LO STEMMA
D’oro, alla figura di Santa Severina, di carnagione, in maestà, vestita di corta tunica azzurra, impugnante per le lame due stiletti d’argento, con le punte appoggiate alle spalle, lo stiletto di destra posto in banda, quello di sinistra in sbarra, la gamba destra incrociata in banda su quella sinistra. Ornamenti esteriori da Comune.
IL GONFALONE
Drappo partito di giallo e d’azzurro e caricato dello stemma sopra descritto con le iscrizioni centrate in argento recante la denominazione del Comune. Le parti di metallo ed i cordoni saranno argentati. L’asta verticale sarà ricoperta di velluto dei colori del drappo, alternati, con bullette argentate poste a spirale. Nella freccia è rappresentato lo stemma del Comune e sul gambo inciso il nome. Cravatta con nastri tricolorati dai colori nazionali frangiati d’argento.
"Turrita in Calabris obscuri haud nominis oris
urbs est, nubigenae qua profluit unda Neaeti,
monte sita aerio, lapidosis rupibus, atque
ante alias longo circum munimine cincta"
C’è una città turrita nelle terre calabresi, di non oscuro nome,
là dove scorre l’onda del nebbioso Neto,
posta sull’alto di un monte, su rupi rocciose,
e meglio di ogni altra cinta da lunga cerchia difensiva.
(Dalle “Silvae” di Giano Teseo Casopero, versi composti tra il 1520-1530)
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Santa Severina vanta origini remote, la sua fondazione risalirebbe agli Enotri, un popolo primitivo che con i Choni ed i Pelasgi abitavano questi territori dal 3000 a.C fino alla colonizzazione Ellenica.
Nell’Enciclopedia dell’Ecclesiastico si dice: “ Questa città vanta origini remotissime, reputandosi fabbricata dagli Enotri nell’anno del mondo 2298 e gli eruditi convengono essere l’antica Siberene”.
La più antica notizia su Santa Severina ci viene data da Ecateo di Mileto, storico e geografo vissuto dal 560 al 490 a.C, il quale enumera tra le città dell’Enotria (antico nome della Calabria), una Siberine. Plinio, celebrando nei suoi scritti i “Severiana vina”, pare citasse col nome romano, proprio l’antica Siberine. Stefano Bizantino, storico greco vissuto nel V secolo d.C, conferma nei suoi scritti le antiche origini della città:
“Siberene città degli Enotri, l’etnico è siberino; la derivazione del nome degli abitanti è strettamente legata a quella del luogo” (letteralmente il calco è aderente al prototipo).
Nel Breviario Lateranense si legge che S. Zaccaria, papa nel secolo VIII, ebbe i natali in Siberena.
Le notizie certe sull’abitato, risalgono tuttavia al secolo IX, quando, Santa Severina, fu occupata dagli Arabi che la detennero, come emirato, dall’840 all’886, anno in cui fu riconquistata da Niceforo Foca e riconsegnata all’Impero di Bisanzio.
Leone VI il filosofo (886-911), elevò la città di Santa Severina a sede di metropolita, dipendente dal patriarcato di Costantinopoli, assegnandole congiuntamente, quattro diocesi suffraganee.
Dal secolo IX fino al secolo XI, la città conobbe il periodo di massimo splendore: il Battistero (il più antico monumento della Calabria, anteriore al IX secolo, ancora in uso), la vecchia Cattedrale, la chiesa di Santa Filomena e altre rovine sparse nel territorio, sono le testimonianze del periodo metropolitano.
Sul finire del secolo XI, la città fu presa di mira dai Normanni che nel giro di qualche anno la conquistarono, sottomettendola alle loro volontà politiche e a quelle religiose della Chiesa Romana. La città continuò a ricoprire importanti ruoli sotto la dominazione normanna, a cui seguì poi quella sveva, nonchè le dominazioni angioina e aragonese sotto le quali fu coinvolta continuamente, nelle rivolte dei Baroni. Nel 1496 la città di Santa Severina venne infeudata ed elevata a sede di Contea con dominio su un vasto territorio, ricadente per intero nel Marchesato crotonese.
Ferdinando II, per il servizio reso alla Casa Reale, assegnò il primo titolo di Conte ad Andrea Carafa; al quale subentrarono nel contado, per eredità, il nipote Galeotto, Andrea II e Vespasiano Carafa. Agli inizi del secolo XVII la Contea venne presa in Signoria, prima dai Ruffo e poi dagli Sculco; nel 1691 passò ai Greuther, che la detennero fino al 2 Aprile 1806, data in cui il governo napoleonico abolì con apposita legge, la feudalità. Dal 1806 in poi, la città seguì le sorti del regno di Napoli fino ai nostri giorni.
Personaggi
Papa Zaccaria
Santa Severina, sede di una delle più antiche diocesi di tutto il meridione d’Italia, va orgogliosa per aver dato i natali ad uno dei dieci papi calabresi, il Pontefice Zaccaria, salito sul trono di Pietro nel 741.
Papa Zaccaria nacque a Santa Severina al principio dell’VIII secolo o negli ultimi anni del VII, non si conosce la data precisa, innalzato al trono pontificio il 28 Novembre del 741. La Chiesa per le sue virtù lo annovera tra i Santi. Suo padre portava il nome greco di Policronio, ma egli apparteneva già da tempo al clero romano quando fu eletto papa. L’opera del suo pontificato (741-752) ha lasciato orme significative e gloriose per la Chiesa di Roma. Incontrò a Terni Liutprando, re dei Longobardi che, soggiogato dalla Santità del Pontefice, liberò tutti i prigionieri romani e restituì il territorio della Sabina al popolo romano ed alla Chiesa. L’atto più grande del suo pontificato, fu la sentenza che pronunziò e che determinò l’assunzione al trono di Pipino il breve, dando così legittimità religiosa alla stirpe dei Carolingi.
Enrico Aristippo
Enrico Aristippo, arcidiacono di Catania ma “Grecus interpres natione Severinatus” (Giovanni di Salysbury-Metalogicus, III, 5), nacque nei primi anni del secolo XII a Santa Severina. Egli illuminò veramente il suo periodo, pur trovandosi sotto la dominazione normanna, con vigoroso impulso teso alla diffusione e valorizzazione del mondo greco classico. Egli è passato alla storia per la sua vasta ed intelligente opera di traduttore dei capolavori della cultura greca da Platone ad Aristotele a Tolomeo.
Diodato Borrelli
Accanto a papa Zaccaria, Santa Severina ricorda altri uomini che si sono distinti per la loro vita e la loro opera; come Diodato Borrelli, medico e scienziato, umanista e filosofo.
Nato il 23 Giugno 1937, Borrelli compì i primi studi nella vicina Cutro prima di trasferirsi a Catanzaro, dove frequentò, a partire dal 1852, i corsi liceali.. Trasferitosi a Napoli per intraprendere gli studi universitari, si unì ad altri giovani impugnando le armi per la costruzione dello stato unitario. Riprese gli studi dopo la proclamazione del Regno d’Italia e li completò nel 1862 con la laurea in medicina. Appena laureato, Diodato Borrelli si distinse immediatamente per la sua vivida intelligenza e per la passione con la quale seguiva gli avvenimenti scientifici del suo tempo. Vinse il concorso di assistente prima e di coadiutore poi, all’Ospedale “Gesù e Maria” di Napoli e qualche anno più tardi, nel 1866, dopo aver conseguito la libera docenza in patologia speciale e clinica medica, iniziò l’attività d’insegnamento. In breve, il suo corso di studi divenne fra i più affollati per la frequenza di studenti oltre che di medici già affermati, attirati gli uni e gli altri dal fascino delle sue idee e dei suoi principi, nonchè dal rigore scientifico del suo metodo critico. Nel volgere di pochissimi anni, le idee del Borrelli furono accolte con grande entusiasmo anche all’estero, soprattutto in Germania, Francia ed Inghilterra e persino nelle lontane terre d’America. Nel 1874, Diodato Borrelli fu a Torino quale docente nell’università di Clinica e Patologia Medica, sei anni dopo fu vincitore a parità di punteggio col Cardarelli, della prima cattedra di clinica medica di Napoli. A Napoli fu assalito dalla febbre palustre, contratta l’anno prima nelle paludi pontine, dove si era recato per approfondire gli studi sulla malaria. Ogni tentativo di strapparlo alla morte fu vano. Morì il 9 ottobre 1881.
Nicolò D’Alfonso
Con le sue opere, Nicolò D’Alfonso destò l’ammirazione della sapienza europea, il suo pensiero filosofico fu esaltato dalla Regia Accademia dei Lincei. Fu medico di corte delle Regine Margherita ed Elena e del papa Benedetto XV.
Nicolò D’Alfonso era nato a Santa Severina il 7 Agosto 1853. In soli tre mesi successivi alla licenza ginnasiale, fu preparato da Vincenzo Arcuri, letterato e poeta, per la licenza liceale, che superò con lode al Galluppi di Catanzaro. Bruciò tutte le tappe. Data l’eccezionale intelligenza e la grande preparazione, fu l’unico studente italiano a potersi iscrivere contemporaneamente alle facoltà di Medicina e Lettere e Filosofia. Laureatosi brillantemente in entrambe le discipline, fu medico condotto a Santa Severina. Dopo soli quattro anni, abbandonò lo scoglio siberinese. Fu prima a Caltanissetta, poi a Messina ed infine a Roma dove fu chiamato telegraficamente dal Ministro Baccelli per insegnare filosofia nei licei della Capitale. Più tardi, in seguito al concorso in cui risultò il primo, ebbe la cattedra di pedagogia al Magistero e contemporaneamente ottenne la libera docenza al “Supremo Ateneo”.
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Il borgo, set di cinema e televisione
Il territorio di Santa Severina ha sempre affascinato il mondo del cinema e quello della televisione. Molti, infatti, sono stati i registi che vi hanno ambientato scene importanti per l'allestimento narrativo dei propri film. Mario Camerini ha girato vicino al convento di Sant'Antonio alcune scene de "Il brigante Musolino" con Amedeo Nazzari e Silvana Mangano. Renato Castellani, invece, vi ha ambientato il suo "Brigante" scegliendo alcune comparse fra gli abitanti della zona. Sul sagrato della Cattedrale è stata girata una delle scene madri di "Nessuno deve sapere", celebre sceneggiato interpretato da Salvo Randone. Lo splendido castello medievale, invece, è stato la location di "Il conte di Melissa".
Il quadro della Madonna nel pozzo
A Santa Severina si racconta una leggenda legata alla Vergine Maria. Un giorno una donna del luogo, Filomena, pare vedova, andando a messa lasciò il suo bambino a dormire nel letto. Durante la sua assenza il piccolo si svegliò e non trovando accanto a sé la madre si mise a piangere. Sceso dal letto, iniziò a cercare la donna per tutta la casa, ma accidentalmente cadde nel pozzo che si trovava nella cucina. Quando la donna ritornò, non vedendo il suo bambino lo chiamò a squarciagola chiedendo anche ai vicini se l'avessero visto. Rientrata in casa sentì la vocina del bimbo invocare il suo nome. Sceso un uomo nel pozzo per recuperarlo, lo trovò comodamente seduto su un quadro raffigurante la Madonna. Gridando al miracolo, un animato corteo accompagnò il piccolo adagiato sul quadro per tutto il centro abitato. Quando la donna morì al posto della sua casa venne eretta una chiesa dove, ancora oggi, si venera il culto di Santa Filomena e della Vergine.
La campana del brigante
Gli anziani del paese ricordano un fatto che sembra sia successo a Santa Severina ai tempi del brigantaggio. Una banda, inseguita dai soldati e dagli sbirri, si rifugiò su un'erta collina che subito venne circondata. La maggior parte dei malviventi venne catturata. Il capobanda riuscì a sfuggire all'arresto inerpicandosi fino all'estremità di un'altissima rupe da dove sembrava non esserci scampo. Doveva scegliere: costituirsi o buttarsi giù. Il brigante scelse la seconda ipotesi e mentre era in caduta pregò la Madonna di ALtilia di salvargli la vita; in cambio avrebbe fatto fondere una campana per la chiesa della frazione. L’uomo si salvò e mantenne subito la promessa. La campana ancora adesso è conosciuta in paese come la “campana del brigante”.
Le antiche tradizioni
La Fiera di San Giovanni Minagò, Santu Janni in santaseverinese, e di Santa Anastasia ,si svolgevano a Santa Severina nel mese di Maggio. Oggi, esiste solo la fiera di Santo Janni che dura lo spazio di una mattinata, mentre una volta durava otto giorni e in tempi più antichi, un mese intero.
Queste due fiere avevano un indotto notevole, artigiani di ogni tipo come falegnami, mastri sellai, artigiani del ferro battuto, trovavano qui un mercato vastissimo, in quanto le due fiere coprivano un bacino secondo, nella zona, solo a quello della fiera di Cariati.
Non si commerciavano solo lavori di artigianato ma anche e soprattutto bestiame, specialmente da soma.
Santa Severina non ha mai avuto una grossa tradizione pastorizia, al contrario grande commercio si svolgeva qui per quanto riguarda cavalli, muli, asini e buoi, praticamente animali da trasporto e da tiro.
I ferari, così erano chiamati dai santaseverinesi gli artigiani e mercanti che si recavano a Santa Severina per le fiere, trovavano ricovero, o negli ambienti dell’antica chiesa di Santa Lucia chiamata appunto “Ospedale”, o presso le case dei santaseverinesi che per l’occasione affittavano stanze e in alcuni casi addirittura i propri letti; anche per questa forma di guadagno, le due fiere rappresentavano un momento significativo per l’economia del paese.
La fiera di San Giovanni era stata concessa da Alfonso d’Aragona nel 1444, mentre la fiera in onore a Santa Anastasia da Ferdinando il Cattolico nel 1507. La prima era sotto la giurisdizione feudale, la seconda sotto quella ecclesiastica.
Le autorità ecclesiastiche nominavano un responsabile che sovrintendesse all’organizzazione della fiera dedicata alla Santa che veniva inaugurata con una solenne cerimonia, una grande sfilata partiva, infatti, dal paese con in testa l’Arcivescovo ed il feudatario. Dato il loro svolgimento nello stesso mese, a causa della variabilità delle date, capitava che le due fiere coincidessero e che quindi nascessero dei contrasti fra i due poteri su chi doveva “alzare la bandiera” per primo.
E’ esemplare, a questo proposito, un processo per eresia svoltosi nei confronti di un tal Andrea Gatto che parteggiava per la fiera di San Giovanni (Santu Janni), e che, con altri della sua fazione, aveva tentato di cacciare la bandiera della fiera di Santa Anastasia per sostituirla con quella della fiera sua concorrente. Si legge che il Gatto, per questo atto sacrilego, rischiò addirittura la scomunica.
Canti:
I canti del Venerdì Santo
Durante la suggestiva Via Crucis per le vie del paese al Venerdì Santo, uomini e donne innalzano canti antichisssimi in dialetto Santaseverinese. Ne riportiamo alcuni fra quelli che si sono conservati e che fortunatamente ancora si tramandano.
E si Diu dicerra l’ura
E si Diu dicerra l’ura
si puterra caminari
quantu ierra dunni Iuda
Chiru facci di tradituri
Quantu ierra dunni Iuda
Chiru facci di tradituri
E ch’ha misu ara cruci a Figghiuma
e pi trentatre dinari
Si viniva dunni mia
iu chiu di trenta cinni dava
e si trenta ull’abbastavanu
mi vinnia u vestimentu
e si trenta ull’abbastavanu
mi vinnia u vestimentu.
Oi Cruci oi tanta artissima
e abbasciati na pocu
quantu vasu i peda a Figghiuma
ca sinnò bruciu di focu
Quantu vasu i peda a Figghiuma
ca sinnò bruciu di focu.
Nun mi puazzu chiu abbasciari
ca li carni sunu gentili
e mi li siantu già strazzari
ca li carni sunu gentili
e mi li siantu già strazzari
Si lu sannu li Giudei torna mi ci inchjoverannu
Si lu sannu li Giudei torna mi ci inchjoveranno.
San Giuseppe mio carissimu
e tu prestami su mantu,
quantu vaiu accumpagnu a Figghiuma
fin’a su monumentu
Quantu vaiu accumpagnu a Figghiuma
finu a su monumentu.
Monumentu, oi monumentu
chi i marmaru si ammuratu
druacu a dintra ci lassu a Figghiuma
e ci lu lassu arriccummanatu
In questo antichissimo canto, la Madonna parla in prima persona seguendo da vicino la passione del Figlio. Le sue parole sono prima rivolte verso Giuda, reo di aver venduto Gesù per trentatre denari, toccante è infatti il verso in cui dice che pur di salvare il Figlio avrebbe dato a quel traditore molto di più che trentatre denari, a costo di vendersi tutto, anche i vestiti di dosso (Si viniva dunni mia iu chju di trenta cinni dava; e si trenta u l’abbastavanu mi vinnia u vestimentu).
Si rivolge poi alla Santissima Croce, pregandola di abbassarsi un poco, giusto per baciare i piedi al Figlio; la croce risponde che non può abbassarsi, perchè le carni delicate di Gesù sarebbero ancor di più martoriate (Ca li carni sunu gentili e mi li siantu già strazzari).
Questo canto durante la processione del Venerdì Santo viene intonato soprattutto dalle donne
Venneri i Marzu
U iuarnu di Gesù Maria s’affanna,
Cristu fu fragellatu a na culonna
e fu traditu di tanti tiranni,
Iuda chi lu tradiu intra lu suannu.
L’atra matina di la gghiasi vinni,
truvai a Cristu nudu e senza panni,
avia la chiaga pi sutta la minna
e di latra parti li curria lu sangu.
Curriti genti e addunativinni
ca chi nu vida ni ciancia mill’anni;
u ru ciaciti no ca nun ritorna,
è cunnanatu di Pilatu ed Anna.
A mugghiera di Pilatu lu vidia ch’era innocenti
Vu picchì u cunnannati ara cruci intortamente?
Passa a truppa e a cavalleria,
i chiuavi e i martiaddri priparati.
Passa da casa e dicia :” Mamma mia”
“ Figghiu cumu li soffri si duluri:
ti sia riccummanati i peccaturi
I peccaturi scellerati e tristi:
a fari li peccati simu lesti.
Signuri cu ra vucca tua dicisti:
“Chi pecca e si rimette e sarvu certu”
Ma pu rispunnanu i quattru evangelisti:
“Ad ogni santu vena la sua festa”.
Li giudei vannu girannu
cu na ranna tirannia
e si l’ascuntanu pi ra via
povara affritta ch’è Maria
U venneri di Marzu nun si canta
Ch’è muartu Gesù Cristu in passione.
Ha abbuscatu na botta di lanza
ara parti sinistra di lu core.
Curra Maria e mintati lu mantu
ca li giudei hannu fattu u tradimentu
L’hannu purtatu aru sipurcru Santu
accumpagnatu cu ru Sacramentu.
Questo canto popolare, ricco di elementi poco fedeli al vangelo, viene proclamato da uomini e donne durante la processione del Venerdì Santo. Anche il canto successivo segue la medesima traccia: elementi di folklore aggiunti a temi religiosi. L’importanza di questi inni è soprattutto quella di tramandare una tradizione già in parte persa, e di testimoniare attraverso questi elementi - come un presepe - la cultura popolare di un tempo relativa alla nostra zona. E’ stata volutamente tralasciata la traduzione in italiano dei canti, perchè avrebbero inevitabilmente perso parte della loro suggestività, risultando nella loro poesia, sminuiti e banalizzati e in alcune strofe, addiritura incongruenti.
Molti sono i canti popolari, tradizionali di Santa Severina. Essi testimoniano una cultura prevalentemente contadina, troviamo infatti quelli della vendemmia, dei mietitori, e alcuni bellissimi, d’amore.
Molti di questi preziosi tesori della nostra gente sono andati irrimediabilmente perduti, altri invece, grazie all’opera di ricerca e salvaguardia condotta da alcune persone sensibili come Antonio Coricello, santaseverinese doc, si sono conservati.
A disperata santaseverinese
U sacciu oj vita mia cumi aju fari
Pi mi putiri scurdari di tja
Ci aju pruvatu e nu ru puazzu fari
Di modu chi m’ha fattu na maija (1)
Si mi l’ha fatta l’assammilla jiri
ca cchju sta e cchju criscia lu beni pi tija.
Vaju aru liattu pi mi ripusari
la notti si presenta l’ombra tua
e su forra pi ru troppu suspirari
murerra beddra mia chiamannu a tija.
Maija sta per magia, incantesimo.
Il testo struggente di questa canzone parla dell’amore di un ragazzo verso una ragazza. Un amore contrastato dalle rigide regole del tempo, i due giovani infatti appartenevano a ceti sociali diversi. Il ragazzo canta tutta la sua disperazione e il vano tentativo di dimenticare la sua amata. La canzone veniva eseguita al ritmo dei tamburelli, con l’accompagnamento della chitarra battente, un tipo di chitarra diffusissimo un tempo nel nostro territorio, oggi ormai in disuso.
Pi cantari ci vò u vinu russu.
Beddra quannu ti viu caminari
beddra quannu ti viu caminari
La caminata tua mi fa propriu pazziari
La caminata tua mi fa propriu pazziari
Pi cantari ci vò cuntintizza
Ca a vuci addi nisciri i dintra l’ossa
Ci vò cuntintizza, ci vò cuntintizza
Ma pi cantari ci vò u vinu russu.
Mara Francisca mia, Mara Francisca
tu viva ara buttigghja e iu aru fiascu
ed oilì ed oilà ed oilì ed oilà
si beddra e si pulita e si simpatica aru parrà
Maria Tiresa mia, Maria Tiresa
tu minta lu salatu e iu la fresa
ed oilì ed oilà ed oilì ed oilà
Si beddra e si pulita e si simpatica aru parrà
Oj pi cantari ci vò cuntintizza
ca a vuci addi nisciri i dintra l’ossa
ci vò cuntintizza ci vò cuntintizza
Ma pi cantari ci vò u vinu russu.
La canzone su riportata, non priva di qualche doppio senso, era cantata dai contadini alla mietitura, alla vendemmia o alla raccolta degli ulivi, quando cioè, finito il lavoro nei campi, si festeggiava il buon esito della raccolta mangiando e bevendo insieme allegramente.
Veniva eseguita con l’accompagnamento della chitarra e dell’immancabile tamburello e spesso su queste note vivaci si ballava la tarantella.
La canzone che segue invece, era dedicata agli sposi durante la prima notte di nozze. Una tradizione, ancora oggi in uso, vuole che gli amici dello sposo di notte, sotto la finestra, cantino la serenata agli sposi novelli.
Si vo vidiri a zita quannu ciancia
O zita o zita bagnata di chjantu
mo chi ti truavi in mianzu a tanta genti
e si la vo vidiri quannu ciancia
quannu si saluta di parenti
S’aza u zitu e ci asciuca li chjanti
e cittu beddra mia ca nu n’è nenti
ca mo ninni jamu intra chiri mura janchi
duvi si cunta l’uaru cu l’argentu.
ca ni curcamu intra chiri linzola janchi
duvi ni cuntamu i peni e li turmenti.
La canzone successiva è una canzone detta di “sdegno”.
Le canzoni di sdegno erano, nella nostra tradizione, componimenti legati alla fine di un rapporto d’amore, più precisamente, alla rottura di un fidanzamento. L’ex fidanzato cantava quindi il suo disprezzo verso la ragazza o verso i parenti di lei, i quali molto spesso, erano stati causa della rottura. Il disprezzo dell’ex fidanzato è rivolto in particolar modo verso i genitori della ragazza, responsabili della fine del loro amore.
Questa canzone non ha un titolo preciso, fa parte di quella serie di canti chiamati appunto.
“Canzuni i Sdiagnu”.
La luna è janca e vu brunetta siti
la luna ammanca e vu sempri crisciti
Chissi uacchi mia nun si scordanu mai
guardanu sempri a tia giojuzza cara
aru maluacchiu u ci cridia mai
finu a quannu a mia e a tia
u n’ha fattu lassari.
Pi chissu iu vuagghiu beni a chi vo mali a mia
chi vo truvari nu saccu i denari
u si li spenna tutti a medicini
nu sulu sordu li pozza ristari
nu sulu sordu li pozza ristari
u si lu spenna a tuassicu e vilianu.
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Detti e proverbi
:
L’abuttu un crida da ru diunu
Il sazio non comprende chi ha fame
Zzappuliari aru pedi aru pediv
Dare fastidio, provocare incessantemente
Jiri truvannu finuacchj I timpa
Cercare inutili pretesti
Tamarri e crapiatti pigghjali du piattu
Cafoni e capretti vanno presi di petto.
Vocaboli Dialettali:
Gnommaru: gomitolo
Maruchi: lumache
Catabussu: seminterrato
Chjianca: macelleria
Liona: tartaruga
Cujiantri: confetti
Chjancato: soffitta
Pilucca: ubriacatura
Nnianu: tacchino
Spica I miju: pannocchia di granturco
Ricordando Santa Severina
Limpida appari,
sbocciata
da un sogno sereno.
Le forme leggiadre,
baciate dai venti,
distendi
su ripida roccia
in dolce abbandono.
Ti giungono da valle
fragranze di zagara
e di fiori campestri,
che hanno profumi
e ricordi d’infanzia!
Le strade selciate,
le fresche fontane
le antiche piazze,
le chiese in preghiera,
sembrano uscite
da un mondo di favola,
tra la nebbia
di un novello mattino.
La notte ti avvolge in un manto regale;
la luna estasiata,
ti veglia, ancella devota,
da sopra le torri.
Gioisce il cuore
nel tuo dolce ricordo
bramoso d’incontri,
come votivo lume
perpetuamente acceso.
Resterai nell’anima:
ventosa, ammirevole,
romantica,
storica Siberene.
(Mario Nicotera )
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Santa Severina è stata definita “La nave di Pietra” per la sua caratteristica forma. Questa città, sopravvisuta nel tempo, è riuscita a cristallizzare, quali appendici naturali dei suoi dirupi, le pietre murate dei suoi significativi monumenti. Questi attestano ancora oggi i trascorsi di una lunga e importante storia. In Santa Severina quasi tutto si è eccezionalmente conservato, sfidando le avversità dei tempi.
SANTA ANASTASIA
Sant’Anastasia è la Santa protettrice di Santa Severina. Il giorno a lei dedicato è il 29 Ottobre, ma ogni 9 Marzo, si usa ancora oggi, fare una processione per le vie dell’antico borgo medioevale, dove si espone il braccio d’argento contenente la reliquia della Santa, regalato da Roberto il Guiscardo all’arcivescovo del tempo, nell’anno 1100. Questa processione viene fatta in ricordo del terribile terremoto che si verificò nel 1648, che scosse e distrusse tutto il crotonese, ma lasciò quasi indenni, Santa Severina e i suoi abitanti, i quali, in onore della Santa che li aveva protetti, da allora aggiunsero nella sua iconografia, precisamente sul libro che ella regge nella mano sinistra, la miniatura del paese. Esistono due Sante che portano il nome di Anastasia: la nobildonna romana vissuta nel primo secolo, e che, rimasta vedova, abbracciò la fede cristiana aiutando poveri, malati e derelitti; e la Vergine e Martire di Sirmio, un piccolo centro dei Balcani, protettrice della seta, che si venera il 25 Dicembre.
L’Anastasia Santa patrona di Santa Severina sarebbe dunque la nobildonna romana che la Chiesa ricorda appunto il 29 Ottobre, tuttavia, quasi tutta l’iconografia della Santa presente nel nostro paese, raffigura invece la martire di Sirmio; in particolare il bellissimo dipinto di Fabrizio Santafede (1573-1624) oggi esposto nel museo diocesano, rappresenta Santa Anastasia con alle spalle un bellissimo inserto della Natività, ad indicare la festa liturgica del 25 Dicembre e ai piedi alcuni bozzoli ad indicare il suo protettorato sulla seta. Da questi elementi si può quindi dedurre che la Santa Patrona di Santa Severina sia in realtà S.Anastasia di Sirmio, e che il giorno a lei dedicato, sia stato spostato per motivi liturgici dal 25 Dicembre - data in cui la Chiesa Universale ricorda la Natività di Gesù - al 29 ottobre in concomitanza con il giorno dedicato ad un’altra Anastasia: Santa Anastasia la romana. Proprio il bellissimo dipinto di Fabrizio Santafede entra nella storia di Santa Severina per via di un miracoloso episodio che ha il sapore della leggenda.
Nel 1724, il Duca Greuther di Santa Severina, si rifiutò di giurare sottomissione all’Arcivescovo del tempo, era questo un gesto gravissimo perchè la tradizione voleva che, nel giorno di Sant’Anastasia, durante la cerimonia detta “della Bandiera”, si rinnovasse il riconoscimento da parte del Duca della supremazia della Chiesa sul potere temporale. Quell’anno erano sorti dissidi fortissimi tra l’Arcivescovo e il Duca per la faccenda delle decime e questi dissidi, avevano portato il Greuther, non solo a non sottomettersi formalmente alla Chiesa, ma a minacciare apertamente l’Arcivescovo il quale, per tutelarsi, abbandonò Santa Severina e si trasferi a Cutro. Venne quindi il giorno di Sant’Anastasia , e...
“(...) sulla città cadde una straordinaria ed orribile tempesta nel solo circuito di essa (...), di smisurata grandine, di fulmini, di saette e tuoni de quali due ne cascarono nella med(esi)ma chiesa, (...),quindi, si vide il volto dell’immagine della Santa non solo tramandare sudore ma con diversità e varietà di figure e colori, ora rosso, ora giallo, ora fosco ed ora pallido.
Accorsero tutti, anche i ministri dei Gruther presenti nella città, arrivò l’Arcivescovo dalla vicina Cutro e rimpiazzò tutte le funzioni in ossequio della Santa.
Durante la messa...
(...) Offerì la pace a tutti e specialmente al suo primogenito il Signor Duca, chiamò al suo trono il di lui agg(en)te gen(era)le dicendogli (...) che doveva in tale occasione riconciliarsi (...) quindi strettamente l’abbracciò perchè si trovò qui il razionale di d(ett)o Signor Duca che nel giorno seguente doveva partirsi, chiamatolo al trono gli diede un nuovo abbraccio perchè in suo nome giacchè in contemente dovea andar a Napoli lo portasse al Signor Duca suo primigenio.
Or dopo tutti questi segni (...) nello giorno dell’ottava del primo giorno di sudore, pensò Mons. arcivescovo di intonare e cantare il Te Deum Laudamus, avanti l’immagine della Santa che siccome nella prima volta il viso della Santa (...) si dimostrò cruccioso, così nella seconda si dimostrò giulivo e sereno (...) ha somministrata (...) una piena speranza siccome se ne va concretando qui il disegno con i ministri del Signor Duca (...) dalla cui pietà si spera che ricevendo tutta l’impressione da questi segni dalla Santa operati per illuminare questa città ed i superiori della medesima ch’è Monsignor Arcivescovo ed il Signore Duca ebbe a consegnare alla pace cercata.
(Per il testo completo si rimanda a “Siberene” 1915, pp179-215).
Tale evento è fedelmente riportato nella relazione Ad Limina Petrii, che ogni tre anni il responsabile dell’Arcidiocesi inviava a Roma.
IL BATTISTERO
Non si hanno fonti sicure sull’origine e sul periodo di costruzione di questo singolare monumento. Secondo i risultati dei restauri, che attualmente sono in corso, la costruzione del Battistero potrebbe risalire al VII-VIII secolo, ponendo così in discussione alcune date importanti della storia Bizantina di Santa Severina che dovrebbe essere riscritta. E’ l’unico monumento bizantino, almeno in Italia, a pianta circolare con quattro bracci sporgenti lungo gli assi principali, tali da formare una croce greca. All’esterno si presenta con tre elementi sovrapposti: un corpo cilindrico, il tamburo rientrante e rispondente all’alzata della cupola e, ancora più arretrata, la lanterna. La porta d’ingresso, che immette direttamente sulla piazza, è incorniciata da un portalino a sesto acuto. All’interno otto colonne, di cui sette in granito, sorreggono la cupola, originando la forma ottagonale del tamburo. Quest’ultima aveva un significato simbolico nei battisteri bizantini, come spiega Sant’Ambrogio:
“ Era giusto che l’aula del sacro battesimo avesse otto lati, perchè ai popoli venne concessa la vera salvezza quando all’alba dell’ottavo giorno, Cristo risorse dalla morte.”
Le colonne, tolte da antichi edifici di età tardo antica, sono tutte di diverso diametro, per cui gli archi che le uniscono hanno luce diversa. I capitelli hanno semplici motivi ornamentali, due portano iscrizioni greche. Dagli archi si sviluppa la cupola a spicchi senza costoloni. Le pareti, probabilmente, erano decorate con affreschi di cui oggi rimangono poche tracce. Lungo le pareti del braccio ovest corrono figure scolpite di Angeli e Santi, volte tutte verso il centro del Battistero; un’altra di queste figure è sulla parete opposta all’ingresso principale, dietro l’altare e guarda anch’essa verso il centro, dove si trova il fonte battesimale. L’interno è illuminato da due finestre nel corpo cilindrico e da quattro nel tamburo ottagonale. Nel Battistero è stato collocato di recente un sarcofago raffigurante un guerriero del 1500, si tratterebbe dell’effige del generale Angelo del Duca, eroico personaggio Santaseverinese intorno al quale si narra una leggenda:
Nel tempo in cui Santa Severina era assediata dagli Angioini, i Santaseverinesi trovandosi in difficoltà, si recarono presso la tomba di Angelo del Duca, un valoroso guerriero, e lo pregarono di venire loro in aiuto. Angelo del Duca, non si sa se in sogno o direttamente parlando a qualcuno, consigliò ai Santaseverinesi di mungere gli animali e insieme al latte delle puerpere fare tante ricotte e formaggi da buttare ai nemici. In tal modo questi avrebbero creduto che i cittadini avevano ancora molto cibo e che potevano quindi resistere all’assedio ancora a lungo. Così avvenne. Gli Angioini, scoraggiati, abbandonarono l’assedio e Santa Severina fu liberata.
CHIESA DI SANTA FILOMENA O POZZOLEO
A destra, per chi sale verso la Piazza principale, sorge la chiesetta di Santa Filomena o Pozzoleo.
La sua cupola dà un’intonazione orientale al paesaggio. Essa è costituita da un tamburo cilindrico, con feritoie orientate verso i quattro punti cardinali ed è abbellita da sedici piccole colonne sormontate da piccoli capitelli con decorazioni a fogliame. La chiesetta si compone di due piani, ciascuno con una sola navata. L’ambiente superiore, dedicato a Santa Filomena, termina con una piccola abside semicircolare e sporgente, munita di una feritoia e presenta due porte d’accesso gemelle, ad arco a sesto acuto, con doppia cornice. Entrambe le cornici esterne delle porte gemelle, evidenziano lo stesso elemento decorativo dei capitelli della cupola . La chiesetta è illuminata oltre che dalla feritoia dell’abside, da altre due finestre bifore poste una sul lato est e l’altra sul lato sud. L’ambiente inferiore, dedicato alla Madonna del Pozzo, era una cisterna di età bizantina. Sulla presenza di questa cisterna trova riscontro la leggenda relativa alla nostra antichissima chiesa che così narra:
“Molto tempo fa al posto della Chiesa di Pozzoleo, vi era una casa munita di un pozzo, nella quale viveva una donna chiamata Filomena, con la sua bambina. Un giorno la madre uscì, lasciando la figlia sola. Questa, spinta dalla curiosità, andò a guardare nel pozzo e si sporse cadendovi dentro. Quando la madre tornò e non trovò la figlia si mise a piangere disperata. La bambina sentendola la chiamò: “Mamma non piangere! Sono qui, nel pozzo, in braccio ad una bella Signora!”. La madre dopo aver sentito la figlia, andò subito a chiamare alcune persone affinché l’aiutassero a tirar fuori dal pozzo la bambina. La bambina fu trovata illesa, seduta in fondo al pozzo su un quadro che raffigurava la Madonna. Adesso il quadro è conservato in quella che era la casa della bimba diventata Chiesa di Santa Filomena o Pozzoleo.
Sulla piazza si affacciano i tre monumenti più importanti di Santa Severina: la Cattedrale, il Battistero ed il Castello. Come tutte le piazze principali dei piccoli centri essa rappresenta il cuore, cioè la vita del paese. E’ il luogo d’incontro dei ragazzi e degli adulti di Santa Severina.
I Santaseverinesi chiamano questa piazza “Campo”, nome che è rimasto da quando, nei tempi antichi, era un campo d’armi e i militari vi svolgevano le loro esercitazioni. Dai cosidetti “spuntoni” situati l’uno di fronte all’altro, si possono ammirare panorami veramente suggestivi: a sinistra si vedono le montagne della Sila e a destra l’ampia vallata del Neto, fino al mare. La piazza, prima in terra battuta poi asfaltata, fu pavimentata nei primi anni ottanta con cubetti di porfido scuro e marmo bianco. L’elemento strutturante della pavimentazione è un’immensa ellisse, orientata con l’asse maggiore in direzione N/S. L’interno dell’ellisse è diviso in dodici quadranti che convergono in un sistema centrale dov’è situata la rosa dei venti. A sud ovest della piazza, sorge la villetta comunale. I sedili sono stati costruiti con pietrame locale e danno l’impressione di formare un labirinto, in realtà formano un grande sole che, come l’ellisse della piazza, è orientato secondo i punti cardinali. Al centro del sole è posta una fontana di travertino e sopra la fontana una stella a 18 punte.
CHIESA DELL’ADDOLORATA
Fu probabilmente la prima Chiesa Cattedrale della Metropolia di Santa Severina. Fu quasi totalmente ristrutturata intorno al XVIII secolo, per cui, l’antica struttura e gli originali particolari costruttivi, vennero occultati, lasciando in evidenza caratteristiche di stile Barocco meridionale. Lo studioso Paolo Orsi nel 1911 rilevava, con le sue ricerche, una Basilica a tre navate con tre piccole absidi; la navata centrale era separata dalle secondarie mediante dodici pilastri a sezione quadrata che furono incorporati nella muratura. Quando fu costruita la Cattedrale latina, la Chiesa fu intitolata alla Madonna Addolorata.
CHIESA DI SANTA MARIA
Anche le origini di questa Chiesa sono avvolte nelle tenebre. Già nell’apprezzo del 1687, veniva definita “antichissima”. La sagrestia di misura sproporzionata rispetto all’unica navata attuale, ci fa pensare che la chiesa fu distrutta, forse dal teremoto del 1783, e poi ricostruita annettendovi la soppressa chiesa di San Nicola che sorgeva in contrada Armirò. Fino a qualche tempo fa, i ragazzi, nel giorno di San Nicola, giravano per le case chiedendo la legna per poi accendere un falò nel piazzale davanti alla Chiesa di Santa Maria e San Nicola.
( Chiesa di Santa Maria )
CHIESA DI SANTA LUCIA
Probabilmente sorse intorno al XII secolo, nello stesso periodo della “Chiesa della Addolorata”. Ha una piccola navata quasi trapezioidale, che termina con una piccola abside. Quest’ultima presenta all’esterno, sotto la gronda di tegole, un doppio filare di mattoni in coltello, a zig-zag, chiaro elemento di origine bizantina ripetuto in diverse chiese medioevali. La chiesa è detta anche “dell’Ospedale”; l’apprezzo del 1687 descrive come, accanto ad essa, sorgessero quattro stanze ad uso ospedaliero sia per i cittadini che per i forestieri che affluivano a Santa Severina durante il periodo delle fiere tradizionali di San Giovanni Minagò e di Santa Anastasia, che duravano entrambe otto giorni nel mese di Maggio di ogni anno.
CHIESA DI SANT’ANNA
Sull’origine di questa antichissima chiesetta, non si hanno notizie fondate. Nel 1687 è citata semplicemente fra le sette chiese piccole di Santa Severina. Si trova poco più avanti della Chiesa dell’Addolorata, su un’altura detta “Monte Fumiero”; ormai semi diroccata ed inaccessibile, in attesa di essere restaurata.
EX CHIESA DELL’ORATORIO
In posizione obliqua rispetto alla facciata della Chiesa Cattedrale, sorgeva la Chiesa della Congregazione della Concezione, detta dell’Oratorio del XVI secolo, con due porte ed una Cripta. Qualche decennio fa, fu ristrutturata in modo radicale al fine di essere adibita a Casa Parrocchiale, ed utilizzata anche per lo svolgimento di attività sociali; solo a fatica pertanto, si possono individuare i tratti esterni del monumento, ormai riconvertito a nuovo uso.
MUSEO DIOCESANO
Le Chiese della Calabria assoggettate al patriarcato di Costantinopoli, fino al sec.IX, dipendevano tutte dall’antica Metropolia di Reggio Calabria.
Al tempo di Leone VI (886-919), Santa Severina era già sede Metropolitana, seconda e ultima istituita in Calabria da Bisanzio. Con la conquista normanna (sec.XV) venne imposta al clero greco e ai fedeli la sottomissione a Roma. Nonostante ciò, molte chiese e prelati delle due Diocesi, continuarono a celebrare secondo il rito bizantino e tale tradizione restò viva fino a tutto il sec.XV. Crotone e Santa Severina denotano quindi, sin dalle origini, sotto l’aspetto diocesano, una storia distinta ed autonoma; questa connotazione giurisdizionale continuò ad esistere fino all’unificazione delle due Chiese avvenuta nel 1986.
Monsignor Agostino, ex Arcivescovo dell’ arcidiocesi di Santa Severina-Crotone, memore dell’importante storia, ha fortemente desiderato la realizzazione del museo diocesano, indicando la città di Santa Severina quale sede più idonea per testimoniare la storia della chiesa crotonese.
Il Museo si articola in tre tematiche: Luoghi; Oggetti e Documenti.
Nella sezione Luoghi, sono trattati gli edifici di culto che testimoniano la storia del Cristianesimo: catacombe, basiliche, battisteri, chiese bizantine, strutture abaziali e cattedrali post-tridentine.
Nella sezione Oggetti, articolata in tre stanze, sono presentati arredi ecclesiastici, paramenti sacri, insegne episcopali, reliquiari, ostensori; è presente inoltre una sub-sezione riferita agli aspetti iconologici (pitture e sculture). Nella sezione Documenti, sono rappresentati ed esplicitati i libri liturgici e i testi fondamentali della catechesi, sono esposti inoltre in campionario di documenti quali: bolle, pergamene, privilegi, che testimoniano la storia plurimillennaria della Chiesa.
( Museo Diocesano )
EX MONASTERO DI SAN DOMENICO
Da “Monte Fumiero” scendendo verso ponente, si giungeva un tempo all’antico complesso di San Domenico con l’annessa chiesa ad una navata e, poco più a valle, vi era una delle porte della cittadina, detta “Porta Nova”. Di quest’ultima non è rimasto nulla, mentre del Monastero e della Chiesa, è visibile qualche rudere, tra i quali, un vano a piano terra del campanile con volta a griglia “quadripartita”, che si erge avvolto da verdissima edera.
ALTILIA DI SANTA SEVERINA
Il suo abitato, a 10 chilometri da Santa Severina, sulla strada per S.Giovanni in Fiore, è posto a 310 metri sul livello del mare su di un colle ameno da cui si domina lo stupendo panorama della vallata del Neto e dei monti della Sila. Per chi passa dal bivio e sale all’abitato, è consigliabile arrivare al palazzo che il barone Barracco aveva fatto costruire sull’impianto del vecchio monastero, circondato da un bellissimo parco di pini maestosi, vanto degli abitanti di Altilia, che lo hanno trasformato in Villa Comunale. Altilia ebbe il Monastero Florense di Santa Maria che dipendeva dalla Badia di San Giovanni in Fiore, celebre in tutta Europa per l’Abate Gioacchino suo fondatore. Questo Monastero ebbe tale importanza da meritare l’intervento dei Papi in varie controversie con altri monasteri e col capitolo metropolitano di Santa Severina. Soprattutto era notevole questa Badia per il culto alla Vergine, tanto da essere detta la “Calabro-Maria”. In Siberene del Mons. Puja a pag. 465, è riportata una famosa leggenda su “ La campana del Brigante” di cui è ancora dotata la Chiesa d’Altilia. Essa racconta che....
Un brigante, inseguito dai soldati, si inerpicava su quella erta e aspra collina di fronte ad Altilia. Arrivato alla sommità di quell’altissima rupe si rese conto che non aveva altra scelta: o farsi ammazzare dai soldati che lo stavano circondando o ammazzarsi da sè buttandosi da quell’altissima rupe. Scelse quest’ultima via, ma prima di buttarsi chiese con fede aiuto alla Madonna di Altilia il cui Santuario stava proprio di fronte e gridò: ” Maria di Altilia salvami! E io ti farò la campana che manca alla tua chiesa”. Fu un miracolo. Il brigante da quella caduta ne uscì illeso e riprese la sua corsa verso la campagna sfuggendo così ai soldati. La campana fu fatta fondere a sue spese e anche oggi viene chiamata la campana del brigante.
A riscontro della leggenda rimane ancora il nome della rupe da dove si gettò il brigante, “Timpa del Brigante” o “del Salto” che si trova proprio di fronte all’ex Monastero di Altilia.
IL CASTELLO
Tra i diversi monumenti presenti nell’ambito di Santa Severina, il Castello, assume sia per grandezza che per importanza, un aspetto predominante anche per il fascino che usualmente i manieri esercitano sull’immaginario collettivo, inoltre si configura in esso, l’unico apparato militare calabrese ancora interamente conservato.
Il Castello è composto da un Mastio quadrato e da quattro torri cilindriche, poste agli angoli ed è fiancheggiato da quattro bastioni sporgenti in corrispondenza delle torri. Esso domina con la sua mole imponente, la piazza detta “Campo”. L’accesso dalla piazza avviene attraverso un ponte costruito nel 1836. Visitare ed osservare la struttura di questo possente monumento, è come ricostruire le varie epoche dei sistemi difensivi in Italia ed in Europa.
Il Castello occupa gran parte dell’area di sedime dell’antico Kastron Bizantino, nel quale coesistevano fabbriche ecclesiali e strutture militari delimitate da un unico recinto protetto da fossati e dirupi. Al periodo Bizantino risalgono gli avanzi della chiesa con pareti affrescate, la necropoli ed alcuni tratti di strutture militari, quali la muraglia di sbarramento e la cisterna semi ipogea attigua alla torre tonda di sud-ovest.
I Normanni che subentrarono ai Bizantini sul finire del secolo XI, costruirono sullo stesso sito il loro castello e ciò comportò, inevitabilmente, la distruzione delle presistenze architettoniche elevate all’interno dell’antico Kastron.
Il Castello, nella prima metà del secolo XIII, venne poi riadattato per volontà di Federico II di Svevia, sebbene le tracce del suo restauro risultino in gran parte andate perdute a seguito degli ammodernamenti successivi. Le strutture del perimetro del mastio, che rappresenta la parte più appariscente dell’antico maniero, fu costruito sotto la dominazione angioina: le difese merlate aggettanti dei torrioni circolari poste agli angoli e le difese merlate delle cortine, dotate di arcaici punti di sparo, evidenziano l’età di costruzione della fabbrica. Sotto il dominio degli Aragonesi, il Castello non subì ammodernamenti, anche se furono introdotti alcuni significativi punti di sparo nei torrioni circolari posti agli angoli del Mastio. I primi importanti lavori di ammodernamento alla fortezza, furono realizzati da Andrea Carafa, conte di Santa Severina (1496-1526): sotto il dominio del vecchio conte si costruirono le porte della città, le relative mura di difesa, i rivellini meridionali, tre baluardi, due fronti difensivi e la residenza feudale. Galeotto Carafa (1527-1556), che subentrò allo zio, ammodernò il fortilizio, continuando in parte l’opera già avviata dal predecessore. Nel perseguire gli stessi scopi, Galeotto costruì un nuovo impianto fortificato ed elevò la maggior parte delle strutture che oggi costituiscono la fortezza racchiusa nel primo perimetro.
Andrea II Carrafa (1557-1569), figlio di Galeotto, completò le strutture summitali del fronte bastionato del Campo e costruì le fabbriche del fronte meridionale.
Vespasiano Carrafa,(1569-1599), figlio di Andrea II, impiantò, senza completarle, le strutture del rivellino dell’avamposto. I Ruffo che subentrarono ai Carrafa apportarono nella fortezza , dal punto di vista militare, qualche piccolo aggiustamento, senza però produrre opere meritevoli.
Agli Sculco prima e ai Greuther poi, va il merito di avere ammodernato nel corso dei secoli XVII e XVIII la residenza feudale, ingentilendola attraverso la costruzione di volte a schifo, dipinte e decorate. Dal 1806, anno della soppressione della feudalità, il castello venne incamerato dal Demanio per poi essere venduto a privati. Nel 1905 fu acquistato dal Comune, che lo usò prima come sede di uffici pubblici poi come scuola, divenne infatti sede del convitto maschile. I lavori di restauro iniziati nel 1991, sono stati completati nel 1996. Nel 1997 il Ministero dei Beni culturali ha riconsegnato al Comune le chiavi di questo antico monumento. Dal punto di vista storico-architettonico, il Castello-Fortezza di Santa Severina, offre al visitatore non solo il fascino che caratterizza questa tipologia di monumenti, ma anche un vasto campionario di tipologie militari, nonchè importanti emergenze archeologiche e storico- artistiche che documentano i tratti più significativi delle civilizzazioni e delle dinastie europee, che regnarono su questi territori dalla caduta dell’impero romano d’occidente all’unità d’Italia. All’interno del Castello si trova il Museo Archeologico, organizzato in due sezioni, riguardanti gli scavi del Castello ed i materiali del territorio di Santa Severina e di altre località del Marchesato e, ancora, il Centro Documentazioni e Studi Castelli e Fortificazioni Calabresi, ubicato nel Bastione del Castello detto dell’Ospedale, strutturato in due sezioni strettamente correlate fra loro. La prima sezione è dedicata al sistema informativo, infatti è basata sulla creazione di una banca dati, relativa ai castelli, di portata regionale. La seconda verte sull’allestimento di pannelli esplicativi e plastici tridimensionali, volti ad illustrare le diverse tipologie e le diverse evoluzioni delle architetture militari. Anche intorno al Castello di Santa Severina, come intorno ad ogni castello che si rispetti, esiste una leggenda dai toni un pò foschi ma altamente suggestiva.
Si narra infatti che...
In una notte buia, il diavolo uscito fuori dall’inferno, perchè invocato in un luogo poco lontano da Santa Severina, comprava l’anima di un cristiano e per compenso faceva trasportare dalla Sila, non proprio vicina, un colossale pino di straordinaria lunghezza e lo fabbricava alla lunghissima mangiatoia della scuderia del Castello di Santa Severina.
La leggenda qui descritta è tratta, come altre, da “Il Popolo di Calabria” del prof. Giovanni del Giacomo-Trani 1899, il quale, afferma di aver visto personalmente la celebre trave nella mangiatoia del Castello: un legno piallato e drittissimo ancora con la corteccia, lungo diciassette metri e mezzo; tre volte più lungo quindi dei pini che normalmente crescono in Sila. Sulla mangiatoia, ad avvalorare tale leggenda, vi era un rozzo dipinto che raffigurava il diavolo con una trave sulle spalle.
( Il Castello )
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“Il paese degli aranci”
Santa Severina era un tempo denominata “Il paese degli aranci”. Numerosissimi erano infatti gli agrumeti che la circondavano, e nel mese della fioritura, come ricordano alcuni anziani, il profumo delicatisimo dei fiori giungeva fino al centro abitato.
Le arance, per i Santaseverinesi rappresentavano una fonte economica primaria. Per la loro alta qualità erano rinomate in tutto il crotonese. Erano inoltre cosiderate una ricercata merce di scambio, infatti dai centri silani, specialmente da San Giovanni in Fiore, muovevano carri colmi di patate che venivano barattate con arance.
Che questo frutto per il nostro paese rappresentasse una fonte economica notevole, è testimoniato anche dalla serie di indotti che intorno ad esso si venivano a creare. Grossisti - di alcuni se ne riecheggiano ancora i nomi quali tal Morabito o tal Scaramandrei - prendevano in usufrutto per più di tre anni gli aranceti, pagando bene ed in anticipo il tutto e mettendo guardiani a salvaguardali. Possedere un aranceto -“Jardinu” in dialetto locale- significava quindi avere una fonte di sicura rendita. Il periodo di raccolta delle arance, a Santa Severina, si protraeva per più di otto mesi, iniziava con le arance precoci, a Novembre, e terminava a Giugno inoltrato. Alcune qualità, infatti cominciavano a maturare nel mese di Aprile, proprio quando la stagione delle arance in genere è già chiusa da un pezzo. Perciò questi frutti a Santa Severina erano e sono tuttora presenti, per buona parte dell’anno.
Va da sè che le arance facevano parte integrante nella dieta dei Santaseverinesi, venivano portate in tavola non solo come frutta ma anche come vera pietanza. Ecco alcune ricette che testimoniano come, di questo succoso frutto, non venisse buttato via niente, neanche la buccia.
Insalata d’arance
Per questa pietanza venivano utilizzate le arance sanguinelle o di altro tipo purchè non dolci. Venivano sbucciate e tagliate a rondelle, sistemate poi su un piatto piano e condite con olio, sale e pepe rosso macinato (in santaseverinese chiamato spagnualu). Questa insalata veniva mangiata con la classica “scarpetta” di pane.
Farinella d’arance
Per questo preparato, venivano utilizzate le bucce d’arance tagliate intere. Le bucce venivano lavate e messe ad essiccare, accanto al camino, per diversi giorni. Quando poi erano completamente disidratate, venivano macinate e ridotte in polvere. Questa polvere era poi utilizzata come essenza aromatica nei dolci natalizi o nel sanguinaccio.
Canditi
Con le bucce d’arance tagliate a listelle non troppo sottili, si preparavano anche i canditi che venivano utilizzati nei dolci o mangiati come ghiottoneria dai bambini. Il procedimento era molto semplice: si metteva in un pentolino acqua, zucchero e le bucce d’arance, si lasciava bollire il tutto quasi per un’ora e quando l’acqua si era evaporata e lo zucchero depositato sulle bucce, si toglieva il pentolino dal fuoco e si lasciavano raffreddare i canditi così ottenuti.
Altri piatti tipici di Santa Severina che utilizzano ingredienti poveri, tipici della campagna del marchesato sono:
Screnchi ‘I vecchja cu ra ricotta
Privare delle spine i cardi selvatici e sbollentarli in acqua salata. Saltarli in padella con aglio ed olio. Aggiungere infine la ricotta e una manciata di pepe nero.
Ricchj ‘I ciucciu
Stendere una sfoglia sottile di pasta fatta in casa (quella delle tagliatelle) e cospargerla di zucchero e limone grattuggiato. Quindi arrotolarla e tagliarla a fettine. Friggerla poi in abbondante olio d’oliva.