Ultima domenica di Maggio
San Francesco di Paola (patrono)


22 Luglio
Santa Maddalena


1 Settembre
Fiera di Mulerà


8 Settembre
San Francesco Votivo


13 Dicembre
Santa Lucia


24 Dicembre
Il fuoco della vigilia di Natale


25 Dicembre
Presepe vivente



Roccabernarda


Roccabernarda


LO STEMMA
Raffigurato di rosso a due torri quadrate d’argento, aperte e murate di nero, merlate di 4 alla guelfa. Ornamenti esteriori da Comune.

IL GONFALONE
Drappo troncato di rosso e di bianco riccamente ornato di ricami d’argento e caricato dello stemma sopra descritto con la iscrizione centrale in argento : Comune di Roccabernarda. Le parti di metallo ed i cordoni sono argentati. L’asta verticale è ricoperta di velluto dei colori del drappo, alternati, con bollette argentate poste a spirale. Nella freccia è rappresentato lo stemma del comune e sul gambo inciso il nome. Cravatta e nastri tricolorati dai colori nazionali frangiati d’argento."




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STORIA



Situata a 37 Km da Crotone e confinante con i comuni di Petilia Policastro, Caccuri, Cotronei, Cutro, Mesoraca, Santa Severina e San Mauro Marchesato, Roccabernarda è un ameno paesino del Marchesato.
Il suo territorio comprende 65,52 kmq e si trova a 174 m. sul livello del mare. A partire dal centro storico, ubicato su una collina, l’abitato declina dolcemente diramandosi da un lato ai piedi della Sila Piccola e dall’altro a sinistra del fiume Tacina.

Discussa è l’origine di Roccabernarda.
Chiamata anticamente Rocca di Taceria, venne successivamente denominata Roccabernarda da Bernardo del Carpio discendente dal re di Francia Carlo il Calvo ed in omaggio al fondatore si sarebbe chiamato, dal XII sec. in poi, Roccabernarda; tuttavia, il ritrovamento occasionale, in contrada Serrarossa, di reperti di etàbgraca e romana, fa ipotizzare che il territorio sia stato anticamente abitato e sia stata una stazione dei Crotoniati in una particolare itinerario di cui abbiamo indirettamente una prova con la sopravvivenza dell’antica e importante fiera di Mulerà, che nei tempi passati, doveva essere baricentro per i mercati esistenti. Fu feudo dei Ruffo, del centelles, dei Carafa, dei Filomarino che la tennero fino alla legge eversiva del 1811. Nei tempi dovette avere un’importanza particolare, che oggi ci sfugge, se liImperatore Federico aveva concesso a Roccabernarda il privilegio di esigere 25 “carlini” per ogni mandria che transitava nel suo territorio e il diritto di ormeggio nel porto per tutti i “legni” che approdavano nel porto di Le Castella.

L' economia è a carattere prevalentemente agricolo, basti pensare ai vasti aranceti che si susseguono lungo il fiume Tacina, i settori economici di Roccabernarda riguardano soprattutto l’agricoltura, l’allevamento, l’artigianato.
Di particolare qualità è l’olio e i prodotti da esso derivati, che si ottengono in queste terre. Stentano invece a decollare le attività di cooperazione e turistiche nonostante il suo territorio si trovi sul limite di Monte Fuscaldo, tra Santa Severina e San Mauro Marchesato, area ricca di boschi secolari, sorgenti d’acqua e popolata da una grande varietà di fauna.
Di particolare importanza sono i prodotti derivati dalla zootecnia, provole, formaggi, ricotte, “sciungate” prodotti artigianalmente dai pochi contadini rimasti.

L'artigianato. Fiore all’occhiello dell’artigianato locale sono i lavori femminili che vanno dalle esecuzioni al telaio, all’uncinetto, dal ricamo alle opere d’intreccio e di applicazione. Non meno importanti sono però i lavori d’artigianato maschili eseguiti con la tecnica dell’intarsio e del tornio.



Briganti: a Roccabernarda c'era la banda del Reputino

“Il pretesto d'allora era Patria e Legge. E Patria e Legge avevano diritti e non doveri e volevano il sangue dei figli della miseria. " "Ma vi era forse una legge uguale per tutti? Non si direbbe. Non parliamo di questo gigante mostruoso, poiché la legge locale non è mai esistita, non esisterà fintanto che Iddio non ci sterminerà tutti". Queste considerazioni, ricavate da un diario di un famoso brigante dell'Ottocento, Carmine Crocco, ci danno un'idea dello stato pietoso in cui era costretta a vivere tanta povera gente nel sud dell'Italia. Il fenomeno del brigantaggio si manifesta quando l'autorità dello Stato è debole e manca un'organizzazione militare regolare ed efficiente. Così in Italia e nel Meridione, in special modo al tempo delle milizie mercenarie il brigantaggio trasse alimento dai bassi strati della popolazione e fu allora che gruppi di contadini angariati dai padroni e oppressi dal fisco, abbandonarono i loro villaggi e guidati da un capo si buttarono alla macchia, e rubavano, uccidevano, imponevano taglie, forti delle simpatie, dell'appoggio, dell'omertà che sapevano di trovare nelle classi più umili. Particolare rilievo per il suo carattere ha il fenomeno del brigantaggio nella Calabria negli anni precedenti e immediatamente seguenti al 1860.
Ma chi erano questi personaggi che infestarono per decenni buona parte del Meridione? Quali erano le cause che li spingevano a darsi alla macchia e perché riuscivano a tenere testa alle forze dell'ordine?



Chi erano è presto detto: gente affamata, quasi sempre ignorante, per la più gran parte braccianti e contadini che vivevano in condizioni disperate. Praticamente non avevano altra soluzione che vivere di rapine. Roccabernarda, come altri paesi vicini, ebbe pure la sua banda di briganti. Si hanno infatti documenti ed i più anziani raccontano ancora avventi e fatti che possono essere presi in seria considerazione . Il brigantaggio, in quei tempi, era ben organizzato anche nelle nostre zone.
"Il brigantaggio, dunque - si legge in un documento si è organizzato, ha uno scopo, vuole una casa per mantenere la sua armata e la vuole in campagna, nei boschi, sui monti. .. Ed il popolo segue con occhio di amore l'infame accozzaglia, ed il Roccabernarda già sapeva alla vigilia ciò che dovesse seguire alla dimane, e la dimane correva a far bottino delle carni degli animali uccisi, non dando tempo ai vaccari di depellare le bestie, ringraziando Dio di quello scialo e pregandolo propizio ai benefattori dei poveri".

Il brigantaggio viene quasi sempre presentato in negativo, come organizzazione di bande criminali dedite ai sequestri, ai ladrocini. Si dimentica però che a volte è stato un fenomeno di rivolta verso un sistema politico.
Molti uomini e anche donne (le brigantesse) si diedero alla macchia, assistiti e protetti, molto spesso, dalla popolazione che così agiva non tanto per paura quanto per solidarietà ai capi. Dunque il brigantaggio viene vissuto come conseguenza della insopportabile arroganza baronale, dell'ingiustizia sociale del tempo, della lotta impari dei deboli contro il muro innalzato dai potenti. E si diventa spesso involontari ribelli per sete di giustizia, per orgoglio e per fame. Per intimidire i ricchi, anche qui da noi, le bande bruciavano fattorie e uccidevano bestiame. Una conferma la troviamo in una pagina di Padula (Il brigantaggio in Calabria 1864-65):
"Il giorno 24 luglio (1864) presso il fiume Tacina in località Serra Rossa, agro di Roccabernarda, ad una gittata di pietra della strada pubblica 24 briganti vestiti da guardie nazionali danno addosso ai vaccari del signor Albani ed impongono loro di aggregare agli animali nel parco. Furono inutili le preghiere ... Sessanta vacche furono accoppate e 40 ferite". A questa spedizione punitiva nei confronti dell'onorevole Albani oltre alla banda capeggiata da Vincenzo Spinelli di Petilia Policastro hanno preso parte anche gli uomini del 'Repulino' di Roccabernarda.

Il 'Repulino' capo audace e spericolato, si era stabilito con la sua banda (pare composta da 7 uomini) sulle accidentate pendici della valle di maggesi (oggi valle du Repulino) in un'ampia e profonda grotta ancora esistente. La grotta scavata nella roccia era ben celata da secolari alberi ed intricate sterpaglie. Le solite scorrerie, le solite ruberie, i soliti ordini e messaggi con avvertimenti scritti: "I padronali che tengono bestiami saranno pregati di mandare somme alle dette vaccherizze. Se non si trovano le dette somme saranno strutti da capo a piedi". Il preciso casato del capo banda di Rocca non si conosce: forse Berardi, Bernardi, Sinardi o forse Pulerà. "Repulino" è il soprannome e vuol significare uomo audace e svelto come una lepre. La conferma del soprannome la si può dedurre dal fatto che ci è stato raccontato e che riportiamo:
"La banda era stata decimata, messa alle strette. Qualcuno dei briganti catturato e messo sotto torchio aveva indicato il luogo del nascondiglio. Un giorno, la mattina delle Palme, correva l'anno 1865, avvenne che il "Repulino" venne circondato da una squadriglia di guardie e proprio nelle immediate vicinanze della grotta. Braccato tentò, e ci riuscì di distrarre le guardie con queste parole:
"Nun me chiamati cchù lu Reputino chiamatime ranunchio de pantanu ma si me dati largu quantu nu carrinu videre ve fazzu lu munnu de chianu."
"Così dicendo, con l'agilità e la sveltezza di una lepre, si aprì un varco fra le guardie, e ferendone due, si infilò nella grotta e scomparve. La grotta venne piantonata per parecchi giorni ma del "Repulino" non si ebbero mai più notizie".
La scomparsa di questo personaggio segnò la fine del brigantaggio nel Marchesato. Per molti contadini del luogo che vedevano nei briganti i vendicatori dei loro torti finì un'epoca di incubo, per altri, maggiormente per i padroni, finì un'epoca di terrore e di minacce. orse la cultura popolare ha un po' deformato, rendendo leggendarie le vicende dei personaggi reali, facendoli apparire ora eroi ed ora spregiudicati e malvagi. Però, bisogna pur dirlo, parecchie ribellioni dei briganti si sono tradotte in realtà e la rivoluzione creata dal processo unitario italiano del 1860, non è riuscita a far cambiare le cose, ma le ha anzi, consolidate.


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TRADIZIONI


Le feste religiose


Il ciclo delle festività religiose di Roccabernarda ha inizio con “ A jurnata a Santa Lucia”, giornata intera durante la quale le donne restano in chiesa a pregare osservando il digiuno, seguita dalle novene natalizie e dalle suggestive cerimonie pasquali. Festa dell’anno che testimonia la grande devozione che il popolo manifesta è quella di San Francesco di Paola celebrata nel mese di Maggio. Durante i festeggiamenti l’icona votiva del Santo viene accompagnata, da tutta la popolazione in processione per le vie del paese.

San Francesco di Paola (patrono) - ultima domenica di maggio. I festeggiamenti religiosi in onore del santo patrono consistono nella celebrazione della messa e in una suggestiva fiaccola notturna. Nei tredici giorni che precedono quello dedicato, inoltre, si celebrano particolari messe (la cosiddetta “tredicina”).
Le serate sono animate da concerti, giochi popolari e fuochi d’artificio.

Santa Maddalena - 22 luglio
In questa festa una folla composta da donne si dirige verso la collina che porta il nome della santa.

San Francesco “votivo” - 8 settembre
In questa giornata si ricorda una promessa che il popolo di roccabernarda fece al santo di Paola. In occasione di un terribile terremoto, infatti, i cittadini chiesero protezione a San Francesco promettendo, in cambio, di ricordarlo in un giorno particolare.
Così come avviene per la festa di maggio, questa giornata è preceduta dalla “tredicina”. In serata spettacoli musicali.

Santa Lucia - 13 dicembre
Nel giorno dedicato alla protettrice della vista le donne del paese si riuniscono in chiesa per “a jurnata a Santa Lucia”. La giornata di preghiera inizia la mattina e dura fino a sera.

Corpus Domini
Per le strade del paese, dove si svolgerà la processione, vengono preparati altari decorati da fiori, piante e coperte artigianali di squisita fattura. E’ proprio a questi piccoli altari che il sacerdote si ferma per benedire i presenti. Dai balconi delle case si gettano fiori per omaggiare Gesù eucaristico.

Attesa anche se non a carattere religioso è la “ farsa carnevalesca”, durante la quale, soprattutto un tempo, tutti uscivano dalle loro case e bussando ad ogni uscio si esibivano da veri attori, in cambio ricevevano vitto e ospitalità

A ra larga, a ra larga o nobili signori,
‘a farsa se comincia a recitare,
chine tena figghje bedde ‘e manna fore,
ca ci nne simu tanti a si siparii.


Le manifestazioni

Il fuoco della vigilia di Natale - 24 dicembre
La notte della vigilia si accende un grande fuoco in piazza Cucco, che in paese tutti indicano come “u focu santu”. Il cumulo di legna accatastata è enorme perché il fuoco deve durare tutta la notte.

Presepe vivente - 25 dicembre
Il presepe è allestito dalla locale azione cattolica.


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LA LINGUA

I proverbi.
Chine se nzura sta cuntientu ‘nu juarnu,
chi ammazza ‘u puarcu sta ‘n’annu.
Chi si sposa è felice per un giorno,
chi uccide il maiale ha provviste per un anno

Amaru chine puarcu nun s’ammazza,
ca a ri travi sui nun ‘mpenna sazizzi
Peccato per chi non uccide il maiale,
perché alle sue “pertiche” non appenderà salsicce

Modi di dire e filastrocche.
Si te vo’ mparare a cantare
A lassare ‘e metire ‘e de pisare
‘e de pisare ‘e de metire
l’uamu mio ‘u d’ha cchi perdire
‘u d’ha cchi perdire l’uamu mio
scura ra notte e nu vvida ra via
e nu vvida ra via da notte
‘e re spine nun su botte
‘e nu su botte le spine
‘e muntagne u su marine
‘e nu su marine ‘e muntagne
i nuciddi ‘e re castagne
‘e re castagne e ri nuciddi
i casali a cintu e da mmilli
a ciantu e da mmilli li casali
lu strummiantu u re de sale
u re de sale lu strummiantu
li dinari pianu davvjantu
pianu d’avvjantu li denari
l’aguzzini e ri vaccai
l’ammentastra e ra rapa
u re de rapa la radice
a palummedda u de pernice
u re pernice la palimmedda a fimmina prena u de zitadda
u re zitadda a fimmina prena
a prima d’agustu u re primavera
u re primavera a prima d’agustu
e l’acitu u re de mustu
e nu re’ de mustu l’acitu
e ru pane u re de vitru
e nu re de vitru lu pne
e ri surici nu su cani
nu su cani li surici
li metituri nu su giudici
‘e nu su giudici li metituri
‘e re cerze u su lavuri
‘e nu su lavuri le cerze
‘e parole su ssuvercchje
‘e su ssuvercchje le parole
‘e lattuche’e re scarole
‘e scarole e re lattuche
chine sinne mangia
sinn’affuca

DA VISITARE


Sulla sommità del paese troviamo i ruderi dell’antico castello e sulle pareti delle colline ricche di uliveti l’ormai fatiscente Convento di San Francesco di Paola. Il convento fu fondato nell'anno 1593 dai padri paolotti e probabilmente da un compagno di S.Francesco di Paola nativo di Roccabernarda, Beato Giovanni Caduri. Il complesso è formato dalla chiesa a navata unica e dal monastero adiacente che si sviluppa attorno ad un chiostro centrale.

IL CASTELLO DI ROCCABERNARDA

Sono da sempre la, sulla sommità della timpa i ruderi dell'antico castello. La timpa ed i ruderi hanno sempre incuriosito i passanti forestieri e gli stessi residenti ma mai nessuno ha spinto la sua curiosità di conoscerne la storia: poco o niente, infatti, si sa sul castello. Eppure, l'anomala timpa presentava e presenta le caratteristiche di una visuale strana con i resti evidenti di un maniero, anch'esso dall'aspetto sinistro.
Per le credenze e le dicerie nella popolazione della zona è diffusa l'idea che sul posto dove sorgeva il castello si nascondono tesori, ed in particolare una chioccia con i pulcini d'oro protetta da una terribile maledizione che colpirebbe chi riuscisse a venirne in possesso. A seguito di questa queste dicerie esiste una paura atavica a violare la integrità della timpa. Mai nessuno, infatti, nel corso dei secoli passati, ha osato o solo pensato di metterci mano, di spianare la rupe o effettuare degli scavi.
C'è da dire inoltre (storia o leggenda?) che nel castello (il castello del Re Pagano) assieme al re ed alla regina vivevano anche tre sorelle che, si dice ancora, fossero magare. Anche su questo la fantasia popolare ha creato la leggenda che il re venne ucciso un certo Leonardo di Montalbano e che poi fu seppellito nel castello con la sua ricca armatura ed il suo tesoro compresa la chioccia con i pulcini d'oro. Il re dispotico e crudele, assecondato dalle diaboliche idee della regina e delle sorelle, faceva valere il suo potere sui sudditi con il privilegio delle "ius primae noctis".

Il popolo dell'allora Rocca di Pagania (questa tesi sarebbe avvalorata dal fatto che un tempo Roccabernarda si chiamava Rocca di Pagania) ma tollerava l'abuso di strapotere però mai nessuno aveva osato ribellarsi.
A questo pensò Leonardo di Montalbano, giovane coraggioso e di nobile famiglia, che decise di rovesciare la situazione e porre fine al potere stravagante del re. Dovendo egli stesso celebrare il matrimoni, il giorno delle nozze, si presentarono, a conclusione del banchetto nuziale, due guardie del re per prelevare la novella sposa.
Ma ecco la sorpresa delle guardie per il rifiuto e di tutti i convitati per l'ardire coraggioso del suo gesto. "Fate sapere al vostro re che la mia sposa non gli sarà mai concessa e se ne avrà il coraggio ditegli di venirla a prendere personalmente e se lo vorrà dovrà battersi in duello con me". Ciò avvenne all'indomani: Leonardo di Montalbano ebbe la meglio e da quel giorno il popolo fu libero e sovrano.
Queste conoscenze storico - leggendarie dovrebbero contribuire a suscitare una serie di indagini e di ricerche in larga parte del tutto ignorate. E' amaro dirlo: spesso molti segreti della terra d'origine sono ignorati proprio perché lo studio delle "cose" proprie si prende a disprezzo o viene trascurato. Ogni paese dovrebbe avere la sua storia con le sue particolarità da studiare, conoscere e tramandare. Ritenere inutile tutto ciò di cui riguarda la storia de passato e la funzione delle tradizioni - leggende è un grosso errore. L'augurio è quello che chi ci seguirà negli anni avvenire possa ancora raccontare assieme alle imprese del presente anche queste cose che la fantasia degli antenati ci ha tramandato e che noi vorremmo più aggiornate.


CHIESA DI SANTA MARIA ASSUNTA
Costruita nel XX secolo, la chiesa presenta una facciata con ali laterali ribassate, nella quale si aprono tre portali in pietra. Quello centrale, con arco a tutto sesto, poggia su piedritti con capitelli ed è impreziosito da un cordone scolpito e da motivi floreali. Sopra si notano tre figure scolpite (al centro, Cristo). I portali laterali sono rettangolari e sono sormontati da piccole monofore a vetro.
Sull’altare in marmi policromi spicca una statua raffigurante l’assunta, contenuta in una teca chiusa da un vetro. L’edificio si trova in Via Roma.
















CONVENTO DI SAN FRANCESCO DI PAOLA (RUDERI)
Il località San Francesco rimangono i ruderi di un antico convento, appartenuto ai Minimi di San Francesco di Paola. La data di fondazione è incerta, ma una leggenda locale lega la sua origine a un miracolo operato dal santo. E’ probabile, inoltre, che subì gravi danni a causa del terremoto del 1832. Si può ancora ammirare l’imponente facciata in pietra e una pare del muro perimetrale. La formazione della mensa conventuale. Il Convento fu oggetto, fin dalla sua erezione, di donazioni da parte di benefattori e di devoti, soprattutto del luogo, verso San Francesco di Paola, così in breve tempo crebbe in fabbriche ed in ricchezza. Nel 1544 il rocchese Antonio Ymmus donava al monastero delle terre situate nel territorio del casale di S. Mauro in località “Caravà”, in modo che i frati potessero utilizzare le rendite per la riparazione delle fabbriche del convento.
Nonostante le distruzioni e lo spopolamento a causa delle invasioni turche, specie quella del luglio del 1547, che in pochi anni dimezzarono la popolazione di Roccabernarda e dei vicini abitati, col passare del tempo i beni e le rendite del convento aumentarono soprattutto per i numerosi lasciti per messe in suffragio. Ciò permise ai frati di esercitare una intensa attività di compra- vendita e di impiego del capitale, che attraverso una accorta, ed a volte spregiudicata, attività creditizia porterà il convento ad accumulare in pochi anni cospicui capitali con le relative rendite. Nel 1575 Donna Fiore, vedova di Antonio de Marino di Roccabernarda, lasciava al monastero per testamento per la salvazione della sua anima una casa nel luogo detto “il piano del castello”.

Nel 1582 il rocchese Antonino Cappa istituiva e dotava una cappella sotto il titolo del SS.mo Salvatore nella chiesa del convento, dotandola di una rendita di ducati tre annui con l’onere per i frati di celebrare una messa ogni sabato. Dopo la morte del fondatore, avvenuta nel 1586, l’obbligo fu soddisfatto dal figlio ed erede Gio. Lorenzo Cappa il quale, “essendo morto di morte violenta per strada ritornando da Napoli”, lasciò per testamento che nella sua cappella si celebrassero altre due messe settimanali, il lunedì ed il mercoledì. Così il primo agosto di ogni anno per le tre messe i frati incamerarono nove ducati.
Nel 1593 i frati vendettero alcune vacche ricavando cinquecento ducati; trecento li diedero a censo all’università di Roccabernarda, e duecento al conte di S. Severina Vespasiano Carrafa. Morto il conte, la moglie Geronima Carrafa nel 1600 saldò il monastero con “certi pezzotti d’artiglierie et alcune bestiame bovine”. I frati in seguito cedettero i “pezzotti d’artiglierie” alla chiesa dell’Annunciata di Policastro ricavando ducati 80, che furono dati a censo.
Alla fine del Cinquecento il convento aveva raggiunto una certa floridezza economica tanto da mantenere 12 frati9 e poteva contare su rendite sicure e più che sufficienti.
Un credito di ben 600 ducati al 10% era stato concesso all’università della Roccabernarda. Tale somma era pervenuta al convento metà dalla vendita di alcune vacche e l’altra metà dal dazio, dalla salina di Neto e dalla vendita di alcune case lasciate da un frate. A questo credito c’era da aggiungere le rendite di altri capitali. Tra i maggiori vi era quello di ducati 90 che si era formato unendo il denaro riscosso dalle vendite di una casa, delle artiglierie e di alcune cagne; un capitale di ducati 100 concesso alla ragione del 10% a Gio. Vincenzo Sollazzo, denaro che proveniva in parte dalla vendita di alcune vacche; un altro capitale di ducati 100 concesso in prestito al reverendo Rocco Guercio al 9% ecc.

Sempre in questi anni i frati aumentavano il loro avere con delle terre situate nel “piano di Mulerà”. Esse provenivano da un voto fatto da Maria Benincasa, la quale essendo il nipote Gio. Domenico Visciglia “ammalato a morte”, aveva promesso a S. Francesco di Paola, che se il nipote fosse guarito, le avrebbe date in elemosina.
Non mancarono anche donazioni al convento da parte di persone particolarmente devote a San Francesco di Paola, divenuto col tempo protettore di Roccabernarda, i quali fecero oblazione di sé stessi e dei propri averi. Tra le scritture della fine del Cinquecento spiccano l’obbligo per il convento di una messa al giorno per il Duca di Nocera e quella con cui il rocchese Gio. Ammirato si fa “offerto”.
Non mancarono in questi anni le liti. Tra le varie, risalta quella che nel 1606 ebbe per protagonista Pietro Paulo Serra di Policastro, erede del padre Battista e di Gio. Francesco Serra, i quali a suo tempo avevano venduto ai frati un territorio per ducati 300.

Il terreno, del valore di gran lunga superiore, era stato ceduto per stringente necessità con la condizione di retrovendita; che cioè potesse ritornare ai venditori, o ai loro eredi, nel mese di agosto, dopo la raccolta, previa restituzione del denaro. I frati tuttavia rifiutarono ed il Serra inoltrò dapprima la sua protesta al vicario di Roccabernarda, il quale la intimò inutilmente al correttore del convento. Allora il malcapitato si rivolse alla curia arcivescovile di Santa Severina, la quale ordinò al vicario di Policastro di intimare, tramite un diacono coniugato, al correttore di consegnare le terre. Invano, i frati risposero che obbedivano solo ai loro superiori.
Altre terre vennero al convento per devozione verso il santo e per lasciti testamentari per celebrazione di messe. E’ quest’ultimo il caso di una gabella detta Altofilica situata in territorio di Policastro assegnata dai Guarani con l’onere della celebrazione di due messe settimanali nella loro cappella della sacristia.
Splendore e decadenza
Dalla “Nota” delle scritture eseguita sui protocolli del notaio Giulio di Bona, che coprono il periodo dal 1588 al 1637, si possono ricavare alcune informazioni sul ruolo economico del convento nei primi decenni del Seicento.
Alle poche scritture della fine del Cinquecento, 10 atti in 12 anni, fa riscontro l’intensa attività dei primi anni del Seicento. Tra il 1600 ed il 1630 il convento è parte in 50 atti dei quali la metà è rogata nel solo primo decennio.
Trattasi nella maggior parte di atti di compra/ vendita di piccoli terreni, di vignali, di case, di concessione di prestiti, di affitti, di lasciti per messe in suffragio, di donazioni al convento per devozione verso il santo. In seguito, man mano che ci si inoltre nel secolo, decrescono gli atti, segno evidente della crisi economica, che investe sia la società rocchese che il convento. Dai 27 atti notarili, stipulati nel primo decennio, si passa ai 14 del secondo ed ai 10 del terzo.
Il “Libro della Esigenza” del 1662, nell’elencare la rendita dei numerosi censi ed affitti dei quali beneficiano i frati, ci fornisce l’immagine del convento nel momento cruciale della crisi.
Vengono elencate 44 partite, 10 di affitto e 34 di censo, che danno piccole rendite che gravano vigne e case di gente del luogo per un totale di quasi 150 ducati annui.
Tre quarti delle partite hanno rendite annue inferiori ai tre ducati e solo tre di esse superano i 10 ducati, quest’ultime si riferiscono a capitali a suo tempo concessi al notaio Giacinto Amoruso, a Don Francesco Sollazzo ed all’università di Rocca Bernarda. L’università, con i suoi 42 ducati annui che deve al convento, rimane di gran lunga la maggior debitrice.

I gravi danni causati all’abitato di Roccabernarda, edificato “sopra monti di mobili arene”, dal terremoto dell’otto giugno 1638, nel quale morirono nove persone e causò distruzioni tale da “consigliare l’edificazione dell’abitato in altro luogo16, e l’acutizzarsi della crisi economica e demografica17 fanno diminuire le rendite; rallenta l’accumulazione ed il convento è costretto a mutare il tipo della proprietà, trasferendo gran parte del suo capitale dalla rendita immobiliare e censuaria alla rendita fondiaria. Da una lista di tutte le terre e rendite, compilata nel giugno 1639 dal frate Domenico della Rocca risulta che il convento possedeva nell’abitato di Roccabernarda un consistente patrimonio immobiliare nelle località “Malopino”, “Scarponari”, “La Piazza”, “Lo Piano del Castello”, “Lo Piano di S.ta Maria”, “La Valle”, “lo Borgo”, “Sidani” ecc., composto da due botteghe, due case, una casa palaziata, quattro casaleni e cinque catoi, che affittava “anno per anno”. A causa del terremoto “che rovinò tutta la terra” gli edifici furono “diruti” e abbandonati e da essi per lungo tempo non percepì alcun utile. In seguito, quando la “terra si rihabitò” i frati se ne sbarazzarono e quasi tutti furono venduti o dati a censo. Dalle scritture del notaio Giacinto Amoroso risulta che nel trentennio dal 1640 al 1670 il convento è parte solo in 22 atti notarili.

In genere vengono documentate piccole partite di compra/vendita e ricollocazione del capitale dato a censo. L’unica operazione economica di una certa rilevanza, ma che dimostra che ormai l’impiego creditizio del capitale non è più quello preferito dai frati, è l’acquisto fatto nel 1645 del territorio, quasi completamente boschivo, alberato solamente con alcuni alberi di fico e di pero, di “Favata”. Per raggiungere tale scopo i frati dovettero acquisire le diverse parti detenute da più proprietari: Gio. Domenico Acquis, Francesco Dattolo, Giacomo Ceraldi, Gio Tommaso Tigano e compiere un atto di permuta con Ferrante Accetta, dando a costui, in cambio della sua parte, l’annuo censo che doveva al convento Lupo Lauro.
Sempre in questi anni il convento, composto da quasi una decina di frati, prosegue l’ampliamento dei suoi fondi ed acquisisce altre terre per lo più boschi di querce con pochi alberi da frutto (fichi e peri). Anche in questo caso i frati sono animati, più che dalla volontà di acquistare terreni redditizi, dalla necessità di recuperare parte delle rendite, che altrimenti a causa dell’insolvenza andrebbero perdute, in quanto da più anni non sono più versate al convento. Ottiene così per annate di censi non pagate nel 1652 “Li Comunelli” dall’università di Rocca Bernarda e nel 1665 le “Terre di Suero” dai Sollazzo. Alcuni atti come la donazione fatta nel 1649 dalla suora Maria Galasso e nel 1657 l’oblazione al convento della sua persona e dei suoi beni di Angelo Miniscano mostrano il permanere della devozione verso il santo da parte dei Rocchesi.
Dalla rendita censuaria alla rendita fondiaria
Dall’analisi dei rendiconti dei vari correttorati, ognuno dei quali durava un anno, dal primo ottobre fino al settembre successivo, che vede avvicendarsi di solito i quattro frati, che costituivano il convento, cioè Domenico della Rocca, Matteo della Rocca, Berardino della Rocca e Michelangelo della Rocca, possiamo farci un’idea della vita economica.
In questi anni tra la fine del Seicento ed i primi anni del Settecento il convento continuò ad allargare il suo patrimonio terriero. Nel 1697 giunse a conclusione una lunga operazione finanziaria, che portò alla completa proprietà della “gabella delli Juliani” detta anche di “Mastro Simone”, situata nel corso di Molerà Vecchio. L’acquisto era iniziato nel 1686 quando Marcantonio Ammenò aveva ceduto i suoi beni al fratello Michel’Angelo Ammenò, uno dei frati del convento. La proprietà era però gravata da alcune ipoteche: 50 ducati dovevano essere pagati ad Antonia Facente, 15 ducati alla Cappella dell’Immacolata e 15 ducati al clero di Roccabernarda. Dopo varie vicissitudini e liti finalmente nel 1697 il frate Michel’Angelo, utilizzando i soldi del convento, riuscì a saldare i vari debitori e così il convento potette entrare in pieno possesso della gabella. Alcuni anni dopo, nel 1711, i frati, approfittando che i fratelli Sagace di Roccabernarda si trovavano in difficoltà finanziarie, comprarono per ducati 111 la metà della gabelluccia detta “della Taverna di Basso”.

La gabelluccia aveva l’estensione di circa 24 tomolate ed era “alberata di quantità di querce, olive e altri alberi fruttiferi”. Anche in questo caso per completare la compera i frati dovettero liberare la gabella da alcune ipoteche, utilizzando a tale scopo un capitale ritornato al convento da un censo affrancato, e pagare un capitale di ducati 40 all’8% con le terze decorse dovuto all’ospedale di Santa Severina. Questa politica di acquisto di nuovi fondi, che all’inizio era stata dettata dalla necessità di non veder svanire il capitale, con il riprendere dell’economia e del commercio granario fornirà un sensibile incremento alle entrate. Da una media di circa 160 ducati annui del quinquennio 1690/1694, si passa ai 200 ducati annui del quinquennio successivo e quindi ai 230 ducati annui dei primi anni del Settecento. Le rendite provenienti dal fitto dei terreni che sul finire del Seicento rappresentavano circa un terzo delle entrate, nei primi decenni del Settecento saliranno ai due terzi. Per avere un’idea dell’espansione della proprietà fondiaria basti pensare che nel 1639 il convento possedeva 13 proprietà fondiarie, quasi tutte di piccola estensione, vigne, vignali, giardini, molti dei quali vicino alle muraglie del convento, con un unico territorio di circa 140 tomolate, in località Caravà e che nei primi anni del Settecento ne enumera 17. Il cambiamento risulta sostanziale, non tanto perché i fondi aumentano di numero ed alcuni sono ampliati, quanto perché i nuovi sono più estesi e redditizi. Di fatto il fitto, in denaro e/o in grano, proveniente dalle gabelle “delli Juliani”, della “Taverna di Basso”, della “Lenza”, “delli Comunelli” e di “Favata”, tutte gabelle acquisite dal convento dopo il terremoto del 1638, da solo ammonterà a molto di più di quello che daranno tutti gli altri fondi rustici messi assieme. Facilita l’acquisto dei terreni anche la diminuzione del tasso di interesse sui capitali dati in prestito, che incomincia a farsi avvertire sul finire del Seicento. Di solito il convento esigeva il tasso del 10% sui capitali dati a censo. Ciò era osservato in genere; faceva eccezione l’università di Roccabernarda, che per prammatica emanata dal vicerè nel 1612, aveva visto diminuire il suo dare dal 10% al 7%. Il ritorno al convento dei capitali affrancati perché troppo onerosi rispetto al mercato, pone il problema del loro reimpiego, che col passare degli anni diventa sempre più difficile e rischioso, anche praticando tassi inferiori. Per non far rimanere il capitale in cassa inoperoso, parte di esso concorre all’acquisto di nuovi terreni.


MONUMENTO AI CADUTI


SANTA CROCE
E’ una croce in ferro battuto che poggia su un massiccio piedistallo. Si trova in Via Fiume Tacina.

FONTANA CASE COMUNALI
E’ una vasca circolare in travertino su cui si staglia una sorte di elica dove è posto il canale. Si trova nei pressi della Santa Croce.
Ha sostituito una precedente costruzione, più antica.


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GASTRONOMIA

La gastronomia rocchesana vanta una tradizione molto variegata. Notevole importanza riveste l’uccisione del maiale di cui non si butta nulla e con il quale vengono preparati, oltre che insaccati conservati con maestria, anche saporitissimi piatti fra cui “Cuvatiaddrj cu sucu e puarcu” gnocchetti realizzati manualmente e conditi con sugo di maiale accompagnati dall’ottimo vino che si produce in queste terre.
Arricchiscono la cucina rocchesana dolci quali : “e pitte ccu d’uagghju”, “i crustuli”, i “tardiddi”,e “cuzzupe e i cuddumati”


Pasta e ceci
Ingredienti:
500 grammi di pasta del tipo ditali, 320 grammi di ceci, 3 pomodori pelati, mezza cipolla, una foglia di alloro, un gambo di sedano, un rametto di basilico, mezzo bicchiere di olio d’olio, sale.
Procedimento:
La sera prima della preparazione lasciare a mollo i ceci. Il giorno seguente metterli in una pentola con abbondante acqua. Aggiungere la cipolla affettata, i pomodori sminuzzati, il sedano, la golglia d’alloro e l’olio. Lasciare cuocere a fuoco lento salando a metà cottura.
Condire la pasta con i ceci e il basilico, mantecando sul fuoco per qualche minuto.

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