese di Gennaio, al quindici Febbraio, e così continuando - convinti che le stesse condizioni metereologiche della giornata “contata” si sarebbero verificate nel mese corrispondente dell’anno che stava per venire: asciutto, piovoso, ventoso, caldo. C’era anche chi (sembra fossero in tanti), ne prendeva nota sul calendario, e andava poi a controllare se i giorni contati rispondessero a verità.

Santa Lucia
La giornata del tredici dicembre, ricorrenza della Santa protettrice degli occhi, era un giorno particolare per il quale, nell’attesa, si preparava “u ranu i Santa Lucia”, consistente in del grano che, tenuto a bagno per tre giorni, al mattino della vigilia, si bolliva. Ben cotto e freddato, si condiva con mosto-cotto ed era pronto da mangiare. C’era chi ne preparava in abbondanza, per chi non aveva avuto la possibilità di farlo, o per portarlo a parenti ed amici, ai quali se ne dava “na vrodera”(normale tazza piena di grano cotto). Questa consuetudine, che si mantiene intatta ancora oggi, serviva nella tradizione popolare, ad ingraziarsi la benevolenza della santa.

“U Cummitu”
Il diciannove Marzo di ogni anno, in occasione della festa di San Giuseppe, alcune famiglie benestanti, in segno di devozione al santo o ex voto e per “rinfrescare” le anime dei defunti, preparavano un piatto caldo a base di legumi e baccalà da offrire a dodici poveri, che rappresentavano i 12 Apostoli. Il pasto era servito a piedi nudi dalla padrona di casa, che in tal modo, spogliandosi “metaforicamente” di tutti i suoi averi, come Gesù, si metteva al servizio dei più bisognosi. Agli invitati, prima di andare via, veniva offerto il tradizionale “cucceddatu”.

“La Via Crucis”
In tutti i centri del marchesato, è tradizione celebrare il Venerdì Santo, una Via Crucis per le vie del paese. Quella che si svolge a Strongoli è veramente singolare ed a tratti folkloristica. La Processione parte la mattina presto dalla chiesa di Santa Maria delle Grazie. Apre il corteo lo stendardo del senato romano con la scritta S.P.Q.R., segue la statua dell’Ecce Homo, la croce con i Giudei, portata a turno dai fedeli, ex voto, con il caratteristico passo “avant’arreta”, la bara di Gesù e la Madonna Addolorata. Dietro la bara e la statua dell’Addolorata, gruppi di donne ed uomini intonano “il lamento”, un antico canto dialettale con il quale si esprime il dolore per la morte di Gesù. La Via Crucis si snoda per le vie del paese, ed ad ogni chiesa od altarolo viene rievocata la caduta di Gesù sotto la croce. Nel pomeriggio, quando
il corteo arriva in cattedrale, viene celebrata la cosiddetta “Messa alla Rovescia”, una messa priva di alcune parti, caratterizzata dall’adorazione della croce, dall’omelia sulla figura dell’Ecce Homo, sul significato della Croce di Cristo e sulla Madre di Dio, che, affranta dal dolore per la morte del Figlio, viene chiamata, al termine della funzione, dal Parroco, per riprendersi le spoglie del figlio morto. La chiamata della Madonna è scandita dal suono della tromba. IL corteo, quindi, prosegue per ritornare a Santa Maria delle Grazie.

“Il Lutto”
La perdita di una persona cara è sempre un evento drammatico, ma l’antico modo di esternarlo faceva venire i brividi. Alla morte del congiunto seguivano delle grida strazianti che facevano accorrere i vicini, poi si procedeva alla vestizione del defunto che, sistemato nella bara, veniva vegliato durante la notte dai parenti, dagli amici e, per spontanea iniziativa o per chiamata, da donne specializzate nel piangere sul cadavere che, strappandosi i capelli, esaltavano con cupe cantilene, i meriti del defunto. Inoltre si divideva un pane in quattro parti e lo si distribuiva ai bambini del rione - quest’offerta serviva a fare calmare i “quattro cani della caninea”- che così lasciavano passare l’anima del defunto. Sul comodino del caro estinto si accendeva una lampada, preparata con acqua ed olio, e su di un piatto veniva messo un bicchiere d’acqua ed una fetta di pane affinché il defunto potesse mangiare e bere quando ne avesse voglia. Nella bara, sotto il braccio del morto, si sistemava un asciugamano bianco e pulito, in maniera tale che dopo aver attraversato faticosamente il Giordano, questi potesse asciugarsi e presentarsi degnamente al giudizio di Dio. Nei giorni successivi, tutti gli arredi interni con specchi venivano coperti con tele scure, le donne della famiglia vestivano di nero per periodi lunghissimi, gli uomini non tagliavano la barba ed indossavano una cravatta ed una fascia nera in segno di lutto per un mese. Se la morte aveva portato via il capofamiglia, la moglie si scioglieva i capelli, si sedeva per terra e restava così per un mese. Durante il periodo del “lutto stretto” non si cucinava ed al vitto provvedevano parenti ed amici che portavano “u cunsulu”, pasto a base di brodo e cibi semplici. Affinché tutti sapessero del grave dolore che aveva colpito la famiglia, sull’uscio di casa veniva attaccata un drappo nero, che vi rimaneva fino a quando acqua, sole e vento non lo avessero ridotto a brandelli.

“Il pane dei Morti”
Un’usanza ancora oggi ripetuta, è l’offerta del “paniceddru dei morti” in occasione della ricorrenza dei defunti. Ogni famiglia, infatti, in quest’occasione, per “rinfrescare” l’anima dei propri defunti, offre ai più poveri un pane o un piatto caldo per ogni caro estinto, recitando, però, prima di consegnarlo, alcune preghiere per l’anima del defunto.

Costume tipico di Strongoli
Il costume popolare di Strongoli risale alla metà del settecento ed è composto da una camicia di orletta con corpetto di damasco o di velluto nero, un cammisotto di londrino, uno scollino di seta, una o più sottane, una gonna di damasco alla carmelitana, un ‘faldale’ di seta o di taffetà turchina - indicato nell’ottocento come mantesino - e uno scialle di seta che adornava le spalle


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LA LINGUA


Passeggiando per le viuzze di ogni paese, è possibile ascoltare storie inedite ed incontrare soggetti particolarmente “protagonisti” come il nostro caro.....

“ U Personaggiu”
“Sugnu nu personaggiu!”
diciva, quanni campava
nu massaru i chiri tempi
a figghj, niputi e da parenti.

“Sa fumava veramenti!”
dicini ancora mò amici e canuscenti
chi du massaru u ss’ani scordati i nenti.

Era d’agutu e spaddrutu
com’Erculu forzutu
na sarcina i ligni
ccu nna mana si mpesava
e nnu quintalu i ranu
ccu l’atra si carricava.

Quann’i da terra si ricogghiva ncavaddri
arrisimigghijava da Giuseppe Garibaldi
ccu chiru scoddrinu a ru coddru attaccatu
ca sempi i suduri era mzuppatu.
Sapiva cantari, a chitarra sonari
diciva battuti ca ti faciva scialari,
paroli ca sul’iddru sapiva gnermitari:
trippera, pizzicarula
guzzareddru, menzaluru.
U massaru era probbia nu spassu!!
aviva n’occhju furbu e malantrinu
c’a cchini vidiva, annavota u pittava da ppuntinu.

Quanti n’ha cumminati,
prim’i d’essiri nsuratu!
Cuntava sempi ca ra serva i du spezzialu
na sira, ntu magazzenu a voliva d’abbrazzari
e fuja i ccà e fuia i ddrà
i tanti ca sa spagnati
a povira serva a na giarra i d’olivi ha ntruzzatu
a giarra s’ha rutti, u magazzenu s’ha d’allagatu
e ppi tutta a notta a serva e ru massaru
acqua ed olivi ani voti straqquari.

Cuntava ppuri ca nu jornu
na fatt’i pani ha boluti mpastari
ma a levatina sa jiutu a scordari.
Quanni ntu furnu i pani ha mpurnati
nu sulu panu ani diventati
e di tanti ca s’erini ntostati
u furnu ha boti rumpiri a picunijati.

Ottant’ott’anni, ... nsaluta ha campati
a bbuji vi para nnenti!
nta tutti s’anni u massaru
i tutti i culuri n’ha passati
doppi ca ranniceddru sa nsuratu.
A terra, a robba, a vita
furtuna u cci nn’ani portati,
ma iddru u ssa mmai accorati
a vita ccussì comi cc’ha benuti
si l’ha sempi pijata.

Dignitusu ccu ri genti sa mmustratu
i di fatti i l’atri u ssi nn’ha mai mpicciatu,
mai a nuddru ha fatti nu tortu
si l’ha colutu puri ccu ru cchjù stortu.

Ccu ra cuscienza a ppostu
all’età i d’ottant’ott’anni iddru è mortu
e d’ha lassati ditti paroli saggi:
“ricordativillu, quanni mora ru sottoscrittu
mora nu personaggiu!!!”.
( Giuseppina Bisognano )


Giochi:

Giocare a Strongoli
Ogni epoca ha i suoi giochi. Oggi i bambini si divertono con giochi elettronici e bambole che camminano e parlano, i nostri nonni, invece, non avevano tanti giocattoli, però si divertivano lo stesso, inventando e spesso creando con le proprie mani i loro passatempi. Un pezzo di legno, una pietra, una bambola di pezza, o un semplice foglio di carta, tutto poteva diventare gioco. Ecco come si divertivano tanti anni fa.

A mazza e ra schijja
La mazza era costituita da un pezzo di legno di circa 70 cm, la “schijja” era un piccolo cilindro di legno, appuntito da ambo i lati. Il gioco si svolgeva tra due giocatori che, partendo da una posizione prestabilita, dovevano arrivare alla meta colpendo la schijja con la mazza, facendola quindi rimbalzare in avanti. Chi non riusciva a far rimbalzare la schijja, doveva portare in groppa l’altro giocatore fino al punto in cui questi era riuscito a far rimbalzare la sua schijja.

U strummu (trottola)
Uno dei giocattoli preferiti dai nostri nonni era la trottola, costruita con legno di faggio oppure d’ulivo, terminante con un chiodo arrotondato. Molti erano i giochi che con essa si potevano fare, uno in particolare, da ricordare per la singolarità, veniva chiamato “a ragari”. Il gioco si svolgeva con più giocatori, e consisteva nel colpire e far “arragare” (avanzare) con la propria trottola quella dell’avversario. Si contrassegnavano con due cerchi il punto di partenza ed il punto d’arrivo, dopodichè, si decideva a sorte chi avrebbe dovuto collocare per primo la trottola a terra, in modo che gli altri, a turno, la potessero colpire. Colui che, colpendo la trottola a terra, non riusciva a colpirla o a spostarla, doveva posizionare il suo "strummu" a terra e quindi farsi colpire dagli altri. Chi arrivava all’altro cerchio in questa posizione doveva pagare la penitenza, che consisteva in dieci colpi di chiodo sulla trottola.

A ri stacci
Gioco questo molto simile all’odierno gioco delle bocce. Gli stracci erano pietre che venivano tirate dai giocatori da una certa distanza, in modo da avvicinarsi ad un pallino (una pietra più piccola), vinceva chi vi si avvicinava di più.

A ri cuticchij
Questo gioco, che richiedeva una certa abilità, era praticato per lo più dalle bambine. Giocare era semplice, bastavano cinque sassolini, di cui quattro si buttavano su di un piano - tavolo, gradino - e uno restava nella mano destra, lanciato in aria e raccolto, la prima volta, contestualmente con un sassolino posto a terra, la seconda con due, poi tre ed infine tutti e quattro. Chi sbagliava perdeva il turno e i punti.


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DA VISITARE



Le Chiese
L’uomo di oggi ripete e calca l’uomo di ieri, vive le sue stesse ansie, i suoi timori, sente le sue stesse gioie e consolazioni, vive gli stessi momenti di paure e di speranze. L’uomo che ieri, in segno di omaggio al Creatore, ha innalzato splendide chiese e monumentali luoghi di preghiera, è lo stesso che costruisce chiese ed eremi ancora oggi, luoghi in cui lo spirito trova la sua pace, isolati o, anche se nelle piazze, lontani dal grigiore del mondo fatto di affanni e preoccupazioni. La fede, il sentimento religioso, ciò che da sempre ha affannato le menti migliori alla ricerca della verità. L’anelito religioso è ciò che conduce l’uomo alla scoperta di se stesso, a quei valori unici ed immutabili nei secoli. Chiese, santuari, meraviglie per gli occhi e per lo spirito, da rispettare e da amare, per conservarle ancora così belle a chi verrà dopo di noi.

LA CATTEDRALE
Antica sede vescovile, la cattedrale ha un elevato valore storico, culturale e artistico. Conserva ancora oggi un impianto basilicale di tipo romanico anche se i numerosi interventi, eseguiti in tempi diversi, hanno lasciato alla chiesa un aspetto tardo rinascimentale. Le sue origini si fanno risalire ad un’epoca precedente il 900. Infatti, da documenti storici risulta che tra i 18 vescovadi distrutti dai saraceni tra il 460 ed il 1000 vi fosse anche il vescovado di Strongoli.
L’interno è a tre navate con cappelle laterali. La decorazione murale, in cui dominano il verde e l'azzurro cupo, è dipinta a losanghe colorate e croci di gusto orientale. Di particolare valore affreschi, arredi e dipinti: lo stemma del vescovo Morelli, tele della scuola di Mattia Preti, altari di marmo. In passato, sul fronte della cattedrale, era possibile ammirare le Chiavi di San Pietro e la Spada di San Paolo. Sempre al suo interno sono conservate quattro lapidi marmoree e su una di esse è inscritto il testamento di Magno Megonio, patrono municipale, con il quale la Repubblica Petelina riceveva in eredità un capitale di 10 mila sesterzi, un predio, una vigna e parte di un fondo.


( la Cattedrale )


SANTA MARIA DELLE GRAZIE
La sua prima fondazione si fa risalire al 1300. La chiesa, denominata Santa Maria de Planètis o Santa Maria Vecchia per distinguerla da quella attuale, insieme al convento, eretto per i terziari regolari di San Francesco, sorgeva fuori dall’abitato, nella località Pianette. Intorno al 1500 fu ricostruita tra le mura della città, in località Motta. Architettonicamente si presenta con facciata a spioventi e torre campanaria. Sul lato sinistro è ubicato il convento con chiostro interno, oggi adibito a caserma. L’interno della chiesa è a navata unica con otto altari laterali, inscritti in arconi ciechi, previsti, probabilmente, per essere sfondati ed ampliati con cappelle. Il pavimento è in maiolica seicentesca. Di notevole valore i quadri, dipinti su tela ad olio, del secolo XVI – XVII, di autori ignoti e la statua di marmo della Madonna col Bambino. Importante il quadro raffigurante la Madonna delle Grazie del sec. XV, dipinto su legno, probabilmente della Scuola d’arte rinomata della Puglia e della Sicilia. La chiesa è dedicata a S. Maria delle Grazie, patrona del paese, alla quale sono dedicati festeggiamenti solenni nel mese di Agosto di ogni anno. Le celebrazioni religiose iniziano il primo giorno d’agosto con la “quindicina”, annunciata con fuochi d’artificio, durante la quale si recitano ogni giorno il Santo Rosario e la Santa Messa. A partire dal giorno tredici, iniziano anche i festeggiamenti civili. Il quindici mattina, la statua della Madonna viene portata in processione per le vie del paese, nel pomeriggio si celebra la Santa Messa, la giornata si conclude in serata, allietata con festa di piazza e fuochi d’artificio. In passato l’ultimo botto dei fuochi era detto “il botto dei debiti”, poichè il quindici Agosto rappresentava anche la scadenza dei debiti.


( Chiesa Santa Maria delle Grazie )

Poesia dedicata alla Madonna delle Grazie dalla pietà popolare dialettale

Bon giornu ara Sacra Regina,
bon giornu Sacra Regina
vi saluta a serva voscthra,
e v’adura e m’inchinu
bon giornu Sacra Regina.
A ri pedi i ra Madonna
belli rosi ca ci stannu,
e ci stannu rosi intornu,
salutamu a Madonna
e ci stannu rosi e gigli
salutamu a mamma e ru figghju.
Madonna i ri Grazzi,
ara vucca porti grazzi,
a ri mani rosi e ghjuri;
cuncedimi sa grazza
p’tutta sta simana,
u primu sabtu ca vena,
ti diunu senza pani.
( Autore ignoto )




CHIESA DELL’ OSPEDALE

Antica chiesa posta nel cuore del centro storico (V.V.Emanuele). La facciata principale, sormontata da un timpano, realizzata in pietra a faccia vista.



















SANTA MARIA DELLA SANITÀ

In passato era denominata Chiesa dell'Annunciazione, ed in essa, nel 1593, fu eretta la confraternita laicale dei morti, avente il precipuo compito di raccogliere le elemosine per i poveri e seppellire i morti. Successivamente, nel 1617, la chiesa per volontà del vescovo Sebastiano Ghisliero, fu fatta riedificare ed accanto ad essa fu eretto l’Ospedale ed il Monte di Pietà, oggi non più esistenti. A partire da questo periodo la chiesa, unica in Strongoli ad avere una cupola sul presbiterio di stile bizantino, viene indicata nelle fonti come Chiesa della Sanità. Dell’intero complesso, il campanile è l’unico elemento meno rimaneggiato. Presente al suo interno la Madonna degli infermi o della sanità sull’altare maggiore, firmata da Francesco Santacaterina, del 1855 e, sull’altare laterale sinistro, Santa Lucia di Francesco Basile, datata 1883.




CHIESA DEL PURGATORIO
La sua costruzione sembra risalire al 600. Al suo interno vi sono due altari, di cui uno dedicato a San Giuseppe e l’altro alla Buona Morte, raffigurata da un teschio in teca di vetro.



















SAN FRANCESCO DI PAOLA
Piccola chiesa sita in Piazza Vinci, con tetto a capanna e facciata semplice. All’interno troviamo un dipinto ed una scultura lignea raffigurante San Francesco di Paola, la statua di gesso di Santa Rita ed un crocifisso in cartapesta stuccato e dipinto. Altre chiesette simili sono: San Gaetano in Via Provvidenza, la chiesetta degli Agostiniani, accorpata al Palazzo Romano e la chiesetta della Madonna della Catena sita nella omonima località.

S. TERESA D’AVILA
La chiesa, ubicata nella frazione Marina, in Viale Macaone, ancora in fase di completamento, si affaccia direttamente sul mare. Il luogo di culto ha una struttura moderna, il suo interno presenta un’unica navata, le pareti sono affrescate con scene di vita della santa “mistica”, proclamata dottore della Chiesa, riformatrice dell’ordine delle Carmelitane Scalze. L’altare, scolpito in legno, raffigura l’Ultima Cena; adorna la parete centrale un crocifisso ligneo, semplice ma d’effetto, più in basso, il Tabernacolo, sovrastato da piccolo ma radioso mosaico azzurro. In fondo alla navata, è ospitato il coro con struttura semicircolare, al cui centro si erge il fonte Battesimale in marmo di Carrara. Il piano superiore accoglie i locali dell’oratorio, dedicato a S. Giuseppe Artigiano, centro di un’intensa attività parrocchiale.



SANTUARIO DELLA MADONNA DI VERGADORO
Piccolo santuario seicentesco, indicato nelle fonti come santuario di Santa Maria Virgae Aureae, volgarmente detto di Vergadoro, immerso nell’azzurro del mare e nel verde della natura circostante, situato su di una ridente collinetta che domina dall’alto il territorio della Marina di Strongoli. Sulla Madonna di Vergadoro si tramandano diverse leggende, una di queste, che nella tradizione popolare incontra maggiore favore, narra che, tanto tempo fa, una notte di tempesta sconvolse il cielo, la terra e il mare. Alcuni pescatori, usciti nella notte per pescare, si trovarono in balìa delle onde furiose; in preda alla disperazione, invocarono a gran voce la Madonna, e subito le acque si chetarono; i pescatori, ancora tremanti di paura, una volta a riva, si accorsero che nelle reti c’era una tela raffigurante una Madonna con una verga d’oro in mano. Portarono a casa la tela e la conservarono in una vecchia cassapanca, con la promessa di incorniciarla ed appenderla al muro. Ogni notte, però, la Madonna appariva in sogno al pescatore più anziano; si mostrava sempre con la sua aurea bacchetta sulla collina di fronte al mare, proprio nel punto dove i pescatori sbarcarono salvi. Il marinaio, turbato dal ricorrente sogno, radunò tutti i pescatori, che presto edificarono sull’altura una piccola chiesa a ricordo del miracoloso salvataggio. La Beata fu chiamata “Madonna di Vergadoro”, e lo stesso nome prese la suggestiva collinetta sulla quale sorge il santuario. Secondo un’altra leggenda, al tempo delle incursioni saracene, alcuni pescatori, disperati per i continui attacchi, si rifugiarono sulla collina che, ancora oggi, si affaccia sul mare come una sentinella naturale. Qui i marinai pregarono e sperarono nella salvezza, che presto arrivò con la fine delle scorrerie dei musulmani. I pescatori, grati alla Madonna per la sua protezione, vollero ringraziarla con un segno che potesse restare nel tempo: costruirono in suo onore, nel luogo in cui avevano trovato riparo, un tempietto. Questa leggenda non spiega l’origine del nome Vergadoro; si suppone che i pescatori abbiano fatto dipingere l’immagine di una Madonna che, con la sua divina bacchetta, allontanasse dal mare e dalle campagne circostanti, ogni pericolo. Ancora oggi, la devozione verso la Beata, protettrice dei marinai, dei campi e degli uomini che la coltivano, è fortemente sentita; da tempo immemorabile, in occasione della festa dell’Ascensione, il verdeggiante sito è meta di pellegrinaggio. Infatti, nel mese di Maggio di ogni anno, nei dieci giorni che
precedono la festa dell’Ascensione, i pellegrini si recano al santuario per trascorrere un’intera notte di preghiera, “a nottata”; il giorno dopo, nel pomeriggio, la statua della Madonna viene portata in processione a Strongoli su di un autocarro (in passato su di un carro trainato da buoi) festosamente addobbato, impreziosito da fiori e coperte pregiate. Nei nove giorni seguenti, nelle chiese del
paese, i fedeli partecipano alla “novena” innalzando a “Santa Maria della Verga d’oro”, inni e preghiere. Il giorno dell’Ascensione, la Beata Vergine fa ritorno al santuario, accompagnata da una moltitudine di fedeli in processione; qui, nell’affascinante scenario del luogo, si trascorre l’intera giornata tra momenti di preghiera, divertenti giochi e consumazione di succulenti “pranzetti” a sacco.

CHIESETTE RURALI
Molto graziose ma abbandonate, sono le chiesette site nelle campagne di Strongoli. Le chiese dedicate a San Giuseppe, Sant’Antonio e San Francesco sono ubicate al Varco, nei pressi di Murge, ampio altopiano con pendici scoscese, sito a Nord del fiume Neto, San Jacopo in località Battaglia, una chiesetta dedicata alla Madonna in località Dattilo e un’ultima chiesa all’interno dello splendido castello di Fasana.

LE SANTE CROCI E GLI ALTAROLI
Costituivano una sorta di cintura di sicurezza sacrale per la comunità, situate ai confini della città per difendere i fedeli dal maligno. In particolare, esse sorgevano dove non vi erano chiese immediatamente vicine e la loro presenza serviva a santificare spazi vuoti di sacralità e di conseguenza pericolosi da attraversare. Attualmente, nell’altarolo sito in località Lunaggia e Via Rosario, il Venerdì Santo, viene allestito un giardino in miniatura, con vasi di grano o ceci fatti germogliare al buio e adornati con fiori.

Conventi:
Anche se dell’antica bellezza dei conventi di Strongoli ormai non restano che pochi ruderi, al loro interno fioriva la gloria del monachesimo, che dava alla vita santi, eroi e poeti. Con l’abolizione del feudalesimo, anche a Strongoli furono soppressi tutti i conventi. Una soppressione decisa per il fatto che i padri del convento dell’Incoronata di Avellino avrebbero fornito a Fra Diavolo un sicuro rifugio.

CONVENTO DI S. ANTONIO O SANTA MARIA DELLE GRAZIE
Eretto intorno al 1300 dai Frati minori, a partire dal 1441 passò ai Terziari Minorili e poi ai Francescani conventuali. Venne soppresso nel 1809.

CONVENTO DEI CAPPUCCINI
Fondato intorno al 1614 poco fuori le mura della città. Secondo quanto emerge da documenti storici, la costruzione del convento fu voluta dal vescovo della città Sebastiano Ghisliero, mentre le spese per la costruzione della chiesa, annessa al convento e dedicata a San Francesco d’Assisi, furono pagate dal Principe di Strongoli Annibale Campitello, che in essa volle essere sepolto. Il convento fu soppresso nel 1810.

CONVENTO DEI DOMENICANI
Dedicato a San Domenico, fu fondato nel 1573. Poiché in esso risiedevano pochi religiosi, era detto vicariato. Fu soppresso nel 1808

CONVENTO DEGLI AGOSTINIANI
Secondo l’Adelardi, nel 1531 gli Agostiniani fondarono il convento dedicato a Santa Maria della Grecia che nel 1573 passò ai Domenicani. Più tardi, nel 1598, gli Agostiniani Zumpani - così nominati in memoria del loro beato agostiniano Francesco Zumpano - si stabilirono nelle adiacenze della città e fondarono un nuovo convento, nominato S. Maria del Popolo. Anche questo convento fu soppresso nel 1808.


Il Castello
Volendo tracciare un itinerario per il visitatore, potremmo iniziare dal Castello, di epoca giustinianea, sovrastante la città, di forma rotonda, con quattro torri angolari. Esso ha avuto nel corso dei secoli diversi rifacimenti, appartenne ai tanti Feudatari succedutisi, e, nell’Ottocento, fu adibito a carcere. Continuando il nostro percorso, lo sguardo si perde tra le caratteristiche viuzze del centro storico, intrise di ricordi delle antiche civiltà che in questa terra vissero prima di noi. Si prosegue fino a giungere alla grande Chiesa dei SS. Pietro e Paolo, dalla cui piazza si può ammirare lo straordinario paesaggio con il Neto, le verdeggianti e spettacolari colline, e più in là, in fondo, la meravigliosa Sila. Percorrendo una delle tre vie che dalla piazza si dipartono, si arriva alla Chiesa di Santa Maria delle Grazie, dietro la quale il pellegrino potrà rinfrancare corpo e spirito nella tranquilla villetta del Popolo. Ma il viaggio non finisce qui, andando ancora avanti, ci si può imbattere in mille diversi reperti, testimonianza di storia e ricchezza. Nè da trascurare la visita di siti archeologici di particolare interesse storico, quali: le Murge (luogo, dove secondo autorevoli studiosi, sembra sorgesse Macalla o Chone), interessanti le necropoli romane del II sec. d.C. e la strada “Claudio Marcello” che da fondo castello conduce alle Murge. Degna di nota la Pietra del Tesauro, da molti considerata tomba di Marcello console romano e il casino di Fasana, entrambi ubicati nei pressi dell’Oasi Naturale Fiume Neto, zona incontaminata meglio conosciuta come “ il Pantano”. E non può mancare, alla fine di questa passeggiata nella leggenda e nella storia, un bagno nelle fresche e limpide acque della Marina, dove scenari da favola aspettano gli amanti della natura.

“L’Oasi Marina”
Percorrendo qualche chilometro lungo la “soleggiata” S.S 492, si raggiunge la Marina di Strongoli, frazione del paese, meta di numerosi turisti durante il periodo estivo. Nell’incantevole scenario naturale, una selvaggia e splendida vegetazione color smeraldo, spiagge bellissime, ampie ed assolate, lunghe distese sabbiose, il cui soffice candore evoca paesaggi tropicali, un mare meravigliosamente azzurro e cristallino, così limpido e spumeggiante che è un invito a tuffarsi, caratterizzano queste rive, luoghi di storia e di leggende.

“La nave Petrarca” e “l’antico porto di Macalla”
Durante il secondo conflitto mondiale, il cristallino mare di Strongoli, fu teatro di un'immane tragedia in cui persero la vita molte persone. Il 10 Febbraio del 1943, la nave Petrarca, partita da Taranto alcuni giorni prima, per sfuggire agli attacchi aerei nemici, si arenò nelle acque di Strongoli, nei pressi dell'attuale Viale Magna Grecia. Nei giorni seguenti, a causa del forte vento di tramontana, fu impossibile per i soccorritori disincagliare la nave, che le forti onde avevano inclinato sul lato sinistro. Il 15 Febbraio, verso le ore diciotto, nel paese, si udì un rumore fortissimo ed un violento spostamento d'aria, tale da far spalancare le imposte delle case; la nave, carica di munizioni e con tutto il personale militare a bordo, veniva silurata, i suoi frammenti furono scaraventati sulla costa e sulle alture circostanti, solo pochissime persone ebbero miracolosamente salva la vita. Per non dimenticare l'enorme sacrificio di vite umane ma anche le atrocità delle guerre, nel cimitero del paese è stato eretto un monumento "ai caduti della nave Petrarca", presso il quale, in occasione del 4 Novembre di ogni anno, si svolge una cerimonia ufficiale di commemorazione.
Nuotando nei fondali delle pescose, trasparenti ed effervescenti acque della Marina, si possono ammirare anche i resti dell’antico porto di Macalla.



Casino di Fasana
Non visitabile in quanto di proprietà privata. Qui hannop avuto dimora i principi Pignatelli alla metà del settecento.


















Monumento ai caduti
Si trova di fronte alla Chiesa matrice

 




















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GASTRONOMIA

Tradizione gastronomica tipica:
La cucina strongolese è molto simile a quella dei paesi limitrofi. Si consumavano e si consumano per lo più, cibi a lunga conservazione: salumi, formaggi, prodotti tipici conservati sott’olio e sott’aceto, pasta e pane fatti in casa. Condimento più usato, lo strutto di maiale. Diverse le provviste preparate dalle massaie, con cura e sapienza, tra queste:

“le salsicce di coretto”, preparate con un impasto di carne di maiale a base di polmone, cuore, animelle, stomaco pulito e lessato e poche parti grasse, e con l’aggiunta di pepe rosso piccante, pepe nero in grani, semi di finocchio selvatico. Veniva consumato cotto con le minestre di verdure;

“la carne salata”, costole, pancetta magra e piedi, puliti e tagliati in lungo, del maiale, venivano passati nel sale e nel pepe e poi messi a strati in un “tineddru”, con semi di finocchio. La carne si consumava, cotta, insieme a verdure, legumi o sugo di pomodoro, di solito dopo due mesi.

“Pipi e Pomodori Verdi salati”, questi ortaggi venivano raccolti e lasciati riposare per 12 o 24 ore, dopodiché venivano tagliati in due e disposti a strati in un “tineddru” ricoperti con sale e finocchio selvatico. Si consumavano fritti con le olive.

“Pipi all’acitu”, grossi e rotondi peperoni, verdi o rossi, raccolti in un particolare periodo del mese, “alla minima”, immersi nell’aceto forte e conservati in vasi sottovuoto. Con questo metodo si conservano anche altri ortaggi, come pomodori verdi, cetriolini, cipolline, carciofi, ecc.

“Pomodori secchi sott’olio”, per la preparazione di questo gustosissimo piatto, servono pomodori ben maturi e molto grossi, da tagliare in due, cospargere con sale, e lasciare essiccare al cocente sole d’agosto per un paio di giorni. Quando i pomodori sono ben asciutti, si adagiano nei barattoli formando diversi strati di pomodori alternati con aglio, semi di finocchio, peperoncini rossi spezzettati, il tutto si copre con abbondante olio.

“ La conserva”, salsa ottenuta passando al setaccio pomodori ben maturi, condita con sale, fatta essiccare al sole in capienti piatti di terracotta. Durante la giornata, la stessa, veniva rigirata più volte con un cucchiaio di legno per accellerarne l’essiccazione. Dopo alcuni giorni, quando la salsa era ben essiccata, veniva unta con olio e conservata in appositi contenitori “ i tineddri”.

“Vino cotto”, inebriante vino liquoroso ottenuto facendo bollire per un paio d’ore il mosto con due o tre pere, fino a quando la quantità di liquido si riduce ad un terzo del suo volume. Con questo nettare si insaporiva il grano di Santa Lucia ed altri dolci tipici.

Ricette Medicamentose

“Acqua di riso”, per curare le persone affette da disturbi gastro-intestinali, si faceva bollire a lungo il riso fino a far diventare l’acqua di cottura bianca e densa. Il liquido si condiva poi con sale ed olio crudo d’oliva e sostituiva il pasto.

“Sciroppo per la tosse”, altro sapiente rimedio delle nostre nonne era questo sciroppo preparato con una manciata di orzo - precedentemente messo a bagno per un giorno ed una notte - fatta bollire fino a quando la pellicola che avvolge il chicco si apre. Al sugo filtrato si aggiunge camomilla, malva, una piccola mela, due o tre fichi secchi e una foglia di alloro; il tutto si fa ridurre a un quarto del volume, si filtra e si beve caldo con zucchero o miele.

“Cucuzzelle di sonno”, Singolare rimedio, usato dalle donne che si recavano a lavorare nei campi, costrette a portarsi dietro la prole. Si facevano bollire i capolini dei papaveri o “cucuzzelle”, raccolte a giugno ed essiccate all’ombra e si dava da bere ai bimbi il liquido zuccherato per farli dormire.

Piatti Tipici:

Pasta Chjna
La pasta chjna era il piatto delle feste, come formato di pasta si usavano gli zitoni spezzati, lessati e conditi con polpettine fritte di carne, uova sode tagliate a pezzetti, salsiccia casareccia, formaggio pecorino, caciocavallo e ragù di carne. Gli ingredienti venivano disposti a strati in una teglia che poi si passava nel forno per circa mezz’ora.

Capretto della festa
Un altro piatto che non poteva mancare nei giorni di festa era il Capretto al forno. Si rosolava la carne con un cucchiaio di strutto, un po' d’aglio, prezzemolo e origano aggiungendo poco per volta l’acqua e, a metà cottura, il sale. Alla carne poi si univano le patate fritte, il tutto veniva coperto con un leggero strato di pan grattato e passato nel forno a rosolare per 10 minuti.

Cocolette di ricotta al sugo
Pietanza ancora oggi preparata in occasione del martedì grasso. Le cocolette sono polpettine fatte con ricotta pecorina fresca, pecorino grattugiato, pepe nero ed uova intere insieme con mollica di pane inzuppata nell’acqua e strizzata. Dopo aver miscelato il composto, si fanno grosse palline con le mani e si lasciano cuocere per 10 minuti nel sugo di pomodoro, stando attenti a formare un solo strato e a non toccarle con la forchetta.

Uova in brodetto
Piatto che si dava ai convalescenti. Per la preparazione si faceva bollire in un dito d’acqua mezzo cucchiaino di strutto vergine, un pizzico di sale e un po' di prezzemolo; a bollore si aggiungevano una o due uova fresche e si facevano rapprendere. Il composto si serviva su fette di pane abbrustolito,” la fresa”.

Frittata con amarelli
Gli amarelli sono specie di rapa selvatica, di cui si raccolgono le cime non ancora fiorite. Si consumano lessate, condite con olio oppure in frittata di uova e ricotta.

Mpanata
Antica ricetta fatta utilizzando il latte di capra e di pecora da ottobre a gennaio, periodo in cui il latte è più grasso. Si sbriciolava la mollica di pane casareccio quasi duro. Si versava su questa, siero di latte bollente e si gettava via il liquido in eccesso. Sulla pappa così ottenuta si distribuiva ricotta calda appena tolta dal fuoco.

Le Pitte
Tipiche focacce strongolesi, preparate con pasta di pane di grano duro ben lievitata, con l’aggiunta di olio ed ingredienti diversi impastati insieme. La pitta, a seconda della stagione e dei gusti, era arricchita con sarde salate, maiu (sambuco), risimugghi (ciccioli di maiale) e sardella.

Dolci delle feste
I momenti di festa erano preceduti dalla preparazioni di gustosi “dolcetti” fatti in casa, autentici capolavori dell’arte pasticcera, preparati secondo le antiche ricette “della nonna”. Tra i più conosciuti ed ancora oggi apprezzati per il loro ottimo sapore ricordiamo:

Pitta ccu passuli
Ingredienti: Farina, lievito, zucchero, un bicchiere di vermouth o vino, polvere di cannella e di chiodi di garofano, mandorle, noci, miele, uva sultanina.
Preparazione: Lavorare insieme tutti gli ingredienti, fare una sfoglia che servirà da vassoio, sul quale verranno appoggiate le “roselline” da preparare nel modo seguente: creare con l’impasto, reso molto sottile dalla lavorazione, alcune strisce di pasta della lunghezza di circa 50 cm e della larghezza di circa 10-12 cm sulle quali stendere un cucchiaio di miele ed il ripieno precedentemente preparato con un miscuglio di noci e mandorle tritate, uva sultanina e zucchero. Richiudere le strisce, ripiegandole ed avvolgendole fino a dar loro la forma di roselline; appoggiare quest’ultime sul vassoio di pasta sollevandone i bordi esterni e chiudendo tutta la “pitta” con lo spago. Infornare a 200° per 50-60 minuti circa.

Tardiddri
Ingredienti: Farina, uova, un pizzico di sale, miele
Preparazione: Fare l’impasto con tutti gli ingredienti, lavorarlo riducendolo in sottili bastoncini, da tagliare ancora in piccolissimi pezzi della grandezza di ceci. Friggere i pezzetti di pasta così ottenuti, i quali, una volta raffreddati, vanno passati nel miele caldo. Quando acquisteranno un bel colore dorato, versare il composto sulla spianatoia, aspettare che si indurisca e quindi tagliarlo, ricavandone dolcetti della forma voluta. Disporli su un vassoio, cospargere con confettini colorati e servire.

Crustuli
Ingredienti: Farina, olio, un bicchiere di vino, polvere di cannella, miele.
Preparazione: Lavorare insieme tutti gli ingredienti, staccare dall’impasto pezzetti di pasta della grandezza di una noce, da modellare con le dita a forma di gnocchi sull’esterno del bordo di una cesta o di una grattugia. Poi friggere il tutto, una volta freddi, si fanno dorare ed insaporire nel miele caldo. Al termine di questa operazione, levarli dal fuoco, disporli su un vassoio, cospargerli di confettini colorati e servire.

Cucceddatu
Ingredienti: farina, uova, strutto, zucchero e lievito.
Preparazione: Disporre la farina a fontana, versando al centro le uova, aggiungere gli altri ingredienti (per ultimo il lievito), lavorare il tutto fino ad ottenere un composto omogeneo; infine dare all’impasto la forma desiderata, generalmente a nastro intrecciato, a panierino, a bambola, a colomba; al centro sistemare un uovo sodo ed infornare. Questi dolci, preparati nel periodo pasquale, erano offerti in segno di devozione ai “dodici apostoli” durante la celebrazione della Santa Messa “In cena Domini” del giovedì santo; ma essi rappresentavano anche, per i bambini, il più bel regalo di Pasqua, da mangiucchiare dopo che le campane annunziavano la Resurrezione.

"Il nettare degli Dei"
La storia di Strongoli è legata in modo significativo “all’Amineo”, vino dal sapore inebriante, gradito dagli Dei dell'Olimpo. Tra gli innumerevoli reperti archeologici rinvenuti sul territorio, è preziosa testimonianza il ritrovamento di una base marmorea sulla quale è inscritto il testamento di Magno Megonio, con il quale il patrono municipale donava ai cittadini un lascito in denaro ed una vigna sita su di un fondo pompeiano, piantata con viti aminee, famose per qualità e robustezza. Dai documenti notarili di Strongoli emerge che la vigna rappresentava per le famiglie un tesoro di grande valore, tant’è che la vendita di terreni adibiti a vigneti avveniva o perchè erano ubicati fuori mano e perciò difficili da curare, o perchè i proprietari versavano in stato di bisogno. Il vitigno Amineo, nonostante i continui innesti subiti nel corso degli anni, è comunque vivo, anche sotto forma di vite inselvatichita. Recentemente riscoperto viene prodotto con tecniche e metodi biologici nell’azienda agrituristica Dattilo.

“La tonda di Strongoli”
Sin dall’antichità è attestata sul territorio la presenza di numerosi uliveti. La varietà presente era denominata “la tonda” di Strongoli con una buona produttività e resa in olio, anche se per il metodo di raccolta e di lavorazione utilizzato, la qualità era purtroppo mediocre. Ogni anno grandi quantità di olio venivano, appunto, destinati ai saponifici di cui uno, detto “ La Punirìa”, era presente a Strongoli. Tra gli uliveti, degno di considerazione era quello sito nei pressi del Casino di Fasana, conosciuto come “Bosco del Giudeo”, impiantato dal principe Pignatelli nel 1809.

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