LO STEMMA
Nello scudo, sormontato da una corona d’oro ingemmata, è raffigurata una donna rappresentante la Ninfa Melissa, protettrice delle api, in atteggiamento divinatorio. La Ninfa appare seduta su una panca che insiste su un prato verdissimo, nel quale sulla sinistra è raffigurato un albero dalle chiome dorate; sullo sfondo il cielo azzurro percorso da nubi bianche.
IL GONFALONE
Drappo di seta rosso con bordo in oro, caricato dallo stemma con l’iscrizione centrata in oro recante la denominazione del Comune. Le parti di metallo e i cordoni sono dorati. Nella freccia è rappresentato lo stemma del Comune e sul gambo inciso il nome. Cravatta con nastri ricolorati dai colori nazionali frangiati d’oro.
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La sua fondazione è leggendaria. Alcuni l'attribuiscono a Cleta, nutrice della Regina Pentesilea, altri l'attribuiscono a Melisso, re di Creta. Queste ipotesi sono legate alle notizie di frequentazioni egeo-micenee, avvenute in epoca precedente alla colonizzazione greca. Il più assurdo fanatismo per le stregonerie, a cui si aggiunge la posizione e la formazione del terreno, ove Melissa si adagia, tra cave e grotte sotterranee, diede impulso alla fantasia dei suoi abitanti, a immaginare che, dalla maga di tal nome, “coeva” della Sibilla Cumana, traesse origine il Paese. Più innocente allusione farebbe, invece, derivarne l’etimologia dal nome della ninfa, la quale “ mellificum prima invenit et hinc data est occasio fabulandi Melissam in apem fuisse conversam”. La leggenda preferita dai melissesi è quella di Melissa Ninfa…con le api svolazzanti, al punto di adottarla quale stemma nel "suggello" del Comune.
L’impronta dell’antico sigillo comunale recava incisa una ninfa boschereccia, appoggiata col gomito sinistro sul tronco di un alberello, dai cui rami pendono sciami di api su favi di miele, mentre con le dita della mano destra accarezza le api.
Secondo altre congetture, invece, la fondazione di Melissa sarebbe avvenuta nell' VIII secolo per opera di un gruppo di contadini elleni attirati dalla fertilità del luogo. L'antica Melissa, poi, sarebbe stata sepolta sotto un immane smottamento delle colline. Il toponimo è di chiara origine greca "paese delle api e del miele". La Melissa, rinata dopo la catastrofe, ritrovò presto l'antica energia, tanto che perfino Ovidio scrive del vino pregiato che vi si produceva e che veniva trasportato a Roma. Dopo la caduta dell'impero Romano, divenne ben presto un borgo feudale.
Feudo dei Sambiase, dei De Riso (1300), dei Morano (1370), dei Malatacca (1399), dei Campitelli (1445-1655), dei Pignatelli (1688), con i titoli di Principi di Strongoli e Conti di Melissa.
Giovan Battista, conte di Trani e signore di Melissa, comprò la signoria di Strongoli e ottenne il titolo di Conte di Melissa. Alla sua morte gli successe il figlio Franco. Tra storia e leggenda si racconta che costui fu ucciso per l'abuso del suo "ius primae noctis", per non aver voluto accordare transazione pecuniaria ad una giovane donna di cognome Raffa nativa di Cirò, che andava sposa ad un melissese. Al suo tentativo di rapire la sposa, attraverso la scaletta segreta che immetteva nella Chiesa di San Giacomo a Melissa, pose fine il fratello di lei, il quale lo accoltellò alle spalle. Invano i ferocissimi mastini addestrati, rotte le corde alle quali erano stati legati, al suo fischio, cercarono di salvarlo. Gettatisi dall'alto del Castello, perirono ai piedi di esso. Di lui, nella chiesa di S. Giacomo, resta un sepolcro composto da: un busto marmoreo seicentesco raffigurante il suddetto conte disteso su una tavola di marmo; un fastigio in marmo grigio con bassorilievi raffiguranti immagini cavalleresche; una lastra marmorea con un’ epigrafe latina. La traduzione:
A Dio Ottimo Massimo
A Don Francesco Campitelli, principe di Strongoli e Conte di Melissa.
Ormai la fama della morte di Marte e il fato uccisero,
Marte visse di forza impetuosa, ora la morte inesorabile tormenta
Così te, che padrone del campo, per cui se questo mondo è privo,
orna la morte con letizie ed una tomba sufficiente.
Anno 1633
Secondo una tradizione orale avallata dallo studioso Pugliese, la lapide ed il busto osceno del conte vennero posti dai melissesi per ricordare la sua uccisione avvenuta nel 1633, per fare vendetta sull'abuso dello "ius primae noctis". Il monumento, nel 1899, sarebbe stato murato dal parroco locale nel campanile della chiesa di S. Giacomo. In realtà, il conte Francesco Campitelli non muore nel 1633, ma nel 1668, come si evince dal Relevio presentato dal suo successore Domenico Pignatelli. Altri documenti notarili confermano che Francesco Campitelli continua a vivere dopo il 1633. Partendo da questo dato storico, si può affermare che tutti i fatti tramandati dalla tradizione orale sono leggende. Tutto nasce da un’erronea lettura ed una faziosa traduzione dell'epigrafe suddetta, (il cui linguaggio barocco è zeppo di figure retoriche come paronomasie e chiasmi). Tale epigrafe non è offensiva nei confronti del conte, che invece viene esaltato nelle sue virtù guerresche, tant’è che non sarebbe stato credibile che i feudatari del paese permettessero l'esposizione di un epitaffio e di un busto oltraggioso nei confronti di un loro familiare, per di più nella "loro" chiesa. La conclusione è che l'epigrafe ed il busto facevano parte del sepolcro fatto costruire dal conte 35 anni prima della sua morte nella "sua" chiesa di S. Giacomo. Il feudatario pur vivendo a Napoli, volle lasciare nel territorio melissese un sepolcro ricordo imperituro di guerriero, da utilizzare anche come tomba di altri familiari. Il busto del sepolcro fu successivamente spezzato e nella fantasia popolare divenne "osceno”.
Franco morì senza lasciare eredi maschi. Il feudo passò a suo nipote, Domenico Pignatelli, figlio della sorella Giovanna e di Gerolamo Pignatelli. La famiglia Pignatelli, quindi, tenne il feudo fino all'estinzione della feudalità, avvenuta nel 1853. I provvedimenti di eversione della feudalità hanno un’importante funzione a Melissa nella disgregazione del feudo dei Pignatelli che, oltre a perdere tutti i diritti giurisdizionali e proibitivi, perde più di un terzo dei terreni posseduti. La disgregazione del feudo fu realizzata dai Francesi, la terra divenne “borghese” e non più “feudale”. Nonostante l’azione riformatrice francese, Francesco Pignatelli possiede ancora una grossa fetta della proprietà melissese che, nel 1831, vende in blocco, oltre ai terreni di Strongoli, ai fratelli Nicola e Leonardo Giunti di Strongoli. Dai secoli precedenti e fino alla loro definitiva scomparsa da Melissa, gli ex feudatari, o lasciano incolti i loro fondi o li affittano, impedendo qualsiasi miglioramento produttivo e incassando una rendita parassitaria da spendere nella capitale partenopea. Scomparsi i feudatari, il loro posto viene preso dalle famiglie borghesi, prima i Giunti e poi i Berlingieri, che accumulano nelle loro mani le terre dell’antico feudo, cambiando poco nel tipo di conduzione agricola. Soltanto un secolo dopo, in seguito ai tragici fatti di Fragalà del 1949, il latifondo scompare.
Il Castello di Melissa rappresentò per secoli il potere feudale, all'ombra delle sue tre torri circolari, le persone erano considerate e trattate come larve umane.
Il feudo si arricchì in seguito di un mastio esagonale. Alcuni ricercatori fissano, infatti, al 1615 la data di edificazione del "Torrazzo", così viene chiamato ciò che resta della superba rocca. La costruzione poggia le sue fondamenta su una piccola altura rocciosa a breve distanza da Torre Melissa.
Le coste del territorio crotonese sono sempre state oggetto di frequenti incursioni da parte di diverse popolazioni (Musulmani, Turchi). Con Federico II, durante il governo Svevo, si pose molta attenzione a questo problema, tant’è che furono costruite una rete di torri a difesa del territorio. Tali strutture furono in seguito abbandonate allorché le incursioni sembrarono essere terminate. Tuttavia il problema delle incursioni si fece presto risentire e alcune torri, abbandonate in precedenza, furono pertanto ristrutturate.
L'episodio per il quale Melissa è menzionato nei libri di storia è l'Eccidio di Fragalà, avvenuto il 29 Ottobre 1949, nel quale persero la vita tre giovani occupanti le terre del barone Berlingieri. I morti furono: Angelina Mauro, Giovanni Zito e Francesco Nigro. Il 1949 fu un anno cruciale per i melissesi, Melissa, infatti, in quegli anni, aveva l'aspetto dimesso, scalcinato, di paese povero. La gente era affamata, i più giovani non avevano punti di riferimento culturali. Per la terra del feudo si batterono tutti, perché essa entrava nelle aspirazioni di tutto il popolo. Fragalà, fino a pochi giorni prima, era una boscaglia abitata da animali selvatici. Quel giorno c'era una certa trepidazione, un'ansia contenuta per le notizie che circolavano: notizie di arresti e di violenze poliziesche. Nel cimitero esiste un solo monumento funerario, costruito nel 1950, sulla base del sacrario c'è una scritta: "Sono morti perché la terra non rimanesse incolta ed il frutto del lavoro fosse dei lavoratori".
Lo scultore Ernesto Treccani, che fu eletto consigliere nel Comune di Melissa, rappresentò il pittore dei braccianti e dedicò ai fatti di Fragalà una scultura, rappresentante una figura umana che si dispera mentre un animale stramazza al suolo; esiste anche un monumento con tre lapidi a ricordo dei tre giovani caduti, mentre occupavano le terre; il monumento e la scultura sono visitabili nel Fondo Fragalà in aperta campagna. Questa tragedia ebbe un’enorme risonanza a Melissa, tanto che, nella circostanza, convennero molti giornalisti, parlamentari ed uomini politici di ogni colore. Sul tragico episodio di Fragalà molto fu detto e scritto, per i particolari e per ulteriori approfondimenti, si consiglia di consultare la biblioteca comunale di Crotone e gli scritti di Visconte Frontera e Pasquino Crupi..
La Torre di Melissa venne edificata nel 1615. La sua struttura circolare fa pensare ad una origine Normanno-Sveva. La costruzione poggia le sue fondamenta su una piccola altura rocciosa a breve distanza da Torre Melissa.
Successivamente alla sua originaria costruzione venne aggiunto, sul lato che si affaccia verso il mare, un corpo di forma quadrangolare, già evidente in una stampa della seconda metà del XVIII secolo dipinta dall’abate Saint-Non.
Dalla stampa si evince anche la presenza di altre strutture, quali un magazzino deposito, una chiesetta, una piccola torre a pianta quadra probabile alloggio dei soldati e una vasca per la raccolta delle acque. Tutto ciò fa pensare alla Torre come ad una struttura inserita in un complesso autosufficiente e non come un edificio isolato atto solo alla difesa dalle coste.
La tipologia della torre è molto originale, la struttura circolare è presente sin dalla fondazione. Nell’alzato assume un aspetto assai poderoso, il rapporto fra l’altezza e il diametro, è tale da conferire alla struttura l’aspetto di un piccolo castello più che di una torre. Esso consta di tre parti, il primo livello, il secondo livello, ed il coronamento, separati tra loro da un cordolo. Il primo livello è costituito sul perimetro esterno da muratura di notevole spessore (mediamente 2 mt.) a scarpa, il secondo livello prosegue verticalmente: sia nel primo che nel secondo livello si hanno a distanza variabile fra di loro dei contrafforti la cui rastremazione termina sul cordolo in tufo a base del coronamento. Al primo livello si accede mediante una scala a cielo aperto posta all’interno del patio.
Dopo la recente restaurazione, oggi la Torre, di proprietà comunale, ospita al suo interno la sede del G.A.L. (Gruppo Azione Locale) - “Consorzio Sviluppo Alto Crotonese”, che si è interessato della sua valorizzazione e ristrutturazione, al fine di renderla fruibile e nel contempo farla rientrare in un circuito turistico. Al suo interno, infatti, essa ospita un Museo della Civiltà Contadina che rappresenta un vero e proprio tuffo nella vita contadina del passato. Il Museo è diviso in diverse sezioni, ognuna delle quali ospita strumenti e utensili di svariate forme e dimensioni.
Nella sezione del latte sono presenti vari attrezzi utilizzati per fare il formaggio e le ricotte, ma fra tutti, i più caratteristici, sono le famose “fiscegghie“, contenitori di diversa forma usate per trasportare le ricotte vendute porta a porta.
Sezione del vino: allora come oggi il vino è il più importante prodotto dell’agricoltura di questo territorio; ne è prova il riconoscimento del DOC Melissa. Il ciclo di produzione del vino è oggi come allora, laborioso ed affascinante, soprattutto quando si possono ammirare gli utensili usati prima dell’avvento tecnologico.
Sezione della tessitura: la tradizione popolare vuole le donne ottime tessitrici; ed è per questo che è stata dedicata un’intera sezione ai principali attrezzi utilizzati per la tessitura di tutti i filati, ma, in modo particolare del lino.
Sezione degli attrezzi da lavoro: tutto ciò che faceva parte del fabbisogno familiare era prodotto in casa stessa, alimenti, tessuti per cucire i pochi vestiti necessari e suppellettili varie che facevano parte del quotidiano di ogni famiglia.
Una terra da scoprire
Melissa, è arroccato su un'altura scoscesa. L'abitato è posto su un costone a forte pendio e si compone a gradoni. La sua altitudine massima arriva a circa 300 metri sul livello del mare.
Alle sue spalle scorre un torrente, al di là c'è la "Montagna", così viene chiamata genericamente, comprensiva di una decina di fondi, fra cui "Fragalà". La superficie territoriale di Melissa è di 5.000 ettari. La struttura delle creste delle Serre di Melissa è costituita da argille scagliose, variegate, con molti calcari compatti.
Le case più antiche sono scavate nella roccia. La tipica casa melissese è su due piani, è profonda all'incirca 50 mt. Melissa conserva nel suo centro storico angoli intatti. E’ facile attraversare le antiche "rughe": Santa Maria, Porticella, Portiusi, Frischìa, Bizzòli, Portigarda, Catrina e Castello, Piana degli Angeli, San Francesco e Chiusi detta "Pagliarelle",
la bellezza delle quali sembra non essere stata intaccata dal passare del tempo; qui si respira un profumo di antico ed il passato rivive nella ritualità di molti gesti. Passeggiando per i viottoli del centro storico di Melissa si possono ammirare le tipiche case scavate nel tufo, i resti del castello medioevale
e delle cinte murarie, i palazzetti signorili, le chiese, le antiche fucine, gli antichi palmenti e frantoi.
L'economia melissese è prevalentemente agricola. Vigne ed uliveti sono le principali coltivazioni, vi si producono due vini DOC: il "Melissa" ed il "Cirò" .
A circa 12 Km dalla collina, su una valle verdeggiante, si estende la Frazione Torre Melissa; il paese ci accoglie con i suoi inverni miti, ci sorride con le sue primavere, ci riscalda con il suo sole ed il suo mare. Una sinfonia di sapori, suoni e colori, incantano attraverso le trasparenze del suo mare e il biancore delle sue belle spiagge, ed offrono ai visitatori un bel soggiorno turistico.
Ci sono due chiese: la Chiesa del SS. Crocefisso, costruita nel 1951, chiesa principale del paese e la Chiesetta dedicata alla Madonna del Monte Carmelo, patrona di Torre Melissa; la chiesa fu edificata nel 1927 per voto del benefattore Domenico Bruni, in stile coloniale spagnolo.
La Madonna degli Abissi
Nel 1996, nel mare antistante l’abitato di Torre Melissa, fu collocata la statua della Madonna Degli Abissi, statua unica in Italia dopo quella del Cristo Degli Abissi di Genova. L’idea di realizzare una Madonna del Mare fu del Sig. Giovanni Zambarelli, originario di Torre Melissa ma emigrato a Lecco e da sempre legato alla propria terra di origine. L’idea piacque anche al nostro Parroco e si passò subito alla fase di realizzazione. Giovanni Zambarelli, con la consulenza di un architetto e di un sacerdote di Lecco, realizzò a sue spese un calco in gesso che fu trasportato in seguito da Lecco a Napoli per la fusione in bronzo. Il 2 Agosto del 1995 la statua fu trasportata da Napoli a Torre Melissa accolta da tanta gente con entusiasmo e devozione. La statua alta oltre 2 metri, pesa circa 6 quintali, raffigura la Madonna che tiene in braccio il Bambino Gesù ed invita tutti, dal profondo degli abissi, ad alzare lo sguardo al cielo. La statua rimase sul sagrato della chiesa Maria SS. Del Carmelo, circa un anno, per essere visitata dai turisti e per la devozione dei fedeli. La posa in mare ha visto succedersi diverse tappe per la sua realizzazione, con l’impegno di un gruppo di fedeli e dell’Amministrazione Comunale. Nel Luglio del 1996, la statua, fu trasportata nel porto di Cirò Marina, dove gli fu costruito un basamento di cemento speciale e dove fu fissata per essere pronta all’immersione. La Madonna raggiunse così il peso totale di 25 tonnellate e i 4 metri di altezza. Alla presenza dell’Arcivescovo Giuseppe Agostino la statua fu benedetta, e presenti tutte le autorità civili e militari, pronta per essere immersa nel fondale antistante Torre Melissa, tra l’entusiasmo e l’emozione della folla.
Preghiera
Madonna scesa negli abissi, Ti ringraziamo per il conforto che la tua presenza protettrice, dona a noi che, per servizio del prossimo e per ardimento sportivo, viviamo e osiamo in mare. Preservaci dalle sue insidie e dalle temerarietà di chiedere troppo alle nostre fragili risorse umane. Fà che nel pericolo ci sorregga il coraggio, per la salvezza nostra e dei nostri fratelli. Aiutaci a comprendere ed amare i nostri simili, a rispettare le bellezze che la prodigalità del Padre Tuo ha posto nel mondo sommerso. A coloro che nell’acqua avvolti si sono addormentati, dona la pace eterna nel Tuo materno abbraccio.
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Vita familiare: Modus Vivendi
Il lavoro del bracciante era fisicamente così duro e stressante, che raramente poteva essere praticato in età avanzata. Terminata la guerra, i salari dei braccianti melissesi, per quelle poche persone che riuscivano a lavorare per un giorno, erano di quattro - cinque lire per dieci ore di lavoro al giorno. Le misure di capacità, erano, per quanto riguarda i cereali, il tomolo corrispondente a Kg. 45; il menzaloro corrispondente a Kg. 22.500; il mitto corrispondente a Kg. 11,250; lo stuppello corrispondente a Kg. 5,625. Per misurare l'olio si usava la cannata corrispondente a litri 2,750; la mezzacannata e la quarta. Il barile, con capacità di 25 litri, veniva adoperato per misurare vino ed olio.
Avere a disposizione a fine anno, un maiale da poter ammazzare, era un tempo, per le famiglie medio-povere un buon mezzo di sopravvivenza, infatti un quintale di carne a disposizione era una buona riserva. L'uccisione del maiale era un momento atteso con ansia, l'onere dell'allevamento di un suino era pesante, anche un piccolo disturbo dell'animale poteva causare un patema d'animo. La malaugurata prematura perdita causava in seno alle famiglie delle vere diatribe. La morte di un maiale veniva attribuita al malocchio, per cui tutte le donne si raccomandavano al protettore degli animali domestici, S. Antonio Abate. Perdere il maiale, significava infatti patire la fame. Scelti i pezzi adatti del maiale, le donne, li tagliuzzavano con la punta del coltello per preparare la pasta delle soppressate e delle salsicce. Con i resti di carne e con la testa del maiale si preparava la "gnalatina", facendo bollire la carne con acqua e aceto.
Una tradizione religiosa
La festa religiosa più sentita è quella in onore di San Francesco di Paola. Offerte varie venivano e vengono tutt'oggi inviate anche dagli emigrati in America. Il comitato dei festeggiamenti, che dispone quasi sempre di una consistente cifra di danaro grazie alle offerte dei fedeli in onore del Santo, propone ogni anno ai devoti, il meglio nel campo dei festeggiamenti di carattere pagano. I festeggiamenti, che un tempo potevano davvero ricreare lo spirito della gente in quanto sana ricreazione positiva, oggi sono animati da complessi bandistici moderni che non hanno più le caratteristiche musicali di un tempo. Al termine dei festeggiamenti, il rappresentante del comitato elencava alla popolazione i nomi e l'entità delle offerte ricevute. Durante la processione, man mano che la statua del Santo procedeva per le vie del paese, i devoti spillavano al saio le offerte. I più facoltosi naturalmente potevano vantarsi di offrire i biglietti più grandi ed essere più in vista degli altri, i quali, offrivano gli spiccioli in una busta istoriata che, poi, uno dei rappresentanti del comitato agitava per attirare l'attenzione dei fedeli. La festa costituiva un avvenimento culturale di un certo livello; essa spezzava la monotonia di giorni tristi e senza speranza. In paese arrivavano i venditori ambulanti, i giocolieri, l'elettricista con le lampadine per abbellire le strade, il pirotecnico ben contento di poter sparare un bel fuoco, e la banda musicale.
Al termine dei tre giorni di festa, la statua di S. Francesco veniva portata a spalla nella sua Chiesa e rivolta verso il “Campo”, per far sì che anche il Santo potesse assistere ai fuochi pirotecnici.
Consuetudine nuziale
Di solito, da noi, si suole sposare una fanciulla conosciuta, preferibilmente “da ruga”, giacché è massima dei padri che:
“matrimoniu i ruga e Sangiuvannu è Ruma”.
La dote ci deve essere, ma quando è possibile, poiché non costituisce, come altrove si crede, la ragione predominante della scelta:
“ Chi ppe ri sordi a brutta si pighjia, i sordi sinni vanu e ru coru squagjia”.
La donna scelta deve possedere, sopra tutto, un illibato patrimonio morale:
“Fimmina destra e lavareddru i casa”. Il matrimonio diventa, il giorno più sospirato della vita dei nostri giovani. Il fidanzamento comincia ad essere una cosa seria, solo quando si sarà fatta la proposta ufficiale (‘a mmasciata).
I capi della dote, quando c’è, si contano a dozzina, e nel preparala la famiglia “si dissangua”.
Ogni punto di cucito, ogni segno di ricamo, porta intessuto, una segreta storia di sogni, che nelle lunghe notti invernali, si dice: “ si ccià cacciatu l’occhi”.
Il fidanzato poi, porta alla fidanzata il primo dono, è il “signum”, dei vecchi padri, che consiste, quasi sempre, nell’offerta di un anello: “a fida”, e se la fidanzata è n stato di lutto, vi aggiunge, per l’occasione, un abito di colore, per “cacciari u luttu”.
Siamo al giovedì antecedente al matrimonio, che, di solito, si celebra o di sabato o di domenica, giacché:
“ né di lunu né di marti né si spusa né si parta”.
Dalla casa dello sposo, i parenti più stretti vanno “a parare u lettu”, che viene preparato a festa: le migliori coperte e le lenzuola più fine e ricamate. A “pararlo” devono essere incaricate due “schette” (zitelle), e, comunque due persone che abbiano ancora viventi i genitori. Durante la cerimonia, non mancano “i sperzinobili” (confetti e liquori).
Alla festa del matrimonio intervengono tutti i parenti e gli amici del paese, mancarvi costituisce motivo di offesa, perché “ su cosi cà si rennunu”. Un lungo corteo di parenti accompagna l’abito della sposa che viene portato in cesti di vimini. A vestire la sposa viene adibita la mamma dello sposo, la quale, a vestizione ultimata, le appende gli orecchini e la collana tipica “jinnacca” formata di molte fila di perle. La sposa viene accompagnata in chiesa, portata a braccio, dal proprio genitore o da un parente più prossimo, alla porta della chiesa incontra la propria mamma e lo sposo, che si sostituisce al padre nel prendere al braccio la compagna della sua vita.
A cerimonia ultimata, gli sposi escono dalla chiesa e vengono letteralmente riempiti di confetti, di grano e di fiori in segno di buon augurio fino all’arrivo in casa. Si prosegue qui, con pranzi , bicchierini di liquore, balletti, sorrisi e brindisi. A sera, non manca mai la serenata che gli amici dello sposo dedicano alla sposa:
“La luna è janca e vui brunetta siti,
illa è d’argentu e vui d’oru culati…
la luna ammanca e vui sempri crisciti,
illa perda la luci e vui la dati;
illa fa scuru e vui v’alluminati,
illa s’acclissa e vui nun v’acclissati.
Eccu, ‘u sulu era luna su’ accucchiati,
puri si suli e luna un vi chiamate”.
Lo sposo offre a questo punto una bottiglia di liquore, e gli amici soddisfatti per la felicità degli sposi, ritornano a casa cantando ancora una canzone:
“Li stilli ccu li stilli su’ junciuti,
lu sulu ccu la luna su’ accucchiati.
Sunu spusati dui valenti zziti:
la rosa russa e lu gigliu ncarnatu.
La zzita ha li bellizzi cchiù cumpiti,
lu zzitu li maneri cchiù garbati…
Diu vi mannassa tant’anni felici,
figli, ricchizzi, e gioie nquantitate”.
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Proverbi e saggezze popolari
Il dialetto di Melissa, molto simile a quello pugliese, secondo alcune congetture, induce a pensare ad un insediamento di popolazioni in fuga da devastazioni o pestilenze dalla vicina Puglia. I proverbi infatti sono detti tipicamente in melissese.
Modi di dire
Tantu dura a niva i marzu Quantu dura norma ntù palazzu
(Il primato della nuora sulla suocera,
dura quanto la neve di marzo, cioè poco)
Diu ti guarda di pizzenti arricchisciuti
E di tignusi mintiri capiddri
(Dio ti guardi dai “pervenues” e dai chi è falso)
Volessa jiri e volessa veniri e volessa
Feri ma ù nnà volessa sentiri
(Vorrei andare, vorrei venire e vorrei fare mille
cose, ma non sentire il mormorio della gente)
Tu va girannu ira fileri fina
Ma grossu grossu ti fili la trema,
tu va girannu i sajiri in curina ma i sutta
tagghijiu u pedelu
(Chi nel costruire un progetto perde di vista
le fondamenta e si attacca alle cose irrilevanti)
L’alburu pecca e ru remu riciva
Peta ru giustu ppe ru peccaturu
(I torti dei padri, a volte ricadono sui figli)
Munnu e munnu ù si ijuncia
Ma cristieni e cristieni si ijuncunu sempri
(Gli uomini sono comunque destinati ad incontrarsi)
U celu cu ra terra ha fattu i patti
U si fenu cosi a ru munnu chi nun si senu
(Il cielo e la terra hanno fatto un patto immutevole, non
succedono cose al mondo che prima o poi non si sappiano)
Senza ca mi fe ricci e cannoli
U santu chè di marmuru ù suda
(E’ inutile pensare ai fronzoli che non
possono cambiare la sostanza delle cose)
Ameri chi sta speranza e nu cucina
A sira si ricogghia murmuriannu
(Chi non provvede da sè,
avrà ragioni per mormorare)
Occhi perduti e dineri caccieti ameri
Chini i va cercannu
(Inutile cercare ciò che si è perso e ciò che si è speso)
Chi prima ù penza doppu suspira
(Chi non pensa prima di agire
dopo avrà di che pentirsi)
Chi melu si governa, aru spissu si dola
(Chi non sa amministrarsi, si duole spesso)
Vita mia mala voluta
Ognunu mi la mina na petreta,
chi mi la mina di punta e chi di taghjiu,
chi mi la jetterra ppe moriri;
me fattu na lanetta a magghji
ppe riciviri li corpi e nu moriri
(L’esperienza forgia:
o misera la mia vita, ognuno mi tira la sua pietra,
chi la tira di punta e chi di traverso,
chi me la tirerebbe per colpirmi a morte;
ma io mi sono munita di una corazza per ricevere
i colpi e non morire)
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Lungo la strada che porta a Melissa, le chiese che si incontrano sono:
Santa di Santa Maria dell'Assunta
E’ situata accanto alla “porta i jusa”. Facciata semplice a due spioventi, lesene a banda e senza decori. Interno ad aula con arconi e nicchie laterali. Ha tre scalini d’accesso alla zona dell’altare maggiore. Alla sua sinistra vi è un campanile semplice in tre ordini. Oggi sconsacrata ed adibita a sala parrocchiale.
Chiesa di San Francesco di Paola
L’esterno della chiesa è abbellito da un portale e da un rosone. Quattro nicchie vuote e due alte lesene segnano il prospetto. L’ingresso principale è preceduto da due balaustre laterali. All'interno è posta la statua del santo (il santo prediletto dai melissesi) e un drappo votivo dono di emigrati a Pittsburg.
San Nicola di Bari
patrono di Melissa, sita in piazza del Popolo (la piazza principale del paese); restaurata alla fine del ‘700 e nuovamente verso la metà dell’800. In quanto chiesa madre, vi si conservava il sacramento dell’Eucarestia che gli altri parroci del paese dovevano usare; in essa vi è l’unica fonte battesimale. Di fronte alla chiesa sorge una torre di pianta quadrata alla cui sommità è posto un orologio.

San Giacomo Apostolo
Salendo ancora per le strette stradine del paese, si attraversa il centro storico e si arriva nel "cuore" di Melissa, qui si trova la Chiesa di San Giacomo Apostolo che compare nei documenti all’inizio del ‘500 sotto lo ius patronato del barone Lorenzo Campitelli. A ricordo dei fondatori, ancora oggi si trova sul portale della Chiesa lo stemma familiare (uno scudo traversato da una fascia con sopra un leone e sotto tre rose a cinque petali). All'interno si trovano due leoni in pietra e parti del sepolcro fatto erigere nel 1633 da Francesco Campitelli. Il sepolcro è corredato da un’epigrafe e da una statua del conte disteso su una tavola marmorea, attualmente in restauro. Un sacerdote, Don Ciccio Ferraro, fece a pezzi la statua in marmo del principe Francesco Campitelli, posta nel campanile della Chiesa, per l'atteggiamento inverecondo che pare l'opera evidenziasse. Ne sono stati rettori Iosepho Pagliaminuta, Gio Maria Rosa, Leonardo Canzonio e Carlo Campitelli. Alla fine del ‘600 è segnalata la presenza di un altare dedicato a S. Bartolomeo. La chiesa viene restaurata alla fine dell’ 800 e nei recenti anni ’70. Degna d’attenzione è l’antica statua di Santa Lucia.
Collegato attraverso passaggi segreti alla Chiesa di S. Giacomo apostolo, è il Castello situato nel rione "Porta di Garda", porta d'accesso posta a nord del paese. Altra porta d'accesso dell'antico borgo feudale di Melissa, è la "Porta Jusa", di questa però rimane solo il nome. Oggi, del castello risalente al XV secolo, rimangono solo resti, ma inizialmente era formato da tre torri circolari e costruito su di un alto costone roccioso.
Chiesa della Madonna dell’Udienza
Nella zona attigua al camposanto, si erge la Chiesa dedicata alla Madonna dell’Udienza, così detta per l'udienza che il Signore dette a San Vito. Domenico Pignatelli, primo feudatario di Melissa, anche con le offerte di altri, fece erigere questa chiesa dedicata a Santa Maria detta “ ab Audentia”, che già nel 1672, in una relazione vescovile, risulta meta di grande devozione, perché si è sparsa la fama che la “madonna” ha la grazia di fare miracoli. I fondatori e dotanti Pignatelli mantengono lo iuspatronato sulla chiesa, nominando il rettore ed apponendo sul portale il proprio stemma (tre “pignate” sotto un rastrello a tre pendenti). Il santuario, lungo mt. 20 e largo 6, reca oltre allo stemma gentilizio, un bel rosone, di particolare importanza sono anche l'acquasantiera e i paliotti dell'altare risalenti al 1700. Il camposanto fu istituito per legge negli anni sessanta, quando si stabilì di inumare i defunti, che fino a quell'epoca venivano sepolti in un locale sottostante la Chiesa di San Giacomo. Il culto alla Madonna dell'Udienza è comune anche agli abitanti d'origine albanese. Alla chiesa è annessa un’abitazione per gli eremiti addetti al servizio religioso.
Tra i luoghi pii del paese si ricorda anche il convento di S. Agostino sorto nel 1546 sotto il titolo del SS. Salvatore nelle selve lontano dalle mura del paese (corrispondente ai ruderi rimasti nella località detta oggi “Santa Maria delle Grazie”, dietro il canale). Nel 1637 l’antico convento è abbandonato e ne viene costruito uno nuovo, più piccolo, vicino alle mura nei pressi della “ porta i Jusa”, con una chiesa ampia sotto il titolo dell’Annunciazione della Vergine. Il convento, di cui resiste ancora nella suddetta località il toponimo, viene soppresso nel periodo francese quando sono presenti due soli frati. Oggi esistono solo i muri perimetrali, ma un tempo per la posizione geografica in cui sorgeva, dominava tutta la valle e doveva essere un centro di vita spirituale e culturale molto fiorente. Ai piedi del convento vi è un vallone ed una piccola cascata che ancora oggi è chiamata “l’acqua dei monaci”.

( Chiesa della Madonna dell'Udienza )
Castello del Gaudio
In cima al paese in località Mazzocca, si trova il Castello Del Gaudio, villa padronale in stile neo-gotico, restaurata dal proprietario e oggi, sede della Lega degli scrittori italo-albanesi.
Nelle vicinanze del maschio dell'antico Castello Medievale, si trova "Garda", la cui denominazione fa riferimento al posto di guardia del Castello. Nel corso dei secoli, sono state captate tre sorgenti di acqua potabile, che attualmente sono canalizzate e forniscono l'acqua a tre fontane denominate: Tribona, Vecchio, e Scaglione. Il nome Tribona, è un toponimo francese che fa riferimento ad un aneddoto tuttora raccontato dai melissesi. Si dice che un certo generale francese dopo aver bevuto l'acqua fresca della sorgente, esclamò: "c'est très bonne"; da qui il nome Tribona. Gli altri nomi delle sorgenti si riferiscono ad antiche famiglie melissesi che, probabilmente, finanziarono i lavori di ristrutturazione. Per lungo tempo questo posto fu il lavatoio pubblico, dove donne ed uomini attingevano l'acqua necessaria per i servizi igienici quando ancora le abitazioni erano sprovviste di alimentazione idrica.
Nel fondo di Santa Domenica, compreso nel Comune di Melissa, sorgeva una miniera di zolfo, ed una sorgente di acque sulfuree.
Nel centro dell’abitato c’è “a ghiazza” rimasta dapprima senza nome e solo successivamente, nel 1947, battezzata Piazza del Popolo. Era un riquadro di arenaria limitato tutt’intorno da muri, dalla chiesa e dall’Ufficio Postale. In questo ristretto spazio, i bambini si divertivano con i giochi dei poveri: “riddraluri” dischetti di latta, “rasca” una dolorosa punizione che lasciava i segni delle unghie, “battamuro”, “mazza e ciglia”.
La piazza era il luogo di ritrovo, in particolare dei vecchietti inabili, che nei giorni di sole, stavano seduti e si raccontavano le loro fatiche passate, in attesa di qualche lettera dai congiunti lontani. Era questa, il centro sociale del paese, sulla quale si affacciavano il municipio, le più ragguardevoli botteghe artigiane, la chiesa. Purtroppo però, come spesso accade, le bellezze vengono deturpate. La piazza oggi, pur conservando le bellezze di un tempo, presenta una inferriata al posto dell’antico muretto, e mattoni al posto delle pietre. La rivista “Tempi Nuovi”, circa quarant’anni fa, concesse l’onore della copertina alla Piazza Del Popolo, definendola bellissima. Oggi, nonostante sia stata rifatta in stile moderno, conserva sempre la sua storia e la sua dignità. I due vecchi cannoni risorgimentali messi a guardia della lapide dei caduti in guerra, le danno ancora un tono antico e rispettabile.
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Favi fratti: (per 4 persone)
Occorrono: 800 gr. di fave secche sgusciate, cipolla, sale, cotiche e olio extra vergine di oliva.
Mettete a bagno, per tutta la notte le fave secche sgusciate, l’indomani cuocetele in abbondante acqua salata con cipolla e le cotiche di maiale; a cottura ultimata, aggiungete abbondante olio extra vergine di oliva e pane casereccio raffermo. I favi fratti su pronti!
Sauza:
Occorrono: fave tenere con il guscio appena raccolte, pane grattugiato casereccio, aglio, olio extra vergine di oliva, alloro, peperoncino macinato, sale e aceto.
In una teglia rettangolare mettete a strati le fave novelle sbollentate precedentemente, e a strati procedere con il pane grattugiato, l’aglio sminuzzato finemente, due o tre foglie di alloro, sale, olio, peperoncino macinato e infine aggiungete l’aceto. Cuocete a fuoco moderato ed il piatto è pronto.
Pipi friuti ccu’ patati:
Occorrono: ½ kg di patate, 4 peperoni verdi, 1 cipolla, ½ bicchiere di olio extra vergine di oliva prezzemolo tritato, sale e pepe.
In un tegame mettete le patate tagliate a tocchetti, i peperoni a listarelle sottili, la cipolla affettata, l’olio, sale e pepe. Coprite il tutto con acqua e lasciate cuocere a fuoco lento per circa ¾ d’ora. Prima di servire, cospargete con abbondante prezzemolo tritato e…….
Il vostro piatto rustico è bello e pronto!
Panu cottu da nanna:
Occorrono: 2 belle fette di pane casereccio, 1 foglia di alloro, sale, olio extra vergine di oliva, parmigiano grattugiato.
Mettete in un tegame le fette di pane, copritele con acqua abbondante, salate, unite le foglie di alloro e portate ad ebollizione. Dopo qualche minuto, versate nel piatto il pane caldissimo, aggiungete l’olio, cospargete di abbondante parmigiano grattugiato e servite.
Il piatto di antichi sapori vi farà ritornare ragazzi!
Spachetti aggiu, ogghiu e pipu Juschenti:
Occorrono: 400 gr. di spaghetti, 2 spicchi d’aglio, peperoncino rosso, olio extra vergine di oliva..
Fate soffriggere in olio abbondante 2 spicchi d’aglio, ed un peperoncino piccante. Lessate in molta acqua salata la pasta, scolatela, conditela quindi, con l’olio bollente, versateci se vi piace anche una bella manciata di prezzemolo tritato.
Il piatto piccante è pronto!
Maccarruni i da casa:
Occorrono: 1 kg. Di farina di grano duro, 3 uova, acqua quanto basta, ragù di carne di maiale.
Mettete sul tavolo la farina a fontana, rompeteci dentro le uova, e impastate unendo acqua tiepida, fino ad ottenere un composto consistente. Lavoratelo bene e stendetelo con il mattarello fino ad ottenere una sfoglia non troppo sottile, che taglierete a quadrati di circa 1 cm. Premete su ogni pezzo di pasta un ferro da calza, arrotolatelo e otterrete così dei piccoli maccheroni. Sfilateli dal ferro e lasciateli ad asciugare. Preparate un buon ragù con la carne di maiale, lessate al dente i maccheroni, conditeli e cospargeteli con abbondante pecorino crotonese grattugiato.
Economia contadina
Nu porceddu e quattru carrini
si ponu mintiri cu chiri i deci ducheti
(Chi possiede un maiale e quattro denari,
si può paragonare a chi possiede un patrimonio)
Tre acque a Marzu e dui ad Aprili
E una a Meju si si po' aviri
(L’ideale per la campagna: tre piogge a marzo
e due ad aprile ed una a maggio se possibile)
Chi si fa riccu senza fatigheri o trovaturu o cornaturu
(Chi si fa ricco senza lavorare, o
trova tesori o ha una moglie compiacente)
Levanti o levantinu, o ottava o quindicina
O puramenti nu misi i continuu
(Quando il mal tempo viene da levante,
può succedere che piova per un mese di continuo)
Quannu chiova lassa chioviri e druvi su frittuli u nti moviri
E druvi su sozizzi mpisi un ti moviri ppe nu misu
(Se piove, non affannarti, lascia piovere;
goditi la pausa del lavoro con "frittole" e salsicce)
Si vo appezzentiri manna fora e nun ci jiri
(Se vuoi impoverirti, manda
l’operaio senza sorvegliarlo)
Quannu u tempu è da muntagna
Pia a zappa e va guadagna, quannu u tempu
è da marina pia a pigneta e va cucina
(Si fa riferimento qui alla collocazione geografica
di Melissa che ha la collina a Nord Ovest dell’abitato
ed il mare ad Est. Se il mal tempo viene da Ovest è
passeggero, se invece il maltempo viene
da Est devi stare in casa a cucinare)
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