LO STEMMA
Scudo azzurro fondato in punta, con in campo tre torri mattonate e merlate poste su tre collinette verdi. Ornamenti esteriori da Comune.
IL GONFALONE
Drappo azzurro riccamente ornato di ricami dorati e caricato dello stemma con l’iscrizione centrata in oro recante la denominazione del Comune. Le parti di metallo e i cordoni sono dorati. Nella freccia è rappresentato lo stemma del Comune e sul gambo inciso il nome. Cravatta e nastri ricolorati dai colori nazionali frangiati d’oro.
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Mesoraca fu fondata dagli Enotri (la popolazione autoctona, contrapposta alle genti magnogreche sulla costa, successivamente chiamata Bruzia dai romani) con la denominazione di Reazio, da cui anche il nome di uno dei due fiumi che la bagnano (l’altro è il Vergari). Del successivo toponimo Messurga (volgarizzazione del greco Mesophyakas), Gabriele Barrio (De Antiquitate et situ Calabriae, Roma, 1571) non manca di affermare, con l’enfasi propria del suo tempo, "...che significa ‘cantore’, perché gli abitanti, a causa della fertilità del territorio, vivevano cantando, cioè in letizia".In epoca bizantina è certa e forte la presenza della cultura ellenica, attraverso l’insediamento di un cenobio, vale a dire di un convento di religiosi, e di un castrum (castello), gravitante intorno a quello di Belcastro (che era peraltro sede vescovile) insieme a quello posto a Policastro; tutti e tre sono sistemati su di una linea virtuale, a difesa della valle del Tacina. La latinizzazione dell’area avvenne per opera dei Normanni, al cui seguito si posero i monaci Cistercensi. Costoro fecero di Mesoraca il centro di influenza sull’intero territorio attraverso la grandiosa Abbazia di Sant’Angelo in Frigillo e grazie all’opera svolta dai monaci cistercensi. Dai documenti storici risulta che nel 1213 Mesoraca era retta da Andrea da Pagliara, fino al 1254, data in cui il feudo mesorachese passò sotto la reggenza di Pietro Ruffo di Calabria e della sua famiglia, la quale perpetuò il suo dominio per tutto il periodo Angioino.
Intorno al XV secolo Mesoraca fu retta dagli spagnoli Centelles, i quali, tuttavia, nel 1483 dovettero cedere il dominio a Paolo Caivano da Milano e successivamente a Giovanni Andrea Caracciolo, divenuto primo marchese di Mesoraca nel 1523. Alla famiglia Caracciolo è legato uno degli episodi più noti e cruenti della storia mesorachese, allorché nel 1527 una rivolta contadina ne sterminò tutti i componenti, ad eccezione della figlia Isabella; la rivolta fu repressa da Ferrante Spinelli, il quale sposò Isabella Caracciolo e ripristinò il feudo, conservato dalla famiglia Spinelli fino al 1584, data in cui si instaura il dominio degli Altemps perpetuatosi, tra alterne vicende, fino al 1806.Il periodo di massimo splendore della vita culturale di Mesoraca si pone senz’altro a cavallo tra il XVIII ed il XIX secolo, nel corso del quale nascono Don Matteo Lamanna (1710), fondatore della Chiesa del Ritiro ed il filosofo Vincenzo de Grazia (1785).Il terremoto dell’8 marzo 1832, che devastò il territorio del Marchesato, provocando rovine e lutti in tutti i paesi, portò alla costruzione di una nuova Mesoraca, spostata più a sud e ad ovest, con la creazione di nuovi rioni a ridosso delle mura di cinta e di una frazione staccata dal paese, Filippa.
Il Novecento vede Mesoraca partecipe delle vicende del Marchesato: il lento sgretolarsi del latifondo, le due guerre mondiali e il tributo di sangue offerto alla follia collettiva (testimoniato dalla lunga lista di nomi impressi sul monumento ai caduti), la riforma agraria e l’emigrazione. L’impetuoso sviluppo edilizio degli ultimi decenni, frutto anch’esso di una follia collettiva di cui sono ancora ben evidenti i segni, ha lasciato il posto ad una nuova ondata migratoria ed alla violenza di gruppi malavitosi in lotta per il predominio territoriale.
Personaggi
SAN ZOSIMO PAPA
Il Breviario Romano del 1763 recita così: "Di san Zosimo Papa, da Reazio. città della Magna Grecia, odierna Mesoraca nella Calabria, la cui festa si celebra il 26 dicembre". S. Zosimo, dunque, nasce a Reazio, odierna Mesoraca. E’ quanto sostengono Marafiori, Barrio, Mazzella, Martire. Suo padre, di nome Abramo, fu erroneamente creduto di origine ebraica. "Vi si incontra un antico Castello - dice il Marafioti - nominato nell’antichi tempi dalla sua fondazione Reazio, ma oggi è chiamato Mesoraca, fabbricato anticamente dagli Enotri, secondo quanto dice Stefano di Bisanzio, tra due fiumi, cioè Vergari e Reazio, e dal nome di questo fiume è stato chiamato Castello Reazio. In esso furono nativi gloriosi cittadini, uno dei quali è S. Zosimo Papa, figlio di Abramo".
Nel 1760 Giannandrea Fico da Mesoraca rinvenne nel Monastero di S. Basilio in Roma, e propriamente in sacrestia, un prezioso affresco rappresentante S. Zosimo e recante la seguente scritta: "Sanctus Zosimus Papa primus Calaber, ordinis Sancti Basilii Magni". S. Zosimo, dunque, fu monaco basiliano e niente ci impedisce di supporre che abbia iniziato la sua vita religiosa nell’attuale convento del SS. Ecce Homo in Mesoraca, a quei tempi monastero di una fiorentissima comunità di basiliani. Papa Innocenzo I lo ebbe carissimo e lo nominò cardinale. Gli successe nel sommo pontificato il 18 marzo del 417. Morì l’anno dopo, il 26 dicembre 418. Il Panvivio invece sostiene che S. Zosimo fosse di nazione greco-asiatica e che Cesarea della Cappadocia fosse la sua patria, e che fosse nipote di quell’Ermogene che compose il Credo nel Concilio Niceno. Tutto questo lo ricava da una certa epistola di Basilio vescovo cesariense, scritta da Innocenzo I. Ma esiste davvero questa epistola di Basilio vescovo di Cesarea? A questo e ad altri interrogativi non potrà mai rispondere il Panvivio, poiché è molto labile ed inverosimile quanto ha scritto nella sua "Storia universale ecclesiastica" e dalla quale, dal secolo XV in poi, alcuni erroneamente hanno attinto.
Sappiamo invece che è uso costante di tutti gli storici ecclesiastici designare i papi greci orientali aggiungendo al nome la patria, ad esempio: Sisto II Ateniese, S. Igino Ateniese, Eleuterio di Nicopoli. I papi della Magna Grecia, invece, vengono designati col solo appellativo di greco, come ad esempio ci viene tramandato di "S. Zosimo I greco" e degli altri papi. Fosse vero quanto dice il Panvivio avremmo avuto il "Zosimo cesariense". S. Zosimo, dunque, è un mesorachese, come l’attestano e ce lo tramandano gli innumerevoli storici, tra cui il reverendissimo don Carmelo Lo Re, già parroco di Andali. "Mesoraca - scrive Lo Re - ha sempre mantenuto viva la credenza che S. Zosimo fosse un mesorachese. Una vecchia tradizione, che però ora sta cadendo in oblio, ricorda perfino il luogo dove sarebbe sorta la casa nella quale S. Zosimo sarebbe nato. Non esistono, è vero, di essa neanche i ruderi, all’altezza della casa della famiglia Tallarico, che conclude il vasto fabbricato del palazzo della famiglia Rossi. La via che conduce ad essa è appunto intestata a Papa S. Zosimo" (C. Lo Re, Papa S. Zosimo di Castel Reazio, 1998). S. Zosimo sedette sulla cattedra di Pietro un anno e nove mesi. Successore di Papa Innocenzo I, ereditò e sostenne pesanti controversie dogmatiche e disciplinari, prima fra tutte la difficile questione Pelagiana. Papa S. Zosimo ha il grande merito di aver preservato la fede cattolica dagli sbandamenti teologici, di aver cementato l’unità della Chiesa, là dove i vescovi e i preti l’avevano minata.
Altra pesante controversia che diede a Zosimo afflizioni e amarezze fu quella sostenuta con alcuni vescovi gallicani causata dalla diocesi di Arles. Papa S. Zosimo, durante il suo breve pontificato, emanò diversi decreti; estese a tutte le chiese parrocchiali la benedizione del cero pasquale, riservata prima soltanto alle cattedrali, alle basiliche e alle chiese maggiori; ordinò ai diaconi di portare la stola dalla spalla sinistra al lato destro; vietò agli ecclesiastici l’ingresso nelle taverne, nelle osterie e simili affinché non si esponessero al pericolo del peccato. Vietò, inoltre, agli illegittimi l’ammissione agli ordini sacri e così agli omicidi, ai malfattori e a tutti coloro che si erano macchiati di delitti. Norme queste recepite poi dal Codice di Diritto Canonico.
Nel 418 papa Zosimo s’ammala. Sopporta con pazienza e rassegnazione il male che lo travaglia nel "fiat voluntas tua". La sua preghiera è ancora più intensa e, vigilantissimo pastore, trova il tempo per scrivere a vescovi e preti, sempre attento nella causa della Chiesa contro gli eretici, pontefice di grande coraggio e zelantissimo dei diritti della sede di S. Pietro, perseverante nelle sue giustificate sentenze, confidente nella misericordia di Dio, interessato alla salvezza delle anime. Dopo un’ordinazione tenuta nel mese di dicembre, in cui consacrò otto vescovi, dieci sacerdoti e tre diaconi, passò alla gloria eterna, universalmente invocato santo per aver esercitato in grado eroico le virtù cristiane. Fu sepolto nella Basilica di S. Lorenzo al Verano, a Roma, sulla via Tiburtina. Di papa S. Zosimo si conservano ancora 13 lettere ed alcuni frammenti della lettera Tractoria. Sulla sua tomba si legge la seguente epigrafe: "Il Romano pontefice Zosimo nato nella Magna Grecia or qui giace, accanto a Lorenzo e a Stefano (S. Lorenzo e S. Stefano, diaconi martiri, sepolti nella Basilica del Verano) perché dai loro nomi all’uomo insigne offrissero l’uno l’alloro, l’altro la corona. Combattè implacabile Pelagio suscitator di marosi e di tempeste, anzi non fu soltanto mare tempestoso, ma turbine, aquilone, Sirte, scogli. Dire che traballò la nave di Pietro è ben poco. Governò la Chiesa un anno ma se guardi la sua santità dirai che governò un secolo".
DON MATTEO LAMANNA
Il suo nome di battesimo era in realtà Annunciato, che poi tramutò in Matteo. Don Matteo Lamanna nacque a Mesoraca nel 1710 e morì il 25 agosto del 1772.
Il padre voleva che diventasse un uomo di legge e lo mandò a studiare a Napoli, dove frequentò il collegio dei Gesuiti. Diventò un modello di cultura e di pietà, tanto che, incontrando a Napoli Mons. Luigi D’Alessandro, arcivescovo di Santa Severina, lo impressionò per il suo ardore apostolico. Mons. D’Alessandro ottenne di poterlo condurre in diocesi, dove gli conferì il presbiterato nel 1733. L’arcivescovo gli diede subito l’incarico di insegnare teologia in seminario, ma lo spirito del nostro era tutt’altro, tanto che rinunciò a quest’incarico per dedicarsi alle missioni. Ritornato alla casa paterna dopo l’ordinazione, destò meraviglia per la sua scelta di dedicare la propria vita al servizio di Dio. Ritiratosi presso un podere paterno nel Comune di Mesoraca, si dedicò alla preghiera e alla ricerca della volontà di Dio. Sulla missionarietà di don Matteo Lamanna ne scrive molto bene l’Oppedisano. Difatti, nella Cronistoria della diocesi di Gerace dice: "Nell’anno 1757 un apostolo delle Calabrie, il Padre Matteo Lamanna da Mesuraca, dotto gesuita, che aveva evangelizzato con le sue missioni molti paesi delle Calabrie, fu chiamato dal Vescovo Scoppa per tenere corsi di missioni nei più importanti paesi della diocesi."
Padre Matteo, con la predicazione, con la preghiera e con il suo profondo amore verso gli uomini, riuscì ad ottenere i risultati che si prefiggeva.
Nella città natale, nella quale si era ritirato, ottenne dallo zio materno una piccola casa e un pezzo di terra sul quale costruì una cappella gettandovi le fondamenta del Ritiro dei Missionari, sotto il titolo dell’Addolorata, per la predicazione al popolo e l’educazione della gioventù.
La nuova fondazione, oggi Chiesa del Ritiro, ottenne i richiesti permessi dall’autorità civile ed ecclesiastica nel 1739.
Le prime due reclute furono due eremiti: Fra’ Giovanni e Fra’ Giuseppe, incontrati per caso. Poi incominciarono ad affluire gli ecclesiastici, per cui il Lamanna si vide costretto ad ingrandire le fabbriche ed a costruire una chiesa di vaste dimensioni che fu inaugurata il 28 luglio del 1742.
Da quest’ampliarsi della comunità fondò nel 1738 i Missionari di Mesoraca posti sotto il titolo della Madonna dei Dolori, allo scopo di predicare le missioni al popolo, gli esercizi spirituali al clero, e di provvedere alla istruzione e formazione cristiana della gioventù.
L’istituzione riuscì a salvarsi dalla soppressione napoleonica, ma nel 1815 da Ferdinando IV fu dichiarata Real collegio dei Pii Operai, fondati da Carlo Carafa. Il Governo italiano la soppresse con Decreto del 17 febbraio 1861. Essa riuscì a far valere le sue ragioni di Istituto secolare non soggetto a soppressione e perciò fu reintegrato con sentenza del tribunale di Napoli del 15 marzo1864.
Le vicende politiche del tempo ne avevano però ridotto sensibilmente la funzionalità, tanto più che i beni confiscati furono restituiti solo in parte, cioè la sola Chiesa e i locali adiacenti, mentre il resto era passato al Seminario. Le finalità del Ritiro erano ormai tramontate. Nel 1900 la Curia arcivescovile nominava Rettore della Chiesa Padre Matteo Gerardo Le Rose, prete del luogo, il quale scrivendone la storia nel 1924 si dichiarava: "Ultimo Padre Superstite".
Il Padre Matteo Gerardo Le Rose in questa sua storia traccia in maniera agiografica la figura del P. Matteo Lamanna definendone le qualità e la predisposizione per un’opera così grande fin da quand’era ancora "pargoletto".
Ma la sua svolta spirituale e morale avvenne presso i Padri Gesuiti a Napoli, che gli fece tramutare la sua scelta per il futuro, da dottore in legge a dottore per le anime.
La tradizione tramanda il suo stile di vita esemplare, tutto proteso verso l’Eterno.
Un uomo eccezionale che lascia il segno della sua presenza in un determinato spazio storico perché ognuno possa trarre beneficio del suo insegnamento per realizzarlo nel contesto proprio del suo vivere, in ogni tempo ed in ogni luogo.
VINCENZO DE GRAZIA
Uno degli uomini più ricordati a Mesoraca è Vincenzo De Grazia, uomo di lettere e studioso di filosofia.
Egli nacque il 19 febbraio del 1785 da Marco e Laura Brondolillo. Della sua infanzia sappiamo che un religioso suo zio, dell’ordine dei Teatini, ebbe particolare cura della sua educazione e, portatolo con sè a Napoli all’età di cinque anni, gli fece compiere i primi studi nel collegio di San Carlo alle Mortelle.
Tra le carte di famiglia è stata rinvenuta una lettera del rettore di quel collegio, un certo Teofilo Misa, datata 15 agosto 1795, con cui si informava il padre della buona riuscita dei pubblici saggi dati da suo figlio. Finiti i primi studi, si diede a coltivare la matematica e divenne ingegnere.
Il Napoletano era conquistato allora dalle armi francesi. Nel 1811, mentre De Grazia si trovava arruolato da sottotenente nel Genio, con decreto reale del 29 agosto di quell’anno, venne nominato ingegnere aspirante di ponti e strade. L’anno appresso, con decreto del 22 aprile 1812, fu promosso ad ingegnere ordinario di seconda classe.
In questo periodo il De Grazia viveva in maniera appartata, per cui raramente usciva di casa, immerso com’era negli studi. Questo modo di vita ed il fatto di non avere mai insegnato fecero sì che poco si dilatasse la sua fama e che morisse sconosciuto.
Nel 1842 venne nominato socio onorario dell’accademia Valentini di Napoli e nell’ottobre dello stesso anno socio corrispondente della regia Accademia dei Peloritani. Questi gli scarsi onori ad un uomo meritevole di tutt’altra fama. Il De Grazia passava il più del suo tempo a Napoli, dove un altro filosofo calabrese, Pasquale Galluppi, teneva la cattedra di filosofia all’Università ed attirava a sè la gioventù, sia per l’insegnamento vivo che per la popolarità della sua filosofia. Al De Grazia, invece, mancava l’una cosa e l’altra, sicchè non gli riuscì di avere seguaci. Dopo la morte del Galluppi, la cattedra di filosofia, tanto desiderata da De Grazia, venne affidata ad altro professore. Nel 1848 venne eletto deputato della provincia di Catanzaro, con 5103 voti, terzo tra i nove deputati della circoscrizione. Ma non fece nemmeno a tempo di provarsi nella vita politica, perché il 15 maggio, sette giorni dopo la sua nomina, tornò agli studi impaurito dalla situazione politica e sociale di quel periodo a Napoli. Morì a Napoli il 20 novembre del 1856 ed il suo corpo fu seppellito in una cappella della congregazione della Confraternita di S. Ferdinando. Tra i suoi scritti ricordiamo: Prospetto di filosofia ortodossa, Filosofia del pensiero, Elementi di filosofia, Saggio su la realtà della scienza umana, Discorsi sulla logica di Hegel e sulla filosofia speculativa.
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LE FESTE RELIGIOSE
San Nicola (patrono) - 6 dicembre
Per la festa organizzata in onore del patrono di Mesoraca sono previsti soltanto i tradizionali riti religiosi.
SS. Ecce Homo - II domenica di agosto (ogni sette anni)
Questa festa religiosa si svolge ogni sette anni. Oltre alla celebrazione di una messa solenne e alla processione molto partecipata, con cui si accompagna la statua del SS. Ecce Homo per le vie principali del paese, sono previsti vari intrattenimenti popolari. Nelle piazze, colorate dalle luminarie e dalla presenza di numerose bancarelle e stand gastronomici, si svolgono, infatti, spettacoli teatrali e musicali. In serata non mancano i tradizionali fuochi d'artificio.
( Ecce Homo )
SS. Assunta - II domenica di agosto
I festeggiamenti in onore della SS. Assunta pre¬vedono in mattinata la messa e la processione. Nel pomeriggio, invece, si svolgono i giochi popolari. Le piazze e le strade del paese, illumi¬nate per l'occasione, si riempiono di bancarelle. In serata, prima dello spettacolo dei fuochi d'ar¬
Mesoraca - 2931
tificio, si svolge un concerto di musica leggera.
Le processioni
Via Crucis - Venerdì Santo
Corpus Domini
LE MANIFESTAZIONI Rievocazioni storiche - 12 dicembre Ogni anno a Mesoraca viene organizzata una particolare manifestazione atta a recuperare caratteristiche, usanze e modi di vita del passa¬to. Gli studenti delle scuole medie, aiutati dai propri insegnanti, svolgono ricerche storiche e poi allestiscono uno spettacolo che scrivono, dirigono e recitano.
Le sagre
Sagra della castagna - ottobre
In una domenica di inizio ottobre i mesorachesi organizzano la sagra della castagna. Oltre alla degustazione di cibarie (dolci e salate) a base di castagne, vengono esposti stand di prodotti tipici locali. Sono previsti intrattenimenti folclo¬ristici.
Rito dell’uccisione del maiale
Si svolge nel mese di gennaio. A Mesoraca sono ancora molte le famiglie che macellano la carne del maiale. Il rito è un’occasione di festa per tutta la comunità che si organizza in gruppi di parenti ed amici per uccidere il maiale, pulirlo e preparare tutti i prodotti che vengono consumati durante il resto dell’anno.
Presepe vivente
Si svolge nel mese di dicembre. Nei primi giorni del mese il centro storico di Mesoraca si trasforma in un immenso presepe, dove i più giovani ricostruiscono scene di vita della città santa all’epoca della nascita di Gesù Cristo.
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I proverbi
U scarparu ticchi e ticchi sempre fatiga ma unn’è mai riccu
Il calzolaio lavora sempre ma non è ricco
Fidate du riccu diventatu poveru, ma nò du poveru diventatu riccu.
Fidati del ricco diventato povero, ma non del povero diventato ricco.
LA CHIESA DELL’ANNUNZIATA
La chiesa matrice dell’Annunziata, retta da molti anni da don Francesco Cavarretta, sorge nella parte alta del centro storico, nel rione omonimo vicino all’antico Castello. La Chiesa, intitolata ai santi Pietro e Paolo Apostoli, nella forma attuale, risale molto probabilmente agli inizi del XVIII secolo, quando vennero aggiunte le due navate laterali. Con la soppressione della parrocchia di San Nicola, l'Annunziata diventò chiesa matrice e nel 1797 con bolla dell'arcivescovo di Santa Severina Pierfedele Grisolia di Mormanno, venne eretta nella chiesa una comuneria di dodici cappellani elevata a 16 nel 1830 con bolla del nuovo vescovo Mons. Fra Ludovico Del Gallo. La chiesa venne gravemente danneggiata dal terremoto dell'8 marzo 1832. Per ricostruire la volta della navata centrale furono necessarie 12.000 canne comprate a Belcastro, 300 tomoli di gesso, 50 tomoli di marmo ed altro materiale per un totale di 130 ducati. I lavori vennero fatti eseguire dal parroco don Nicola Grisolia. Agli inizi del Novecento, dopo il terremoto del 1905, l'arciprete don Domenico Valente eliminò le cappelle di fondo delle navate laterali creandovi a sinistra la sagrestia e a destra una sala per i giovani. Abolì anche la cappella della Madonna delle Salette che la signora Olimpia Pollizzi aveva fatto costruire nella navata centrale dopo l'apparizione della Beata Vergine Maria ai pastorelli Melanie Calvat e Maximin Giraud avvenuta a La Salette il 19 settembre 1846. Lo stesso Valente nel 1916 venne autorizzato dal padre Provinciale Cappuccino fra Giovanni da Cropani al trasferimento nell'Annunziata di tutti gli arredi sacri e le opere di grande valore artistico del soppresso convento dei Cappuccini.
La facciata in stile romanico, che come quella della Purificazione riprende la ripartizione in tre navate dell'interno, è abbellita da tre portali in pietra arenaria a tutto sesto e due rosoni. Il portale centrale è sormontato da una nicchia nella quale è posta una Madonna con Bambino che gli esperti attribuiscono ad Antonello Gagini. Quattro paraste doriche sottolineano lo slancio verticale della zona centrale. L'interno, a pianta basilicale, è a tre navate suddivise da sei grossi pilastri. Nella volta della navata centrale decorata con rifiniture floreali e con fasce che partono dalle lesene composite, troviamo tre affreschi che rappresentano San Giuseppe, l'Annunciazione e i Santi Pietro e Paolo. I primi due furono commissionati da don Giuseppe Bova (1858) e da Isabella Londino (1838). Le navate laterali della chiesa sono arredate con pregevoli opere d'arte lignee provenienti, come abbiamo detto, dal convento dei Cappuccini, tra cui due altari intagliati con colonne tortili e una cornice con decorazione di foglie di acanto. Tra le sculture vanno menzionate ancora una statua di Sant'Antonio, due statue dell'Addolorata, Gesù Risorto e un bellissimo Crocifisso proveniente, anche questo, dal convento dei Cappuccini. Un quadro raffigurante la Madonna degli Angeli, che veniva accolto in uno dei due altari lignei, venne trafugato da ignoti negli anni 60. La zona absidale è di forma rettangolare e presenta, oltre al Crocifisso di cui abbiamo già parlato, un affresco raffigurante l'Annunciazione. La parete destra dell'abside è occupata da un grande affresco raffigurante l'Ultima Cena, mentre su quella sinistra troviamo un dipinto delle stesse dimensioni del precedente che rappresenta la Pentecoste. Sotto quest'ultimo affresco una piccola porta conduce nella sacrestia dove si può ammirare la statua della Madonna delle Salette. Tutte le opere della volta e della zona absidale sono state restaurate nel 1996 dai pittori locali Pietro Longo e Domenico Pasquale.
IL CONVENTO DEI CAPPUCCINI
Dove oggi è ubicato il cimitero comunale (sulla destra del fiume Reazio, in un piccolo colle lungo la ss 109) sorgeva un tempo il Convento dei Cappuccini, i cui frati si dedicavano con solerzia all’assistenza degli infermi e dei malati. Il Convento venne costruito nella seconda metà del 1500 ad opera del Duca di Mesoraca Giovambattista Spinelli e di sua moglie Caterina Pignanelli e fu abitato dai frati Cappuccini a partire dal 25 giugno 1574. La struttura del convento ospitava una chiesa, una sacrestia, un chiostro ed un giardino; vi si accedeva tramite un portone, che annunciava un androne. La chiesa era ad una sola navata con alcune cappelle laterali; nel chiostro si aprivano tre stanze terrane, il refettorio, una porta che dava nel giardino ed una scala che conduceva alle celle dei frati. Dopo alterne vicende, il convento venne soppresso definitivamente nel 1863 e consegnato al Comune di Mesoraca, che utilizzò lo spazio del giardino per costruirvi il cimitero.
ECCE HOMO
Nella parte sud-ovest del territorio, alle pendici del monte Giove, sorge il Convento del SS. Ecce Homo, monastero francescano posto su un poggio verdeggiante e circondato da un giardino, dono degli Altemps al tempo del loro dominio. La data precisa di costruzione del monastero è sconosciuta, anche se è certo che essa avvenne nel decennio compreso tra il 1419 ed il 1429, sui resti di un fabbricato edificato dai Basiliani, famosa dimora dove, secondo la tradizione, pare abbia soggiornato il papa S. Zosimo, eletto pontefice il 18 marzo 417. Il Convento, sito a 550 m. d.l.m., si raggiunge salendo dal bivio della ss 109, da dove parte una strada costruita agli inizi del secolo e successivamente sottoposta ad altri interventi dalle Amministrazioni Comunali. A nord-est del monastero prosegue una strada interpoderale, che porta nei castagneti di monte Giove; all’imbocco della strada rurale, è situato un campetto di calcio, sormontato da due campi di tennis praticamente inutilizzati. Il Convento fu costruito per volere del beato Tommaso da Firenze, che nel 1419 ottenne l’autorizzazione dal vescovo di S. Severina e successivamente nel 1429, con una bolla Pontificia, ottenne la cessione del cenobio. I francescani si stabilirono nel monastero subito dopo la sua costruzione e con l’aiuto della popolazione mesorachese riuscirono nel XVIII secolo ad erigere la cappella del SS. Ecce Homo e ad arricchire il cenobio con affreschi del Santanna, Leto e Capocchiani. Il nome del monastero è dovuto alla presenza della Sacra Effigie del SS.
Statua in legno costruita da Frate Umile di Pietralia nel 1630. La malinconica sacralità della statua divenne ben presto una delle icone più adorate e invocate dalla popolazione mesorachese, che praticò il rito della invocazione a tutela di tutto ciò che riguardava la vita e gli eventi del tempo. La statua è situata nella cappella omonima, a sinistra dell’altare maggiore; essa raffigura il Cristo fustigato, incoronato di spine e legato che Pilato presenta ai Giudei, chiedendone la clemenza per acclamazione: “Ecce Homo”, dice Ponzio Pilato: “Ecco l’uomo”. La straordinaria espressività della Sacra Effigie deve molto alla perfetta armonia che ha guidato la mano del suo creatore, visibile dalla lucentezza degli occhi e dai particolari curatissimi del busto e del viso. La leggenda vuole che la statua sia stata ricavata da un tronco di ulivo abbattuto da un tuono, e non è rara la convinzione popolare, secondo la quale gli occhi della statua non siano opera dell’uomo, bensì miracolo divino, pronto a soccorrere lo scultore ed a superarne le difficoltà. Il monastero ha subito nel tempo diverse modifiche, dovute sia alla necessità di restaurare i danni provocati dai terremoti e dall’incuria, sia alla vanità di ampliare il più possibile la maestosità della struttura. Sempre dal libro del Prof. Spinelli ricaviamo la dettagliata descrizione del monastero: “L’ingresso del Convento è preceduto da un ampio piazzale costruito nel 1986. La facciata del tempio in marmo bianco travertino è ornata di quattro lesene a gettanti con capitelli in stile ionico e sovrastate da un frontone triangolare sotto cui si apre un ampio finestrone che dà luce alla navata. Una piccola scalinata precede un ampio portale in tufo, ornato da modanature e da fastigio. Da un altro portale sulla destra si accede nella Cappella di S. Francesco, costruita da maestranze locali verso la fine degli anni sessanta. Il convento si trova a sinistra con la facciata animata da un portale molto antico, anch’esso in tufo con arco e stipiti decorati da una rifinitura floreale. Una torre sorretta da un contrafforte ed un campanile con la cella terminante a cuspide danno all’edificio l’aspetto di una fortificazione medievale.
L’interno della chiesa è ad una navata con copertura a volta e cinque cappelle laterali in ognuna delle quali è annicchiato un altare. Le cinque tele (dipinte da Cristoforo Santanna nel 1756) che adornano la navata, collocate sugli altari laterali privi di mensa, rappresentano scene tratte dal Vangelo e dalla Vita dei Santi: la Madonna Assunta in Cielo, San Francesco, S. Antonio da Padova, Santa Chiara insieme alla sorella S. Agnese e S. Pasquale. Le opere sono racchiuse in pregevoli stucchi terminanti in alto in un motivo decorativo (tema conduttore del tempio) ripetuto insistentemente nei sottarchi, nelle volte delle nicchie e nelle cornici delle tele absidali. Le cinque opere della volta sono affreschi realizzati tra il 1754 ed il 1755 da Domenico Leto. Ancora sulla volta si trova un dipinto restaurato recentemente dall’artista Armando Cistaro da Filippa, che rappresenta i Santi Sette Martiri Calabresi disposti in cerchio mentre guardano estatici la divinità che appare possente tra le nubi. Tutto il perimetro della navata sotto il cornicione è percorso da una fascia con decorazioni in oro, recante la scritta hoc in templo summe deus exoratus adveni et clementi bonitate precum vota suscipe largam benedictionem hic infunde iugiter (o Dio implorato in questo tempio, vieni e accetta con clemente bontà i voti e le preghiere, qui sempre concedi un’ampia benedizione). Un’altra scritta campeggia nella zona del coro (beata dei genitrix maria coeli cardines recludis (o Beata Maria Madre di Dio, apri le porte del cielo). La zona absidale è scandita da un maestoso arco di trionfo che reca in chiave lo stemma francescano delle due braccia incrociate davanti una croce rossa. Lungo le pareti di destra e sinistra, sono sistemati due confessionali in noce, mentre altri due sono stati trasferiti nella Cappella di S. Francesco. Tra la prima e la seconda cappella, una lapide ricorda che lì si trovano le reliquie del beato Matteo da Mesoraca, morto nel 1525 a Taverna.
Sempre sulla parete di sinistra spicca un bellissimo pergamo scolpito nel Settecento e recante l’effigie del SS. Ecce Homo, L’altare maggiore è sormontato da un fastigio nel centro del quale, in una nicchia, è collocata una Madonna con il bambino in braccio, opera del 1504 dello scultore messinese Antonello Gagini. Sui fianchi dell’altare sue porte lignee, sormontate da due angeli portaceneri in marmo bianco, portano nella zona absidale del coro, eseguito tra il 1763 ed il 1767 dai frati Gennaro da Bonifati e Giuseppe Grimaldi. Gli stalli del coro si snodano su due piani: la fila superiore è divisa in 24 scomparti, quella inferiore in 16. Al centro si nota un leggio coevo. Sulla parte superiore delle pareti campeggiano sette tele che hanno come argomento i misteri della vita della Madonna dell’ Immacolata Concezione, la Nascita, la Presentazione di Maria al tempio, l’Annunciazione, la visita a S. Elisabetta, la Presentazione di Gesù Bambino al tempio, l’Assunzione in cielo. Le opere sono attribuite all’artista Capocchiani. Nel refettorio si trovano due opere del 1649 di Giovanni De Simone, raffiguranti S. Francesco d’Assisi e S. Pietro d’Alcantara. In un locale attiguo alla sacrestia è conservato un bellissimo armadio-inginocchiatoio, forse l’opera lignea più antica del monastero. La cappella del SS. Ecce Homo si apre sulla destra della navata, nella zona prossima al presbitero; di forma ottagonale, fu costruita nella seconda metà del XVIII secolo e decorata da Salvatore Giordano e dai fratelli Ranieri di Soriano Calabro.
I lati delle pareti sono evidenziati da lesene con capitelli in stile corinzio, sui quali poggia il cornicione da cui partono i muri della cupola; negli ultimi anni le paraste sono state ricoperte di marmo bianco e nero con un disegno che ricorda la Sindone di Torino. Il centro della cupola è dominato dall’effigie dello Spirito Santo sotto forma di colomba ad ali tese, da cui partono dei fasci dorati che si irradiano fino alla trabeazione. Le pareti della cappella, in finto marmo, sono affrescate con scene tratte dall’ultimo periodo della vita di Gesù, eseguite nel 1865 da Pasquale Griffo. L’elemento dominante della cappella è l’altare, costruito nel 1934 sullo sfondo di un arco di trionfo a tutto sesto, con il paliotto ed i gradini lavorati a fogliame e fiori su fondo nero. Quattro colonne circolari con capitelli in stile composito sostengono il fastigio arricchito da due angeli con un cartello recante la scritta “Ecce Homo”. Al centro dell’altare è situata la nicchia che contiene il busto ligneo del redentore, presentato da una scritta in oro che campeggia sulle pareti: corona spinea ac purpurea ecce homo populo increpanti pilatus ostendit (Pilato mostra al popolo tumultuante l’Ecce Homo con una corona di spine ed una veste di porpora). Da ormai tre secoli pellegrini di tutto il circondario vengono nel monastero in ogni momento dell’anno per venerare questa statua generosa di guarigioni e di miracoli. Dalla fine del XVII secolo ogni sette anni la statua del SS. Ecce Homo viene deposta dalla nicchia e portata in processione a Mesoraca, un evento che si traduce in festa popolare per tutti i mesorachesi. L’origine di quella che è divenuta la “Festa del SS. Ecce Homo” veniva fatta risalire al periodo successivo al terremoto dell’8 marzo 1832.
Il prof. Francesco Spinelli ha, invece, dimostrato, grazie ad una accurata ricerca, che l’origine dell’evento va ricercata all’indomani del terribile terremoto del 21 marzo 1744, una catastrofe che ancora oggi viene ricordata mediante una visita al Convento ogni 21 marzo dell’anno. Dai documenti ritrovati dal Prof. Spinelli si evince che il 5 aprile del 1744 i frati del Convento, i parroci Don Antonio Lamanna e don Domenico Brizzi, insieme ai Sindaci Antonino Tolella e Giacinto Foresta, e del funzionario Matteo De Martinis si costituirono dal notaio Alessandro La Rosa per stabilire una giornata di digiuno ed una processione penitenziale al Convento ogni 21 marzo, allo scopo di ringraziare la statua miracolosa che aveva preservato la popolazione dalla fortissima scossa tellurica. Nello stesso periodo, con atto notarile era stato stabilito di portare la Sacra Effigie a Mesoraca, evento che si realizzò la mattina del 29 marzo con una processione che portò la statua in paese per 5 giorni. Da allora, ogni sette anni, con alcune varianti decennali, la statua viene deposta dalla nicchia e portata in processione attraverso le strade principali del paese, con un percorso a tappe che tocca tutte le chiese di Mesoraca. L’evento comporta per Mesoraca la massiccia affluenza di visitatori dei paesi vicini e la partecipazione di moltissimi emigrati, alcuni dei quali attendono proprio la Festa per rientrare in massa a Mesoraca e fermarsi fino alla metà di agosto.
CHIESA DELLA CANDELORA (SS PURIFICAZIONE)
La chiesa parrocchiale della Candelora, intitolata ai Santi Nicola e Giovanni Battista, si apre su una piccola piazzetta nei pressi del fiume Vergari, tra i palazzi Cappa e Marescalco. Fino alla fine del Settecento si trovava sotto il titolo di Santa Maria della Purificazione ed era una cappella della adiacente chiesa matrice di San Niccolò. Agli inizi del Settecento venne fondato nella chiesa il Pio Monte dei Morti, che possedeva un castagneto in località Umbri e metà della "gabella" (denominata Trogliani), affittata per trenta ducati l'anno. Dopo il sisma del 1783, i sacerdoti abbandonarono la già diruta chiesa matrice di San Niccolò, e così la Purificazione , incorporando anche la parrocchia di San Giovanni Battista (il cui ultimo parroco era stato don Domenico Brizzi), venne intitolata ai santi Niccolò e Giovanni Battista. La facciata, molto sobria, riprende la ripartizione dell'interno in tre navate e presenta tre artistici portali in pietra sormontati da altrettante piccole finestre. La parte centrale più alta è divisa in due ordini. A separare l'ordine inferiore da quello superiore è un cornicione su cui sono collocati due vasi uniti da un festone di fiori. Sulla sinistra si erge l'antico campanile con il caratteristico tetto a cuspide. L'interno è a tre navate con archi a tutto sesto. La volta della navata centrale, che prende luce da sei ampie finestre, è affrescata con dipinti che rappresentano San Giovanni Battista e la Madonna con la Trinità. Sulla parete di fondo dell'abside e delle due navate laterali si trovano le tele della Purificazione di Maria Vergine, di San Giovanni Battista e di San Francesco di Paola, quest'ultima attribuita a Mattia Preti. Nella navata sinistra si possono ammirare due statue lignee di pregevole fattura: San Nicola, opera dello scultore padovano Alberto Cappabianca, e Santa Lucia scolpita dall'artista veneziano Giovan Maria Bordin nel 1887. Nella navata destra, in una nicchia sopra un altare, è posta la statua di San Francesco di Paola. Nel 1997, durante alcuni lavori di restauro promossi dal parroco Don Gianni Cotroneo, alcuni archi e pilastri della chiesa sono stati liberati dagli intonaci e dagli stucchi barocchi eseguiti negli anni cinquanta, ed è così ricomparsa l'antica struttura architettonica del Seicento
IL CONVENTO DI S. DOMENICO
Una delle più antiche chiese di Mesoraca, di cui non rimangono che pochi resti, è il Convento di S. Domenico, eretto dai Padri Predicatori di S. Domenico nella parte bassa del paese, quasi alla confluenza tra i due fiumi. La data di costruzione resta sconosciuta; le prime notizie certe del Convento sono dovute ad una Bolla pontificia risalente alla seconda metà del XVII secolo, che ne sancì la soppressione per carenza di entrate. Grazie all’aiuto della popolazione e con il contributo economico del sindaco Andrea Miglioli, il Convento venne ripristinato nel 1681, con l’impegno esplicito dei frati di aprire all’interno una scuola di logica, filosofia e teologia per i giovani mesorachesi. L’episodio, decisivo per la sopravvivenza della comunità dei frati dominicani, determinò la negazione per gli stessi frati dei princìpi fondamentali del loro ordine: povertà e rinuncia di qualsiasi titolo di proprietà; tuttavia, la donazione dell’Università di Mesoraca ed altri lasciti di notabili del paese, permisero al Convento di vivere circa un secolo di grande prosperità materiale e culturale. Il declino del monastero ebbe inizio dai danni recati alla struttura dal terremoto del 1783, in seguito al quale la Cassa Sacra ne sancì la soppressione, dopo aver verificato lo stato di degrado cui versavano i locali interni ed esterni dell’edificio. In seguito, il convento venne abitato da alcuni frati, fra cui Giuseppe Maria Moneaca, che si fregiava del titolo di Lettore Pubblico.
LA PARROCCHIA DI S. MICHELE ARCANGELO
Comprende tutti gli abitanti di Filippa, la frazione di Mesoraca posta più a nord ovest del paese e costruita in seguito al terremoto del 1832. Poco distante dalla Piazza Matteotti, salendo lungo via Ecce Homo, sorge la Chiesa omonima, voluta con tenace determinazione dall’attuale parroco Padre Reginaldo Tonin, sacerdote veneto che da 42 anni dedica la sua vita ai parrocchiani di Filippa. La chiesa, in stile moderno, ha subito nel tempo una serie continua di interventi, portati avanti da Padre Tonin con il decisivo contributo della popolazione di Filippa. Inaugurata nel 1958, la Chiesa (dedicata all’Arcangelo Gabriele, raffigurato in una statua a destra dell’altare maggiore) è dotata di tre altari in marmo, provenienti da Chiampo (Vi), il paese natio del parroco; alle pareti sono raffigurate le 13 tappe della Via Crucis, in quadretti lignei di pregevole fattura. Dietro l’altare maggiore, fa bella mostra un mosaico luminoso, raffigurante Gesù in croce consolato dalla Madonna e da S. Giovanni. La Chiesa è adornata anche da 7 statue, scolpite a mano su legno pregiato, uscite dallo Studio Laboratorio dello scultore Giuseppe Stuflesser di Ortisei (Bz): S. Michele Arcangelo, raffigurato mentre domina con la lancia l’emissario di Satana, schiacciato sotto i piedi; S. Giuseppe, Santa Lucia, Gesù fanciullo, il Crocifisso, Madonna di Fatima e Gesù Bambino. Si tratta di opere pervenute tra il 1962 ed il 1984. Annessa alla Chiesa vi è la nuova sagrestia, costruita nel 1977 e ricavata dai locali adiacenti all’edificio, che hanno permesso al parroco di allestire anche una Sala teatro, un salone incontri ed una Sala dedicata alla convegnistica, dove sono esposti alcuni interessanti reperti archeologici, raccolti da Padre Tonin nel territorio circostante. La Chiesa è annunciata da un piazzale pavimentato nel 1988, dal quale si erge maestoso il campanile, benedetto ed inaugurato il 7 settembre 1997. Progettato dall’Ing. Ferruccio Zecchin e realizzato dalla Ditta Fuoco Antonio nel 1993, il Campanile raggiunge un’altezza di 20m, al culmine della quale sono poste le splendide campane, uscite dalla fonderia Allanconi di Cremona con il peso complessivo di 25 quintali. Le sei campane formano un concerto in Fa maggiore, così composto: “Cuore Immacolato di Maria” FA, “S. Michele Arcangelo” SOL, “S. Raffaele emigrante” LA, “S. Martino” Sib, “S. Francesco” DO, “S. Giuseppe” RE.
S. ANGELO IN FRIGILLO
Una delle opere più antiche e, purtroppo, ormai irrimediabilmente perse, di Mesoraca è l’antico convento di S. Angelo in Frigillo, sorto nel X secolo e divenuto nel 1202 un’abbazia madre dei Cistercensi. Dell’antica struttura oggi rimangono solo pochi resti, fra cui due pezzi di arco ogivale che testimoniano lo stile gotico che un tempo caratterizzava il cenobio, oltre ad un basamento di colonna custodito nella sala della Parrocchia S. Michele Arcangelo di Filippa. L’abbazia dei Cistercensi sorgeva nella zona denominata S. Angelo, sita nella parte occidentale di Mesoraca, su un vasto altopiano a 780 m dal livello del mare. La sua posizione ne fa quasi “...un terrazzo naturale a strapiombo sul Vergari...”, e può essere raggiunto dopo avere attraversato il rione Tirone, le ultime case di Pietrapiana e i colli Matuntia e Petrara. Dalle pagine del libro del Prof. Francesco Spinelli (Le origini di Filippa, una frazione di Mesoraca, 1997, Onus Libraria Editrice), ricaviamo le notizie utili per una cronistoria di questa antica abbazia: “...I Cistercensi giunsero in Calabria chiamati dai re Normanni, con il compito di latinizzare le popolazioni del luogo, legate ancora al rito greco ed alla cultura religiosa dei bizantini. Verso la fine del XII secolo, l’abate Luca Pontano di Luzzi, dovendo amministrare alcuni possedimenti nei territori di S. Severina e Catanzaro, decise di elevare il convento di S. Angelo ad abbazia madre; nel giugno del 1202 l’abate stipulò un contratto con l’arcivescovo Bartolomeo di S. Severina, in seguito al quale la nuova abbazia poté ospitare i Cistercensi di S. Stefano sul Vergari, S. Maria de Arcelao e S. Nicola di Pineto. L’assoluta indipendenza dell’abbazia dall’ordinario diocesano permise alla comunità cistercense di instaurare un periodo di grande splendore, durante il quale il monastero divenne non solo un importante centro religioso, ma anche un punto di riferimento essenziale per l’economia e la politica locale. Infatti, nel corso del XIII secolo, i cistercensi bonificarono le terre, rianimarono l’agricoltura ed il commercio, crearono mulini e frantoi ad energia idraulica, insegnarono ai mesorachesi la coltura del baco da seta e diedero un grande impulso alla cultura del luogo, mediante la creazione di un centro scrittoio. Tuttavia, l’eccessiva ricchezza e la corruzione degli abati portarono l’abbazia ad un rapido declino, soprattutto in seguito al terribile terremoto del 1349, che allontanò i cistercensi dall’abbazia fino al 1411. L’abbazia fu soppressa da Innocenzo X nel 1652, per essere riaperta solo nel 1658 da Alessandro VII come grangia di S. Maria della Matina. In seguito, dopo essere stata concessa in enfiteusi ai padri cistercensi di S. Giovanni in Fiore, l’abbazia divenne nel 1795 una chiesa rurale.” Il terremoto del 1832, le avversità climatiche, nonché l’indifferenza degli abitanti del luogo, mista alle opere di saccheggio, hanno con il tempo distrutto la struttura originaria, di cui restano solo i pochi resti enunciati all’inizio di questo paragrafo.
LA CHIESA DEL RITIRO
Ubicata nella parte bassa del paese nel cuore del rione Campo, è senza dubbio l’esempio più valido ed attualmente unico dello stile tardobarocco in Calabria. Dichiarato oggi monumento di interesse nazionale, il Ritiro (come viene comunemente denominata la chiesa) è stato edificato grazie all’opera ed alla tenacia di Padre Matteo Lamanna, religioso mesorachese, che con l’aiuto dei suoi fedeli riuscì ad iniziare i lavori della chiesa nel 1761 per poi terminarli nel 1772. Tuttavia, la vicenda di questa splendida testimonianza artistica ebbe inizio già nel 1739, quando il prete mesorachese ottenne i permessi dalle Autorità Ecclesiastiche e dal Re Carlo di edificare una cappella per il culto cattolico a Mesoraca, evento che si realizzò nel 1742, allorché venne aperta ai fedeli una chiesa attigua a quella di S. Pietro Apostolo, con la denominazione di SS. Vergine dei Sette Dolori. La speranza di costruire a Mesoraca una cattedrale, dove sacerdoti potevano dedicarsi alla preghiera ed all’evangelizzazione di un cospicuo numero di cittadini, pervase tutta la vita di Don Matteo Lamanna, che nel 1752 ottenne con Real Beneplacido di ampliare l’angusta cappella, di cui oggi rimane solo il portale, poiché i locali furono demoliti per essere destinati ad edilizia scolastica. La costruzione della Chiesa del Ritiro terminò nel 1771, ma venne aperta al pubblico il 2 agosto dell’anno seguente, perché si aspettò l’arrivo da Napoli della statua della Madonna che l’artista Pasquale Bruselle aveva scolpito su ordine di Don Matteo Lamanna.
La Chiesa del Ritiro, opera di A. Scoto da S. Severina, oggi ricomprende sia la struttura barocca intitolata alla Madonna Assunta in Cielo che il convento fondato da Padre Matteo Lamanna. Sin dalla sua fondazione essa è stata culla spirituale per i sacerdoti e culla di cultura per l’istruzione anche della popolazione. Nel 1815 venne, infatti, inaugurato un collegio di Seconda Classe, dove venivano insegnate la scienza ed il rito cattolico ai ragazzi ed alle ragazze del territorio; inoltre, i sacerdoti del Ritiro si prodigavano nell’opera di evangelizzazione, predicando in tutti i paesi della Calabria. La Scuola, denominata “Dei padri Pii Operai” era divisa in due classi: Inferiore e Superiore. In entrambe veniva insegnata la storia romana, la matematica, la filosofia e letteratura latina, con diversi programmi a seconda della classe. Oltre che culla spirituale e culturale, il Ritiro era anche luogo di penitenza, dove i condannati per reati politici scontavano le pene praticando attività spirituali. L'edificio si trova al di sotto del piano stradale di circa tre metri e vi si accede attraverso due gradinate, una delle quali fiancheggia l'edificio della Pia Casa. La facciata, in blocchi squadrati di pietra arenaria proveniente da una cava situata sulla sinistra del torrente Reazio, riprende lo schema tipico di molte chiese italiane di fine Cinquecento con la divisione in due ordini sovrapposti. Nell'ordine inferiore si apre il portale con arco abbassato, in quello superiore una grande finestra ottagonale.
La parte inferiore termina con un cornicione aggettante da cui ripartono quattro lesene di stile ionico, che vanno a sorreggere un fastigio con al centro un'edicoletta contenente la statua della Madonna Assunta. Completano il fastigio le statue di San Pietro e Paolo e due cuspidi poste alle estremità. Venne costruita tra il 1799 ed il 1801 dal maestro muratore Andrea Pignanelli, come si legge nell'epigrafe posta sopra il portale d’ingresso. L'interno - in stile barocco - per quanto riguarda le decorazioni, presenta una pianta a croce latina con navata, transetto, abside e cupola all'incrocio dei bracci. Un arco di trionfo, con in chiave un fastigio con le iniziali di Maria Assunta, separa la navata dal resto della chiesa. Ai lati della navata si aprono sei cappelle con sontuosi altari di marmo policromo sui quali, inquadrate entro cornici di stucco, sono collocate tele con episodi della vita della Vergine: Madonna con Bambino e Santi (1° a destra); la Pietà (2° a destra), l'Immacolata Concezione con i Santi Filippo Neri e Ignazio di Loyola (3° a destra); la Pentecoste (1° a sinistra); Purificazione della Vergine (2° a sinistra); Madonna del Carmelo e Santi (3° a sinistra). Nei bracci del transetto troviamo altri due bellissimi altari in marmo con tele di San Giuseppe (a destra) e dell'Assunta (a sinistra). Nelle altre pareti del transetto e nel catino absidale vengono celebrati alcuni momenti della passione e morte di Cristo, mentre al centro dell'abside abbiamo una Madonna con bambino e, nella volta, Gesù Buon Pastore. Partendo da sinistra troviamo: Gesù nell'orto degli ulivi con Pietro Giacomo e Giovanni, opera del pittore Vitaliano Albi; Gesù alla colonna; l'Ecce Homo; Gesù sotto la croce; Gesù Crocifisso con a fianco l'Addolorata; la Deposizione. Quasi tutti i dipinti della chiesa, puntigliosamente prescritti dal fondatore, sono riferiti alla vita della Vergine. Il ciclo si chiude con la Sacra Famiglia e la Madonna Pastora nella volta del transetto, l'Assunzione della Madonna nella volta della navata, opera che Pasquale Griffo di Borgia dipinse nel 1834, e con l'incoronazione della Vergine nella bellissima cupola, opera di un artista francese.
Nei pennacchi della cupola sono raffigurati i quattro Evangelisti. Sopra la cantoria sorretta da due colonne con capitelli zoomorfi, si trova un altro affresco raffigurante il Transito della Madonna. L'altare maggiore è collocato tra il coro e il presbiterio; misura metri 6,50 in larghezza e 2,88 in altezza fino alla cima del tabernacolo. Si tratta di una bellissima opera dell'artista napoletano Agostino Foderaro in marmi policromi ed applicazioni in bronzo con tre ripiani per fiori e candelabri, e con al centro un bellissimo ciborio d'argento sormontato da un baldacchino in marmo. Tra le opere in marmo si ricorda anche la balaustra che delimita la zona presbiteriale. Ai lati due bellissimi putti in marmo bianco sembrano sorreggere il fastigio. Tra la terza cappella di destra e il transetto, appoggiato su un pilastro, si colloca il pulpito in noce con baldacchino, opera dell'artista Emanuele Grimaldi di Catanzaro. Dello stesso autore sono anche il coro inferiore della zona absidale e quello superiore della cantoria, dove si ammira un organo di scuola napoletana di fine Settecento. Nel braccio destro del transetto si trovano due porte: la prima concede l'accesso alla cripta dove è seppellito il fondatore della chiesa, mentre la seconda conduce in sacrestia, costituita da un grande vano rettangolare dove si fronteggiano due grandissimi armadi in noce che occupano tutte le pareti lunghe del locale e in cui vengono conservati i bellissimi arredi sacri comprati a Napoli nel 1768 da don Raimondo De Novellis, delfino di don Matteo, e alcune antichissime statue tra cui San Gerardo, l'Addolorata e il Cuore Gesù. Al centro, sopra un bellissimo leggìo, protetta da una capsula di vetro, fa bella mostra di sé una graziosa statuina della Madonna delle Salette con i pastorelli Melanie Calvat e Maximin Giraud, opera donata al Ritiro dalla famiglia De Grazia nella seconda metà dell'Ottocento.
Nel braccio sinistro un'altra porta conduce nel campanile, nella cui cella troviamo una piccola campana della vecchia chiesa di San Pietro Apostolo e le campane del Ritiro fuse nel 1770 dall'artista Antonio Elia di Agnone e rifuse da Alessandro e Pasquale Marinelli sempre di Agnone nel 1893 a cura di Paolo Comberiati e Francesco Catanzaro Rettore. Nonostante il Centro storico abbia conservato la sua primordiale bellezza, l’economia e lo scorrere frenetico della società mesorachese hanno dirottato altrove il centro vitale del paese. Oggi, infatti, chiunque arriva a Mesoraca si ritrova immerso in un agglomerato urbano che ruota intorno alla villetta Comunale, al rione Petrarizzo ed alla strada Nazionale, denominata un tempo Via Nova. In questo settore scorre la vita del paese, poiché è qui che si sono concentrati gli esercizi commerciali, la filiale della Banca Popolare di Crotone, buona parte delle Scuole cittadine e, da ultimo, il Palazzo Comunale. La Villetta, adiacente al palazzo Comunale, è ubicata al centro della via XX Settembre, dove fino al 1982 era funzionante un mercato coperto ed un giardino pubblico di straordinaria bellezza. Dell’antico complesso rimane oggi solo il monumento ai caduti, opera in marmo raffigurante l’angelo della Giustizia e della Libertà, statua posta su un blocco dove sono segnati i nomi dei caduti mesorachesi durante le ultime Grandi Guerre del secolo. La villetta ha, di fatto, spodestato Piazza De Grazia quale meta di ritrovo per i cittadini mesorachesi, grazie, appunto, alla maggiore centralità più funzionale allo sviluppo commerciale e sociale intrapreso dal paese dalla seconda metà degli anni ‘80. Il ponte del fiume Vergari costituisce lo spartitraffico di questo centralissimo settore, dove ormai abbondano boutique, esercizi pubblici e altre attività commerciali.
Salendo verso la frazione Filippa, l’agglomerato urbano si sviluppa lungo la strada Nazionale, che attraversa i rioni Vignicella e S. Lucia fino al bivio per Marcedusa, dove inizia un altro settore nevralgico del paese, concentrato intorno alle Scuole Elementari, Materne ed al Liceo Linguistico, sito in via S. Paolo. Dal bivio sale via A. Moro, la strada più trafficata di Filippa che negli ultimi anni ha ridotto ad uno spazio quasi deserto il centro storico della frazione, individuato da sempre in Piazza Matteotti. Nella Parte alta della frazione è ubicata la Chiesa di S. Michele Arcangelo, costruita e ancora oggi curata dal primo parroco della frazione, Padre Reginaldo Tonin. Altri edifici sono sorti lungo la ss 109, in direzione Petronà, soprattutto in una zona denominata Franco, dove le abitazioni private si contrappongono agli orti ed ai fondi concentrati in località Ijurieddu (fiorello). L’espansione edilizia ha, purtroppo, interessato anche la zona antistante il Convento del SS. Ecce Homo, nei pressi del quale sono state edificate le case popolari, ancora oggi disabitate. Contrapposta alla periferia della zona Franco, si trova ad est la contrada Campizzi, altra zona importante di Mesoraca, dove sorgono attività imprenditoriali, esercizi commerciali e molti fabbricati di edilizia residenziale. In prossimità dello svincolo per la strada provinciale che porta al villaggio Fratta, è situato il complesso sportivo Comunale, costituito da un campo di calcio con annesso campetto da tennis e da un parco giochi per bambini immerso nel verde.
CASTELLO MEDIEVALE (RUDERI)
Ristrutturato più volte, il castello di Mesoraca sembra abbia origini medievali. Pare, infatti, sia stato edificato nel '200 dalla famiglia Pagliara. Nel XVI secolo venne fatta costruire la torre che attualmente è priva di merlature. È l'unica parte superstite dell'edificio fortificato andato com¬pletamente distrutto.
FONTANA DEI TRE CANALI
A Mesoraca e nella frazione Filippa ci sono molte fontane di varie dimensioni, risalenti a epoche antiche e moderne. La più bella è quella dei Tre canali costruita nel 1856. È un'imponen¬te struttura in pietra composta da tre canali, appunto, e altrettante vasche che un tempo fun¬gevano da abbeveratoio per gli animali. Nel 1999 è stata ristrutturata e il piazzale antistante è stato dotato di illuminazione.
STATUA DI PADRE PIO
Edificata alla fine del XX secolo, si trova in loca¬lità Campizzi, nel piazzale dell'ospedale locale. È in bronzo a figura intera. Nella parte anterio¬re è stato posto un piccolo altare e intorno sono state sistemate panchine e aiuole fiorite.
MONUMENTO AI CADUTI
Si trova sul lato destro del palazzo comunale. Una donna alta, simboleggiante la libertà e la giustizia, è posta su un piedistallo in muratura. Su questo sono presenti le lapidi che riportano i nomi dei soldati mesorachesi caduti durante le due guerre mondiali.
CALVARIO
Sulla via Nazionale si trova il calvario che è composto da un'unica croce in ferro su base in muratura e una recinzione in ferro battuto.
Percorso naturalistico
Campizzi (area picnic)
Partendo dal centro abitato e percorrendo la Statale 109 per Crotone, dopo circa tre chilome¬tri si arriva all'area Campizzi. Tra pini e pioppi si trovano tavolini e sedili in legno. Ci sono anche un campetto di calcio e due piste da bocce. Non mancano fontane di acqua potabile.
Località Fratta (area picnic)
Dalla Statale 109 prendere il bivio per la località Fratta, che si raggiunge percorrendo per 14 km una strada comunale. Tra un folto uliveto e un fitto bosco di castagni si trova un'area picnic ombreggiata da pini e faggi. Qui c'è anche una zona per il barbecue, oltre a un ampio spiazzo per i giochi dei più piccoli e una pista da bocce. Passeggiando tra gli alberi è possibile incontrare lupi, volpi e lepri.
Il Territorio
Parte dalla zona sud del paese e si estende quasi fino alla costa ionica, e precisamente al confine Condoleo. Si tratta di un territorio variamente pianeggiante, dominato da una agricoltura di tipo rurale, a base di uliveti, vigneti e seminativi vari. Lungo gli altopiani compresi tra le strade provinciali Marcedusa - Mesoraca, Erbe Bianche e strada statale 109, sorgono isolati insediamenti agricoli, costituiti per lo più da cascine rurali e piccoli fondi lavorati sul modello dell’azienda familiare. Questa parte di territorio, fiorente e suggestiva nei mesi primaverili, si presenta agli occhi del turista come un’immensa distesa riarsa nel corso dei mesi estivi, durante i quali la mancanza di acqua piovana e di macchinari di irrigazione non permette una coltivazione continuativa.
Attorno al centro storico si è sviluppata impetuosamente la Mesoraca attuale, soprattutto lungo la via Nazionale. Una serie di insediamenti periferici, costituiti prevalentemente da enormi fabbricati, in buona parte incompiuti, rappresenta il frutto del forte ed incontrollato boom edilizio avvenuto negli ultimi decenni, ora finito.
Il centro storico, racchiuso idealmente tra i letti dei due fiumi, comprende tutta la parte antica del paese, costituita dai rioni Grecìa, Piano della Porta, Timpone, Piraina, Castello, Piano della Mandria, Rovellino, Cavone e Candelora, sorti e sviluppatisi fino al 1832 in stretta correlazione con le sorti della Chiesa del Ritiro.
Dopo il tremendo sisma che nel 1832 ha devastato il paese, la ricostruzione si è spostata nella parte posta ad ovest ed a sud, dove sono nati i rioni Petrarizzo, Tirone, Pietra Piana e la frazione Filippa; l’espansione edile di Mesoraca si è perpetuata praticamente senza sosta, ed oggi il centro urbano si è notevolmente dilatato, per via degli insediamenti a sud (zona Franco) ed a nord (zona Campizzi), mentre nella zona San Marco, piccola pianura situata sotto la collinetta denominata Santa Lucia, intorno alla fine degli anni ‘70 sono state edificate le case popolari.
La Zona Montana comprende gli insediamenti a nord-ovest sul monte Giove, dove è ancora oggi abbastanza praticata la pastorizia e la coltura delle castagne; mentre sulla sinistra del Vergari si estende tutta una fascia denominata Montano, che da Campizzi porta fino al villaggio Fratta, sito a circa 1500 metri di altezza, nel territorio della Sila Piccola.
Nella prima zona si trovano numerosi fondi coltivati ed irrigati, dove i piccoli proprietari hanno ricavato orti ricchi di fragole, ciliegie, verdure e diversi tipi di frutta, oltre a variegate specie di frutti di bosco. Gli orti, dominati da una fitta vegetazione, si sviluppano tutti intorno al Convento del SS. Ecce Homo, per poi diradarsi man mano che si procede verso la vetta del monte Giove, a 1239 m. di altitudine. A circa 700 m. d. l. m. inizia una vasta fascia ricca di alberi di castagno, in prossimità dei quali cresce la prelibata Amanita caesarea, fungo bulbolare chiamato in vernacolo Vuvita (Ovulo).
Sulla stessa altezza, spostandosi verso est, si riscontra una vegetazione ricca di cespugli ed arbusti, la cui presenza permette la crescita di altri funghi molto ricercati: Campagnoli, detti Feruliti. Il territorio e la flora di questa zona, infine, si diversificano ad un’altezza di circa 900 m. d. l. m., in prossimità del monte Giove.
La zona montana a sinistra del fiume Vergari mantiene le medesime caratteristiche, con la differenza che ad un’altezza più modesta (850 m.d. l. m.) si trovano già cospicue pinete, dove nascono altre specie di funghi, quali il Suillus Bellinii (Vavusu), una varietà di porcino, e il Lactarius salmonicolor (Rosito). E’ questa la zona montana dove, più che in altre, si è sviluppata una economia del legno, che fornisce materiale grezzo ricavato dallo sfruttamento dei lotti comunali.
In generale, il territorio mesorachese può essere raggruppato in tre categorie di terreno: argilloso, presente soprattutto nella zona marina e caratterizzato da una cospicua presenza di seminativi, uliveti e vigneti; argilloso calcareo, presente lungo i tratti di acqua dei fiumi e nelle zone collinari, dove è possibile una coltivazione controllata; siliceo, caratteristico della zona montana, dove abbondano boschi d’alto fusto ricchi di pino, faggio, ontano e cerro.
Particolarmente consistente è la presenza di castagneti, concentrati per lo più ad un’altezza media di circa 800 m, nella zona nord-ovest (Monte Giove) e nord-est (Montano), ed estesi fino all’abitato; essi rappresentano una voce importante nell’economia mesorachese: la proprietà del bosco è altamente frammentata e diffusa; in autunno, intere famiglie sono coinvolte nella raccolta delle castagne, in gran parte vendute ai commercianti per essere destinate all’industria della trasformazione ed ai mercati cittadini.
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Sulle tavole mesorachesi regna il peperoncino piccante con cui si insaporiscono sia i primi piatti che i secondi.
Le massaie fanno ancora spesso la pasta in casa che condiscono soprattutto con il latte di capra.
Particolarmente buona la frittata con le verdure selvatiche.
Anche i dolci hanno un ruolo importante nella cucina locale. Per Pasqua e per Natale si preparano solitamente le cuzzupe (decorate con uova sode) e le pitte ‘nchiuse (ripiene di mandorle, noci e ricoperte di miele).
Capriettu cu patati
Ingredienti: carne di capretto, patate, vino rosso locale, olio, sale e spezie.
Procedimento: far fare alla carne di capretto una prima cottura insieme a un bicchiere di vino rosso, in un tegame capiente. Nel frattempo pelare le patate e tagliarle a spicchi. Aggiungerle quindi alla carne di capretto. Cospargere di olio, sale e spezie. Mettere il tegame in forno e far cuocere per circa due ore. Servire con del buon rosso del posto.
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