1a domenica e 1° lunedi di Maggio
San Michele Arcangelo (patrono)


Luglio/Agosto
Estate Sannicolese


23-30 Dicembre
Sagra della crespella



San Nicola


San Nicola


LO STEMMA
Scudo azzurro chiaro, con in campo San Nicola Vescovo vestito di rosso e di bianco, con il capo coperto dalla mitra, recante nella mano destra un ramoscello d’ulivo e in quella sinistra il pastorale. Ornamenti esteriori da Comune.

IL GONFALONE
Per metà bianco, l’altra metà è azzurra, vi è raffigurato San Nicola di Mira ed è circondato da una duplice ghirlanda. San Nicola di Mira è avvolto da una nube azzurrina e porta nella mano sinistra lo scettro vescovile, nella mano destra un ramoscello di ulivo. Sul capo porta il copricapo dei vescovi “Mitra”.

 

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STORIA


La Venuta degli Albanesi

Nel 1440 gli Albanesi abbandonarono la loro patria, in pericolo per l’invasione turca. Ma il vero esodo iniziò dopo la caduta di Costantinopoli e dopo la morte del principe Skandeberg (1467). Dopo tali tristi vicende, gli Albanesi furono costretti ad abbandonare le loro terre per salvare le famiglie, la religione, le loro tradizioni culturali, dalla furia devastatrice dei Turchi. Alcuni di loro sbarcarono in Calabria, in Sicilia ed in Basilicata, da qui iniziò la storia degli attuali paesi arbëreshë, tra i quali, San Nicola dell’Alto.
Le origini della parola San Nicola, si richiamano alla figura del vescovo di Mira, che ha sempre ispirato grande devozione presso molti Albanesi. Si racconta, infatti, che la nave che trasportava le sacre reliquie del corpo di San Nicola, si sia fermata, per divina disposizione nell’anno 807 alla foce della Boiana in Albania. Giovanni Basta nel 1818, sindaco del paese, dichiarava come patrono di questo comune, di San Nicola.
L’aggiunta dell’Alto si spiega con la particolare posizione del sito, posto ad un’altura di circa 700 m. sul livello del mare.

San Nicola, non fu fondato come erroneamente si credeva dagli Albanesi. E’ stato infatti accertato che il casale di San Nicola esisteva già da alcuni secoli prima della venuta degli Albanesi (1470), come casale di Casabona e che, nel 1445, contava circa 45 fuochi ed apparteneva alla chiesa cattedrale di Umbriatico (allora sede Vescovile). Gli Albanesi, particolarmente valorosi nell’arte della guerra, giunsero in questa terra, verso il 1470, mandati dal principe Skanderberg in aiuto ad Alfonso d’Aragona, minacciato dai feudatari fedeli agli Angioini. Molti di questi guerrieri rimasero e ripopolarono il casale di San Nicola, villaggio ormai abbandonato. Il Borgo mantenne la denominazione di Casale di Casabona fino al 1811, data in cui ottenne l’autonomia. In seguito venne assegnato come feudo alle famiglie Canivaglia, d’Aragona (1507) e Pisciotta (1580). Successivamente passò dai Cosentini Spiriti, (1562) ai Rossi, ai Moccia ed ai Capecelatro (1783-1806). Con la legge 19 gennaio 1807, i Francesi fecero di San Nicola dell’Alto un’università del cosiddetto Governo di Strongoli. Nel riordino effettuato per decreto 4 maggio 1811, istitutivo dei comuni, San Nicola veniva mantenuto nella giurisdizione di Strongoli, per lo stesso decreto dichiarato capoluogo di mandamento, con l’attribuzione della frazione di Carfizzi. Dal primo maggio 1816, passò dalla provincia di Cosenza a quella di Catanzaro.

Le Miniere di San Nicola
In passato, San Nicola dell’Alto vantava una certa fonte di ricchezza, derivante dalle miniere di zolfo; zolfatari infatti erano chiamati i lavoratori delle miniere, venuti in origine dalla Sicilia. Sono tante le miniere e tanti i nomi che le contraddistinguono: “Prato” e “Calcarella” ubicati nel comune di San Nicola; “S. Domenica” nel comune di Melissa e “la Comero” nel comune di Strongoli. In questi luoghi, il lavoro dei minatori è stato sempre massacrante, senza sicurezza ed in condizioni igienicamente vergognose. Sull’origine dell’estrazione dello zolfo nella zona si hanno scarse notizie, rilevate da pochi reperti ritrovati nella zona sottostante “Le Murge”, sito archeologico nel comune di Strongoli, dove secondo alcune indicazioni, si pensava sorgesse, ai tempi della Magna Grecia, la città di Macalla. Verso il 1870 ad opera di ricercatori privati, ebbero inizio i lavori di estrazione di zolfo da vendere ai grossisti. Impiegavano in quei lavori ragazzi di 7- 8 anni, i famosi “Carusi “ i quali trasportavano lo zolfo fuori dalla miniera con le cofanelle (cofani di ferro e di vimini) e con un cuscino di stracci sulle spalle per evitare le piaghe. L’impiego dei “Carusi “ nelle miniere di San Nicola, è continuato ininterrottamente fino al 1940. La miniera di Comero è l’unica rimasta in attività fino al 1960, anno in cui, in seguito ad un tragico crollo, persero la vita molti operai; per questo doloroso evento, nonostante l’eccellente qualità della materia prima ed essendo l’estrazione dello zolfo divenuta non più competitiva, la miniera fu costretta a chiudere definitivamente i battenti. Nel dopoguerra, intorno al 1945, si è assistito ad un esodo dei minatori nelle miniere di carbone del Belgio, della Francia, e della Germania. L’emigrazione, divenne sempre più massiccia, un’emorragia inarrestabile, che ha dissanguato completamente il paese riducendo notevolmente la sua popolazione che oggi conta solo 1.350 abitanti circa.

Da moltissimi anni la sua storia si racconta attraverso il Gruppo Folcloristico Calabro Albanese “Oreste Ventrice“, allestendo spettacoli ricchi di canzoni e balli in costume dell’antica tradizione Arbëreshë; ad approfondire la storia di questa originale comunità arbëreshë, ha contribuito l’apertura del Museo della Civiltà Contadina, autentica perla dell’Alto Crotonese, che rappresenta un viaggio nei luoghi dell’antica civiltà contadina, per ristabilire la memoria perduta di un passato duro e ormai lontanissimo, fatto di miseria e patimento, ma anche di una diversa qualità della vita. Queste iniziative hanno colpito gli abitanti di San Nicola, che attraverso il gruppo folcloristico, intrecciano vari filoni narrativi dalla memoria dei vecchi, alla fantasia dei giovani. D’inverno poi, tutto si avvolge di un incantato silenzio, interrotto soltanto dal sibilare del vento, dal fruscio delle foglie, da un buon bicchiere di vino e dall’allegria della sua gente.

Personaggi

Come ogni paese, S. Nicola dell’Alto ha dato i natali a uomini illustri e valorosi, i quali hanno dedicato tutta una vita a opere grandiose. Questi spiriti eccelsi si sono distinti nella difesa della patria, nell’amore per le lettere e per il diritto.

Domenico Siscar
vescovo di origine Sannicolese “Don Indicus Siscar” morto e sepolto nella chiesa di San Domenico a San Nicola Dell’Alto.

Gian Domenico De Martino
celebre giurista ( sec. XVII)

Giuseppe Basta
giurista (1743- 1819);

Giorgio Basta
valente generale di San Nicola dell’Alto. Menzionato dallo stesso Vico in “Vita di Marco Antonio Carafa”;

Nicola Basta
Letterato e patriota ( sec XVIII);

Giuseppe Rossi e Nicola Vaccaro
patrioti risorgimentali ( sec. XVIII).


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TRADIZIONI


I Falò Prenatalizi

Una tradizione Sannicolese molto antica è quella dei falò. Essi iniziavano dal quattro di Dicembre, con quello in onore di Santa Barbara, e si concludevano con il grande falò della sera della vigilia, sul sagrato della chiesa Madre. Questi fuochi prenatalizi si organizzavano nei vari rioni del paese, su iniziativa dei bambini che provvedevano alla raccolta della legna.

Il falò di Santa Barbara
Il quattro di dicembre, in onore di santa Barbara, protettrice dei minatori, si celebrava la messa nella cappella della miniera di S. Domenica, con la partecipazione dei minatori e del popolo di San Nicola. Dopo la Santa Messa, si ritornava in paese.

Il Falò della sera della vigilia di Natale
La sera del ventiquattro di dicembre, si organizzava un grande falò sul sagrato della chiesa parrocchiale, attorno al quale si riunivano a chiacchierare uomini avvolti nei loro mantelli, donne e bambini, e tutti insieme, godevano del calore ed ammiravano il nembo delle faville che saliva nel cielo dicembrino.

Il Carnevale
La festa del Carnevale ha inizio dopo l’Epifania. Il canto caratteristico è la “ Vallia e Karnevarit”. E’ una danza dal ritmo vivo. Due ragazze ben messe, o due giovani, si mettono all’estremità del semicerchio formato da dieci ragazze per “tirarsi” alternativamente. I due tiratori sono tenuti con un foulard legato al braccio. Tutte le altre donne, con le braccia intrecciate sul petto, si tengono per mano con la compagna vicina, sino a formare quasi un ferro di cavallo. L’argomento prevalente delle Vallie era l’amore, qualche volta tradito come in “Kostantini Kuror e par”, in altre vallie, coronato dal successo.

La Quaresima (Koraisma)
Dopo il mercoledì delle Ceneri, le donne di San Nicola confezionavano un pupazzo vestito di nero con in mano la conocchia e un filo di canapa o di lino attaccato al fuso, simbolo di operosità femminile. Ai piedi del pupazzo, era attaccata un’arancia, ed intorno ad essa venivano attaccate sette penne di gallina corrispondenti alle sette settimane della Quaresima. Al trascorrere di ogni settimana, si tirava una penna dall’arancia. Le mamme usavano appendere questo pupazzo all’esterno, sull’architrave della finestra in modo che fosse visibile a tutti. Questo pupazzo, che simboleggiava la stessa quaresima, ricordava, soprattutto alle donne, i tre giorni di digiuno e di preghiera che dovevano praticare nella settimana precedente la Pasqua. I tre giorni erano: il Lunedì, il Mercoledì ed il Venerdì. Era tradizione, per loro, praticare il digiuno il giovedì Santo. Si riunivano in chiesa con il capo coperto da un velo nero, e nel corso della giornata le vicine solevano loro offrire nel luogo sacro un caffè.

La Celebrazione del Matrimonio
Era usanza a San Nicola celebrare il matrimonio di domenica, anche se il rito cominciava il giovedì precedente. Il Giovedì mattina le suocere, vestite in modo solenne ed elegante con la çoha, andavano in giro per il paese ad invitare parenti ed amici, per poter ammirare nel pomeriggio, il corredo della sposa, che la madre della promessa esponeva sul tavolo, e sul letto. Dopo l’esposizione e l’ammirazione da parte di tutti i presenti, il corredo veniva posto in ampie ceste di vimini, e successivamente, in corteo, con le ceste cariche di biancheria, tutti si recavano nella casa dei novelli sposi. La qualità e la quantità del corredo dipendeva dalle condizioni economiche della famiglia, comunque, specialmente per le lenzuola e per le coperte, era tradizione darne un numero prestabilito (in genere dodici paia).

La pasta ( Brumi )
La sera del giovedì che precedeva la domenica delle nozze, la sposa si recava alla casa dello sposo, dove si dava inizio al cosiddetto “Brum”, la pasta. L’impasto avveniva senza l’uso di lievito o d’altro. Si prendeva un chilogrammo di farina che veniva impastato con acqua da una giovane zitella, durante tutta l’operazione veniva innalzato un canto, per tutto il tempo della durata del canto, la sposa era circondata dai parenti e dalle persone più intime, e rimaneva seduta in modo composto ed assorto. Terminato l’impasto, tutti coloro che erano rimasti seduti, si alzavano e si gettavano sulla pasta, prendendone un po’ per uno e facendola sparire al più presto; con la pasta presa, ognuno preparava una focaccia (Kukulle) che doveva essere consumata personalmente. C’era anche l’usanza che, una donna sposata, nell’impasto, metteva di nascosto un anello. La ragazza che, con la pasta prendeva anche l’anello, era la prossima sposa.

Il Sabato prima della domenica delle Nozze
Il mattino del sabato, le suocere, nella novella casa degli sposi, preparavano il letto con le lenzuola e le coperte più finemente ricamate del corredo. I parenti più intimi andavano a “visitare” il letto nuziale ed ammiravano i lavori ed i ricami, poi provvedevano a lanciare sul talamo riso, confetti, soldi oppure uova.


Il vestito della sposa (La çoha )
Un tempo l’abito nuziale, la cosiddetta çoha, era un dono dello sposo. Quest’abito veniva indossato per la prima volta in questo giorno gioioso di Sabato sera. E’ ormai difficile trovare quest’abito così prezioso, perchè le donne anziane di San Nicola, come di costume si sono fatte seppellire con la çoha. Tuttavia qualche vestito è stato salvato da un’inevitabile estinzione. Si tratta di un abito molto bello sia nei colori che nei ricami, ma di difficile fattura. Le ragazze indossavano degli stivaletti con l’elastico dietro ed una fila di bottoni dal lato esterno. I bottoni erano solo un abbellimento senza nessun’altra funzione. Le calze erano fatte a mano con i ferri ed erano di “cucùlo”, in seta colorata; in genere il colore era cremens. Il cucùlo era un filo di seta tipico del paese. Non si usavano i mutandoni. Direttamente aderente alla pelle, si portava la linje (sottoveste). A volte sotto la linje, la donna indossava una maglia fatta a mano, detta ganatta. La ljnje era ricamata con fili d’oro e i disegni ricamati, raffiguravano generalmente colombe e fiori. Cominciando dai fianchi, diventava sempre più larga, fino a formare all’estremità un’arricciatura detta kurmi, dove iniziava una stoffa più fine detta capizzana. La linje era fatta di lino d’Olanda o cambricco. Attorno al collare c’era un merletto, fatto con l’uncinetto, detto riççi, finemente lavorato anche ai polsi. Sopra la Linje si indossava una specie di gonna, detta suttaneli, arricciata ai fianchi e plissettata, con un nastro ricamato chiamato çinda. Sopra la linje, si indossava un corpino (corpetto) di seta, aperto davanti e con delle asole che servivano a far passare un cordoncino per tenere chiuse le bande. Il fiocco che si formava era detto galuni. Sopra il corpino sporgevano due bratelle con rispettive asole che servivano a legare le maniche. Anch’esse di seta, arrivavano a metà dell’avambraccio, ciò per fare in modo che si vedessero i polsini ricamati con il punto a giorno: dietro la çoha c’erano le çinde. Oltre al vestito, la sposa indossava gioielli molto particolari, la ”perna” collana formata da vari fili di perline; i panarazzi, orecchini anch’essi di perline. Come anello portava la “kurniola”, anello con sopra una pietra preziosa e con su scolpita la testa di un soldato che raffigurava Skanderberg. Durante i festeggiamenti del matrimonio, le donne e le ragazze cantavano e danzavano “Illi”, celebre canto del giovedì che si ripeteva il sabato sera e la domenica pomeriggio.

Canti:

Canto albanese caratteristico nei festeggiamenti del matrimonio

Illi Stella fulgidissima
Ngë del ill e mos ngë del,
se na kemi kush të na daj.
Ngë bon dritë e mos ngë bon se na kemi
kush të na bonj.
Shtat krusq e shtatë krunet të na thonjin “ Me
shëndet ! me shëndet e te bëget! “
Par’e desha dhë at tat të na thonjë” Bije Bëgate! ” Par’e desha dhë at zonjë të na thonjië :”Shpingull e rëgjondë!”

Par ‘e desha dhe atà kunet të na thonjin:
“Ditë të gjet “!
Par’e desha atò kunnata te na thonjin :
“Nuse e begata! ”
Fati i bardhi i nusjes !
Dhondarrit më ish si illi !
Nusa e zonje si lule e prillit!( Marrni nusen! )
Dondarrithi si kristalli, nusa e zonje si bora e malit.
Të ju rriteshin ditët e gjet,dhondarrit me gjith nuse.
Fati bardi i nusies!
Che sorga il sole o non sorga (non ci preoccupa perchè) abbiamo il nostro sole.
Che faccia giorno o che non faccia
(non ci preoccupa perchè) abbiamo chi ci fa luce :
sette affini sette cognati che ci augurano: Salute! salute ed abbondanza.
E voglio qui davanti il padre dello sposo che auguri: Figlia ricca !
e voglio qui davanti anche la suocera che ce la chiami spilla d’argento!
Voglio qui davanti i cognati che augurino: Lunghi giorni!
Voglio qui davanti le cognate che augurino: Sposa ricca!
Buona fortuna alla sposa
Lo sposo mi sembra il sole la sposa una signora con il fiore d’aprile.
(Prendete la sposa)
Lo sposo è come il cristallo,
La sposa una signora come la neve di montagna.
Siano lunghi i giorni per lo sposo e per la sposa.
Buona Fortuna alla sposa !

1. Se këpuca e dhodarrit
ra ndrë kombë të nusjes.
2. Se kuacet e dhondarrit
ndrë llarrum të nusjes.
3. E se linja e dhondarrit,
ndr’a te gjolla e nusjes
4. Sutaneli i dhondarrit,
ra ndrë mes të nusjes
5. Se kurpet i dhondarrit
ndrë kudil te nusies.
6. Se ajò çohe e dhondarrit
ra ndrë gjollë të nusjes.
7.Se llalun (të) dhondarrit,
ra ndrë brul (en ) të nusjes.
8.Se llunaza e dhondarrit,
ra ndrë( ndr’a ndë) gjishti i nusjes.
9. Se hjanaka e dhondarrit
ra ndrë qafë të nusjes.
10. Se ruzari i dhondarrit
ra ndrë grikë të nusjes.
11.Se riqinetë dhondarrit
ran drë vesht të nusjes.
12. Pjekesidha e dhondarrit,
rau ndrë krie të nusjes.
Të ju rriteshin ditët te vjetët,
dhondarrit me gjitë nusjes !

1.Perchè la scarpa dello sposo è nel piede della sposa.
2.E le calze dello sposo alle gambe dello sposa.
3.E la sottoveste dello sposo sulla vita dello sposa.
4.E il grembiule dello sposo ai fianchi della sposa.
5.E il corpetto dello sposo intorno al petto della sposa.
6.E la “çoha” dello sposo lungo il corpo dello sposo.
7.E i “galloni” dello sposo sulle braccia della sposa.
8.E l’anello dello sposo attorno al dito della sposa
9.E la collana dello sposo attorno al collo della sposa.
10.E la collana dello sposo sul petto della sposa.
11.E gli orecchini dello sposo agli orecchi della sposa.
12. E il nastro dello sposo sulla testa della sposa.
Siano lunghi i giorni e gli anni per lo sposo e per la sposa.

Giunti a casa della sposa “nusa e zonje si lule e prillit“, i presenti gridavano: prendete la sposa! Un parente stretto con un fazzoletto in mano andava a prendere in casa la sposa. Ognuno dei due prendeva il fazzoletto per una delle estremità, e con incedere solenne, si avviava nel luogo in cui si svolgeva il ballo. Appena arrivata, la sposa veniva fatta entrare nel cerchio formato dai danzanti. Il ballo continuava sempre più lento e ogni tanto la lenta, monotona cadenza veniva interrotta da un forte “cucurucù“ all’orecchio della sposa, lanciato dai due giovani che “tiravano”, ciò per tenere desta la sposa. Col passare delle ore il ballo diveniva sempre più solenne e lento. All’imbrunire si continuava con le lanterne.
( Tratto dal libro di Giovanni Giudice “San Michele a San Nicola” )

Leggende

La leggenda di Santa Filomena
Una leggenda tramandata di generazione in generazione, è quella riferita all’effige di Santa Filomena. Alcuni briganti, rapirono una giovane di nome Filomena, una delle figlie della famiglia Cuccarini. Ella venne portata di notte a cavallo lungo i sentieri che scendevano a valle del territorio di San Nicola e tenuta nascosta in una caverna in mezzo al bosco denominato S. Andrea. I rapitori chiesero un riscatto in denaro che, si dice ,avrebbero devoluto in favore dei poveri del paese. (Questo comportamento dei briganti, sembra collegarsi al modo di agire del famoso Brigante Andrea Lombardo). All’imbrunire, i Briganti, bivaccarono nel bosco di S.Andrea. Durante le notti, la povera Filomena, non riusciva a chiudere occhio. Una notte vide una luce che, facendosi sempre più grande, prendeva le sembianze del volto della Madonna. Questa strana figura faceva segno con la mano di alzarsi, indicando alla giovane il sentiero da percorrere per liberarsi, Filomena, incredula, ubbidì alla Madonna. Arrivata in un luogo lontano, la Madonna le fece segno di nascondersi nella cavità di un vecchio albero d’ulivo. I gendarmi, che da parecchi giorni davano la caccia ai fuorilegge per liberare l’ostaggio, finalmente si scontrarono con i briganti, e, dopo una forte battaglia, li arrestarono. Così Filomena fu ritrovata e riconsegnata sana e salva alla famiglia. L’apparizione della Madonna destò tanta gioia nella famiglia Cuccarini. La fanciulla fece un voto misterioso che – pare - fu pienamente esaudito dalla Madonna. Per devozione i Cuccarini costruirono una grande effige in onore di Santa Filomena.

La Storia di Andrea Lombardo
Andrea Lombardo, agricoltore, nacque intorno al 1830. Si racconta che un giorno, suo padre, distrusse con il gregge un campo di grano di proprietà di alcuni contadini di Gremaudo, che lo assalirono e lo picchiarono a morte. Sconvolti per la morte del padre, Andrea e i suoi fratelli, decisero di vendicarsi pestando gli assalitori e bruciando loro il capanno. In seguito a tale rissa, i gendarmi arrestarono Michele, fratello di Andrea, conducendolo nel carcere di Strongoli. Un giorno, mentre Andrea era di ritorno da una sua visita al fratello, incontrò vicino al Casino di Dena, casa cantoniera, uno degli assalitori del padre e lo uccise. Intervennero i Gendarmi, ma lui riuscì a sfuggire e si diede al brigantaggio, uccidendo tutti coloro che erano di Gremaudo (paese originario degli assalitori). Andrea Lombardo, detto “corsa di cavallo - forza di leone”, dedicò tutta la sua vita a difendere il suo paese. L’ Eroe” venne arrestato e condannato a vent’anni di carcere per aver ucciso venti persone. Fu poi trasferito nel carcere di Catanzaro, accompagnato dal Sindaco Saverio Mauro. Dopo vent’anni di carcere ritornò, agricoltore com’era nato, nella sua proprietà denominata Pompa. Mori intorno al 1880.


Favole di origine Sannicolese

Nelle fredde serate d’inverno seduti davanti al camino, i bambini del nostro paese, ascoltavano silenziosi la calda e fioca voce della nonna che raccontava: C’era una volta......
“Cecino” (Qiqërarela)
C’era una volta una donna senza figli. Un giorno prese una scodella piena di ceci per selezionarli e cuocerne i più buoni. Finito tale compito prese la scopa e si mise a pulire; essendo molto stanca pensava tra sè:“Ah se avessi una figlia, potrebbe aiutarmi in queste faccende ! Come devo fare per andare in campagna a portare la colazione a mio marito ?
Sentì ad un tratto una vocina che disse: “Mamma vado io a portare da mangiare al babbo”, era un cece che rotolando dalla scodella, era andato a finire sotto un cassettone ( Kashiuni). La donna rimase senza fiato per la sorpresa di aver trovato un figlio e tutta contenta gli disse: “ Vieni fuori cecino mio, così andrai in campagna dal babbo”. Preparò la colazione, la mise in un cestino, la caricò sull’asino e cecino si nascose in un orecchio dell’animale. Per la strada due contadini videro l’asino incustodito e dissero:“ quest’asino non ha padroni, che ne dici, lo prendiamo?”. Si levò all’improvviso una voce: “Se vi permetterete a prendere l’asino io vi infilo e vi sfilo con lo spiedo“. I due compari per scansare il pericolo imminente se la dettero a gambe. Arrivato in campagna Cecino chiamò: “Babbo, vieni ti ho portato da mangiare!” Il pover uomo pensò: “Chi mi chiama? Io non ho figlioli”, si avvicinò e vide l’asino e il paniere, intanto la voce continuava: “Sono tuo figlio, nato stamattina e mi trovo nascosto nell’orecchio dell’asino. “Bravo Cecino, disse il padre ora ti sistemo su una foglia di cavolo, mentre finisco il lavoro”. Lasciò il figlio e si allontanò. Intanto la mucca spinta dalla fame mangiò il cavolo, ed il povero Cecino finì dentro la sua pancia. Al termine del lavoro il padre andò a prendere il figlioletto, ma non vedendolo incominciò a chiamarlo: “Cecino, Cecino mio, dove sei?“ ”Sono qui, rispose Cecino, dentro la pancia della mucca”. Il povero genitore fu costretto ad uccidere la mucca (l’unica ricchezza che possedeva), ma lo fece volentieri, per salvare la vita di quel figlio tanto desiderato.

“Il re sonno” (Don Trisoni)
C’era una volta una donna che aveva una figlia in età da marito. Entrambe filavano il lino grezzo con la conocchia per trarne guadagno; ma pur lavorando tutto il giorno non ricavavano mai abbastanza per un pò di pane. Decisero allora di lavorare anche di notte e la figlia, quando dalla stanchezza non si reggeva più, per tenersi desta, rivolgeva al sonno una frase (con la speranza di tenerlo lontano): “Benvenuto Don Trisonno prendi una sedia ed accomodati, perchè appena finisco con la conocchia possiamo stare abbracciati“. La storia si ripetè a lungo finchè le vicine, sentendo invocare il nome di don Trisonno, pensarono che in quella umile casa si recasse il principe (era infatti quello il suo nome). Ben presto la notizia giunse a palazzo e la regina, dopo essersi ben informata, chiamò la ragazza. Costei messa in guardia dalla madre, rispose si a tutte le domande che le furono poste. Affermò di incontrarsi e di dormire ogni notte con Don Trisonno e di essere in attesa di un figlio. La regina stupita da tale rivelazione, allo scadere dei nove mesi, mandò due ostetriche dalla ragazza per assisterla durante il parto. Quando l’ingenua ragazza spiegò la verità, le due donne rimasero stupite; decisero di fare un pupazzo di stoffa e di portarlo alla regina. Attraverso il bosco però si resero conto dell’assurdità del loro progetto ed ebbero paura. Cosa avrebbe detto, come avrebbe reagito la regina alla vista di un pupazzo, chi avrebbe punito ? Disperate non sapevano cosa fare ...dietro un cespuglio per fortuna erano nascoste due fate: sentendo il discorso ebbero pietà e vollero venire loro in aiuto. Chiamarono le ostetriche e con la bacchetta magica toccarono il pupazzo che subito si trasformò in un bellissimo bambino dai riccioli d’oro. Quando la regina strinse il pargoletto pianse di gioia. Chiamò a corte la ragazza e fece celebrare le nozze con suo figlio. La festa durò tanti giorni e tutti vi presero parte.

Miu Dhuminkun te poça
In un paesino viveva una vecchietta che appena alzata, andava a pulire la chiesa. Un giorno, sotto una sedia, trovò dei soldi (dieci lire); tutta contenta finì di pulire, chiuse la porta della chiesa e si avviò verso casa sua. Camminando si chiedeva cosa avrebbe potuto comprare con quei soldi: “ Se compro arance - pensava - debbo gettar via le bucce, così pure se compro castagne e noci”. Tutto ad un tratto, sorrise e disse: “So io cosa debbo comprare con i soldi, compro un pò di cipria e un rossetto, così diventerò bella, mi vestirò con il costume di gala (çoha ) e mi metterò alla finestra, può darsi che passi qualcuno e mi chieda in moglie“. La vecchietta così pensò e così fece. Appena giunse la domenica, si vestì per bene e si mise alla finestra. Il primo che passò di là fu l’asino e non appena si accorse della vecchia alla finestra le disse : “Vecchierella vecchierella perchè ti sei fatta tanto bella?” “Mi sono fatta tanto bella, perchè voglio maritarmi”, rispose la vecchia:” Fammi sentire come hai la voce “ “ Ia ia, ia ...”
“ Madonna mia, mi fai paura, vattene....”, l’asino non parlò più e se ne andò. Dopo un pò passò il maiale e appena vide la vecchia le chiese: “Vecchierella vecchierella come mai sei diventata così bella” - “sono diventata così bella perchè voglio maritarmi” - “Vuoi me?” “Fammi sentire prima la voce” disse la vecchia. Il maiale si mise a grugnire:
“Ngur, ngurr, ngurr” piena di paura la vecchia gli disse :“Vattene subito vattene via!” Appena se ne andò il maiale, arrivò il bue che, vedendola ben vestita alla finestra le chiese: “Vecchierella vecchierella perchè sei diventata così bella ?”- “Sono fatta così bella perchè voglio sposarmi” - “Vuoi me ?”-“ Vediamo come hai la voce.”
Il bue si mise a muggire ma, neanche il suo verso le piacque. La vecchia rimase alla finestra guardando di qua e di là. Il tempo passava quando, finalmente, fece capolino un topo il quale subito scorgendo la vecchia le chiese:“Quanto sei bella mi vuoi per marito?”–“ Fammi sentire come hai la voce”. Il topo si mise a fare: “Ziu, ziu, ziu”. Questo esile verso piacque tanto alla nonnina che dalla gioia esclamò: “Che bel marito ho trovato entra a casa mia, tesoro ! “ Il topo entrò e la vecchia gli chiese: “Come ti chiami?”-“ Mi chiamo topo”-“a me non piace, ti chiamerò Domenico”. Si sposarono e cominciarono la vita insieme, si volevano tanto bene, il topo stava sempre in casa poichè aveva paura dei gatti. Un giorno la vecchia mise a cuocere della carne in una pignatta, (poça) e dovendo andare a pulire la chiesa, chiamò Domenico e gli disse: “ Maritino mio, io esco tu controlla la pignatta, se è necessario metti acqua, così la carne non si brucia, però mi raccomando perchè potresti cadere dentro”. La vecchia chiuse bene la porta ed andò in chiesa . Passò un pò di tempo ed al topo venne fame: si avvicinò alla pignatta sali sui manici e cercò di prendere con le zampine un pò di carne, poveretto mise male la zampa e si annegò nel brodo bollente. Quando la vecchia arrivò a casa chiamò il marito, ma il topo non rispondeva, si mise a guardare dappertutto, ma di Domenico nemmeno l’ombra. Ad un tratto un pensiero le balenò nella mente: “Sta a vedere che è caduto nella pignatta! “ Piangendo corse presso il focolare, prese la pignatta, versò la carne nel piatto e vide il suo Domenico privo di vita. Il cuore le fece così male che singhiozzando fortemente, cadde a terra morta.
( Tutte le favole sono tratte dalla tesi “Fiabe Albanesi” di Caterina Ferraro )


Giochi:

Giochi di origine Sannicolese

Il rimbalzo (Shqyi)
Questo gioco, che i fanciulli praticavano nelle strade o meglio alla periferia del paese, consisteva in due attrezzi di legno: il primo lungo circa 20 cm., come una matita molto grossa appuntita da ambo le parti. L’altro molto più grosso come una bacchetta lunga 60 cm. circa; con la bacchetta si batteva sulla punta dello sqyi posta a terra facendolo rimbalzare nell’aria. L’altro, il fanciullo, con il suo bastone a bacchetta, doveva colpirlo, per lanciarlo il più lontano possibile. Vinceva la gara e prendeva tutti i soldini messi insieme, colui che riusciva a lanciare alla massima distanza dalla partenza.

Gran peso (Kradi Khyumbi)
I fanciulli tanti anni fa, trascorrevano il tempo libero, giocando così: sei o otto bambini uniti a cerchio tiravano a sorte. I primi tre che uscivano, si mettevano a schiena abbassata come dei quadrupedi, l’uno dietro l’altro, curvati: il primo sosteneva la testa, abbassata sulle mani, poggiate sul muro di una casa o di una strada, e gli altri dietro di lui poggiati sulla schiena dell’altro nella stessa posizione del primo. Gli altri tre giocatori, prendendo la rincorsa, a circa trenta metri di distanza, saltavano, cavalcando sul dorso del primo, che stava appoggiato al muro; quest’ultimo faceva di tutto per farlo cadere. Così faceva il secondo cavaliere e lo stesso faceva anche l’ultimo. Se qualcuno dei cavalieri toccava terra con i piedi, perdeva e gli toccava, assieme agli altri due, far da quadrupede. Il carico di tutti e tre spesso si addossava pesantemente su uno solo dei tre bambini che non riuscendo a reggere il peso, cadeva a terra con il carico, seguito dalle fragorose risate di tutti i bambini che assistendo al gioco, gli davano del somaro.


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LA LINGUA


I proverbi albanesi
(Arbëreshë) rappresentano la sapienza ed il gusto popolare, e racchiudono un valore significativo eterno che supera ogni tempo della vita stessa dell’uomo.

Ai çë u rua u salvua.
Chi ha preso delle precauzioni si è salvato.

Ai çë ndan ka më të miren pjés.
Colui che divide si prende la miglior parte.

Ajer e levandin tek një ditë kuarin e shin.
Con il vento di levante in un giorno mieti e trebbia.

Ara e Jasht nxiar grur e kasht.
La messe seminata per tempo produce grano e paglia.

Atë çe mbiall kuarin, atë çë tier shtiall.
Quel che semini raccogli e ciò che fili poi dipani.

Atë çë ket bësh sot mos e ruaj pèr menatë.
Ciò che devi fare oggi non differirlo a domani.

Dashuria ngë ka si, po është çikat.
L’amore non ha occhi ma, è cieco

Dheu jep e mer.
Il terreno prende e dà.

Buke e hi po te shpia jotë.
Pane e cenere, ma a casa tua.

Cëdo lehet ka maçia ha mi.
Quel che nasce dalla gatta mangia topi.

Kur zogu vete e vien o stisen o ka folén.
Quando l’uccello va e viene, o sta costruendosi il nido o lo ha già fatto.

Kush e shan gadiurin bien.
Chi disprezza compra.

Me një fialë të mirë hin ku do.
Con un parlare docile entri ovunque.

Mos i truaj delen, ulkut.
Non raccomandare le pecore al lupo.

Mos u bë dele se ulku të ha.
Non farti pecora che il lupo ti divora.

Mos nëng ke te shpia jote nëng han te hera jote.
Se non hai in casa tua, non mangi in orario

Ndë se unasat ràn, gisträ jan.
Se gli anelli sono caduti le mani sono rimaste.

Prilli bën lulen e maj e ka nderen.
Aprile ha il fiore e maggio ha l’onore.

Putisen pulat kur bie shi
Abbevera le galline quando piove.

Prifti e dhia bonjin dom te gjitonia.

Il prete e la capra sono la mala sorte del vicinato.

Prit gajdhur kur vien ndëj (se ha)
Aspetta asino che mangi a maggio.

Indovinelli Arbëreshë

Gli Indovinelli nascondono sotto l’arguta ambiguità, il succedersi di fatti e cose reali.

Është e gjatë është e llishë e ben pishë?.
E’ lunga e liscia e piscia. Che cos’è ? La bottiglia.

Është nj poçe me shtatë vëra ? Kriet.
E’ una pignata con sette buchi. Che cos’è ? La testa.

Gjithë diten bën kokë e mbrëmanet mbulohet me mutin e e tji.
Tutto il giorno produce sterco e poi la notte si ricopre con esso.
Che cos’è ? Il fuoco.

Ha bresher e dhiet borë? Mulliri.
Mangia grandine e defeca neve. Che cos è ? Il mulino.

Kur ish tata vejm prapa prapa, nani çë vadiq tata, vemi pepara pepara; te ku? te vatre.
Quando c’era il babbo andavamo indietro, adesso che è morto lui andiamo avanti. Dove? Al focolare.

Ësth nj udhe e ngusht e zezë ce bon e trëmben edhe kraturet? çiminera.
E’ una strada stretta e nera, che fa spaventare i bambini. Che cos’è? Il fumaiolo.

Kam një murr delez të kuqe, kur përmirën, përmirën gjithë?Qeramidhet të kuquë.
Ho una mandria di pecore rosse, quando pisciano pisciano tutte insieme. Che cosa sono? Le tegole rosse.

Jam e veshur me nji zet linj mos më xhesh se bin e quan? Qepa.
Sono vestita con venti sottovesti, non mi spogliare che ti faccio piangere. Che cos’è? La cipolla.

I kan burra e gra, edhe nata (veshët)
Ce l’hanno uomini e donne persino di notte (Le orecchie)
Il proverbio recita infatti: Nata ka veshë, dita ka si. La notte ha orecchie, il giorno ha occhi.

“Hora Ïme Il mio paese”

Ndehet ndër dy male Hora ïme
dhe zotëron fushën e përposhme;
deti jon e përshëndet ka liudja
dhe male e sillës ka prëndimi.

Gjïndet janë sjellshëm, e zëmërgjër;
donju shoqërine ikujin mërzinë
dhe përjashta e në shpitë akoma gjegjet
e ëmbla gjuhë t Arbërisë të vjetër,

se pse të zämrat është akoma e gjalle
malli për atë e vjetër mëmëdhe
dhe shpresa të, të puççet u jë ditë
ai dhe i shejt që prodhon Herouj.


Si stende tra due monti il mio paese
e domina la piana sottostante,
Il mar Ionio lo saluta a levante e i monti della Sila a Ponente.

E cortese la gente ed ospitale;
ama la compagnia, fugge la noia
e fuori e nelle case ancor si sente il dolce idioma della antica Arbria;

perchè nei cuori è sempre viva ancora la nostalgia per quella vecchia patria e la speranza di baciare un giorno quel sacro suol produttor d’eroi.


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DA VISITARE


Molto caratteristico è il centro storico di San Nicola dell'Alto, arroccato com'è sulla dorsale che collega il monte Pizzuta al monte San Michele. Il saliscendi delle strade, che seguono l'andamento ondulatorio del cozzo sul quale è adagiato l'abitato, fa da contrappunto ai vicoli stretti e alle larghe piazze acciottolate che ospi¬tano vecchi e nuovi palazzi, a tratti intervallati da arcate, che conservano ancora la struttura architettonica delle origini. Intorno al borgo una ricca vegetazione invita a interessanti escursio¬ni in una natura ancora incontaminata.


CHIESA DI SAN NICOLA VESCOVO (Matrice)
Imponente struttura alla quale si accede per mezzo di un'alta gradinata in pietra. La chiesa ha annessa una torre campanaria a base quadrata che si eleva su quattro livelli, l'ultimo dei quali presenta una copertura a cuspide. La facciata in mattoncini rossi e malta ha un portale rettangolare sormontato da una decora¬tiva lunetta a vetri. L'interno, molto sobrio, è a tre navate divise da grossi pilastri a base quadrata e custodisce, sopra l'altare maggiore, un busto di San Nicola.







CHIESA DI SAN MICHELE
Nella parte più alta del paese (sul monte omoni¬mo), in un piazzale dal quale si può godere un magnifico panorama, si eleva la chiesa dedicata a San Michele. Nella sobria facciata principale, sormontata da un timpano triangolare, si apre un portale rettangolare fiancheggiato da piatte lesene. All'interno, decorato con stucchi, è conservata una statua settecentesca di San Michele. Chiesa di San Domenico
È una piccola chiesa che sorge nel cuore del centro abitato. Presenta una facciata molto sempli¬ce che è sovrastata da un timpano triangolare sulla cui destra poggia un campaniletto a vela. Il portale è ad arco e immette in un'unica aula liturgica.



PALAZZO VETTA
Antico palazzo che si eleva su due piani. Conserva il portale ad arco in pietra con maschera decorativa alla chiave di volta.

KONA
Nell'omonima località è posta un'edicola votiva in muratura che ospita 1'effige di San Nicola.

MONUMENTO AI CADUTI
I sannicolesi hanno innalzato, nella piazza prin¬cipale del paese, un monumento in ricordo dei concittadini caduti durante la prima e la seconda guerra mondiale.

LOCALITA' GELSO E CROCIFISSO
In queste località, a sei chilometri dal centro abitato, sono stati effettuati scavi che hanno ripor¬tato alla luce reperti probabilmente risalenti al IV secolo a.C.


MUSEO DI ARTE E TRADIZIONI POPOLARI

Il museo, che si trova in via Ciuxa, conserva tipici attrezzi agricoli che si usavano un tempo. È aperto su richiesta.

MONTE PIZZUTA (area picnic)
Poco distante dal centro abitato c'è un'area attrezzata, facilmente raggiungibile con una strada comunale asfaltata. In mezzo a una fitta pineta si trovano tavolini e sedili in legno. Vicini ci sono sorgenti d'acqua potabile e una zona per il barbecue. In questo posto ciò che attira particolarmente l'attenzione è la bellissima vista panoramica.

LOCALITA' MANGIALARDO E SGARRABINO
Qui sono presenti sorgenti di acqua sulfurea.


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GASTRONOMIA


La cucina Albanese(Arbëreshë) è fatta di piatti semplici e deliziosi allo stesso tempo. Alcune ricette tramandatesi di generazione in generazione danno ancora oggi gusto e letizia ai nostri palati.

“Qiuga”
Ingredienti per quattro persone: 500 gr. di semolino ricavato dal grano duro, finocchio selvatico, alcune foglie d’alloro, olio e sale quanto basta.
Preparazione:
Far bollire l’acqua, aggiungere il semolino e mescolare in continuazione, insaporire con olio, finocchio selvatico e alcune foglie d’alloro, mescolando fino a quando non si condensa. Da servire ben caldo.

“Ris me grur”
Ingredienti per otto persone:1 kg di grano tenero in chicchi (macinato alla pietra), olio, sale quanto basta, sugo, salsiccia tagliata a pezzetti
Preparazione:
Mettere a bollire l’acqua e versare il grano tenero, dopo averlo mescolato per bene, aggiungere pezzetti di salsiccia e del sugo.

“Bukuvalle”
Per l’impasto: acqua, farina e sale, i ciccioli (scengje)
Preparazione:
Lavorare gli ingredienti fino a formare un impasto con l’aggiunta dei ciccioli (sengje); infine stendere il tutto in una teglia ed infornarlo per 20 minuti.

“ Petugat”
Si usava fare le petugat quando cadeva la neve o in delle giornate particolarmente rigide accompagnate con bel bicchiere di vino rosso.
Ingredienti: Farina “00”, acqua tiepida, un pizzico di sale.
Preparazione:
mescolare il tutto con una cucchiaio, mettere in un tegame un mestolo d’olio, prendere un pò del composto col mestolo e versarlo nel tegame con l’olio che frigge e poi girare e cuocere dall’altro lato

“Furisiska”
Ingredienti: fiori di zucca, acqua , sale, patate, olio
Preparazione:
Lavare i fiori di zucca e cucinarli solo con acqua e un pizzico di sale; e a metà cottura aggiungere le patate tagliate a pezzi. Il piatto va servito con l’aggiunta di pezzi di pane raffermo e olio crudo

“La Stridja”
Ingredienti: farina di frumento (per metà di grano tenero e metà di grano duro), olio d’oliva, aglio, farina e fagioli.
Preparazione:
Mettete la farina sulla spianatoia e fate un impasto omogeneo e setoso con l’aggiunta di sola acqua se la pasta deve cuocere subito; con l’aggiunta di uova se la si usa a distanza di ore o di un giorno. Dividete la pasta in panetti. Prendete il panetto, bucatelo al centro con le dita ed cominciate ad affilarne il bordo girando in tondo sempre con la stessa frequenza e velocità, comprimendo l’impasto sempre con la stessa forza. Viene fuori un serpentone circolare che si assottiglia sempre di più e che via via si cosparge con un velo di farina. Raccogliete la pasta filata in mano a matassa, raddoppiatela in modo che i fili si assottigliano ulteriormente. Raggiunta la grossezza voluta, tagliate la matassa e avrete tanti fili di uguale misura. Fate bollire in una pignatta di coccio dei fagioli bianchi di tipo cannellino in acqua e sale, cuocendoli in modo che restino per metà cremosi e per metà interi; a parte fate soffriggere dell’olio d’oliva con aglio. Cuocete la pasta in abbondante acqua e scolatela ben bene per poi mescolarla ai fagioli, aggiungendo l’olio aromatizzato con aglio e peperoncino.

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