LO STEMMA
D’oro, al torrione di rosso, merlato alla guelfa di otto, mattonato di nero, chiuso dello stesso, finestrato con due finestre quadrate, poste in fascia, di nero, fondato sulla campagna di azzurro, fluttuosa di argento, Ornamenti esteriori da Comune ;
IL GONFALONE
Drappo di rosso, riccamente ornato di ricami d’argento e caricato dallo stemma sopra descritto con la iscrizione centrata in argento, recante la denominazione del comune. Le parti di metallo e i cordoni sono argentati. L’asta verticale è ricoperta di velluto rosso, con bullette argentate poste a spirale. Nella freccia è rappresentato lo stemma del comune a sul gambo inciso il nome. Cravatta con nastri tricolorati dai colori nazionali frangiati di argento
…O mia Rocca di Neto,
gemma scintillante del Marchesato,
soave oreade di questa Valle pittoresca;
tu che ti ergi a novella esistenza,
ripulita e vaga come una seducente fanciulla,
cui le azzurrine e chiare onde del Neto
armonizzano l’eterno e segreto canto d’amore,
tu, dalle vie diritte e luminose
come la coscienza del tuo forte Popolo;
tu carezza dei zeffiri silani …
A Gallo – Cristiani
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Casale di Terrate, Rocca di Neto, Rocca Ferdinandea, Rocca di Neto: il susseguirsi di queste denominazioni scandisce la storia della nostra comunità, prossima alle sponde del Neto, il leggendario fiume che dalle pendici della Sila scende a valle e raggiunge lo Jonio.
Casale di Terrate sorse sulle alture di Cupone e di Tanzanovella, all’epoca dell’immigrazione greca in Calabria, (VII o VIII sec. a.C.) grazie ai Crotoniati. La scelta del sito (una serie di alture poste quasi a strapiombo sul Neto) non fu casuale, ma dovuta alle necessità difensive e/o di sopravvivenza, visto il clima di perenne rissosità che caratterizzò le colonie greche, le quali, coinvolgendo gli agglomerati satelliti, provocarono fatalmente la fine prematura della splendida civiltà greca e aprirono la strada al successivo avvento sulla scena della potenza di Roma, delle invasioni barbariche, dei bizantini, delle incursioni saracene, dei normanni, degli svevi, degli angioini, degli aragonesi, degli spagnoli, dei borboni e …
Ed intanto, in tutta questa girandola di dominazioni e di istituzioni straniere e domestiche che si erano avvicendate in Calabria, il nostro piccolo agglomerato intorno al Mille (epoca contrassegnata dalle continue scorrerie dei saraceni) munitosi di una poderosa rocca sita sulla collina ancora oggi denominata del “Turrazzo”, vide accrescere i suoi abitanti, i suoi templi (chiese e monasteri) e le sue attività economiche.
Nel XV, secolo Casale di Terrate cambiò la sua denominazione in Rocca di Neto ed assistette passivamente all’avvicendarsi dei suoi numerosi feudatari laici ed ecclesiastici, ai quali interessavano soprattutto gli introiti derivanti dai loro disparati diritti. Ma il dominio feudale provocò funeste ripercussioni sulle condizioni socio-economiche della comunità.
Nel 1460 l’abitato fu distrutto da Marino di Marzano, principe di Rossano. Riedificata sulla murgia detta “Rocca Vecchia”, la cittadella crebbe lentamente e nel 1664 si arricchì del convento dei Certosini di Serra S. Bruno. Il violento terremoto del 1832 rase al suolo quello che era diventato un centro di 700 abitanti.
La ricostruzione del nuovo abitato, chiamato inizialmente Rocca Ferdinandea, avvenne sul sito attuale. Della vecchia Rocca oggi abbiamo pochissimi resti e molti ricordi in parte conservati nella memoria di chi la abita.
Un paese e la sua storia …attraverso il fiume Neto
Quando i primi coloni greci approdarono sulle rive del nostro fiume, la valle del Neto apparve loro come un’immensa distesa di terra fertile e ricca, la patria lasciata era ormai lontana, guerre e rovine venivano lavate con una ricchezza che appariva incredibile ai loro occhi ma che fu necessaria per riprendere a vivere: il fiume Neto. E’ in questo scenario ambientale che risiede il ricordo ancestrale della Magna Grecia, la memoria di una terra promessa, fertile e rigogliosa, benedetta dalla natura, che accolse, generosa ed ignara, il popolo più ricco e sapiente del mediterraneo, offrendo terre da coltivare, legname e materie prime, acque ed animali e soprattutto enormi spazi disabitati dove impiantare fiorenti centri agricoli e commerciali. Le popolazioni magnogreche seppero interpretare sapientemente i caratteri di questa terra, utilizzandone con mirabile raziocinio le risorse ambientali. Da millenni dura questo legame tra il fiume Neto e la sua gente che ne apprezza e ne teme la sua potenza, attraverso i secoli mai è venuto meno quel reciproco tacito rispetto che gli uomini e la natura si impongono senza parole, alla luce di accadimenti che spesso sembrano misteriosi. Gli alberi prossimi al nostro fiume sono fecondati dalle acque che scorrono sotto di essi da millenni ma non solo gli alberi, la flora e la fauna godono di questa ricchezza, oggi è l’economia di un’intera vallata, che seppur in condizioni poco felici, deve moltissimo alle acque di un fiume che continua ad essere nonostante tutto generoso.
Oggi il fiume aspetta una nuova conquista, un nuovo patto che rinnovi il legame ormai consolidato ma privo di fondamenti vitali, poiché “il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre ma nell’avere nuovi occhi”; dovremmo lasciarci alle spalle la realtà artefatta e spesso mistificante della vita cittadina, per addentrarci invece, in un’altra realtà forse più etica e veritiera, che è quella dei piccoli e grandi universi dimenticati, i cui principi immutabili sono scritti nella storia del mondo e costituiscono le uniche certezze per ogni creatura vivente.
Tra storia e leggenda:
Il mito degli achei
Si narra che alcuni Achei, al ritorno da una spedizione contro Troia, approdarono lungo le sponde del fiume Neto e sbarcarono in terra per esplorare queste località.
Alcune donne troiane, loro prigioniere, stanche di girovagare alla ricerca di una nuova patria, rimaste sole sulla sponda del fiume bruciarono le navi tirate in secco dagli uomini per essere riparate.
Pertanto gli Achei furono costretti a porre qui la loro sede e, vedendo che la terra di questi luoghi era fertile, vi edificarono molti paesi tra cui la nostra Rocca di Neto.
I briganti in terra rocchitana
Il popolo di Rocca di Neto narra che durante il 1847 un gruppo di briganti nascosti nei boschi di Rosaniti rapì un membro della famiglia Marrajeni.
Uno dei briganti ebbe l’incarico di sorvegliare il rapito durante tutto il tempo che l’intera compagnia si fosse assentata per eventuali scorrerie. Un giorno questo brigante si lasciò vincere dal sonno, allora Andrea Marrajeni decise di darsi alla fuga e per assicurarsi di non essere inseguito tolse il pugnale dalla cintola del suo aguzzino e gli vibrò un colpo al cuore. Ma… il brigante si alzò subito in piedi con gli occhi lampeggianti di furore.
Il pugnale non lo aveva ferito, perché il colpo era caduto su di un medaglione della Madonna del Carmine, che proteggeva sotto gli indumenti il cuore del bandito. Colmo di rabbia il brigante decise di vendicarsi uccidendolo in modo atroce; gli legò mani e piedi e uscendo fuori dalla capanna le diede fuoco.
Il povero Marrajeni, spaventato a morte, non fece alcuna resistenza; raccomandò la sua anima a S. Filomena, di cui aveva una particolare devozione, e promise di costruirle una chiesa se avesse operato il miracolo di liberarlo da quella morte orribile. In quell’istante un’inaspettata coincidenza di cose fu effettivamente come il verificarsi di un miracolo, infatti sopraggiunti gli altri briganti, nel sentire come si era svolto l’incidente, giudicarono colpevole il loro compagno, il quale lasciatosi sorprendere dal sonno, aveva dimostrato di essere un elemento vile e poco fidato.
Allora il Marrajeni fu messo in libertà ed il brigante fu ucciso dai compagni per non aver saputo mantenere la consegna.
Tristezza e gioia nella saggezza del passato
La vita di ogni paese deve essere raccontata dalla viva voce del suo popolo. I nostri nonni e i padri dei nostri nonni cantavano in maniera semplice gli avvenimenti lieti e tristi della loro vita. I loro componimenti e i loro proverbi rievocando “le fontane del passato”: acque di ricordi, di sentimenti e di vicissitudini che non si quietano mai, parlano ai nostri cuori, facendo rinvigorire le nostre radici. Noi abbiamo voluto recuperare e rievocare i canti, le filastrocche e i proverbi che i nostri avi hanno intonato e declamato in ogni angolo del nostro paese, perché la tradizione del nostro popolo non vada mai perduta. La saggezza popolare può essere spesso considerata alla stregua di filosofia spicciola, che nella quotidianità della gente comune e non, ha rappresentato, uno scrigno di valori preziosi, di perle nascoste tra realtà e fantasia.
I Festeggiamenti della Madonna di Setteporte: tra storia e tradizione
La festa della Madonna di Setteporte da sempre è celebrata nella prima domenica di maggio. Attualmente lo svolgersi dell’evento è diverso dalla festa primitiva, che si celebrava con una manifestazione di rigorosissima penitenza nei giorni di sabato e domenica nel santuario con il digiuno e la veglia notturna. Oggi invece, la festa, è un evento di godimento e di grande esaltazione. Tuttavia passato e presente sono legati da aspetti salienti che portano a riscoprire un culto religioso fortemente sentito, che attraverso riti a volte anche ancestrali, affonda le sue radici nel paganesimo cristiano. In questi riti non c’è nulla di blasfemo o di esoterico ma certamente le vicissitudini, la sofferenza e la cultura popolare hanno trovato nella fede un appiglio forte, che si trasforma in una sorgente dalla quale sgorga tutta la genuinità di un popolo.
“U pupatulu” Il pupazzo
Questo rito simboleggia la devozione verso La Vergine di Setteporte, infatti i fedeli che avendo chiesto “una grazia” alla Madonna l’hanno ottenuta, portano in segno di devozione presso il santuario, nei giorni della ricorrenza, “u pupatulu” dividendolo tra i fedeli accorsi alla celebrazione. “U pupatulu” rappresenta una persona o una parte del corpo malata, che viene fatto con farina, acqua e uova, in definitiva è un ex voto che si offre alla Madonna per la grazia ricevuta.
“Scavuza ara Madonna” Scalza alla Madonna
La prima domenica di maggio le donne rocchitane che hanno ricevuto una grazia dalla Madonna di Setteporte, si recano a piedi scalzi presso il santuario per estinguere un voto promesso alla Vergine. Sono immagini forti, che rievocano nel piccolo i sacrifici ellenici, lasciando lo spettatore che vi si trova di fronte perplesso, perché “le donne scalze” sono prese da disegno di fede che non incontra ostacoli nella realizzazione: né acqua, né vento, né strade dissestate.
Canto popolare:
“Vergine di Setteporte”
Subbra s’ataru ce na gran Signora Su questo altare c’è una gran Signora,
Maria di Sette porte iddra si chiama Maria di Setteporte Lei si chiama
Chi ni li cerca grazia linni duna chi le cerca grazia Lei ne dà
Ca nari puzza chini e ri funtana che ne ha i pozzi pieni e le fontane
Ed io Madonna mia tinni cercu una Ed io Madonna mia te ne cerco una
L’anima in pararisu e cor chi t’ama l’anima in Paradiso di un cuore che ti ama
Regina cunzulata conzulami Regina consolatrice, consolami
Mi fa chi stu cori conzulatu sia fai che il mio cuore sia consolato
Conzulami na vota la simana Consolami una volta a settimana
Di chiru juarnu chi piacia a vvui un giorno che piace a voi
Tu fusti cunzulata Sabatu Santu tu fosti consolata il Sabato Santo
Così cunzula a mia Madonna mia così consola me Madonna mia
Spera di suli chi tantu lucisti Raggio di sole che tanto brillate
E lucisti ppi li mia necessità brillate per una mia necessità
Noi siamu afflitti e voi già lu sapiti noi siamo afflitti e Voi già lo sapete
Grazia Madonna mia concedimi la grazia Madonna mia
E grazia e pietà. Grazia e pietà
Simu ‘mpisati e ‘ninnamu iri Siamo pronti e dobbiamo andare via
Di voi licenziari mi vorra piar da voi vorrei salutarmi
Che l’impotenzachi mi fa iri l’impotenza mi fa andare via
Sinnò notte e jornu con voi vorra stari altrimenti giorno e notte io con voi vorrei
restare
Tannu l’anima mia sta in piaciri L’anima mia troverà pace
Quannu vena cchu voi a si cunzulari quando verrà con voi a consolarsi
I Festeggiamenti della Madonna della Pietà: tra storia e tradizione
La festa della Madonna della Pietà viene celebrata nel mese di Settembre. I rocchitani aspettano con devozione che la Vergine arrivi a dare al suo popolo la sua benedizione e il suo sorriso. In suo onore si svolge una festa paesana che dura ben tre giorni.
Nel passato si osservava rigorosamente la penitenza col digiuno di pane e acqua accompagnato dalla veglia notturna. Il giorno della festa la caratteristica scampagnata dava la possibilità di vivere un momento di comune scambio umanitario. Oggi c’è ancora chi sta in chiesa tutta la giornata fino al tramonto, si canta, si prega e si offrono dolci votivi. Al calar del sole inizia la processione che parte dal santuario ed arriva al centro del paese in un evolversi di eventi caratterizzati dalla partecipazione popolare che si manifesta con attimi estasianti della gente, che dalle loro abitazioni espongono coperte artigianali pregiate, addobbate per l’occasione in forme particolari, che vanno a sublimare l’evento religioso.
…E mentre lo sguardo si perde ad ammirare questo contesto che ci porta nel passato e nel trascendente, lungo la via, la Madonna incontra altari votivi eretti da chi ha ricevuto una grazia, e non una ma mille preghiere si odono tra i fedeli accorsi. Tra i canti, il frastuono, i pianti dei bambini stanchi ed il suono della banda musicale la Madonna entra trionfale, tra gli applausi della popolazione festante, nella chiesa di S.Martino Vescovo.
Usi e Costumi:
Paese che vai ..… usanze che trovi
Così, il nostro paese presentava, negli anni passati, il suo folklore e le sue tradizioni:
“A notti i Natali”
La notte di Natale la gente “rocchitana” lasciava la tavola apparecchiata con tredici portate diverse e un bicchiere di vino. La credenza popolare era che in quella notte Santa Gesù si fermasse in ogni abitazione per assaggiare le buone pietanze preparate con cura e devozione. La mattina di Natale si riassaggiava il tutto, convinti, di aver ricevuto la benedizione.
“U Mimminuzzu”
Dal giorno di S.Stefano a quello dell’Epifania, la gente di Rocca si rende partecipe del lieto evento della Natività, accogliendo nelle proprie case il bambinello. Siamo di fronte non soltanto ad un ex voto, ma anche ad una manifestazione di speranza e fiducia per l’avvenire. La preparazione di questo evento nelle famiglie rocchitane viene vissuta con la cura scrupolosa di ogni particolare, infatti viene preparato un altare votivo con i tessuti più pregiati del corredo portato in dote, ed adornato con degli ori appartenenti non soltanto ai membri della famiglia, ma anche agli ospiti che si recano a visitare “u Mimminuzzu”. Le famiglie e gli ospiti salutano il bambinello con un bacio ed un’offerta in denaro. Si veglia fino all’alba, con la premura di non lasciare mai solo il bambinello, tenendogli compagnia con preghiere, canti e strine, mentre gli uomini ad una certa ora banchettano. Questa tradizione che si perde nella notte dei tempi, ha simboleggiato per noi e per i nostri avi un momento di unione sentita con fervore e partecipazione: ci si spoglia di vizi e virtù quotidiane, rivestendosi d’umiltà.
“A Pasqua”
Nel periodo di Pasqua, gli antichi vivevano il Venerdì Santo come un giorno di lutto. Le donne non si pettinavano e non si intrecciavano i capelli, perché altrimenti sarebbero state maledette. Un antico proverbio recita: “maliditta chira trizza ca di vennaru s’intrizza” ossia “maledetta quella treccia che di venerdì si intreccia”.
“A furtuna cuverta”
Quando le campane annunciavano la Resurrezione di Gesù, le mamme usavano coprire il capo delle loro figlie con uno scialle perché dovevano avere “a furtuna cuverta” cioè si augurava loro una vita sempre fortunata, onesta e virtuosa. Nello stesso momento le massaie battevano con bastoni contro le mura di casa o alle porte.
“U muartu”
Durante le cerimonie funebri, secondo usanze di origine ellenica, i parenti si riunivano intorno al morto per la veglia e si usava pagare delle donne dette “riepiti” che recitavano nenie funebri graffiandosi il volto e strappandosi i capelli che poi venivano buttati nella bara. Inoltre si usava buttare durante la veglia del morto a mezzanotte una bacinella d’acqua e un pezzo di pane in un angolo della strada attigua alla casa del morto, mentre nelle bara si usava mettere delle monete per pagare lo scotto dell’animo che doveva oltrepassare l’aldilà.
“Vergine in capillis”
Una caratteristica usanza, che risale al periodo longobardo, imponeva alle ragazze non maritate di portare i capelli sciolti, affinché si distinguessero da quelle che avevano contratto matrimonio, alle quali la medesima legge intimava di portare i capelli intrecciati.
“U pani i casa”
I nostri nonni avevano la sana e buona abitudine di preparare il pane in casa, ma più che un’abitudine era una tradizione ricca di significati, che simboleggiavano la ricchezza, la fertilità e la prosperità. Quando nelle famiglie rocchitane arrivava il giorno della “panificazione”, si usava utilizzare la prima parte dell’impasto per creare delle forme particolari; una prima forma che si otteneva era quella in devozione di S.Lucia, una seconda forma simboleggiava “sette stati”, volendo augurare ai figli un numero di ricchezze e di virtù pari a sette, un numero evidentemente considerato propizio e sicuramente di buon auspicio dalla saggezza popolare, infine si creava un terzo simbolo in devozione a Santa Loia, protettrice degli animali e dei loro padroni. Queste tre forme di pane, si conservavano e si davano “ppì cunzualu” all’eremita del paese.
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Dalla viva voce del popolo di Rocca di Neto, alcune tra le mille filastrocche animate dalla fantasia popolare:
Affacciati Rosa e guarda la timugna Affacciati Rosa e guarda il canestro,
tu guarda chi ni fici Cilistrinu aguannu, guarda! Che combinò Cilistrino quest’anno,
a piammu larga ed è divinuta tunna, pensavamo che il grano fosse tanto invece è poco,
a curpanza fuza di lì gregni. la colpa fu del grano.
Beddrizzi Carfizzi, Bellezze a Carfizzi,,
gioventù San Nicola, gioventù a San Nicola,
mpizza litica i Strongulisi, attacca brighe a Strongoli,
pipirognari i Casivonisi buongustai di peperoni quelli di Casabona e
trippi cotti i rocchitani. pance gonfie i rocchitani.
C’era na vota na vecchiaredra C’era una volta una vecchietta
chi cusiva na cazettedra, che cuciva una calzetta,
ogni tantu minava nu puntu, la cuciva lentamente,
cittu, cittu, ca mò tu cuntu. zitto, zitto, che adesso ti racconto …….
Folla, follarò Folla, follarò
chi bellu cavallu chi passa mò che bel cavallo che passa adesso.
E passa carricatu Passa caricato
chinu i sazizzi e supprissati. pieno di salsicce e soppressate.
Carnalivari è cadutu i du liattu Carnevale è caduto dal letto
e s’ha ruttu l’uassu i du piattu. e si è rotto l’osso del petto.
E nedra, e nedra E nedra, e nedra
A nanna ti cusa na vesticeddra, la nonna ti cuce un vestitino
ta cusa di seta e di lana te la cuce di seta e di lana
scattanu ed unchianu scoppiano e gonfiano (d’invidia)
vicini e luntani. vicini e lontani.
Proverbi
L’amicizia rinnuvata è cuami a cucina quadiata.
(L’amicizia rinnovata è come la cucina riscaldata).
I parianti sunu i dianti.
(I parenti sono i denti)
Guardati i du puaviri arricchisciuti e di tignusi cu ri capiddri.
(Stai attento ai poveri che si arricchiscono e ai calvi con i capelli)
Viatu chini fadi u pani e amaru chini aspetta a cuddrura i latri.
(Beato è chi prepara il pane, disperato è chi aspetta dagli altri la ciambella)
Fija fimmina intra a fascia, dote intra a cascia.
(Figlia femmina in fascie, dote nella cassa)
Si Marzu ngrugna ti fa cadiri l’ugna.
(Se Marzo fa i capricci fa cadere le unghie)
Marzu, Marzicchiu n’ura ti vagna e e n’ura t’assulicchia.
(Marzo, Marzerello, un’ora ti bagna e un’ora ti riscalda)
Bona vinuta norama mpalazzu pozzi durari quantu a nivi a Marzu.
(Benvenuta nuora mia in questo palazzo e che tu possa durare quanto la neve a Marzo)
Bona vinuta socrama gentili pozzi durari quanta a nivi i d’Aprili.
(Benvenuta, mia suocera gentile, che tu possa vivere quanto la neve ad Aprile)
Pani e mantu u grava tantu
(Pane e mantello non sono mai troppi)
Surrasca e tirrubisca e malu tiampu fa, a donna in casa d’atru mala spera fa.
(Lampi e tuoni fanno mal tempo, così come la donna in casa d’altri fa cattivo tempo)
Gaddrina chi canta e donna chi rira tagliali a capu e falla muriri.
(Gallina che canta e donna che ride, tagliale la testa e falla morire)
Quannu zappi e quannu puti né ziani e né niputi; quannu è l’ura i du vinnumari tutti ziu ti vuanu chiamari.
(Quando zappi e quando poti la vigna non ti riconoscono né zii e né nipoti; ma quando è l’ora di vendemmiare tutti zio ti vogliono chiamare)
Quannu u tiampu è da muntagna, pia a zappa e va in campagna, quannu u tiampu è da marina pia a pignata e va a cucina.
(Quando il tempo viene dalla montagna prendi la zappa e vai in campagna, quando il tempo viene dalla marina prendi la pentola e vai a cucinare)
U carcarazzu ppi si piari l’affari i l’atri ha fattu l’ali yanchi.
(La civetta facendosi gli affari altrui ha fatto le ali bianche)
Aprili cari gentili o puramenti l’acqua tili tili, ma si si ncazza d’Aprili fa vrusciari i vudi i du varrili.
(Aprile può essere caro e gentile oppure dà acqua a catinelle, ma quando arriva il freddo d’Aprile fa bruciare l’impagliata dei barili)
Chi n’ara casa i l’atri trica a sua è povira e minnica.
(Chi sta troppo in casa d’altri fa diventare la sua povera e misera)
Sparagna donna finu a quannu a vutta è china.
(Risparmia donna fino a quando la botte è piena)
Quannu sona ru timpagnu u ti serva chiù u sparagnu.
(Quando il coperchio tintinna è tardi per risparmiare)
Chini in cielu sputa in faccia ritorna
(Il male ingiusto ritorna indietro)
I jistimi su cuami i pitrati ca su coglia d’una coglia n’atra.
(Le maledizioni sono come le pietre, su tante lanciate qualcuna va a segno)
Duvi vidi paparina ddrà c’è granu siminatu, duvi vidi piattu chinu ddrà c’è statu riminatu.
(Dove si vedono i papaveri c’è grano seminato, dove si nota un gran seno c’è stato palpato)
L’acqua i Niatu u pani sponza e kira i du Cupuni fa ra panza.
(L’acqua del fiume Neto inzuppa il pane mentre quello del Cupone (contrada di Rocca di Neto) gonfia la pancia)
U ti mpara ne mammata e ne patruta ca ti mparanu i vicini i da ruga.
(Gli insegnamenti non ti vengono dati dai genitori ma dai vicini del rione)
A Rigina tena bisuagnu i da vicina.
(Anche la Regina ha bisogno della vicina)
Canti:
Canti popolari e spasimi d’amore
I canti che hanno animato i costumi del nostro paese attraverso l’antico uso dei nostri avi di appostarsi nei vari spontoni (angoli) del paese, nel profondo silenzio della notte, col luccicar delle stelle o l’infuriare del vento e della pioggia, per far conoscere al mondo gli spasimi del proprio cuore.
Iu passu e spassu cuami nu dannatu
Io passo e spasso come un dannato,
picchì la vita mia la penzu pocu.
poiché la mia vita l’apprezzo poco.
Ogni spuntuni nu giuvini armatu
In ogni angolo un giovane armato,
ogni finestra nà vampa i fuacu.
su ogni finestra un cuore innamorato
E su mi dati a chiddra caju amatu
Se non mi date la mia amata
fazzu viniri nu terrimuatu a fuacu.
scatenerò un terremoto.
Quanti ni viu cù stuacchj e nù muaru
Quante cose vedono i miei occhi e non muoio.
Viu li cosi ara liverza fari:
Vedo le cose fare al contrario:
n’aquila di lu cuarvu si gudiva.
un’aquila si godeva di un corvo.
Cosi ca nnù si puanu cumpurtari
Cose, che non si possono sopportare.
E tu Madonna mia fammi muriri
E tu Madonna mia fammi morire
e nù mi fari chjù peni passari.
e non mi fare passare più pene.
Tinitimi tinitimi ca caju
Tenetemi, tenetemi che cado.
Piatimi na seggia ca mi siadu
Prendetemi una sedia che mi siedo.
Affaccia beddra mia, dunami luci
Affacciati bella mia, donami luce
sugnu aru scuru e puzzu acciampicari
sono al buio e posso inciampare.
Vaiu di capu adirtu e di pinninu
Vado da una parte all’altra
La ruga è chjna e vacanta mi para
La via è piena ma mi sembra vuota.
Chitarra di lignu ca suani tantu
Chitarra di legno che tanto suoni
A latri dai lu gustu e a mia u tormentu
Ad alcuni fai piacere a me dai il tormento
Tiagnu la capu chjna di pinziari
Ho la testa piena di pensieri
E lu cori chjnu di malinconia.
Ed il cuore pieno di malinconia
Canti di lavoro
Se le parole potessero ricondurci ai profumi di un tempo, oltre che al ricordo di storie e vicende passate, ci racconterebbero di tempi in cui i contadini rocchitani si guadagnavano la giornata nei campi di lavoro, combattendo non solo contro le avversità della natura ma anche per soggiogare le bestie da lavoro, respirando nell’aria quell’odore di frumento e di frutti dei mesi, dell’aratura, della semina e della mietitura. Nonostante le difficoltà era come trovarsi di fronte ad uno spettacolo della natura: colori, sapori e odori di campi, uomini e animali, ci descrivono uno scenario in cui anche gli animali che si ribellano all’uomo per una fatica troppo dura e insopportabile anche per loro, alla fine sono soggiogati dal padrone, entrambi sottoposti ad una fatica grande, ma inesorabilmente riconducibile a quella terra che di questo scenario è madre e matrigna allo stesso tempo, ma anche generosamente prodiga e feconda verso la sua gente.
Mali patruni
Cattivo padrone
Tiagnu nu voi chiamatu livella,
Ho un bue chiamato Livella,
vida ri gregni e nu rì vò tagliari;
guarda il grano e non vuole lavorare;
quannu u suli va a ru castiaddru,
quando il sole tramonta sul castello,
ferma ri pedi e nnù bbo caminari;
ferma i piedi e non vuol più camminare;
ferma ri pedi e nnù bbo caminari,
ferma i piedi e non vuol più camminare,
canuscia l’ura i scapulari.
conosce l’ora di andare a casa.
Coddra suli si vo cuddrari,
Tramonta o sole se vuoi tramontare,
c’ajiu ‘ncappatu nu mali patruni;
che ho trovato un cattivo padrone;
pani e cipuddra ma fattu manciari
pane e cipolla mi ha fatto mangiare,
coddra suli si vo cuddrari.
tramonta o sole se vuoi tramontare.
Cuddratu che ru suli,
Tramontato che sia il sole,
u si serva cchiù patrun;
non si serve più il padrone;
cuddratu ch è tuttu quantu,
tramontato che sia tutto quanto,
mina nu cavuciu aru subrastanti.
dà un calcio al padrone.
Beddra patruna camù truvatu aguannu:
Una bella padrona abbiamo trovato quest’anno:
assà fatica e pocu mazzicogna.
tanta fatica e poco guadagno.
Canto Popolare Natalizio
Li bonifesti
Li boni festi li vaiu cantannu Le buone feste vado cantando
Natali, Befania, e Capudannu. Natale, Epifania e Capodanno,
Cari amici sugnu vinutu Cari amici sono venuto
pi vi cantari a vui li bonifesti, per cantare a voi le buone feste,
chi pozzavu fari tanti bon’anni possiate fare tanti buon anni
quanti ari Cutrunei ci su castagni. quanti a Cotronei ci son castagne.
Chi pozzavu fari tanti bonifesti Possiate fare tante buone feste
quantu a Roma ci su porti e finestri. quante a Roma ci sono porte e finestre.
Chista è ra casa i ri quattru spuntuni Questa è la casa dei quattro crocevia
quattru cent’anni campanu i patruni quattrocento anni possano vivere i padroni.
Dio ti guarda sta cima di Parma, Dio ti guardi questa cima di palma,
sa rosa russa che ra tua cumpagna questa rosa rossa che è la tua compagna
chi pozzi fari tantu di lu granu possa fare tanto grano
quantu ni mbarca Cutruani a Roglianu. quanto ne esporta Crotone e Rogliano.
Chi pozza fari tantu di lu vinu Che possa fare tanto vino
quantu ni curra d’acqua i niatu a pinninu. quanto l’acqua che corre lungo i pendii del Neto.
Menzu sta casa penna nu zippuni In mezzo a questa casa è appesa una zappa
e a ru patruni u via nu baruni. e che il padrone sia un barone.
Menzu sta casa penna na catina In mezzo a questa casa è appesa una catena
e a Pippina a via na Regina. E che Peppina sia una regina.
Menzu sta casa vula na pernicia In mezzo a questa casa vola una pernice
e a Filomena a via na mperatricie che Filomena sia un’imperatrice
Di l’urtimeddra mi navia scurdatu Dell’ultima mi ero dimenticato,
patruna chi ti via di tutti i Stati. padrona tu possa essere di tutti gli Stati.
Ha fatta a nivi a ra muntagna Ha nevicato in montagna,
falla staviri bona a sa cumpagna. falla stare buona questa compagna.
A fattu a nivi a ru Piritu Ha nevicato a Via Pereto
faccillu stari buanu su maritu fallo stare buono questo marito.
Nu vi spagnati ca u simu assa Non abbiate paura perché non siamo in tanti,
ca simu 33 e ru sonaturu. siamo in 33 e il suonatore.
Canta ru gaddru e scotula ri pinnu, Canta il gallo e scuote le piume
vi lassu a bonanotti e iamuninni. vi lascio la buonanotte e andiamo via.
I Paranumi
“Paranumi”, nomignoli e soprannomi erano il modo più frequente ed assai pittoresco per dipingere pregi, difetti e caratteristiche dei rocchitani fino a non molto tempo fa; le persone venivano individuate prima ancora che con il loro cognome, attraverso un soprannome, che poteva indicare la persona stessa (falese, pipi all’acitu, pedijancu, cavulazzu, culi i chiummu, pedalinu, culi i gaddruzzu), il luogo di origine (u baresi, u griacu, u riggitanu), o il ceppo familiare (jacchini, iumentari, brigadieri, mmastari, baroncini, tallosci, sciuqquajji). In origine,“i paranumi” venivano per lo più utilizzati in senso dispregiativo, successivamente invece, con l’aumento della popolazione, sono diventati un vero e proprio segno distintivo. Il richiamo alle nostre origini significa anche riprendere “questa costumanza” che sebbene sia finita nel dimenticatoio della nostra memoria e di quella dei nostri padri, va mantenuta viva per riprendere il filo dei ricordi delle nostre origini.
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SANTUARIO DELLA MADONNA DI SETTEPORTE
Costruita nel 1662, la Chiesa di Setteporte rappresenta uno dei luoghi sacri più cari alla tradizione popolare. La Madonna di Setteporte viene venerata unicamente a Rocca di Neto. Il dipinto che la raffigura risale alla seconda metà del 1400, e porta la data di restauro del 1809.
La tela nel suo insieme rispecchia molto lo stile cinque o seicentesco. I festosi movimenti degli angeli fanno ricordare gli angeli raffigurati nell’Immacolata del Murillo, mentre la dolcezza della Vergine ricorda la soavità e profili del Dolci. Le fattezze del dipinto ed il periodo storico in cui è stato concepito, ci fanno risalire a quella schiera di pittori anonimi appartenenti alla Rinascenza. Questo quadro, sebbene non possa essere definito una tela capolavoro, riesce ad attrarre l’occhio dell’osservatore grazie al dolce volto della Madonna ed alla spigliata naturalezza degli angeli, che nell’insieme danno al quadro una bellezza non comune. Facendo risalire il quadro alla seconda metà del 1400, il dipinto è da collocarsi nella “celletta dell’eremita” che costituiva una parte della chiesa costruita nel 1662. Oggi di questa celletta non rimangono tracce, mentre il santuario a causa di terremoti ed altri eventi naturali è stato più volte ristrutturato, tanto da perdere alcune delle caratteristiche basilari che lo caratterizzavano come l’antico tetto sostenuto da travi di legno o le strisce di lesene che caratterizzavano la facciata principale e di cui oggi non è visibile nessuna traccia. Nel 1902 l’Arciprete Mancini commissionò la statua della Madonna di Setteporte. La statua è una scultura moderna in legno, eseguita ad imitazione del quadro dallo scultore Gennaro Cerrone di Napoli che la consegnò ai rocchitani personalmente.
“Sette porte” sta ad indicare le sette grazie che la Madonna concesse alla popolazione, implorante perché abbattuta dall’esasperazione e dalle angustie della vita.
In quel lontano 1460 nel feudo di Rocca di Neto regnava l’affanno e la disperazione a causa della feroce rappresaglia scatenata dal principe di Rossano Marino di Marzano, che si era visto togliere il feudo di Rocca di Neto. I sette privilegi di carattere politico-economico furono concessi da Ferdinando d’Aragona ma attribuiti dalla credenza popolare alla Madonna di Setteporte. Nel 1844 la Chiesa di Setteporte fu testimone di un grande avvenimento storico, i fratelli Attilio ed Emilio Bandiera provenienti da Corfù, sbarcarono presso la foce del Neto e nel dirigersi verso la Sila passarono davanti al nostro Santuario.
( Santuario della Madonna delle Setteporte )
SANTUARIO DELLA MADONNA DELLA PIETÀ
La Chiesa della Madonna della Pietà è posta a Sud dell’antica Rocca Ferdinandea, in un luogo denominato “Cisini”. Questo luogo, dignitoso e semplice, da sempre vivo nella memoria della popolazione ha suscitato mille credenze popolari.
Si narra che, tanti anni fa, la mandria del Signor Salvatore Fabiano sorpresa da una piena, stava annegando. Allora, egli si rivolse con molta devozione alla Madonna della Pietà affinché lo aiutasse, la sua richiesta arrivò fino in cielo e fu esaudito.
Il tempo passò, quando un giorno mentre egli faceva ritorno con il suo bestiame dal pascolo, una delle sue giovenche sembrò inginocchiarsi davanti alla porta della chiesetta della Madonna della Pietà. Il Signor Fabiano ricordando il voto fatto alla Vergine della Pietà, fece valutare la chiesetta e ne diede il corrispettivo in denaro.
Si racconta, ancora, che un anno il signor Fabiano, essendo in lutto per la morte del figlio, il giorno della festa, non si recò come era solito fare al santuario, ma diede mandato al comitato. Gli uomini, quando andarono per togliere la statua dalla nicchia non ci riuscirono perché essa si rese molto pesante. I membri del comitato, disperati si precipitarono a casa del Fabiano, che, nonostante il lutto, si recò subito alla chiesetta e, sotto lo stupore dei presenti, non appena poggiò le mani sulla statua, questa si rese così leggera da essere portata in processione per tutto il paese.
( Santuario della Madonna della Pietà )
RUDERI CHIESA MATRICE DI ROCCA VECCHIA
Sulle pareti scoscese del colle su cui sorge la chiesa si vedono le grotte ricavate nella tenera arenaria, che costituivano una parte delle abitazioni.
CHIESA SANTA FILOMENA
La tradizione popolare di Rocca di Neto vuole che la costruzione della chiesetta di S. Filomena sia da attribuire alla devozione di un membro della famiglia Marrajeni, il quale avendo ottenuto “una grazia” la fece edificare in onore della Santa. Si narra che nel lontano 1847 un gruppo di briganti nascosti nei boschi di Rosaniti rapì un membro della famiglia Marrajeni. Uno dei briganti ebbe l’incarico di sorvegliare il rapito durante tutto il tempo che l’intera compagnia si fosse assentata per eventuali scorrerie. Un giorno questo brigante si lasciò vincere dal sonno, allora Andrea Marrajeni decise di darsi alla fuga e per assicurarsi di non essere inseguito tolse il pugnale dalla cintola del suo aguzzino e gli vibrò un colpo al cuore. Ma… il brigante si alzò subito in piedi con gli occhi lampeggianti di furore. Il pugnale non lo aveva ferito, perché il colpo era caduto su di un medaglione della Madonna del Carmine, che proteggeva sotto gli indumenti il cuore del bandito. Colmo di rabbia il brigante decise di vendicarsi uccidendolo in modo atroce; gli legò mani e piedi e uscendo fuori dalla capanna le diede fuoco. Il povero Marrajeni, spaventato a morte, non fece alcuna resistenza; raccomandò la sua anima a S. Filomena, di cui aveva una particolare devozione, e promise di costruirle una chiesa se avesse operato il miracolo di liberarlo da quella morte orribile. In quell’istante un’inaspettata coincidenza di cose fu effettivamente come il verificarsi di un miracolo, infatti sopraggiunti gli altri briganti, nel sentire come si era svolto l’incidente, giudicarono colpevole il loro compagno, il quale lasciatosi sorprendere dal sonno, aveva dimostrato di essere un elemento vile e poco fidato. Allora il Marrajeni fu messo in libertà ed il brigante fu ucciso dai compagni per non aver saputo mantenere la consegna.
RESTI DELLA CHIESA DI SANTA MARIA DELLE TERRATE
Edificata sui resti dell’abbazia nel 1778. L’abbazia era filiale del Monastero normanno della Sambucina dell’Ordine dei Cistercenzi. L’attuale edificio è adibito a cinema . Nel 1216 Papa Onorio III tolse la casa filiale alla Sambucina e la passò all’Ordine Florense.

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La tradizione culinaria di Rocca di Neto si basa su alimenti dal sapore robusto, con l’uso frequente di peperoncino piccante e di prodotti spontanei come finocchio aromatico, cipolline selvatiche, cicoria, asparagi etc. Una delle sue peculiarità è “la provvista”, cioè l’uso di preparare in casa particolari conserve che dovevano essere usate durante tutto l’anno. Un’economia domestica di questo genere si può spiegare alla luce delle svantaggiate condizioni socio-economiche nelle quali versava la gente del nostro paese fino a 30 anni fa. I nostri anziani ricordano con enfasi il rito della “mailatura” che avveniva una volta l’anno ed era uno dei momenti di massima partecipazione familiare, coinvolgendo finanche amici e conoscenti. Questo rito offriva la possibilità a chi vi partecipava di affrancarsi dalle vicissitudini giornaliere.
Era l’occasione per fare festa nel vero senso della parola, con riti e tradizioni che affondano nella sana civiltà contadina; infatti una delle tante manifestazioni che facevano parte di questo rito era la distribuzione della cosiddetta “parte”, che consisteva nell’offrire a parenti e a vicini un po’ di pancetta, del fegato e una fettina di filetto con l’osso. Il significato di questo rito era quello di voler dividere con gli altri l’abbondanza che “la provvidenza” elargiva in quei giorni di festa. Durante la lavorazione della carne di maiale, niente veniva lasciato al caso, niente era trascurato e menchémeno l’utilizzazione delle parti più povere dell’animale. Proprio le parti meno nobili andavano ad arricchire la dispensa con alimenti che hanno sfamato e deliziato, intere generazioni e che costituiscono il patrimonio gastronomico più caratteristico del nostro paese.
La produzione ovi-caprina e l’allevamento bovino conservano la tipicità delle antiche tradizioni. Una delle produzioni tipiche più importanti della Valle del Neto è il pecorino crotonese, un formaggio conosciuto anche fuori dai confini nazionali, che viene lavorato da mastri casari che lavorano con arte e maestria il latte ed i suoi derivati.
Ricette e modalità di preparazione
“A ndujjia”
Questo termine stava ad indicare nel dialetto rocchitano “un niente”, cioè un alimento che non aveva nessun valore qualitativo poiché veniva ricavata dagli scarti del maiale. Si preparava raccogliendo i residui delle interiora e della carne del maiale, amalgamando il tutto con del pepe rosso macinato e sale. L’impasto veniva poi insaccato in un grosso intestino dello stesso maiale e messo a stagionare in luogo asciutto per un lungo periodo.
“A gnelatina”
La gelatina di maiale veniva preparata con la testa, la trippa, la coda, le zampe, le cotenne del maiale, e con l’aggiunta di qualche pezzo di carne magra; il tutto si faceva bollire dopo un’accurata pulizia. Nel frattempo, in un grosso pentolone, si metteva a bollire dell’aceto con pepe rosso, aglio, alloro e poi si aggiungevano le parti del maiale precedentemente cotte e tagliate a pezzetti. Terminate queste operazioni “a gnelatina” si lasciava raffreddare ed assumeva un aspetto gelatinoso.
"La carne salata"
Costole e pancetta magra di maiale vengono passate nel sale e poi messi a strati in un "salaturu" (recipiente di terracotta). La carne si consuma cotta, insieme a verdure, legumi o sugo di pomodoro, di solito dopo diversi mesi.
"Peperoni e Pomodori Verdi salati"
Questi ortaggi vengono raccolti e lasciati riposare per 12 o 24 ore, dopodiché vengono tagliati in due e disposti a strati in un "salaturu" ( recipiente di terracotta) ricoperti con sale e finocchio selvatico. Si consumano fritti.
"Pomodori secchi sott’olio"
Per la preparazione di questo gustosissimo piatto, servono pomodori ben maturi e molto grossi, da tagliare in due, cospargere con sale, e lasciare essiccare al cocente sole d’agosto per un paio di giorni. Quando i pomodori sono ben asciutti, si adagiano nei barattoli formando diversi strati di pomodori alternati con aglio, semi di finocchio, peperoncini rossi spezzettati, il tutto si copre con abbondante olio.
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