4 Aprile
San Francesco


29 Giugno
San Pietro e Paolo (patroni)


19 Agosto
Madonna dell\' Assunta


Agosto
San Domenico


Luglio/Agosto
Estate savellese


Ottobre/Novembre
Sagra dei Funghi


1a settimana di Novbembre
Sagra della Castagna


Dicembre/Gennaio
Sagra del Cinghiale



Savelli


Savelli


LO STEMMA
Bandato d’oro e di rosso, al capo di azzurro, caricato del ramoscello di rosa, di verde, fogliato dello stesso, fiorito d’oro, nodrito nella linea di partizione, sostenuto da due leoni controrampanti, d’oro, allumati e linguati di rosso, il leone posto a destra con la zampa posteriore destra sostenuta dalla linea di partizione, quello posto a sinistra con la zampa posteriore sinistra ugualmente sostenuta. Ornamenti esteriori da Comune.


IL GONFALONE

Drappo di giallo, riccamente ornato di ricami d’argento e caricato dallo stemma con l’iscrizione centrata in argento, recante la denominazione del Comune. Le parti di metallo e i cordoni sono argentati. Nella freccia è rappresentato lo stemma del Comune e sul gambo inciso il nome. Cravatta con nastri ricolorati dai colori nazionali frangiati d’argento.





STORIA


Nel 1638, due terremoti violentissimi distrussero e danneggiarono fortemente diversi paesi delle Calabria Citra. Subito dopo il terremoto del sabato delle Palme, addì 27 marzo 1638, molti oriundi si diressero alla ricerca di nuovi siti, fra questi, molti erano originari del paese di Carpanzano, i quali mossero alla volta delle fertili terre di Umbriatico, al fine di lasciare dietro di sé la morte e la disperazione causate dalla immane catastrofe naturale e trovare finalmente un luogo tranquillo per insediarvisi stabilmente. Gli oriundi di Carpanzano vissero tranquillamente per un pò di tempo nella fertile contrada denominata Pelleca di Umbriatico; secondo alcuni l’origine storica di tale insediamento è assicurato dal fatto, che ancora oggi esistono, ruderi di abitazioni che servirono molto probabilmente ai “Casalini di Pelleca”.

“Tra i feriti e morti del terremoto del marzo del 1638, in Rogliano, - ce lo dice il Recupito- troviamo un nipote ed altri parenti di Antoniio Ricciulli, vescovo di Umbriatico, poi arcivescovo di Cosenza. Si affaccia l’ipotesi che sia stato quel vescovo, casalese anche lui, ad accogliere e trattenere, sulle prime, a Pelleca, territorio della sua Diocesi, gli infelici profughi.” Gli oriundi di Carpanzano però, lasciarono ben presto la fertile contrada del loro primo insediamento; i motivi di ciò non sono del tutto noti, sembra doversi ritenere che i Casalini di Pelleca, essendo abbastanza numerosi furono mal tollerati dagli abitanti di Umbriatico. Infatti ”Questi, nel sorgere di un casale a loro così vicino, vedevano una minaccia ai loro interessi. Il furto delle pecore se vi fu servì da pretesto. Essi si rivolsero perciò al Signore del luogo, che, accogliendo le lamentele, disponeva la sistemazione degli ospiti, non desiderati, in altro sito dei suoi vastissimi feudi. Evidentemente, in seguito alla vivace reazione dei suoi fedeli, nemmeno Monsignor Ricciulli poté nulla e dové abbandonare i profughi al loro destino”.

Fu l’Amministratore del Principe di Cariati che trasferì un gruppo di Casalesi di Pelleca in territorio di Verzino e precisamente nel fondo Scalzaporri, ove esisteva già un piccolo borgo, che fu appositamente ingrandito per accogliere i profughi. Il resto dei Casalesi di Pelleca “accolse l’invito del Duca di Crosia”, fissando la loro dimora, dove è il sito dell’attuale Mandatoriccio. “Intanto la terra, a Carpanzano e nella vicina Scigliano, continuava a tremare. Al primo terremoto del 27 marzo seguirono molte altre scosse di minore intensità; l’8 giugno si verificò un secondo terremoto, violento quanto il primo. Al richiamo dei conterranei, attratta dalle buone condizioni offerte dall’Amministratore del Feudo, con la prospettiva di potersi validamente inserire nell’agro verzinese, una delle ore sciglianesi si mosse e raggiunse i compagni di sventura”. E’ da ritenere, a tal punto, che gli sciglianesi non abbiano partecipato all’occupazione di Pelleca, ma che si siano mossi solo successivamente con la seconda ondata di profughi, in seguito alle scosse di terremoto dell’8 giugno. Tuttavia tra i fondatori di Savelli ci furono certamente profughi di Carpanzano, ma anche di Scigliano, poiché è certo che fra queste popolazioni oriunde si dovette creare un legame particolarmente forte. L’insediamento originario di Savelli fu la parte più a monte della contrada Scalzaporri, ove i profughi carpanzanesi e sciglianesi si insediarono, all’ombra del grande bosco di Cropisia, considerato un ottimo rifugio in caso di emergenza. Il nuovo sito fu chiamato Savelli dal Casato della nobilissima Signora, donna Carlotta Savelli, figlia di Paolo Savelli, Principe di Albano, che si era particolarmente interessata alla sventura dei profughi.

Gli abitanti di Savelli e quelli di Mandatoriccio sono dunque legati da una comune storia che ha origine drammatiche, gli stretti vincoli, non solo spirituali ma anche di sangue, con “i parenti” di Mandatoriccio, sono sempre apparsi forti, vivificati forse nella memoria passata e presente da quella comune origine che li richiama ancora oggi ad uno spirito di fratellanza, ad un comune sentire che si conserva nei cognomi, nei nomi di alcuni rioni, e ad un senso di accoglienza e di ospitalità dei due paesi veramente singolari.



Personaggi




Tommaso Fazio
La storia di Savelli, è simile a quella di molti altri paesi che, attraverso i secoli, hanno visto persone e personaggi, protagonisti di avvenimenti scolpiti nella memoria di quanti con orgoglio si ritengono radicati a tradizioni, fatti e consuetudini, in parte ormai lontani.
Savelli ha dato i natali a uomini che hanno esaltato la fantasia popolare, tanto da essere ancora oggi annoverati tra i ricordi di tutti coloro che vogliono elevarli ad emblema di una società particolarmente schietta e genuina, poiché essi stessi vivevano in un contesto che era l’espressione di questo particolare modo di vivere. Uomini e donne non munificati da nessun onore, ma da tanta gloria popolare, che li ha insigniti a baluardo della propria storia nonché della propria tradizione.

Maria Bruno
Nacque a Savelli nel 1851, da Domenico Bruno e Mancuso Chiara. Fin dall’età di 10/11 anni entrò alle dipendenze dei Carabinieri, che arrivarono a Savelli nel 1861: da allora “Maria a Leria – a serva re Carabinieri” fu instancabile nel servire lo Stato attraverso il prodigarsi continuo nei confronti “dei suoi Carabinieri”, tanto che ancora oggi i savellesi mantengono vivo il suo ricordo, anche attraverso un modo di dire che ricalca la sua infaticabilità: “me fà jire avanti e arrieri cuomu a serva re i Carabinieri”. Tantissimi anni di servizio la portarono ad essere insignita del grado onorifico di maresciallo.

Giuseppe Caligiuri
Nacque a Savelli il 28 gennaio del 1842, a diciotto anni si arruolò nelle bande dei picciotti, per seguire i Mille sino a Napoli. Questa sua avventura lo segnò positivamente per tutta la vita, tanto che molto spesso ricordava ai compaesani le gesta eroiche compiute dai garibaldini, arrivando nei momenti di particolare ebbrezza ad intonare i canti garibaldini, con sincero orgoglio e particolare commozione. Era un uomo che sicuramente amava la sua Patria e riuscì a trasmettere questo suo sentimento a tutta la popolazione savellese. “Di lui la tradizione racconta che aveva un culto particolare per le sue scarpe. Oltre che curarle con amorevoli attenzioni, cercava di non affondarle nell’acqua, tanto che per evitarla, portava delle pietre in tasca, pietre che poneva nelle pozzanghere, in modo da poterle attraversare senza bagnare le sue “amate scarpe”. In questo modo le scarpe gli duravano trent’anni”.

Si è volutamente tralasciato d’inserire in questo lavoro la figura di personaggi savellesi che, per titoli o per la loro attività professionale, sicuramente hanno dato lustro alla storia del loro paese perché lo scopo della nostra ricerca è stato quello di dare voce a fatti ed a persone del “popolino”, custode della storia e prima ancora delle tradizioni di ogni borgo.



TRADIZIONI


Dalla “vuolica”, tutto un susseguirsi di tradizioni

“A vuolica”
E’ sicuramente una tradizione singolare che si richiama alle farse carnevalesche, un vero e proprio rito collettivo, nel quale il dolce ritmare di un’altalena, fatta da una corda che veniva appesa agli alberi o alla trave maestra delle abitazioni (a vuoccula), era scandita da una canzone, che è un continuo ritornello, tramandato ormai da generazioni:

E lla vuolica re la cerza…
E de la cerza la pampina va…
Mina llu vientu e lla mia bella rorma,
e va’ rorme, amore mio, va’,
e mina llu vientu e lla…
Mina llu vientu e lla vota e lla gira,
la gira e lla vota la pampinà,
e mina llu vientu e lla…

“A frasca”
Nel periodo della vendemmia, nelle case dei savellesi, era un susseguirsi di riti e canti, si ricorda in modo particolare che durante questo periodo, veniva posta, sulla porta di chi vendeva il vino, una “frasca”. Tutti i savellesi sapevano della vendita del vino attraverso “il banditore” che girava per il paese. Il buon vino veniva gustato direttamente alla botte ed il più delle volte finiva a tarallucci e vino (che scorreva a fiumi).

“A parata”
“U parature”, cioè colui che preparava, addobbando sapientemente la chiesa in occasione della “festa grande”, è un ricordo ormai lontano, ma ancora vivo nella mente dei savellesi più anziani, che non mancano mai di sottolineare la fastosità dei colori delle “parate” che si sono succedute per chissà quanto tempo, in onore della Vergine. Il materiale per la “parata” veniva sapientemente custodito di anno in anno dal “parature”, che molto prima dei veri e propri festeggiamenti, ornava con sapienza e laboriosità il tetto della chiesa. E’ molto probabile che questa usanza sia scomparsa perché le travi di legno che sostenevano il soffitto delle chiese, col passare del tempo sono state sostituite da travi in cemento e muratura e che quindi, non sia stato più necessario produrre tali ornamenti per addobbare la chiesa.

I costumi tradizionali savellesi

Il costume delle pacchiane
Il costume tipico femminile savellese è quello della pacchiana, peraltro adoperato dalle nostre nonne fino a poco tempo fa. Un elemento fondamentale del modo di prepararsi per indossare questo costume, era la particolare acconciatura, dei capelli che venivano divisi in tre gruppi, al fine di legare al centro “il ritorto”, un panno bianco di lino e canapa piegato più volte. L’abbigliamento consisteva in una camicia bianca lunga sulla quale si indossava il corpetto senza maniche, che si abbottonava lateralmente a sinistra, sullo stesso veniva posta la giacchetta, ornata di trine e di coralli di vetro. A completare il tutto, la gonnella di panno nero ornata come la giacchetta. La pacchiana impreziosiva il suo abbigliamento con la “soccanna” ed il “laccetto”. Fra l’altro la soccanna contiene un piccolo cammeo finemente lavorato, il cui tema, oggi viene ripreso da alcuni orafi veri e propri artisti di questo genere di lavorazioni.

Come vestivano i nostri nonni
Nel 1760, l’ingegnere Pollio della Corte Borbonica, riferisce che in quegli anni i nostri avi erano tutti ben vestiti, con panni di lana e tutti avevano le scarpe. A quel tempo lo stesso ingegnere riferisce che, sul territorio savellese, vi erano quattro sartorie. Il vestito maschile era molto semplice e permetteva più rapidi movimenti. La giacca era senza bottoni, mentre la camicia di lana o di lino a seconda delle stagioni. Le calzature dette “calandrelle”, erano di cuoio vaccino, talvolta così malconce che chi le indossava veniva chiamato “peripeluso”.


LA LINGUA

Savelli nella poesia

Savelli è nnu paise biellu assai:
chine c’è natu nun s’u scorda mai,
chine lu vira, torna allu virire
e, si se ferma, un si nde vò jire!
Pini, castagne e cagge tena ‘ntundu
E l’aria è tra cchjù fine de lu mundu!
Riranu tutte e case allu menziurnu…
Si bussi, a porta è aperta: notte e jurnu !
Agente, chi ti scuonti ppe lla via,
tenala bona, ch’è dole cumpagnia;
u core è rande rande, cuomu u mare
ma a capu è tosta…’un ti lu scurdari !


Inno a Savelli

Savelli, Savelli, Savelli
Con i tuoi giovani belli,
con i pini verdeggianti
della Sila i giganti.

Con l’aria tua pulita,
pura non inquinata,
brilla sulla montagna
la tua bellezza magna.

D’estate il sol non ti brucia,
d’inverno la neve ti bacia,
la primavera è dolce,
il tiepido autunno piace.

Cantano vecchie canzoni
le nuove generazioni
e fanno serenatelle
in tutte le <<minelle>>.

Trillano mandolini,
chitarre e violini
ed il flauto con dolcezza
incanta le ragazze.

E ballano le tarantelle
Le tue fanciulle belle,
ti cantano i poeti
nella tua terra nati.

La gente di montagna
Ha il cuore che non inganna
e a te cantano mille uccelli
( Gino Gentile )

Al mio paesello

Oh, paesello sopra la collina
Eretto, da sembrare un monumento,
il sol ti bacia, ti carezza, il vento,
ti adorano la Sila e la marina.

Sol che ti pensa, l’anima piccina
ritorna e vedo quel passato spento,
quando la madre mia col guardo attento
guidava i passi della mia mattina!

Or che l’Autunno in fretta s’avvicina
della mia vita, e la speranza scema
di rivederti, il cuor punge una spina!

Allor ti invoco! E la mia fibra trema
Come una foglia all’aura mattutina;
e nella strozza resta il mio poema!
( Francesco Greco )



DA VISITARE



Il territorio in cui sorge Savelli è tra i più belli della Sila crotonese. La vegetazione è costituita da splendidi pini larici dell'età media di sessant'anni. Qui questa varietà di pino trova le condizioni ottimali per il suo sviluppo. Tra i rami degli alberi è facile ascoltare il cinguettio degli uccelli e vedere saltellare gli scoiattoli. Nelle zone più aperte, dove i raggi del sole penetrano meglio, si incontrano invece diverse specie di fiori selvatici come la rosa canina e il biancospi¬no. Immerso in questo angolo incontaminato si trova il villaggio turistico Pino Grande che ha deliziosi chalet e piccoli rifugi montani. Non bisogna dimenticare, infine, che nelle zone fau¬nistiche protette è possibile incontrare daini, caprioli e cervi.

CHIESA DI SAN PIETRO E SAN PAOLO (MATRICE)
La Matrice ha una facciata abbellita da un portale in pietra arenaria con arco a tutto sesto, sovrastato da una finestra lapidea rettangolare. In alto è stato sistemato un orologio. All'interno sono conservate le statue dei due patroni di Savelli e quella di San Francesco di Paola. L'aula dei fedeli è divisa dall'abside da tre gradini.


( Chiesa di San Pietro e Paolo Matrice )



CHIESA DI SANTA MARIA DELLE GRAZIE (JIESULELLA)
L'edificio sacro, indicato comunemente come la "Jiesulella", si trova nella piazza principale. Edificato tra il XVII e il XVIII secolo, è stato restaurato di recente. La facciata a capanna presenta un portale in pietra di gusto semplice su sui campeggia una monofora. In alto una teca conserva la statua della Madonna delle Grazie. Affianca la chiesa un caratteristico campanile in pietra a pianta quadrata. All'interno il soffitto è a capriate ed è stato realizzato da artigiani del luogo. Vi sono conservate tre pregiate statue, a grandezza naturale, raffiguranti San Francesco di Paola, l'Immacolata Concezione e il Sacro Cuore di Gesù. Degne di nota anche una serie di opere databili tra la fine del XVIII e gli inizi del XIX secolo tra cui: la Via Crucis, una Croci¬fissione, un quadro con San Vito e Santa Lucia, una tela che riproduce la Madonna delle Grazie in trono raffigurata tra San Biagio e San Francesco di Paola.




CHIESETTA DEL DIVINO AMORE
La piccola chiesa di montagna si trova nel villaggio turistico Pino Grande sull'Altopiano Silano. Formata da una piccola aula sacra, pre¬senta un alto ed esile campanile.























LE FONTANE DI SAVELLI
Esistono a Savelli quattro fontane a cui gli abi¬tanti del luogo sono legati da molti ricordi. La più antica è la "fontana vecchia", intorno alla quale sorsero le prime case di Savelli. Questa presenta quattro canali che scorrono in un'unica grande vasca dove le donne venivano a lavare i panni.
Le altre fontane sono, invece, la Fonte Pedagese formata da tre bocche d'acqua, la fontana Pitinella che ha un solo canale di acqua a getto continuo e, infine, la "fontana nuova" che ha una grande vasca di scolo.


( Fontane di Savelli )

PALAZZO BRISINDA
L'edificio si eleva su tre livelli. In parte conserva la caratteristica pietra a vista. Ai piani supe¬riori si accede attraverso una piccola scalinata terminante su uno stretto ballatoio.

CASA MANCUSO
Quello che fu l'edificio baronale è oggi sede del Municipio. Conserva un'iscrizione riportante la data 1712.
Monumenti ai Caduti
Una colomba con le ali spiegate, simbolo della pace, poggia su una lunga stele in cemento; una lamina in bronzo ricorda il sacrificio dei soldati morti nelle due guerre mondiali.

MUSEO DELL'ARTE CONTADINA
Ospitato nella sede dell'ex Pretura, conserva gli attrezzi agricoli di un tempo e gli abiti tradizio¬nali dei contadini. Da segnalare alcuni antichi aratri costruiti a mano. Apertura su richiesta.

VILLAGGIO TURISTICO PINO GRANDE
Si trova immerso in un bosco di castagni, chia¬mato bosco di Mezzocampo, e tra rigogliosi pini larici. Il villaggio turistico, molto frequentato sia d'estate che d'inverno, è a un'altitudine di oltre 1400 metri. Nelle sue vicinanze è possibile fare visita a quello che comunemente viene chiamato "il parco dei daini". Qui si possono vedere da vicino questi pacifici animali che, se non eccessivamente disturbati, continueranno la loro normale attività giornaliera permettendo ai visitatori di realizzare emozionanti servizi fotografici.




GASTRONOMIA

La Gastronomia savellese è ricca di sapori che solleticano i palati più raffinati pur trattandosi di ricette che conservano il gusto della tradizione popolare. Forse sono lontani i tempi in cui le stagioni venivano scandite dai profumi dei prodotti nostrani, ma Savelli conserva tuttora gli antichi odori, intrisi di sana genuinità. Sarebbe stato impossibile riportare in queste pagine tutta la tradizione gastronomica savellese, dunque la scelta è ricaduta su alcuni di essi che meglio ricordano le tradizione e l’arte culinaria di questo paese.

“Il muccellato”
La tradizione racconta che, nelle sere fredde del periodo natalizio, a Savelli si usava donare ai cantori della strenna di Capodanno, un “maccellato”. Il maccellato, fatto con farina di fiore di Maiorca (farina 00) veniva cotto due volte, prima nell’acqua bollente e poi nel forno, questo particolare tipo di cottura evitava che “i maccellati” ammuffissero. Ancora oggi questo biscotto viene preparato allo stesso modo per ricordare gli antichi sapori savellesi.

“A cropa”
Si tratta di una torta che veniva preparata in onore degli sposi, il suo nome sembra infatti derivare dal latino “copula” che significa coppia e si confeziona come un otto. La torta viene adornata con confetti che è necessario introdurre nella torta durante la cottura, prima che l’impasto si solidifichi. Il dolce era di buon auspicio per la fecondità della coppia.

“A Cunserva”
Fino agli anni ’40, a Savelli, vi erano alcuni contadini specializzati nel cosiddetto lavoro della “cunserva” che consisteva nella conservazione della neve al fine di poterla vendere. La neve veniva messa al riparo in delle grosse buche scavate prima delle nevicate, poi ricoperta con felci, paglia, aghi di pino, in modo da assicurarne la conservazione fino all’estate, quando si vendeva agli ospedali e alle cliniche, era inoltre molto richiesta dalla gente per fare le granite di caffè o di menta.



“ Funghi e Castagne”
L’autunno savellese è scandito dalla raccolta di due prelibatezze che si trovano abbondantemente nei boschi ed in tutto il territorio di questo paese. I funghi che si trovano nel sottobosco savellese sono di varie specie e non mancano gli intenditori di questo caratteristico prodotto. La ricerca dei funghi attira centinaia di visitatori che, muniti di attrezzi, tempo e tanta pazienza, si dilettano in “quest’arte”, che spesso da hobby diventa vero e proprio lavoro stagionale. Anche cucinare i funghi è una vera e propria arte, essi infatti possono essere consumati in tanti modi: fritti, col sugo, oppure conservati, fatti essiccare o messi in recipienti con aromi, sale ed aceto.
L’autunno è anche il periodo delle castagne, il loro profumo si spande per tutto il paese ed i viali si tingono di un manto brunastro. Ciò che rallegra di più l’atmosfera invernale, sono le gustose caldarroste presenti in ogni casa. I nostri nonni ricordano il tempo in cui, presso le botteghe artigiane, si consumavano copiosamente vino e castagne, fra risate e schiamazzi di amici e mastri bottegai.

Made by Eurika & Dielle Computers ©2004
Gal Kroton | Territorio | Comuni | Leader+ | Bandi e Concorsi| Contatti | Mappa del sito