20 Gennaio
San Sebastiano


Maggio
San Francesco di Paola



Petilia Policastro


Petilia Policastro


LO STEMMA
Di azzurro, alle tre torri svelte, di rosso, mattonate di nero, merlate alla guelfa, le torri laterali di due palchi, ogni palco merlato di tre, il palco superiore finestrato di tre finestre male ordinate, infiammate al naturale, la torre centrale, più alta e più larga, di tre palchi, il palco superiore e quello mediano merlati di tre, il palco inferiore merlato di quattro, il palco superiore finestrato di tre finestre male ordinate, infiammate al naturale, il palco mediano finestrato di tre finestre, ordinate in fascia, infiammate al naturale, esse torri chiuse di nero e fondate sulla pianura di verde. Sotto lo scudo, su lista bifida e svolazzante di azzurro, il motto in lettere maiuscole di nero, ICON PETILIAE. Ornamenti esteriori da Comune.

IL GONFALONE
Drappo di rosso riccamente ornato di ricami d’argento e caricato dallo stemma sopra descritto con la iscrizione centrata in argento, recante la denominazione del Comune. Le parti di metallo ed i cordoni saranno argentati. L’asta verticale sarà ricoperta di velluto rosso con bullette argentate poste a spirale. Nella freccia sarà rappresentato lo stemma del Comune e sul gambo inciso il nome. Cravatta con nastri tricolorati dai colori nazionali frangiati di argento.

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STORIA


“...or non è da meravigliarsi che sia stata madre feconda di uomini grandi in armi e nelle lettere; perché sin da quando i suoi allievi passarono nel pitagorico Liceo ad apprendere le morali e naturali discipline del maestro Pitagora (...) si cominciò di quei studiosi ad introdurre l’erudizione in Petilia...”

P. Mannarino Cronica, 1721-22-23

Discussa è l’origine di Petilia. Una diffusa quanto controversa ricostruzione la ricollega all’antica Petelia, città magnogreca che si vuole fondata da Filottete. Mitico guerriero elleno, figlio di Peante, compagno di Ercole, di ritorno dalla guerra di Troia, egli avrebbe costruito (intorno al 1185 a.C.) Petelia, insieme a Macalla, Chone e Crimisa. In realtà l’opinione degli studiosi più accreditati attribuisce a Strongoli l’antico toponimo, e così pure la leggenda riferita. Un’altra più prudente tesi ritiene quindi che l’attuale nome possa derivare dalla dominazione di un gruppo di petiliani, trasferitisi nell’entroterra bruzio per trovare riparo e costituire migliore difesa dai pericoli provenienti dalla costa (infestata dalla malaria e dalle incursioni esterne), contemporaneamente al dissolvimento delle polis magnogreche, e con esse Petelia. Controverso anche il significato del toponimo “Petilia”. Alcuni autori lo fanno derivare da Petilion = Ilion petivit; da Petomai, volo degli uccelli, da cui gli antichi traevano gli auspici; altri lo ricavano dall’osco Petilus, piccolo. Il termine “Policastro” fu aggiunto in seguito; deriva dal bizantino Paleocastro, da Palaion, antico castrum, castello, o semplicemente acropoli. Di sicuro si ha testimonianza di una pergamena, datata 226, ascritta ad un certo “Baimundus De Campana Baiulus Policastri Testis” (firmata in greco), dove ai nomi si accompagna più volte l’aggettivo Paleocastren. Della origine greca del paese non restano tracce evidenti, se non nella toponomastica (piazza Filottete, via Magna Grecia, ecc.), nell’idioma locale e nell’ambito culturale, in cui sono presenti ancora delle reminescenze. Sempre sulle tracce delle mitiche origini, si narra che i primi suoi abitanti siano stati Osci: gli Ausoni, Aux Ioni, abitanti dello Ionio. Più tardi gli Enotri - fuggiti dalla Grecia - giunsero anche a Petilia, ed in seguito a varie rivolte, cinquecento schiavi Lucani (parte degli Enotri) si rifugiarono in Sila, e per questo furono detti Bruzi, da Bretion, pece. Così Strabone vuole Petilia abitata dai Lucani (Bruzi- Lucani); Tito Livio dai Bruzi, confederati a Cosenza. E così, ai tempi della seconda guerra Punica, la vediamo alleata di Roma, retta da un governo aristocratico di Patres (senatori). Secondo la tradizione Petilia fu l’unica città a non arrendersi al cartaginese Annibale.

Allorchè i petilini mandarono ambasciatori a Roma per chiedere aiuto contro l’assedio, i senatori romani li esortarono a provvedere “da se stessi” e fare ciò che era più utile per la loro salvezza, non potendo venire in aiuto degli alleati per la recente disfatta di Canne. Petilia resistette per undici mesi all’assedio, ed invero non fu Imilcone (luogotenente di Annibale), ad espugnarla ma la fame. Petilia fu fedele a Roma e come afferma Valerio Massimo, “ad Annibale toccò di prendere non Petilia, ma il sepolcro della fedeltà petilina”. Silio Italico canta la gloriosa resistenza di Petilia nei suoi versi: “Fumabat versis incensa Petilia Tectis infelix fide miseraque secunda Sagunto at quondam Herculeam servare superba pharetram”. [Petilia arde, seconda (altra) Sagunto, distrutte le sue case, infelice vittima della sua fedeltà, essa che custodiva superbamente la faretra con le frecce di Ercole.] Se tutti questi riferimenti alla origine magnogreca del paese (e le vicende conseguenti) camminano sul confine, non sempre chiaro, tra storia e leggenda, maggiore chiarezza si ha per le vicende successive. Intorno al VII secolo d.C. Petilia venne occupata dai bizantini, che trovarono sul territorio l’humus ideale, per la forte ellenizzazione già presente; fu così che i monaci basiliani fondarono, nel IX sec., il romitorio che prenderà in seguito (nel 1523) il nome di S. Spina. In questo periodo l’asse storico portante passò dai paesi rivieraschi a quelli dell’entroterra, posti, come Petilia, su una sorta di roccaforte, per difendersi dalle scorrerie saracene.

Lo stesso sito di Petilia, su uno sperone di roccia, richiama le sembianze delle roccaforti militari, che i bizantini erano soliti costruire, dalle tipiche mura a scarpate. Fu così che Policastro, insieme a Belcastro e Mesoraca, formarono la cintura di difesa del Thema bizantino sulla valle del Tacina (Rocca Bernardi, l’attuale Roccabernarda, e S. Mauro, si ponevano invece come castra difensivi sullo spartiacque Neto-Tacina), come riferisce E. Infantino (Il giardino di Era, 1999, pag. 95). Dopo la dominazione bizantina arrivò, intorno alla seconda metà dell’XI secolo, quella dei normanni; si narra infatti che questi, nel 1065, guidati da Roberto il Guiscardo, assediarono Policastro e la distrussero, deportando anche i suoi abitanti, avviando così la latinizzazione del territorio: il romitorio (oggi S. Spina) passò ai monaci cistercensi della vicina abbazia di S. Angelo in Frigillo (Mesoraca), che gli imposero il nome di S. Maria degli Eremiti. Petilia entrò quindi a far parte del Regno di Napoli, di cui seguì il destino, con la dominazione dei francesi Angioini (sotto i Ruffo) prima, e degli spagnoli Aragonesi, poi. A testimonianza della signoria dei primi, si ricorda che l’attuale chiesa di San Francesco fu costruita sui ruderi di quella denominata, appunto, Santa Maria dei francesi. Al periodo aragonese, poi, risalgono i documenti (riferiti dal D. Sisca, Petilia Policastro, 1964, pag. 116 e ss.) attestanti i privilegi accordati a Policastro, tra cui quello di non essere asservito ad alcun barone, vale a dire la concessione delle libertà civiche alla Università di Policastro, che durarono fino a quando, a partire dal XVI sec., i Caraffa assunsero il dominio della città. Successivamente, sotto i Caracciolo (metà del XVI sec.), Policastro ritrovò una certa autonomia amministrativa, e se ne attribuisce particolare merito ad Isabella, duchessa di Castrovillari.

A seguito del rovinoso terremoto del 1638, Petilia venne venduta, ed ebbe un cinquantennio di asservimento al Granducato di Toscana, che la governò attraverso Filippo de Vigliegas. Seguì una serie di dominî che si succedettero l’uno all’altro, fra cui spiccano quelli di casa Campitelli e, infine, quello del principe Giovambattista Filomarino, che viene considerato l’ultimo feudatario di Petilia, conseguenza dei principî della Rivoluzione francese, portati dalla dominazione napoleonica. L’8 marzo 1832, il devastante terremoto che sconvolse il Marchesato distrusse Petilia (e con essa numerose tracce del suo passato), e si dovette procedere ad una faticosa ricostruzione. Nel 1861 la storia di Petilia comincia a confondersi con quella dell’unificazione d’Italia; delle lotte che la accompagnarono restano, nell’immaginario collettivo, i racconti delle gesta dei briganti: fra tutti spiccano le figure leggendarie di Leonardo Spinelli e Vincenzo Scalise, detto Panegrano, quest’ ultimo brutalmente ucciso il 18 agosto 1863, e la cui testa fu appesa ad un olmo in corso Giove.

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TRADIZIONI


Fa parte del corredo culturale acquisito, il concetto che le conoscenze dell’umanità hanno avuto una trasmissione innanzitutto orale e hanno costituito il contenuto delle tradizioni dei popoli; solo successivamente le tradizioni orali hanno avuto una sistemazione letteraria o storica dai vari personaggi della cultura.
Nell’essere costituita come tradizione orale, l’insieme delle conoscenze trasmesse dagli strati popolari sono state contaminate dalle credenze popolari intrise di magia, di superstizioni e da figure dettate dall’immaginazione collettiva che servivano, però, alle popolazioni, che non conoscevano la scienza, di darsi spiegazioni circa fatti ed eventi incomprensibili diversamente. Come sommario esempio possiamo pensare al tuono e al fulmine spiegato con la corsa del carro di Giove adirato. Oppure nella fantasia popolare i folletti o le “magarie” che popolavano i racconti fantastici. Quando, poi, tutto questo materiale è passato nelle mani degli studiosi si è verificata una pulitura di tutto ciò che era fantastico e mitologico per parlare di storie e di scienza. Tra tutti è da ricordare l’uso del mito in filosofi come Parmenide e Platone: il primo, col mito della biga trainata da due cavalli divergenti, uno nero ( rappresenta le idee fallaci) e uno bianco ( rappresenta la giustizia), si presenta come legislatore della sua città; Platone si serve del mito per trasmettere i difficili concetti del suo pensiero. Ovviamente ci chiediamo: tutto quel materiale frutto della fantasia popolare che ha formato il sostrato culturale di una comunità che fine ha fatto? La risposta è semplice: se ne è impossessata la letteratura che ha dato vita alle grandi opere di epica e romanzi di fantasia.

E’ opportuno, per comprendere ciò, fare degli esempi prendendo come modello alcune opere tra le più conosciute: quelle di Omero, di Virgilio e le “Croniche” di autori vissuti tra il seicento e il settecento. E’ universalmente riconosciuto che i canti dell’Iliade e dell’Odissea non sono altro che il risultato di tradizioni orali tramandati tra le popolazioni della Grecia classica e che uno o più autori li hanno sistemati in forma poetica fino a creare delle opere monumentali che hanno superato i secoli; su tali opere si sono formate le generazioni della Grecia e le menti più raffinate del mondo culturale romano antico (infatti qualunque letterato o giurista dell’epoca, riteneva compiuta la propria preparazione culturale e professionale solo dopo avere studiato, per qualche tempo, in Grecia e aver letto, almeno i libri di Omero); è anche riconosciuto, però, che le opere omeriche furono utili per affermare la superiorità politica e culturale delle popolazioni greche sui territori colonizzati.

Virgilio, nello scrivere l’Eneide, non inventò di sana pianta la sua opera, ma si servì di tutto il materiale preesistente prodotto dagli storici e i letterati del suo tempo, e che lo avevano preceduto e che avevano utilizzato, a loro volta, le tradizioni orali circa l’arrivo di un eroe Troiano in fuga dalla propria città distrutta dai Greci, i cui discendenti avrebbero dato origine alla città di Roma. Per quale motivo, dunque, Virgilio ripropose un mito già conosciuto dai letterati e liberato dalle scorie fantastiche dagli storici del tempo? Anche qui bisogna rifarsi alla necessità politica: Roma aveva conquistato la Grecia, era stato fondato l’Impero e regnava l’imperatore Augusto il quale aveva la necessità di presentare la supremazia di Roma giustificandola con fattori di sicurezza territoriale e culturali: Roma è la nuova Troia che si vendica della distruzione subita dai Greci; essa, ora, conquistando la Grecia, rende giustizia e con i suoi letterati diffonde la cultura del mondo latino; è in questo periodo che visse Virgilio e per questo motivo Ottaviano Augusto finanziò l’autore dell’Eneide.

Paolo Fedeli nella sua “Letteratura latina” ricorda che già al tempo di Pirro “…il poeta Licofrone interpretò la vittoria romana come una vendetta dei successori dei troiani sui Greci, distruttori della città di Priamo”. Tra il mille seicento e settecento i grandi signori chiamavano presso le proprie corti e finanziavano i letterati presenti sul proprio territori; questi autori per ringraziarli componevano le “Croniche”: opere letterarie che contenevano un misto di storia, poesia, mitologia, ma non erano né solo storia, né solo mitologia, né solo poesia; erano opere letterarie che servivano a magnificare le origini della famiglia del signore, della città da questi governata, adulare il signore stesso. Trovandoci in un’epoca di civiltà avanzata sembra inutile ricordare che i personaggi interessati erano pienamente coscienti che il mito e la poesia non rispondevano a verità.
Ora noi poniamo in essere una questione seria che nelle nostre intenzione vuole avviare una riflessione e a essa dare un contributo. Recentemente è stato presentato un libro che, a dire il vero, ci è piaciuto nella sua veste grafica e lo abbiamo ritenuto interessante come iniziativa e per alcuni contenuti; la nostra attenzione, però, forse per difetto professionale, è stata attirata dalla parte storica . E’ stata ripresentata l’origine mitica di Petilia e riproposta la storia del convento della S.Spina, attingendo a piene mani dal P. Mannarino e dalla sua “Cronica”. Questo ha indotto gli autori del libro, purtroppo, a degli errori.

La cosa attira maggiormente la nostra attenzione perché in un convegno abbiamo evidenziato che il P.Mannarino non può essere considerato come una fonte storica perché cita come fonti della propria opera sua madre e un suo zio prelato. Mai e poi mai, la storiografia contemporanea accetterebbe uno stato di cose in cui le fonti orali non siano confermate, almeno indirettamente, da fonti scritte. Dunque, il Mandarino non è attendibile, almeno per i fatti antichi, anche se può essere considerato una fonte per ciò che attiene ai fatti degli anni in cui vive. Anche le notizie circa l’origine basiliana del convento della S.Spina e della presenza cistercense non esistono fonti, anzi, le fonti da noi citate nella relazione convegnistica affermano che nel territorio di Policastro i Cistercensi non sono mai arrivati; il Mannarino non dice in nessuna pagina da dove abbia preso tali notizie, solo parla di un manoscritto del quattrocento, ma non ne fornisce il titolo né l’autore (chiunque potrebbe affermare di aver letto un manoscritto antico e fornirci notizie non certe). Evidentemente il Mannarino ha scritto, verosimilmente, una “Cronica”, cioè un’opera elogiativa, non una cronaca dei fatti storici di Petilia. Per quali motivi? Questo sarebbe interessante scoprire con una accurata ricerca. Un’altra notizia da rivisitare è quella circa la carta geografica firmata da un Bàiolo di Policastro datata 226: L’errore è evidente perché il Bàiolo è un amministratore della giustizia durante il Regni di Napoli nel 1200, mentre nel 226 in Italia c’era l’Impero romano e il “Baiolus” equivaleva al portatore dello stemma nell’esercito. Cosa si può concludere dall’esame del testo?

Che procedendo in maniera acritica e senza la consultazione certa di fonti altrettanto certe si rischia di creare altri miti che non chiariscono e non aggiungono altro a ciò che il Sisca e il Mauro hanno detto riprendendo a piene mani il Mannarino e riportando gli stessi difetti. Ma, alla luce di quanto si è detto sul mito, oggi Petilia ha bisogno di altri miti? Questa è la domanda fondamentale, rispondendo alla quale riusciremmo, definitivamente, a uscire dall’equivoco. Proviamo a trovare la risposta definitiva ponendoci altre domande: Il mito sulle origini di Petilia, così come è posto , aiuta a formare una coscienza sociale? Esiste un “capo” da adulare, una famiglia da esaltare attraverso il mito della fondazione? Ha un contenuto politico o di potenza, da rappresentare presso la nostra o altre comunità? Ha un contenuto culturale da affidare alle generazioni future e da fare risplendere presso altre società? Nell’epoca della globalizzazione, delle nuove frontiere tecniche e culturali, l’affermazione di una identità sociale attraverso un mito è, a noi sembra, fuori luogo. La coscienza sociale, oggi, si forma attraverso i valori della famiglia, dello studio e dell’applicazione nella ricerca ( si pensi agli Stati Uniti e ai paesi occidentali che hanno fatto progressi su questo campo), del lavoro cercato e ottenuto con onestà, della produzione, della solidarietà sociale. La storia può essere utile solo se si fonda su fatti reali attraverso i quali tutta la società può ritrovare il senso di appartenenza; il mito, in quanto fatto non certo e favoloso, non è più identificativo di un corpo sociale.

Non esiste un capo, per il semplice motivo che il popolo petilino è acefalo; può esistere il capo popolo o populista, ma gli ultimi tempi hanno dimostrato che la loro durata non è lunga se non si attiene al mandato per cui il popolo lo ha scelto. La propria potenza ( meglio la potenzialità) e la valenza culturale non si affermano più con i miti, ma con progettualità serie e proposte culturali di un livello alto. Non vi sono leggi da imporre, anzi serve una identità storica certa perché il nostro popolo impari a rispettare le regole che già esistono. Certamente il popolo deve capire ciò che si propone, per evitare che sia qualcosa di astratto, ma ciò è affidato ai mezzi di comunicazione che mediano ( mass- media, appunto); non si può, con quelle giustificazioni, imbottire la popolazione di fantasie e falsi storici La soluzione, allora, sarebbe quella di riconoscere la sola valenza mitologica delle notizie in possesso e, attraverso questo materiale, a partire dalla cronica del Mannarino, considerare patrimonio solo letterario il mito delle origini. Ciò contribuirebbe a costituire la base di una letteratura petilina, della quale tutte la generazioni potrebbero usufruire.

In queste pagine, abbiamo mostrato come, nei secoli, la civiltà petelina si sia sempre distinta per fedeltà e coraggio, cercando di ricostruire il suo glorioso passato. Questo lavoro, con le inevitabili inesattezze di chi utilizza fonti altrui, non ha pretesa di ricerca e perfezione, ma è solo un modo per mettere in evidenza le ricchezze archeologiche, culturali e naturalistiche di questo paese ed un invito per il lettore a visitare questo incantevole luogo.

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LA LINGUA


Tutto quanto riguarda quel che diremo sul dialetto di Petilia è tratto dal testo “Nella lingua . . . la storia”, Vocabolario etimologico del dialetto della provincia di Crotone (e di S. Giovanni in Fiore), autori il sottoscritto (Francesco Cosco) insieme ad Anna Maria Cosco. Sia l’introduzione che le voci trattate sono state estratte dal testo e riguardano strettamente il territorio di Petilia Policastro. L’introduzione è utile per collocare il nostro dialetto in un contesto territoriale in seno alla Calabria e per fare emergere ricostruzioni storiche dalla lingua parlata, secondo il fine più generale che si prefigge il vocabolario suddetto.
Il dialetto di Petilia, così come quello di molti paesi del Marchesato raccoglie l'eredità di numerosissimi apporti di oltre trentaquattro secoli di storia e quindi anche una base autoctona, antichissima, protostorica: quando diciamo tifa o anta o farna o i toponimo “Soleo” o “Sila” riportiamo termini dell’osco della prima generazione, cioè il linguaggio degli ausoni del XIV secolo a. C., ereditato poi dagli enotri e quindi dai brezi, nostri diretti progenitori.

E' un idioma complesso il nostro che ha meritato anni di studio per essere analiticamente valutato ed inserito in un vocabolario etimologico .
Tramite la lingua abbiamo indagato sulle nostre radici storiche, perché la lingua manifesta la somma di tante voci provenienti dall’apporto dei vari popoli che hanno abitato, invaso, occupato, governato la Calabria. Tramite l’etimologia abbiamo assegnato ogni voci, alla lingua di provenienza.
Abbiamo consultato tantissimi testi e non solo quelli del Rohlfs, (che ha preso poco in considerazione le connotazioni linguistiche di Petilia Policastro), ma anche i dati di recentissimi studi. Lo studio dei toponimi ha ancor più riconfermato la ricostruzione storica del territorio.
I popoli che ci hanno dominato hanno lasciato traccia della loro lingua, ed assecondo la loro civiltà hanno arricchito il nostro idioma di termini agricoli, o pastorali o del diritto; nel testo “Nella lingua . . . la storia”, sono stati catalogati tutti; ci si é resi conto che la lingua è da paragonare al DNA del popolo, attraverso cui si leggono invasioni, colonizzazioni, immigrazioni, tradizioni, processi culturali, consuetudini.

La riflessione finale che ne segue è che la somma delle testimonianze linguistiche in chiave storica determinano la considerazione che Petilia Policastro ha un ethnolessema proprio, insomma un vocabolario di razza, cioè un linguaggio proprio, originario . . . e molto simile a quello dei centri pedemontani (Roccabernarda, Mesoraca, Cotronei, S. Severina) e comunque analogo all’idioma di tutta la Calabria settentrionale.
Si parte da un base linguistica autoctona dell’osco della prima generazione (cui si è fatto cenno), parlato dagli ausoni e successivamente dagli enotri, quindi si passa all’osco dei brezi, per alcuni versi simile al latino.
Si ha quindi una latinità della prima generazione: tijìddru (tigillus = piccola trave sostenente le tegole), crùstulu (crustum = ciambella col buco), Comunello (communalis e communalia = terreni di uso comune), ecc. Quindi una latinità coatta in clima di ager pubblicus: toponimi di questo periodo ne abbiamo ereditato ben pochi: Catrivari (catervarius = armamentario relativo agli armenti), Cùomitu (comites = conti, quindi terra di contea, equivalente a Marchesato ed anche a Fìegu = feudo), Scardiatu (ex cardis = bonificato).

Si ha, dal VI al XII sec d.c. l’apporto massiccio e determinante del greco-bizantino di cui è permeata la nostra toponomastica, soprattutto quella insistente tra il territorio di Petilia e di Mesoraca (patria del Frigillo).
Se ne riportano un buon numero: Latia, Mujanu, Migliarite, Caritello, Cardopiano, Carivarine, Camellino, Granaru, Caraglia, Malarotta, Insarco, Bardaro, Cerratullo, Carolino, Camino, Volte di Leuci, Jèni, Pòtamo. Ma anche il linguaggio agricolo risente del greco bizantino come: vruscia, poriga, pruptu, o pastorale come scarazzo, caccavo, cremastra, jìtimu; od il linguaggio comune come: sàraca, ceramìdu, catòja, maccarrùni ed altre migliaia
Dall’8° sec. in poi arriva l’influsso longobardo con i propri termini come gàfiu, jìffula, faterfìu, ma anche con le metafonesi, le dittongazioni caratteristiche delle lingue germaniche, che determinano accenti fonetici particolari: bèddru diventa bìaddru, bònu diventu bùanu.
Ma nello stesso tempo anche gli arabi invasori ci trasmettono i loro termini: gammìtta, garrafùne, tùminu milunciàna, cìpia, tavùtu, tamàrru ecc.

Tramite i toponimi siamo riusciti ad individuare anche i dissesti idrogeologici che si sono susseguiti in alcune zone.
Nel testo già citato sono stati annotati toponimi in linguaggio e periodo bizantino che indicavano allora vallate amene e coltivate; le stesse vallate oggi sono profonde, scoscese, brulle.
Un attento geologo potrebbe individuare finanche la natura dei fattori del dissesto. Riteniamo che a livello linguistico il periodo più importante e determinante per la provincia di Crotone, come per il territorio di Petilia Policastro, sia stato il periodo tardo imperiale romano e le dominazioni bizantine e longobarde.
Il nostro lessico ha infatti come basi essenziali il latino, il greco, il germanico. Infatti dopo la latinità di 8 secoli, a partire dal III a.C. furono molto incisivi i bizantini con la koinè, la lingua di stato che costituiva per loro elemento di amalgama socio-politico e religioso.

Il loro "terzo dialetto greco", alimentato evidentemente da minoranze etniche provenienti dall'oriente e sostenuto successivamente dai monaci basiliani, ha permeato profondamente il nostro territorio.
Noi non abbiamo dubbi che tali grecità siano di apporto bizantino in quanto la loro presenza è massiccia sia sulla costa dove una volta furono gli achei, che nella nostra zona pedemontana, dove gli achei non misero mai piede, se non per motivi di commercio con gli indigeni.
Le vie istmiche magnogreche per Terina, Clampesia e Poseidon, sono la prova che essi non controllavano l’entroterra del Bruzio settentrionale.
Molto complesso ed importante è dunque l’idioma di Petilia ed è necessario che oggi ci si riappropri delle radici linguistiche del passato per non far disperdere quel patrimonio che ancora esiste, che ancora corre di bocca in bocca, a Petilia, e negli ambiti nazionali ed internazionali dove vi è anelito di vita originaria del nostro paese.

Canti:

Il canto petilino nella processione del Cristo morto

Quando giunge la festa della Santa Pasqua, il giorno in cui viene portata in processione “’a naca”, si cantano nenie dolorose sulla storia della Passione del Cristo come questa:

Jianu sunannu le ventiquattr’ure:
Cristu se licenzìa de la sua Matre.
Le dissa : - Matre mia vajiu a murire
Vaju a pijiare morte e passione.
Avanti chi cumincia lu patire,
dùname ‘a santa benedizzione.
- O figghjiu, figghjiu, tu chi va a murire
a chine me lassi arriccumannata?
- Giuvanni tu chi sì ‘u cchjiù fidatu
‘a Matre te sia raccumannata,
raccumannata cu’ lacrime e chjianti.
Jiamu a considerare li misteri:
se parta dulurusa la Madonna
‘u va trova ‘u sue Figghjiu a quarche banna:
‘u trova misu ‘mmianzu due colonne
‘ncurunatu de spine e suda sangu.
Maria jettàu ‘na vuce ‘e subbra ‘u scuagghjiu
quannu mùartu se vida ‘u sue Figghjiu:
- Curre Giuvanni, curre ca te vuagghjiu:
portame aiutu e duname cunsigghjiu,
cà tu ha piarzu ‘u mastru ed io lu Figghjiu.
Passa ra truppa e ra cavalleria
Ccù chjiuavi e martedddre priparate.
Passau Gesù e dissa: - Matre mia,
vajiu ara morte e vui spacienziati.
- Figghjiu, cuamu ’e cumpuarti sì duluri?
Sianu riccummannati i peccaturi.
- Mamma li peccaturi su tristi
a fare li peccati tantu lesti.
Rispùsaru li quattru vangelisti
Ca d’ogni santu vena la festa.
E ru Signore cu ra vucca dissa:
- Chine pecca e se rimetta sarvu resta.

“A Madonna i Brigatori”
Na notta i tant’anni arreti
cunta sempi a nanna mija
subba mari sa botati na timpesta.

Troni, lampi, acqua e benti:
arrassusija! U ssi capisciva nnenti!
L’unni arrivavini a ru celu
l’acqua vuddriva, a scuma sagghijva
e janca janca pur ‘ntu scuru si vidiva.

...Nzemi a ru strusciu i di troni e di lampi
i du maru arrivavini lamenti, gridati e chianti.
Ntu maru, a chir’ura c’era na paranza.

I piscaturi ca c’erini i dintra
i si sarvari avini perzi ogni spiranza,
ma chiri poviri sbenturati,
i da pagura e da disperaziona,
a Madonna ani ...mplorati.

All’intresattu, subba na muntagneddra
ani visti na lucia e, nta sa lucia,
na fimmina beddra, beddra
c’aviva nta na mana
i d’oru na bacchetteddra.

...Ed annavota s’ani aqquetati
u celu, u maru, i troni e ri lampi.
I piscaturi ccu ri lacrimi all’occhj:
“A Madonna, a Madonna” ani gridatu
e ccu l’urtimu jatu ca c’era restatu:
“nu miraculu,nu miraculu è statu!”.

Ddrà subba chira muntagneddra,
doppi manchi nu jornu, chiri piscaturi
cc’iani fatti na gghjiesiceddra:
Edi chiru jornu, ogn’e d’annu,
nuji, umili servi soji,
chini a ppedi, chini ncavaddri,
chini ppi butu, chini ppi grazzi,
ccu preghijere, canti, e fiori
jami ad onurari a Madonna i Brigatori.

Giuseppina Bisognano


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DA VISITARE





IL CENTRO STORICO
Il centro storico di Petilia Policastro si erge su una rupe, di difficile accesso, ed è un esempio di aggregato urbano sviluppatosi nel medioevo. Le strade sono strette, adattate all’orografia del terreno e formano un reticolo che fa perno su tre direttrici (via Difesa, via Petilina, corso Roma), che collegano la parte alta e la parte bassa del paese. Nella parte inferiore esistevano sostanzialmente due porte d’accesso al paese: a porta da Judeca e a porta du Ringu.

I principali assi viari sono collegati tra di loro da vicoli stretti (che confluiscono in piazzole denominate rughe) e vi si affacciano palazzi di notevole valore architettonico, costruiti dalla seconda metà del ‘500 fino all’ ‘800. Tra questi ricordiamo: il Palazzo Portiglia, Palazzo Madia e i Palazzi delle famiglie Vallone, Filomarino, Girifalco-Tronca, Carvelli, Aquila, Giordano, Ferrari, Mazzuca, Mancini, Campitelli. In passato è prevalso un desiderio di rinnovamento, che ha portato ad abbattere vecchie casupole del centro per ampliare le strade o per isolare le chiese e i palazzi più famosi. Neanche il centro storico è riuscito a sfuggire al cemento, ma ha conservato le sue connotazioni stilistiche; per cui i portali dei palazzi su indicati, i loro stemmi e fregi, le chiese, rappresentano un vero e proprio patrimonio artistico cittadino. Oggi, come afferma l’arch. Rosario Marrazzo, si tende a conservare tutto ciò che è rimasto "...e non soltanto splendidi monumenti, ma anche le vecchie case e stradine tortuose che forse non hanno un eccessivo valore artistico, ma sono un prezioso documento della nostra storia".

Le prime abitazioni petiline si svilupparono intorno al castello e lungo l’asse di collegamento che portava all’ingresso sud del paese, meta di mercanti ebrei, detta, appunto, Porta da Judeca, quindi al fiume Soleo ed ai territori posti a sud dell’abitato. Quasi parallelamente, su uno spazio prima destinato ad orti, sorse la via Petilina. Anche questa strada collegava il rione Castello con un’altra porta di accesso (detta Sant’Anna, ora scomparsa) utilizzata per servire il territorio di nord-est dell’abitato. Il terribile terremoto del 1638 distrusse parte del tessuto medievale del paese; con la ricostruzione sorsero i primi palazzi già citati; successivamente, grazie alle favorevoli condizioni climatiche, e potenziata la coltivazione dell’ulivo e della vite, l’attività edificatoria si fa più intensa: vengono costruiti una serie di edifici che, partendo dal sito dove era ubicato l’antico castello, lambiscono la rupe posta al versante nord-est dell’abitato fino a Porta S. Anna. Al servizio di questo nuovo sviluppo edilizio viene realizzata una nuova strada, l’attuale corso Roma; essa parte dalle vicinanze del rione Castello e giunge alla zona bassa del paese, fino all’antica abbazia di S. Caterina. Su questo asse erano ubicate ben sette chiese, oggi scomparse, di cui subito diremo.

Il terreno su cui sorge l’edificio che oggi ospita gli uffici comunali un tempo era il sito della chiesa di S. Caterina, di cui rimane il nome del piazzale antistante il Comune. Tale chiesa fu abbattuta nel 1946, quando era ormai in condizioni precarie; a questo proposito, una vecchia credenza popolare fa discendere le disgrazie anche politico-amministrative che Petilia ha avuto nel corso degli ultimi decenni, proprio dal fatto che tale edificio insiste su un terreno consacrato.
I poli ecclesiali erano sostanzialmente due: anzitutto quello facente capo alla parrocchia di San Pietro (che non esiste più), la quale fu ospitata nella chiesa di Santa Caterina nei secoli XVII e XVIII; l’altro era la parrocchia di S. Maria Maggiore, posta al nord del paese. Attualmente, oltre a quest’ultima le parrocchie sono la SS. Annunziata e S. Nicola Pontefice (oltre, naturalmente a quelle che fanno capo alle frazioni di Foresta e Pagliarelle).
Un tempo esistevano numerose chiese, oggi scomparse: Chiesa di S. Nicola dei Greci, sita in Piazza Filottete; S. Lucia, sita in Piazza Guglielmo Marconi; S. Maria dell’Olivo, in corso Roma, dove oggi è ubicato il Palazzo Mancini; la già menzionata chiesa di S. Caterina, sita nell’omonimo largo, dove oggi c’è il Comune; Chiesa dell’Annunziata, detta "di fuori", sotto la rupe di S. Francesco; Chiesa di S. Angelo della Piazza, sita sotto via Arringa, nei pressi della porta di S. Anna. Di S. Nicola dei Greci è rimasta il nome di una strada; nelle mure dirute della chiesa dell’Olivo, invece, è stata ritrovata una statua di una Madonna seduta, di pregevole fattura, che oggi è ospitata nella conicella del rione Maranna.

A Petilia, inoltre, esistevano sei conventi di frati e tre di suore. Quelli dei frati: i conventi di S. Demetrio, di S. Maria di Cardopiano e di S. Giovanni in Monticelli, occupati prima dai basiliani e successivamente dai Cistercensi. C’era il convento delle Manche, dei padri riformati. Infine, c’erano altri due conventi dei francescani, e precisamente, quello di S. Francesco, lungo la mulattiera che portava a Mesoraca, e quello della S. Spina. I conventi delle suore: S. Domenica, il conservatorio di S. Gaetano (annesso alla chiesa di S. Caterina) e Palazzo Aquila, delle suore francescane del Bambin Gesù; quest’ultimo è esistito fino a qualche tempo fa.

LE ICONE VOTIVE
Al visitatore non è difficile imbattersi, percorrendo le vie di Petilia, in quelle che gli abitanti del luogo chiamano coniceddre. Con questo termine di origine greca (uno dei tanti che ancora affiorano nel dialetto petilino) ci si riferisce ai tempietti o alle nicchie entro i muri perimetrali delle case, in ciascuno dei quali sono collocate delle immagini sacre (siano esse dipinti o statuette, appartenenti alla tradizione iconografica cristiana), volgarmente dette cone o conicelle, che troviamo sparse per tutto il paese, ed anche fuori dall’abitato, in aperta campagna.
Il fenomeno è molto diffuso a Petilia, tanto che si possono contare almeno duecento conicelle, nel solo perimetro urbano, con una certa varietà nelle forme, qualità e datazione (alcune anche recenti): una spiegazione va dunque ricercata.

La presenza così massiccia di edicole votive testimonia una esperienza religiosa (in senso ampio) non ancora esaurita (e che affonda le sue radici in un passato remoto), di notevole spessore culturale. Riteniamo, quindi, assai interessante abbozzare una loro prima classificazione, tentando altresì di cogliere alcuni tra i significati più evidenti che queste manifestazioni artistico-religiose possono offrire.
Le conicelle possono definirsi, secondo il sentimento popolare, vere e proprie strutture di protezione; situate o nei pressi di luoghi "critici", come i ponti e i crocicchi, o sui muri delle case, esse hanno la precipua funzione di respingere le supposte influenze nefaste; servono, inoltre, per esorcizzare quei luoghi a cui la credenza popolare attribuisce peculiarità negative, come ad esempio il punto dove è avvenuta una morte violenta.
Cominciamo ad occuparci delle cone che si trovano in prossimità dei crocevia. Da sempre, nella cultura popolare, gli incroci di strade hanno significato dei veri punti critici, proprio a causa delle diverse direzioni che essi propongono, che spesso inducono confusione ed inquietudini: essi erano considerati, così come le fontane, luogo dove sostavano spiriti e presenze malefiche, che potevano attaccare i passanti. Proprio per il fatto che indicano diverse direzioni, si attribuisce a questi luoghi il carattere dell’indecisione, in cui si potrebbe incorrere, col rischio di perdersi, smarrendo l’orientamento.

La sistemazione delle conicelle, proprio in prossimità degli incroci, attribuisce al luogo sacralità e tende a neutralizzare questa loro peculiarità negativa. In questo senso, infatti, proprio la presenza di figure sacre induce le persone a farsi il segno della croce, da sempre confine invalicabile per le presenze malefiche: quando infatti lo spazio offre diverse mete, per ritrovare la giusta via, ci si affida alla sicurezza del simbolo cristiano per eccellenza.
Petilia offre numerosi esempi delle cone di tale genere. Una di queste è stata recentemente ripristinata, ed è a Foresta, nell’incrocio che immette alla strada verso la chiesa della Madonna delle Pianette; essa è certamente una delle più note nel circondario, vista la vicinanza al luogo di culto, fra i più frequentati dai devoti, soprattutto un tempo.
Altro esempio è la coniceddra presso il bivio di San Liborio, altro punto strategico, perché in un certo senso costituisce la porta principale d’accesso a Petilia.
Così, sorgono cone anche nei luoghi di mala morte, perché l’anima del morto possa riposare in pace e non infastidisca nessuno; tali strutture, poi, svolgono anche una funzione di socializzazione e protezione del territorio ed è nello stesso tempo uno spazio ritagliato per i morti ed interdetto ai vivi.
Essenziali erano (e sono) anche le icone poste a protezione delle case. La vita di tutti i giorni era un tempo (ma presso alcuni strati sociali, è ancora) caratterizzata da radicate superstizioni. Si credeva ad entità ed esseri invisibili che, dalle loro misteriose sedi, uscivano per influenzare la vita dell’uomo, positivamente o negativamente.

Accanto alla religione cristiana dominante sono sopravvissuti per lungo tempo (tavolta, quasi confondendosi ad essa) alcuni riti di impronta pagana, residui di ancestrali pratiche magico-religiose la cui origine si perde nella notte dei tempi e va ricollegata all’universo sociale di tipo agro-pastorale. Le autorità cattoliche li hanno spesse volte combattuti, altre volte tollerati, altre ancora fatti propri, sostituendo alla vecchia simbologia la nuova, in un processo di lenta assimilazione.
Fuori, specialmente di sera, c’erano le umpre (ombre). Le ombre rappresentavano forze invisibili ed incontrollabili, sicuramente malefiche, ed il popolo aveva paura di chiamarle con il nome appropriato, quasi che nominarli potesse suscitarli, evocarli. C’erano gli spirdi, i morti di mala morte o quelli che avevano le messe legate, cioè, coloro ai quali non erano state celebrate le messe a loro dovute.
Il bisogno di protezione si sentiva perché, soprattutto in passato, sugli uomini pesava maggiormente l’insicurezza di fronte alle forze naturali, che avvertivano ostili; e perciò esercitavano i sensi alla percezione delle presenze oscure, attraverso l’interpretazione di piccoli segni quotidiani, dai quali si arguiva l’agire delle presenze oscure.

Con le icone la gente ha trovato una dimensione personale della fede; non mancano, però, i momenti di socialità, di quella socialità spontanea che solo l’orizzonte della ruga (quartiere) consentiva. Condivisione totale di gioie e dolori, con gli altri e con le stesse "iconografie" sacre. Gioie che nascono proprio dalle preghiere. Dolori a cui si cerca riparo nella fede, speranzosi nell’aiuto divino, non confidando più negli uomini e nella loro scienza.
Molte icone sono poste anche nelle zone che una volta costituivano le porte di accesso della città, come quella sita nella porta da Judeca (porta della Giudaica), e lo splendido tempietto a quattro facciate sito in via Casamicciola, per non parlare di quelle site in via Sant’Anna.
Nella loro conformazione più elementare esse consistono in semplici nicchie, abbellite in seguito da fregi ornamentali, di gesso o di legno, e colonnine in bassorilievo; sono sormontate generalmente da croci e protette da ante in legno (oppure, modernamente, in alluminio), a tutto vetro.
Le immagini più raffigurate sono, nell’ordine: la Sacra Spina, la reliquia custodita nel plurisecolare santuario che porta lo stesso nome; le immagini di Cristo, della Madonna, e dei santi, con predominanza di S. Francesco di Paola, co-protettore della città, insieme a S. Sebastiano.
I santi, come si sa, sono considerati i numi tutelari delle attività quotidiane ed il popolo suole invocarli per chiedere il loro aiuto.

Particolarmente interessante è l’icona sita nel rione Maranna, raffigurante una Madonna greca, seduta, che ha in braccio il Bambino. Si tratta di una statua antica di pregevole fattura, alta circa un metro e venti, ritrovata in una chiesa abbandonata intitolata Santa Maria dell’Oliva; lo stesso nome Maranna nell’idioma locale significa Grande Madre (la Madonna, ma anche, se vogliamo, la Natura).
Le icone (sia quelle a tempietto, sia quelle a nicchia) poste a protezione delle case si possono osservare anche percorrendo l’arteria viaria principale che attraversa l’intero abitato di Petilia Policastro.
Altri esemplari, poi, li incontriamo visitando il centro storico del paese, e particolarmente, il rione denominato Rupa. Oltre a questa attrattiva religiosa, il visitatore potrà percorrere gli stretti vicoli che, come una sorta di dedalo, si snodano per l’intero rione, fornendo di tanto in tanto, anche scorci non usuali.



LA CHIESA DELL'ANNUNZIATA
La chiesa dell’Annunziata fu chiamata anche "la nuova", per distinguerla da quella denominata dell’Annunziata "di fuori", oggi scomparsa.
E’ la chiesa più grande nel perimetro urbano petilino; presenta una pianta rettangolare a croce latina; al suo interno c’è una navata centrale, con cappelle laterali. I pilastri siti all’interno, in pietra calcarea, presentano stucchi e cornici, e cinque archi a tutto sesto per ogni lato.
L’altare maggiore contiene dei fregi, con figure alate, con richiami in stile barocco; presenti, anche, capitelli compositi, lunette e putti. Notevole anche il coro ligneo, di antica lavorazione, sito dietro l’altare.
Una delle opere principali è la statua di marmo della Madonna con Bambino della scuola del Gagini. Il suo piedistallo esagonale è un rilevante esempio d’arte siciliana del XVI secolo; ha tre facce visibili che ospitano, dei bassorilievi: al centro l’Annunciazione, a destra S. Domenico e S. Sebastiano a sinistra.
Sopra la nicchia che ospita la statua, è situato un crocifisso in legno, scolpito a tutto tondo.
La volta presenta cornici e piccoli rosoni, ed al centro il dipinto dell’Annunciazione. Sopra il balcone della schola cantorum c’è il dipinto di un angelo intento a leggere un libro, sul quale appare la scritta laudato si, mi signore, cum tucte le tue creature.
Ai lati dell’altare maggiore ci sono le cappelle. Alla sua sinistra c’è l’altare dell’Altissimo; al centro, invece, nella nicchia, la statua della Madonna del Rosario, con una pala di quindici medaglioni dipinti, grandi circa trenta centimetri, raffiguranti i misteri gaudiosi, dolorosi e gloriosi del Rosario, la cui fattura è attribuita a Cristoforo Santanna. Purtroppo, per la loro collocazione in alto, non tutti questi medaglioni, sono perfettamente visibili.
Nella stessa cappella c’è anche la Naca, cioè, il Cristo morto a grandezza naturale che viene portato in processione ogni venerdì santo.

Fuori dalla cappella, sul lato sinistro della navata, c’è la Vergine Addolorata, alta m. 1,63, vestita a lutto, con un pugnale che le trafigge il cuore ed un ampio mantello in seta scura, con merletto in filo d’oro che le scende dalla testa. In un’altra nicchia è posto un simulacro in gesso raffigurante S. Rita.
Esiste, poi, su una nicchia nella parete di destra (fuori dalla cappella), un’altra statua, in legno e pastiglia del XVIII secolo; questa raffigura S. Francesco d’Assisi con le braccia conserte, alta m. 1,62. Da segnalare anche la presenza di una statua di San Giuseppe con il Bambino in braccio.
Ci sono, ancora, due tele ovali ad olio, risalenti al 1834. Nella prima sono raffigurati: San Pietro Martire con la spada ricurva conficcata nel cranio (iconografia del suo martirio) vicino ad un leggìo con un libro in cui si legge l’iscrizione Credo; S. Domenico con il cane accucciato ai suoi piedi. Nell’altra tela sono raffigurati San Tommaso, che regge un ostensorio ed un libro su cui è possibile leggere: tantum ergo sacramento; S. Giacinto con stola episcopale, ed una immagine della Vergine con il Bambino. La prima cappella di destra è dedicata alla Madonna del Carmine, ed è di stile barocco; l’altra, invece, è detta da P. Mannarino, "cappella dell’oro", a causa del colore delle sue "colonne tortili intarsiate nel legno"; qui trova posto l’altare dedicato a S. Giuseppe.

Infine, c’è la cappella delle anime del Purgatorio, dove oggi è esposto l’antico dipinto ad olio (datato 1831 e attribuito all’artista calabrese A. Giannetti) raffigurante la Vergine con Bambino seduta su un trono di nuvole, attorniata da angeli, e in basso con la raffigurazione di S. Antonio da Padova, con un giglio bianco in mano e S. Gaetano. La chiesa è giunta a noi ben conservata anche perché vi gravitavano ben tre confraternite: del Rosario, del Santo nome di Gesù e della Madonna delle Grazie.
La facciata esterna della struttura può farsi risalire al ‘500, ed è sobria; nei tre portoni, di cui uno centrale più grande e due laterali più piccoli, ci sono fregi e decori. A fianco del portone principale, spiccano due lesene scanalate, che culminano con capitelli di stile rinascimentale, con due filari di foglie d’acanto, e le spirali caratteristiche dell’ordine ionico. Al di sopra c’è un architrave, decorato con un fregio con figure umane, triglifi e ornamenti vari. Il frontone, merlato verso il basso, in alto è interrotto da un rosone.
Anche le altre due porte hanno analoghi elementi decorativi. Ogni portone presenta un rosone; sopra ognuno di essi vi è uno stemma; visibile è solo quello del portone centrale, in cui figura una croce.
Il campanile oggi è diverso da quello descritto da Padre Mannarino nel 1721: è massiccio, a forma di prisma, con base quadrata. Da ricordare anche una antica acquasantiera, che funge da fonte battesimale, realizzata con massi di pietra calcarea, a base cilindrica; presenta una figura che ricorda immagini bizantine.
Infine, da segnalare la Congrega, cioè, la cappella del SS. Rosario, situata sul fianco sinistro della Chiesa dell’Annunziata; risale al 1638, allorquando quest’ultima fu ristrutturata a seguito del terremoto ed è composta da un edificio, posto sul piano strada (sulla cui facciata fa bella mostra di sé un compasso in bassorilievo) e da una cripta sottostante, dove venivano sepolti i membri defunti della Congrega del Rosario.

All’interno vengono ospitati, tra l’altro, alcuni dipinti di un certo pregio. Sull’altare domina una grande tela ad olio del ‘700, attribuita al Santanna (racchiusa in un’antica cornice in legno), che raffigura la Madonna del Rosario con il Bambino in braccio, accanto al quale c’è un coro di angioletti; in basso, si vedono le figure di S. Domenico e di S. Caterina. Gli altri dipinti, posti nelle pareti laterali, sono tutti a forma ovale: la Visitazione di Maria a S. Elisabetta (1801), la Presentazione di Gesù al tempio (1772), Gesù nel tempio in mezzo ai dottori (1828), la Resurrezione di Gesù Cristo (1802), l’Assunzione di Maria in cielo (1801).
Da segnalare anche altre due tele, appartenute al vescovo petilino Luigi Carvelli: la prima (datata 1884 e realizzata da D. Ruffo di Soriano) è una riproduzione della Madonna del Divino Amore, che ritrae la Madonna col Bambino, S. Elisabetta e S. Giovanni fanciullo; l’altra è di dimensioni maggiori e raffigura l’Adorazione dei pastori, attribuita alla scuola di Mattia Preti.



LA CHIESA MATRICE
Fu chiamata in origine chiesa di S. Nicola dei Latini, per distinguerla da S. Nicola dei Greci; la sua costruzione si fa risalire al ‘600, ed ha una struttura rettangolare, con all’interno una navata centrale, più alta ed ampia, ed altre due più strette e basse.
E’ stata sempre una chiesa importante per Petilia, perché un tempo era sede dell’Arcipretura e vi gravitava l’arciconfraternita del SS. Sacramento. Fino al 1808 l’edificio sacro portò anche il nome di "Chiesa del Santissimo". Una sua caratteristica peculiare è l’asimmetria della facciata principale, più sporgente dal lato destro del campanile; anche i fregi sono leggermente asimmetrici.
All’interno presenta delle similitudini con la chiesa dell’Annunziata, in particolare nella controsoffittatura a forma di botte, con capriate in legno e tetto a capanna. I pilastri ai lati della navata centrale sono in pietra calcarea, ed ad ogni lato, sono sormontati da quattro archi a tutto sesto.
Il presbiterio è delimitato da quattro pilastri a fasce, collegati con archi a tutto sesto.
L’altare maggiore presenta una composizione in marmi policromi, con richiami al barocco. Dietro l’altare c’è l’antico coro, lavorato con pregio e di color noce scuro.
In passato, c’erano otto cappelle, patrocinate da famiglie nobili del luogo: Tronca, Callea, Ferrari e De Curtis, Gregorio Bruno e Don Antonio Riccio; oggi, ce ne sono solo tre. C’erano, infatti, le cappelle di San Vincenzo Ferreri, di S. Sebastiano, della Visitazione e della Pietà, della Sacra Famiglia, di S. Gregorio Papa, del SS. Sacramento e di S. Antonio da Padova; tre di queste avevano annessi anche monti di pietà, di cui uno per prestare per un anno denaro a chi ne necessitava (senza interessi e con garanzie di pegni), quella di S. Gregorio, e gli altri due come monti di maritaggio per le famiglie povere (venivano estratte a sorte delle giovani fanciulle, ed a queste veniva fornita la dote nuziale).

A ricordo degli altari non più presenti, si possono ammirare le tele ad olio della Visitazione della Vergine Maria a S. Elisabetta (di Antonio Giannetti, datato 1831); della Sacra Famiglia (del pittore, quasi sicuramente petilino, Francesco Giordano, datato 1760); della Pietà e di S. Antonio. Oggi, sono rimasti: l’altare di S. Sebastiano, in marmo colorato, sormontato da un quadro del santo militare, nonché, patrono del paese, raffigurante il suo martirio nel campo di Marte.
La cappella di S. Vincenzo, con un altare fatto costruire dall’arciprete don Giuseppe Mercurio nel 1881, ospita la statua del cuore del Gesù. Ci sono poi le statue di S. Vincenzo, della Vergine Immacolata, di S. Gaetano e della Madonna del Carmine. Notevole anche la statua di legno e pastiglia che raffigura la Madonna delle Pastorelle, cui fu dedicata una congrega di Confratelli costituita nel 1897; ad essa si affiancò un’altra congregazione, quella delle Pie donne.

Il prospetto principale della chiesa matrice è monocuspidato, molto sobrio. Solo i portoni sono decorati, con lesene, archi, fregi e architravi; quello principale ai lati presenta delle lesene scanalate, con capitello composito, l’architrave lineare ed un fregio; manca invece il frontone. Sulla pietra ci sono incise due date: al centro "1651" e, a lato, "1687"; si presume che la prima sia l’anno di costruzione, mentre la seconda, quella del restauro; si legge, anche, la scritta sia lodato il SS. Sacramento.
A sinistra del campanile, a pianta quadrata, ci sono le sculture in pietra dei santi Pietro e Paolo e quella dell’Onnipotente.
Notevole anche l’acquasantiera, in pietra calcarea massiccia, di preziosa fattura e di tipo rinascimentale.
Tra gli altri dipinti ospitati nella chiesa, vanno menzionati quelli raffiguranti S. Elisabetta, l’Apparizione della Madonna a S. Ignazio, S. Filomena, il dipinto detto della "Santa Regina", S. Antonio e S. Nicola a cui era dedicata.
La chiesa, e la parrocchia cui fa capo (peraltro la più popolosa di Petilia), fu affidata ai Pii catechisti Rurali, detti Ardorini, dopo la morte dell’arciprete Comberiati, che a tutt’oggi la gestiscono.

LA CHIESA DELLE MANCHE
Detta anche di Sant’Antonio o del Cimitero, faceva parte dell’omonimo convento, è stata edificata all’inizio del ‘600 dai frati dell’ordine dei Riformati. In un’apposita cappella, fatta erigere da Tommaso Tronca, vi fu venerata la Vergine del Soccorso.
Alla chiesa è legato un aneddoto (riferito anche da padre Mannarino) che vede protagonista il patrizio Giuseppe Battista Rose di Catanzaro. Costui, nell’intento di sfuggire alla cattura dei soldati spagnoli, trovò rifugio dietro una edicola votiva coperta da cespugli e rovi; nella sua corsa, il patrizio subì anche la rottura di una vena, ma l’emorragia, miracolosamente, si arrestò.
Fu così che il nobile catanzarese, a motivo di ringraziamento per il duplice pericolo scampato, volle costruire una chiesetta, proprio in onore della Vergine SS. del Soccorso. L’edificio venne eretto nel luogo preciso dove c’era la nicchia con il quadro: esso raffigurava la Vergine nell’atto di soccorrere, con un bastone in mano, un fanciullo insidiato da una serpe.
Presso la chiesa delle Manche fece tappa anche il Beato Umile di Bisignano, di cui è testimonianza una tela che lo ritrae (datata 1883 e realizzata da padre Filippo Lupia di Sersale).
Fino a tutto l’Ottocento il convento ospitò i Riformati, che arrivarono a contare fino a venticinque presenze in loco. In seguito, accanto alla chiesa, venne realizzato il cimitero del paese; e fu così che, a partire dai primi anni del ‘900, la presenza dei religiosi cominciò a venir meno. Oggi dell’antico convento non resta che il pozzo del chiostro, adibito ad ossario, ed alcune celle dei frati, trasformate in sale mortuarie. La chiesa ospita i resti mortali del vescovo petilino Antonio Caruso.
Attualmente la chiesa fa parte della parrocchia di Santa Maria Maggiore; si presenta in un’unica navata, con un nudo portale, ed è dedicata al culto di Sant’Antonio: se ne venera infatti una statua, che lo raffigura inginocchiato su una nuvola, con in braccio il Bambin Gesù, ed ai suoi piedi un angelo.

LA CHIESA DI SAN FRANCESCO
E’ sorta sui ruderi della chiesa di S. Maria dei francesi intorno al 1690. Sulla porta laterale della chiesa è presente una lapide risalente al XVIII secolo, in cui si ricorda il culto di S. Cesareo e di S. Aloi, con una sintetica storia dell’edificio.
La sua struttura consta di una unica ampia navata, e perciò molto capiente. Nella facciata principale, rivolta verso la rupe che domina tutto il territorio circostante, sono collocate quattro statue, realizzate recentemente dallo scultore contemporaneo Romolo Rizzuti, collocate in altrettante nicchie, vi sono raffigurati, nell’ordine: S. Francesco di Paola, S. Sebastiano, patrono di Petilia, S. Pietro e S. Paolo. L’abside è una delle attrattive della chiesa: è decorata da un grande mosaico, realizzato nel 1970 da artisti fiorentini, e raffigura Gesù in mezzo ai discepoli.
La chiesa ospitava i culti dell’Annunziata e di S. Leonardo; ora ospita quello di S. Francesco di Paola, che dal 1946 divenne co-protettore di Petilia. Intorno al 1830 e fino al 1860 la chiesa fu retta dai padri "Ritirati", che la fecero assurgere a vero e proprio centro culturale del paese.

CHIESA DI SANTA MARIA MAGGIORE
Ad una navata con facciata semplice e timpano a due spioventi. Recenti lavori di manutenzione e aspetto moderno caratterizzano l’esterno di questo edificio, I! portale reca, scritto nel sott'arco: “F.L.F.1834”. Interno con altare in finto marmo e soffitto con Agnello mistico col vessillo e il libro dipinto a muro. Finestre ìon sguancio ad unghia. I sedili del coro sono semplici con qualche concessio¬ne allo stile neoclassico. Gli arredi sacri e le opere d'arte non sono di grande interesse, sia per qualità che per stato di conservazio¬ne. essendo stati tardivi gli interventi restaurativi. Si ricorda. per completezza d'informazione, un dipinto su tela raffigurante S. Antonio da Padova con un fan¬ciullo inginocchiato, datato 1844 e commissionato da "D. vlarianna Berardi"; un Cristo redentore in cartapesta; una Crocifissione su tela di mano accademica in condizioni precarie con fori e craquelure diffusa a grosse placche. Un sigillo di consacrazione in bronzo reca la data 1901. Un'acquasantiera ovale in marmo verde è murata a destra. Unico brano di un certo interesse è un piccolo portale -~aaomato ad angoli smussati di gusto tardobarocco in pietra giallo-crema architravato, che dà accesso alla sacre¬stia a destra.


( Chiesa Santa Maria Maggiore )



LA CHIESA E IL CONVENTO DELLA SANTA SPINA
Il complesso architettonico si trova fuori dall'abitato, cir¬condato da boschi di querce e castagni. Ha navata unica e tetto a capanna e contrafforti laterali a destra. Di notevole interesse il portale in pietra locale ambrata ad arco a tutto sesto, simile a quello dell'Annunziata. Ha semicolonne laterali terminanti in capitelli corinzi, sull'architrave presenta girari, angeli in rilievo e alla base delle semicolonne dei puttini Ha timpano spezzato con al centro la data "1699" e l'emblema dei cappuccini (due braccia, di cui uno nudo e l'altro vestito di saio, incrociate). Il portale a destra, più piccolo, presenta lo stesso emblema in uno stemma a cartiglio. Il portale a sinistra ha bassorilievi con tracce di colorazione rossastra. L'intemo si presenta ad aula con ai lati arconi e nicchie. Ai lati cornici esagonali a muro con decorazioni a cartigli e a girari. Lesene a rilievo appena accennato, ter¬minanti con capitelli e testine di angeli, scandiscono le pareti in moduli spaziali regolari. Sugli archi, al centro, vi sono teste in conchiglie e volute in rilievo di stucco. Nel primo arco a sinistra vi è ciò che è rimasto di un arco più piccolo in pietra a vista con colonne scanalate e capitello con volute joniche, ed un frammento di arco con il resto di un pilastro a muro in conci regolari. L'ultimo restauro, a cura della Soprintendenza ai Beni Culturali di Cosenza, ha voluto giustamente dare rilievo a reliquie dell'antica struttura muraria, molto diversa anche nell'orientamento, di questa bella chiesa. L'altare maggiore è in marmi policromi a tarsia, con paliotto a rilievi di marmo bianco raffiguranti l'Ostia Sacra e Angeli adoranti. Sulle mensole laterali vi sono due angeli reggicandelabro a figura intera e semiseduti su una nuvola. Il modellato è di buona qualità. Dietro l'altare vi è un tabernacolo in legno dorato a baldacchino con nicchia di fondo. Le parti a vista presentano un buon intaglio. È posto molto in alto e vi si accede da due rampe laterali. A1 di sotto, in mezzo, una porta consente l'entrata in sacrestia. A destra, invece, si accede al monastero. Sappiamo dalla "Cronaca" del Mannarino che “Il primo titolo di questo monastero fu di Santa Maria de' Frati, perché circa l'anno 1320, fu fabbricato da' primi frati di San Francesco e nelle divisioni dell'ordine restò in potere dei Conventuali. Lasciato però da questi, fu per bolla di Eugenio IV, successo a Martíno V nell'anno 1431...... riconcesso il detto convento aì nostri PP. Osservanti, che al presente (1723) vi abitano…Il titolo non di meno più vetusto e primario fu di Santa Maria del Romitorio. Posciachè fu prirnierarnente posseduto da' primi Romiti dell'ordine Certosino. compagni di San Bruno [sec. IX] conforme come si raccoglie dal processo originale nel suddetto Archivio sul 1433. fabbricato dall’ arcivescovo del luogo, delegato Apostolico. E così pure da più antichi monumenti ed erudizioni della Certosa in Santo Stefano del Bosco per testimonio del padre D. Martino Sillano nobile crotonese, che fu Archiviario di quel convento ...... di cui ne conservo una memoria..... dallo stesso ricavata e di nuovo frescamente a me confirmata dal Reverendo Padre D. Francesco Sutera priore passato per la rinuncia che ne fece ed ancor vivente ".
Il Mannarino dunque ci tiene a rivelare le sue fonti e ci informa pure della selva di querce e castagni “che prima era murata all'interno”, visibili ancora negli anni in cui scrive: "reliquie di rnura a tutto il vasto circuito”. Ma la parte che per noi ha maggiore importanza è la descrizione delle profonde modifiche apportate alla chie,a alla metà del seicento. La data 1699 del portale può segnare dunque la fine di questi lavori. "la Chiesa primamente era frammezzata per lungo con un ordine di archi di pietra bianca lavorati all'antica, (ne è certa conferma per noi il frammento architettonico lasciato a vista) ne' cui pilastri e lapidi sepolcrali del pavimento stavano intagliate inscrizioni degnissime greche e latine, altre alle pareti tutte ripiene di croci e di tabelle di voti e grazie giornalmente ricevute dalla sacra Santa Reliquia". Gli archi furono tolti e il pavimento rifatto, delle antiche iscrizioni non resta che qualche venerando fram¬mento. Le precarie condizioni delle strutture indussero i frati a "rifabbricar da' i fondamenti le mura, che non eran capaci di ristoro". Il nuovo progetto prevede "una nuova pianta mutata di tutto in tutto l'ordine e modello antico". Autore o committente della nuova fabbrica è Padre Giuseppe Spinelli da Policastro che lascia immutato il campanile "ma con cupola piramidale e tutto merlato e palaustrato alla cima per comodità di passeggiarvi". La chiesa invece subì modifiche anche nell'orientamen¬to: "...l'atrio ch'era in occidente con bocca a tramontana oggi è sacrestia e la porta maggiore di detta chiesa è aperta confaccia all'oriente dove prima era l'altare maggiore, adornata e pregevole non men che forte assai". “La lavorazione di stucco il più fino" risale a questi anni ed anche il coro "sopra la suddetta porta lavorato con tavole di castagno e bellissimi intagli". Di questi intagli oggi non è rimasto quasi nulla. Il soffitto è stato ricoperto di "scelta pittura, come altresì osservansi pitture di chiaro-scuro in ambi i lati sopra il cornicione effigiandone i misteri della dolorosa Passione di Gesù Cristo". Le sei cappelle “tutte di stucco a simmetria con loro quadri". Quanto all'altare, apprendiamo che è stato realizzato in “pietra bianca indorata". L'autore non dimentica di sottolineare "la statua di marmo finissima, assai bella di Maria Madre delle Grazie col suo Pargoletto nume in braccio "e non vi sono dubbi che il suo apprezzamento sia per la scultura gigantesca del 1554. Del baldacchino dietro l'altare il Mannarino ci rivela che viene usato “per officiar a giorno ". La cappella della Santa Spina si alza per “l’altezza di venti palmi e dieci di larghezza”. I lavori sono stati ultimati sotto il priorato dell'autore, i particolari che fornisce, rispetto allo stato attuale del manufatto, sono fonte diretta di informazioni: “ll cappellone che fu fatto lavorare di legno di tiglio dal Padre Ludorico fratello utrimque di detto Padre Giuseppe quattro anni sotto. è stato indorato sotto il mio governo da due indorntori napoletani. tntita»tente copi urta nuova e e-r<ctosa. anzi superba custodia, e dodici statuette con ]oro reliquie e cristallo in petto al medesimo cappellone; e ciascuna nella sua nicchia collocata, che poi tutto si copre copi un panno spazioso, nel cui lato destro si situa l'organo e nel sinistro un quadro grande e largo più del cappellone in cui si rappresenta tutta la storia di detta Sacra Reliquia ch'è il titolo nuovo della chiesa e del convento”.

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GASTRONOMIA

La gastronomia di Petilia Policastro e' molto legata ai sapori della tradizione contadina: eccellenti i prodotti derivanti dalla macellazione del maiale, come "soppressate", salsicce, capicolli, "panzaglie" e prosciutti. Particolarmente gustosi, poi, i piatti a base di carne di capretto e di agnello, preparati in occasione delle festivita' natalizie e pasquali. Si segnalano inoltre le conserve di melanzane, peperoni, pomodori, olive, e soprattutto, di funghi, dei quali e' ricco il sottobosco.
Ottimi, infine, i formaggi, sia caprini che pecorini, in particolare ricotte, scamorze, e butirri, e i dolci, che si preparano in occasione delle feste: le "pittefritte", i "tardilli", la "pittanchiusa", a base di uvetta e noci, e le "cuzzupe".

Le susumelle, paste piatte e ovali, sono tipiche della zona di Petilia Policastro e di Crotone. Si impastano farina, zucchero, miele, cannella, frutta candita, uva passa, cioccolato e poi si ricoprono con cioccolato oppure con glassa. La pasta cumpettata, i turdilli e le susumelle sono dolci classici del Natale calabrese.

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