LO STEMMA
D’azzurro al tripode d’argento con due serpi uscenti dalla coppa ed addossati, linguati di rosso, colla campagna di rosso carica della sigla “Q D O” (KRO in caratteri arcaici greci); con fascia d’oro, attraversante sulla spartizione. Ornamenti esteriori da Comune.
IL GONFALONE
Drappo di colore rosso riccamente ornato con ricami dorati e caricato dello stemma comunale con la scritta centrata di colore oro: “Comune di Crotone”. I cordoni e l’asta sono dorati.
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I coloni greci iniziano ad arrivare sulle coste dell'Italia meridionale nel corso dell'VIII secolo a.C., preceduti da numerosi stanziamenti micenei. Crotone è fra le più antiche colonie achee ad essere fondata; le storie e le leggende sulla sua nascita sono molteplici e affondano le loro radici nella notte dei tempi.Dionisio di Alicarnasso narra che i primi fra gli Elleni ad attraversare l'Adriatico ed a trasferirsi in questi luoghi furono gli Arcadi condotti da Enotro, molte generazioni prima della guerra di Troia; essi dalla costa si spostarono poi nell'entroterra, già abitato da Siculi, Ausoni, Morgeti e Japigi. Il territorio occupato fu chiamato Enotria; in seguito, la zona fu sottomessa da Italo, uno dei successori di Enotro, che diede il suo nome a tutta la regione; gli Enotri presero dimora in questo luogo, stabilendo contatti con i Micenei, dai quali appresero la loro più avanzata cultura.È sempre qui che, alla fine dell'VIII secolo, giunse una seconda ondata di coloni greci provenienti dall'Acacia, guidati dal gobbo Myskelloa di Rhype il quale, secondo la tradizione, dopo aver interrogato l'oracolo di Delfi, ebbe l'ordine di fondare una città nel sito dell'odierna Crotone. Ma altre leggende si tramandano sulle origini dell'antica città di Pitagora.Antioco di Siracusa narra di un incontro a Delfi tra Myskellos e Archia di Corinto, che in quel tempo si recava in Sicilia, dove avrebbe fondato Siracusa. Ai due l'oracolo avrebbe chiesto di scegliere tra la salute e la ricchezza e Myskellos chiese la salute; a questo si collegherebbe la fama di Kroton dovuta alla salubrità del suo clima.
Secondo Ovidio, invece, Myskellos si sarebbe recato sulle rive dell'Esaro per ordine di Eracle, eroe il cui nome è spesso associato alla fondazione di nuove città della Magna Grecia; mentre un'altra tradizione fa risalire il nome della città a Crotone, l'eroe fratello di Alcinoo re dei Feaci. Ma Myskellos non fu mai insignito del titolo di fondatore della città, i cui abitanti venerarono sempre Kroton ed Eracle. Quest'ultimo doveva essere considerato un vero e proprio eroe nazionale, visto che la sua effige era impressa su molte monete.
Nei primi secoli di vita la città si ingrandì rapidamente e raggiunse un grado di splendore e ricchezza tali da farla figurare tra le più importanti e potenti poleis della Magna Grecia, le quali avevano acquistato talmente tanta forza da far sentire Crotone a disagio tra due potenti vicini: a nord Sibari, a sud Locri. I Crotoniati avevano fondato Scillenzio e Caulonia, con le quali avevano costituito la Lega Italiota - allo scopo di difendersi dalle altre popolazioni magnogreche - e che ebbe sede nel santuario di Hera Lacinia. Fu combattuta dapprima la guerra contro Siri - altra colonia achea - che vide Crotone vittoriosa, e poi quella contro Locri. Questa volta Kroton rimase sconfitta nella battaglia presso il fiume Sagra, intorno al 520 a.C., riuscendo, però, a risollevarsi assai presto. Alla sua rapida ripresa non fu estranea l'opera del filosofo Pitagora, che qui era giunto da Samo intorno al 530 a.C., nel periodo di massimo splendore della città, forse anche richiamato dalla scuola medica di Alcmeone e Democene, dal valore degli atleti, che con la loro prestanza fisica superavano ogni polis greca nei giochi olimpici, e dalla fama del santuario di Hera Lacinia.
Qui Pitagora fissò la sua dimora e, accanto al citato santuario, fondò la scuola filosofica che, nel corso degli anni, si trasformò in un vero e proprio partito politico con indirizzo conservatore e oligarchico, dopo aver esercitato una significativa azione critica nei confronti del governo dei tiranni.
Nel 510 a.C. la sconfitta inflitta a Sibari, in seguito ad un assedio durato circa 70 giorni guidato dal famoso atleta crotoniate Milone, segnò l'inizio dell'egemonia di Crotone su tutta la regione colonizzata dai Greci Italioti; in effetti, sembra che proprio in questo periodo si sia iniziata a designare la zona come Magna Grecia. I confini della città di Pitagora si estesero allora a nord fino a comprendere il territorio della distrutta Sibari, superando l'Appennino per occupare Terina.
La zecca di Crotone fu tra le più importanti della Magna Grecia; coniò monete per circa tre secoli, ad iniziare dal 540-530 a.C., producendo esemplari di peso costante, buon metallo e ottima fattura, che furono diffusi e fatti circolare in un vasto territorio.
Le più antiche monete sono dette "incuse", perché presentano un lato ad impressione rilevata e l'altro incavato; esse riportano il tripode dell'oracolo di Delfi che allude alle origini leggendarie della città; quelle successive recano effigiata la testa di Hera Lacinia o di Apollo e, dall'altro lato, l'aquila o Ercole.
Ma tale periodo di gloria e successi non poteva durare per sempre: come veloce fu l'ascesa, altrettanto lo fu il declino. Le ricchezze accumulate portarono ad un grave dissolvimento di quei valori, riassumibili nell'etica pitagorica, grazie ai quali la città era cresciuta e aveva raggiunto il suo splendore.
I primi a farne le spese furono i pitagorici che, a causa del loro rigido ascetismo, con una rivoltapopolare furono allontanati dal controllo politico esercitato sulla città. La loro scuola filosofica, nonché associazione religiosa, venne data alle fiamme, mentre il loro maestro si ritirava in forzato esilio a Metaponto.
Dopo un periodo di nuove lotte interne fomentate da Cilone, all'orizzonte comparve la figura di Dionisio di Siracusa, il tiranno noto per i suoi rapporti con Platone, che, con le sue mire imperialistiche, assalì Caulonia. Nel 388 a.C. Crotone intervenne in difesa dei Cauloniati, ma subì una dolorosa e grave sconfitta all'Elleporo; ciò consentì allo stesso tiranno di raggiungerla e devastarla.
Il grande declino era iniziato e, a contribuire alla crisi della grande Kroton, giunsero i Brettii, i Lucani e, nel 299 a.C., Agatocle, che la occupò e vi lasciò una grossa guarnigione a presidiarla. Intorno a1282 a.C. Crotone stipulò un foedus con Roma in virtù del quale accolse tra le sue mura un presidio romano. Quando però, tra il 280 ed il 279 a.C., Pirro, re dell'Epiro, sconfisse i Romani ad Eraclea, la città, seguendo l'esempio di Locri, si consegnò al vincitore che, presentandosi come il paladino della causa greca nel sud della penisola, intendeva bilanciare il crescente espansionismo della nascente potenza romana. Ma il partito filoromano, approfittando della lontananza di Pirro, impegnato in Sicilia offrì al console Rufino la possibilità di riconquistare la città. Quando Pirro abbandonò l'Italia nel 275 a.C., Crotone era nuovamente e saldamente in mano romana e, come le altre città italiote, aveva rinnovato il suo foedus con l'Urbe.
La Crotone che entrava a far parte della confederazione romana era in piena crisi demografica ed urbana. Nel 215 a.C., i Brettii, aiutati dai Cartaginesi, la sottomisero. Numerosi Crotoniati, per non essere ridotti in schiavitù, si stabilirono a Locri dove, secondo la leggenda, furono accolti con benevolenza e cordialità.
I Brettii mantennero l'egemonia sulla città fino a quando, nel 203 a.C., Annibale, messo in fuga dai Romani, dopo aver distrutto la vicina Petelia, giunse a Crotone per imbarcarsi alla volta di Cartagine. Prima della partenza massacrò però, nel tempio di Hera Lacinia, fino a quel momento inviolato, molti soldati di stirpe italica lì rifugiatisi perché non volevano seguirlo.
Nel 194 a.C. i Romani la ridussero a colonia; in quest'epoca la decadenza era così avanzata da far scrivere a Livio che la zona abitata era ridotta alla sola sponda sinistra dell'Esaro, mentre il resto era deserto e rovina: dell'antica e splendida città della Magna Grecia non restava quasi più nulla.
A questo punto, come afferma il Lenormant, il suo nome scompare per riapparire nella grande storia, modificato nel nuovo toponimo di Cotrone (denominazione che fu mantenuta fino al periodo fascista, quando la città assunse quella attualmente in vigore), solo all'epoca della guerra dei Bizantini contro i Goti.
Il fatto che non si giunse alla sparizione del nucleo urbano si deve certamente alla sua posizione geografica favorevole. Proprio per questo, nonostante il suo grave declino in epoca imperiale romana, ebbe un ruolo non secondario nella cristianizzazione della Calabria.
Secondo la leggenda, infatti, l'evangelizzazione della zona di Crotone fu dovuta all'opera di S. Dionigi, che era membro dell'aeropago di Atene. Sbarcato nel 61 d.C. a Reggio Calabria insieme a S. Paolo, l'aeropagita da lì sarebbe giunto nella città dell'ex Magna Grecia nel 97, dove organizzò i primi nuclei di cristiani.
Bisogna aspettare la fine del VI secolo per rivedere Crotone tornare alla ribalta della grande storia, in occasione della riconquista della parte occidentale dell'impero ad opera di Giustiniano. L'imperatore in questo periodo volle contare sul suo porto per mantenere i contatti tra lo stato e l'esercito imperiale impegnato nella riconquista dell'Italia.
La fine della guerra greco-gotica ripristinò l'autorità imperiale ed aprì una nuova fase per il Mezzogiorno. È sempre da far risalire a questo periodo la figura di Jordanes, primo vescovo di Crotone di cui si abbia notizia, a sua volta goto e figura di grande rilievo culturale e politico, che resse la diocesi in un periodo assai difficile nei rapporti tra Goti e Bizantini.
Nell'estate del 596 Crotone fu distrutta dai Longobardi guidati da Arechi, duca di Benevento, al quale non era sfuggita l'importanza strategica della città. Il papa Gregorio Magno fece sentire la sua voce in un'accorata lettera indirizzata alla sorella dell'imperatore, nella quale esprimeva il suo rammarico per quanto accaduto nella città meridionale e metteva a disposizione una somma di denaro per liberare gli schiavi di Crotone.
Grazie all'interessamento del papa, l'opera di ricostruzione fu accelerata e permise al porto crotonese di rimanere un importante approdo del Mediterraneo per i viaggi da Costantinopoli a Roma, almeno fino a quando i rapporti fra queste due città si mantennero buoni.
Quando la situazione cambiò, Crotone vide attenuato ciò che fin dall'età classica aveva contribuito alla sua prosperità: il flusso dei traffici commerciali nel suo porto, provenienti dall'Oriente. Il tutto fu aggravato dall'inizio delle scorrerie e delle conquiste arabe nel Mediterraneo: le coste divennero insicure e le zone interne furono favorite, dando la possibilità ad alcuni centri come Crucoli, Cirò Superiore ed Umbriatico, di consolidarsi. Solo sporadicamente i Saraceni si volsero verso Crotone che continuò ad essere una salda roccaforte bizantina.
Poche ed imprecise sono le notizie sulla città in questa fase di incertezza politica trascorsa sotto il rischio di veder cancellate le proprie istituzioni politiche, la cultura e la fede. Il monachesimo italo-greco si diffuse anche nel territorio crotonese nel corso dell'alto Medioevo ed ebbe positivi risvolti, poiché i monaci raccolsero intorno a loro le popolazioni disperse dando così un certo impulso all'agricoltura.
Intanto, un nuovo popolo - quello dei Normanni - stava avviando una sua decisiva presenza nel Mezzogiorno all'inizio del secondo millennio dell'era cristiana. Nel 1052 le milizie bizantine comandate da Argiro furono sconfitte presso Crotone; con questa vittoria ebbe inizio il dominio normanno nella regione, dominio che Roberto il Guiscardo consolidò con la presa di Reggio Calabria nel 1060 e con il formale riconoscimento da parte del papa Nicolò II al sinodo di Melfi.
A differenza del territorio circostante, dove si registrarono sommosse e tentativi di affrancamento, nella città di Crotone i Normanni furono accettati senza resistenza. Molto probabilmente ciò fu l'effetto della forte recessione economica e del calo demografico causato dalla fuga degli abitanti verso le montagne dell'interno.
La città trattò probabilmente la resa con il Guiscardo «concordando tributi e servizi e ricevendo in cambio, insieme con particolari franchigie per i traffici marittimi e terrestri, il riconoscimento degli antichi privilegi e delle proprie consuetudini, ivi comprese quelle liturgiche e rituali».
I Normanni diedero impulso all'allevamento del baco da seta, favorirono l'agricoltura introducendo la coltivazione della canapa, del lino, del cotone, degli agrumi e della canna da zucchero; favorirono inoltre l'opera della chiesa, imposero il rito latino, trasferirono popolazioni greche, sostituendole con popolazioni latine, e diedero il via ad un sistema politico economico di tipo feudale.
Ai Normanni, fondatori con la famiglia degli Altavilla della monarchia unitaria del Mezzogiorno, successe, nel XII secolo, la dinastia degli Svevi che, in particolare con Federico II, favorì lo stanziamento di mercanti forestieri, fortificò ulteriormente la cinta muraria della città e migliorò il porto. Tutto ciò, nell'ambito di una più accentuata propensione politica dell'imperatore svevo, in continuità con le scelte strategiche dei sovrani normanni, verso un'intensificazione dei rapporti e dei conflitti con l'Oriente, di cui le crociate avevano costituito il punto d'avvio.
Crotone visse un nuovo periodo di prosperità e, secondo il Maone, «in quel tempo fu la più grande (città) della Calabria».
La morte improvvisa dell'imperatore, nel 1250, creò sgomento nella città che, schierata ora dalla parte di Manfredi, perse, per volere del papa - acerrimo nemico di Federico Il , l'autonomia e le prerogative concesse alle città demaniali, divenendo contea.
Le fonti storiografiche sono discordi sul nome del primo conte di Crotone, probabilmente fu Ludovico di Hohenburg, ma la signoria di questa famiglia non dovette durare molto, perché Manfredi e l'esercito imperiale sbaragliarono facilmente le truppe fedeli al papa ed a Pietro Ruffo, l'ex alto funzionario imperiale ora passato dalla parte dei nemici degli Svevi.
Gli , Hohenburg furono imprigionati e privati dei loro beni, mentre nel 1257 un sicario di Manfredi raggiungeva, a Terracina, Pietro Ruffo, già dichiarato colpevole e per questo privato della contea di Catanzaro. Fino alla battaglia di Benevento (nel 1266), che segnò la fine del dominio svevo, Crotone vide riconfermato il suo porto come punto nodale dei traffici verso l'Oriente, grazie alla politica estera perseguita da Manfredi, in continuità con quella della sua dinastia.
La vittoria di Carlo I d'Angiò sul partito svevo diede inizio al dominio degli Angioini e segnò le sorti di molte città del Sud, non rassegnate a cambiare regime; tra queste, anche Crotone. Qui, tra il 1267 ed il 1268, alla notizia della discesa in Italia di Corradino, erede della dinastia sveva, scoppiò la rivolta filosveva. Ma le speranze durarono poco: con la condanna a morte di Corradino, la repressione non tardò ad arrivare e fu tanto più pesante laddove la resistenza era stata più forte.
Nel 1284 Pietro II Ruffo divenne feudatario di Crotone; egli esercitò a lungo il suo dominium, salvo una breve parentesi durante la quale la città passò agli Aragonesi. Tra il 1309 ed il 1311 a Pietro II Ruffo succedeva il figlio Giovanni, con il titolo di conte di Catanzaro e Crotone. L'aggregato feudale così formatosi - appartenente ad una delle più potenti famiglie del Mezzogiorno, nella sua subregione crotonese - nel 1390 ottenne da re Ladislao di Durazzo - e mentre era alla sua guida Nicolò Ruffo - l'elevazione a Marchesato, denominazione che, da quel momento e fino ai nostri tempi, rimarrà a designare il territorio corrispondente, grosso modo, con l'attuale provincia di Crotone.
Il Marchesato divenne, nel corso del Quattrocento - e soprattutto nel secolo successivo - il più importante mercato di approvvigionamento di derrate agricole (in particolare grano e formaggio) del Mezzogiorno continentale. Si impose come luogo di confluenza di notevoli eccedenze prodotte nel latifondo feudale, divenuto il sistema produttivo dominante nelle terre del Crotonese. Queste ultime, oltre che per i pascoli e le colture estensive, si caratterizzavano anche per i pericolosi acquitrini miasmatici; erano, pertanto, regno della malaria e povere di uomini.
Crotone ed il suo hinterland divennero talmente preziose per l'economia meridionale e per la stessa sopravvivenza di Napoli - capitale del Regno - che, a partire dalla metà del XV secolo, in seguito agli sviluppi di una crisi politica tra la signoria feudale dei conti di Catanzaro, i marchesi di Cotrone e la monarchia aragonese, la città entrò a far parte permanentemente del demanio statale.
In effetti essa ottenne, nel corso del Cinquecento, dall'imperatore Carlo V d'Asburgo, oltre alla garanzia di non essere più concessa in feudo, anche alcune agevolazioni per lo sviluppo del commercio, come franchigie doganali, ed un assegno annuo da spendere per la restaurazione del porto e delle strutture difensive della città.
Nel 1541 il viceré di Napoli don Pedro di Toledo, a causa delle sempre più insistenti incursioni da parte dei Turchi, diede l'avvio ai lavori di fortificazione, ampliando e rafforzando la cinta muraria già esistente. Purtroppo l'opera fu portata a termine utilizzando i ruderi dei grandiosi edifici dell'antica polis magnogreca.
Anche il castello, grazie ai numerosi rifacimenti cinquecenteschi, si trasformò in uno dei luoghi fortificati di maggiore importanza del sistema difensivo costiero dello stato meridionale. Intanto, la città era divenuta il luogo privilegiato di permanenza delle grandi famiglie che controllavano l'ormai frastagliato complesso feudale del Marchesato. Esse costruirono in città palazzi prestigiosi dal punto di vista architettonico, come testimonia l'attuale via Risorgimento, che lo scrittore novecentesco Leonida Répaci aveva soprannominato la via "millionaire", poiché vi si affacciano numerose dimore appartenenti alla ricca aristocrazia locale.
Le grandi fortune economiche della città, durante l'età moderna, si concentrano nel fondaco che si apre ai margini della struttura portuale, dotato di ampi magazzini, come richiedevano le notevoli dimensioni del commercio di beni primari che passavano attraverso di essi.
Il tramonto del sistema feudale non segnò la fine della centralità di Crotone nel sistema commerciale meridionale. Al contrario, il territorio si aprì, nell'ultimo ventennio del Settecento, ai nuovi fermenti giacobini, volti a trasformare la natura dello stato e della società meridionale. Da qui l'adesione della nobiltà crotonese e di parte del ceto borghese alla Repubblica giacobina del 1799.
Il governo repubblicano durò pochi mesi; la rezione delle masse di Santa Fede del cardinale Ruffo, avviate alla riconquista della fedeltà alla monarchia borbonica di tutta la regione, ebbe come meta principale proprio la Crotone giacobina: le truppe massiste la assaltarono e la saccheggiarono, costringendola ad arrendersi. Francesco Antonio Lucifero, Bartolo Villaroja e Giuseppe Suriano, tutti crotonesi, furono fucilati nel castello, mentre, per gli altri, le pene furono durissime.
Tra la fine del 1805 e gli inizi del 1806, Napoleone, vittorioso dopo la battaglia di Austerlitz, si volse verso il Regno borbonico nel sud della penisola, inviandovi una spedizione militare al comando del fratello, Giuseppe. Ancora una volta, come nel 1799, la corte borbonica era costretta a fuggire in Sicilia, mentre re di Napoli veniva proclamato Giuseppe Bonaparte che, il 25 aprile del 1806, giunse a Crotone.
Fu questo il momento d'avvio di una fase molto difficile della vita cittadina, coinvolta pienamente nella guerra tra i Francesi e la coalizione antinapoleonica. Dopo nemmeno due mesi le truppe francesi furono sconfitte dagli Inglesi nella battaglia di Maida ed ai superstiti venne data la caccia fino a quando non raggiunsero Crotone. Tutta la zona era un brulicare di bande filofrancesi e filoborboniche che guerreggiavano tra di loro, seminando terrore e disordine ed insanguinando paesi e campagne.
Nel maggio del 1807, alla partenza delle truppe francesi per Cosenza, un capo dei briganti, conosciuto come Re Coremme, giunse in città e costrinse il sindaco a consegnargli tutte le somme di cui il comune disponeva; il sindaco venne arrestato e le case svaligiate. Coloro che avevano parteggiato per i Francesi furono costretti alla fuga o a dimostrare la loro fede borbonica.
Intanto, nella regione giungevano truppe francesi ed il generale Reynier decise un nuovo assedio di Crotone. Dopo venti giorni di occupazione, i Francesi entravano in città ed una deputazione di cittadini consegnava allo stesso Reynier le chiavi, chiedendo clemenza. Molte famiglie filoborboniche, come nel 1799 quelle filogiacobine, pagarono per la loro fede politica. Le vicende, i conflitti, le irruzioni e le conquiste che avevano travagliato la vita della città nell'età napoleonica sembrarono estraniare Crotone dagli avvenimenti dell'età della Restaurazione. In particolare, non pare che il moto liberale del 1821 con il suo svolgimento costituzionale, sia pur limitato nel tempo, abbia avuto una significativa partecipazione dei Crotonesi, se non per l'adempimento delle operazioni elettorali volte alla formazione del parlamento di Napoli, previsto dalla costituzione concessa da Ferdinando Da un punto di vista sociale ed economico, la dissoluzione della feudalità avviò la trasformazione, nel Marchesato, del latifondo feudale in latifondo borghese. In particolare le famiglie più influenti che qui operavano da secoli (i Barracco, i Berlingieri, i Galluccio, i Lucifero, i Morelli) approfittarono della disponibilità sul mercato immobiliare di vasti complessi territoriali, posti in vendita da una feudalità fortemente indebitata, da una parte, e dai contadini poveri - che avevano ricevuto quote nella divisione in massa che aveva accompagnato l'abolizione del sistema feudale - dall'altra.
Esse costituirono, dunque, aziende latifondistiche caratterizzate dall'integrazione tra i pascoli montani silani, le terre del grano e i pascoli invernali del Marchesato, mettendo insieme proprietà estese per diverse centinaia di ettari.
All'interno di questo sistema si configurava una società fortemente gerarchizzata, con una base assai vasta di braccianti senza terra. L'economia crotonese mantenne e rafforzò, nel corso dell'Ottocento, il proprio ruolo essenziale di mercato di sbocco dell'economia latifondistica del Marchesato, tanto più che il carattere dell'azienda latifondistica borghese era chiaramente finalizzato a trasferire sul mercato il massimo possibile dei suoi risultati produttivi.
Queste basi socioeconomiche spiegano il carattere della partecipazione crotonese alle vicende risorgimentali. Il ceto borghese, infatti, con le sue solide possibilità finanziarie, si era posto per tempo, fin dal 1799, il problema della trasformazione dello stato in una direzione che consentisse la sua partecipazione al governo nazionale, attraverso un modello costituzionale.
I gruppi liberali crotonesi rimasero perciò assai solidi e rafforzarono i loro sentimenti antiborbonici quando, come avvenne nel corso degli anni Trenta dell'Ottocento, lo stato assunse un atteggiamento filocontadino dinanzi alla proteste dei contadini che lamentavano il processo di riappropriazione delle quote già date a massa, da parte del ceto proprietario.
I loro atteggiamenti politici, tuttavia, furono moderati e resi tiepidi dalla sovversione sociale che ogni vicenda rivoluzionaria minacciava di scatenare, come conseguenza della presenza di un proletariato agricolo poverissimo e soprattutto deluso dalle aspettative di divisione delle terre comuni, operate sia nel periodo francese che in età borbonica.
Ciò si verificò puntualmente nel corso della rivoluzione del 1848, quando l'adesione delle forze liberali crotonesi alla nuova fase costituzionale fu accompagnata, assai presto, dall'emergere di importanti fenomeni di illegalità di massa da parte contadina, con occupazioni di terre, vere e proprie jacquerie antiborghesi ed episodi di banditismo.
Lo stato borbonico, una volta restaurato l'ordine, assunse di nuovo un atteggiamento antiborghese ed antiproprietario in particolare sul problema dell'usurpazione delle terre del demanio silano da parte dei latifondisti favorendo le aspettative dei contadini. Di conseguenza la scelta politica antiborbonica e filosabauda della potente classe borghese crotonese divenne definitiva.
Il ceto liberale cittadino, pur non assumendo un ruolo attivo nelle agitazioni politiche che precedettero in Calabria l'arrivo delle truppe garibaldine, finanziò ampiamente l'impresa di Garibaldi ed espresse una convinta adesione all'Unità italiana.
La modernizzazione politica acquisita dal nuovo stato si riflesse positivamente all'interno della città. La guida di Crotone fu il risultato di un serrato confronto politico tra liberali moderati, espressione in genere della ricca borghesia locale, e democratici, espressione di gruppi di intellettuali e di media e piccola borghesia delle professioni e degli affari, che il diritto elettorale attivo - riconosciuto in maniera sempre più ampia nella seconda metà dell'Ottocento, rese maggiormente protagonisti della vita urbana.
A1 governo della città, perciò, si succedettero sindaci che ebbero il merito di porre in primo piano i problemi della vita quotidiana. Tra di essi, figure di notevole rilievo furono certamente il democratico Raffaele Lucente, che fu sindaco tra il 1876 e il 1882, ed il socialista Carlo Turano, che esercitò il suo mandato a più riprese tra l'ultimo decennio dell'Ottocento e i primi anni del nuovo secolo.
Furono allora affrontati problemi di forte rilievo nella vita civile, quali la realizzazione di un sistema d'illuminazione pubblica, la questione dell'acquedotto, la creazione di una rete fognante e - in seguito al sisma che colpì Crotone nel 1905 - il problema delle case malsane in cui viveva una porzione rilevante della popolazione cittadina.
Il dibattito politico, per tutto il primo cinquantennio postunitario, si svolse nella città tra i gruppi sopra descritti e nelle forme tipiche di uno stato liberale: creazione di circoli liberali e democratici, nascita di giornali a sostegno della dialettica tra i vari orientamenti, fondazione di istituzioni di assistenza e solidarietà a carattere laico, attraverso le quali la classe politica si garantiva forme di consenso tra i ceti elettoralmente attivi.
Da parte sua, la borghesia proprietaria creava una struttura finanziaria moderna attraverso la costituzione di aziende di credito locali, come quella che poi diverrà la Banca popolare di Crotone, la cui presenza si affiancò a quella di alcune banche nazionali.
Una svolta nella vita politica locale fu costituita dall'arrivo dell'esponente di sinistra catanzarese Enrico Mastracchi. Di formazione socialistarivoluzionaria, questi comprese le grandi potenzialità espansive del movimento socialista nel Crotonese, purché assumesse un carattere classista. Nacque perciò in città una formazione politica, il Psi, con il carattere tutto affatto nuovo del partito di massa.
Esso si fondava su una rete di leghe di resistenza, create tra gli artigiani ed i braccianti, ed aveva il suo centro nevralgico nella Camera del lavoro e soprattutto nella sezione socialista. L'eccellente lavoro del, dirigente di sinstra si tradusse nell'organizzazione di scioperi e di forme di resistenza di classe che operarono una svolta nei rapporti tra i ceti sociali, radicalizzandoli, e soprattutto nella promozione della partecipazione della classe operaia e contadina alla vita politica cittadina.
L'efficacia del suo operato si rivelò nelle elezioni amministrative del 1914, quando la lista socialista, grazie anche all'introduzione sul piano nazionale del suffragio universale maschile, ottenne un importante successo, sebbene la maggioranza fosse andata ad una lista moderata che sosteneva Turano.
La nascita del primo partito di massa, su basi socialmente discriminanti, colse di sorpresa - e, in qualche misura, divise - i ceti dirigenti tradizionali. Ciò apparve chiaro nel primo dopoguerra, quando le pressioni delle masse popolari sull'amministrazione statale e comunale nella' lotta contro il carovita non soltanto dettero esiti rilevanti, ma costituirono la premessa del successo elettorale del gruppo socialista capeggiato da Mastracchi, di cui faceva anche parte Falcone Lucifero, giovane esponente dell'antica famiglia crotonese.
Nel 1920 Mastracchi divenne sindaco di quella che appariva ormai una cittadella rossa. Il momento più alto dell'adesione popolare al socialismo crotonese si raggiunse l'anno successivo, quando l'elettorato cittadino contribuì in maniera decisiva all'elezione al parlamento dello stesso Mastracchi.
Quei mesi segnarono altresì la ripresa politica della borghesia proprietaria sulla base di una convinta adesione che questa, insieme con importanti frange della piccola borghesia urbana, diede ai valori del nazionalismo prima la cui espressione fu Luigi Siciliani, figura di prestigio nazionale, fortemente radicata nel Marchesato di Crotone, ed a quelli del fascismo poi, grazie anche all'aperta collusione tra rappresentanti locali dello stato ed i primi esponenti fascisti crotonesi.
Dopo che, nel settembre 1922, l'amministrazione Mastracchi era stata sospesa dall'autorità prefettizia per avere partecipato allo sciopero legalitario antifascista, nel novembre successivo la città conobbe un'importante esperienza squadrista che passò all'attacco delle residue forze socialiste crotonesi e proclamò l'ostracismo nei confronti dei suoi leader.
Progressivamente, sia il fascismo squadrista, che l'altro di estrazione nazionalista e moderata, raggiunsero un peso politico notevole e nelle elezioni del 1923 conquistarono il municipio. Tuttavia, il peso della classe dirigente tradizionale, tornata a controllare la vita municipale, fu assai scarso nella vicenda della nascita del polo industriale crotonese, nella seconda metà degli anni Venti.
Le divisioni interne al ceto proprietario tra quanti - una minoranza - erano favorevoli ad un destino di sviluppo industriale, e quanti - la maggioranza - erano contrari, anche per ragioni di ordine sociale, e propensi, invece, alla permanenza di una struttura socio-economica tradizionale, fecero sì che le scelte del governo e dell'industria nazionale - che portarono alla nascita del polo industriale chimico - tenessero scarso conto della classe dirigente fascista.
Essa, comunque, si impegnò tutto sommato con esiti felici - con il podestà Cosentino, nella politica di adeguamento della crescita urbana alla nuova realtà socio-economica. All'appiattimento politico che si generò a causa dell'abolizione di qualsiasi libertà democratica, tentarono di opporsi gruppi di antifascisti che - se dal punto di vista quantitativo risultano esigui - da quello qualitativo ed ideale non vanno di certo sottovalutati. Anche perché (come nel caso del futuro comandante partigiano Giulio Nicoletta) costituirono la base di successive chiare prese di coscienza antifascista.
A causa della presenza del polo industriale e del porto, la guerra mondiale determinò conseguenze catastrofiche per la città, che subì ripetuti bombardamenti, tanto che, ai primi del 1943, una parte sensibile dei suoi abitanti l'aveva abbandonata per rifugiarsi nei centri meno esposti del Marchesato.
Proprio nell'agosto del 1943, in un frangente tra i più drammatici della sua storia novecentesca, si distinse il medico Silvio Messinetti. Grazie ad un forte ascendente che esercitava sulla popolazione, specialmente la più povera - che non esitava spesso a curare gratuitamente - questi mise riparo al suo coinvolgimento nell'esperienza di vicepodestà fascista, compiuta nel 1939 e, con la ripresa democratica, assunse un ruolo di primo piano nella sezione comunista crotonese.
Le prime elezioni comunali, svoltesi all'inizio del 1946, come era in qualche misura prevedibile, riportarono i rapporti di forza tra i partiti al periodo prefascista e fu ancora una volta la sinistra di classe (socialisti e comunisti uniti) che conseguì il successo ed espresse come sindaco lo stesso Messinetti. Iniziò così un lungo periodo di governo dell'uomo politico comunista alla guida della città, che si protrasse, di fatto, fino a1 1964.
Sulla base di un'articolata presenza del partito comunista negli strati popolari urbani e di una granitica presenza della base operaia nelle industrie, la città venne soprannominata la "Stalingrado del Sud".
L'amministrazione comunista perseguì programmi di sviluppo civile e culturale, in linea con il modello di crescita urbana maturato nell'esperienza municipale - prima socialista e poi comunista - dell'Italia centrale. Tra l'altro, proprio l'amministrazione Messinetti riprese, nel 1957, il progetto del podestà Cosentino per la creazione della provincia di Crotone, a riconoscimento delle peculiarità socio-economiche e storiche del Marchesato.
La crisi della "Stalingrado del Sud" fu il risultato di nuovi sviluppi della politica nazionale e regionale. L'avvio, sul piano nazionale, della politica di centro-sinistra, comportò, sia pure con un certo ritardo nel Crotonese, il distacco del Psi dal Pci, favorito a Crotone dall'emergere, nell'ambito del socialismo locale, della leadership di Visconte Frontera, legato a Giacomo Mancini, allora Ministro dei Lavori pubblici ed esponente di punta dell'autonomismo socialista.
Si crearono così le premesse per la fine dell'egemonia rossa sul comune e per l'avvio dell'esperienza di centro-sinistra. Fu, questa, un'alleanza tormentata che, attraverso crisi prolungate e ritorni ad esperienze di unità delle sinistre, caratterizzò per oltre un trentennio la vita politica cittadina.
Socialisti e democristiani, entrambi alla ricerca di un primato nell'ambito dell'alleanza organica tra i due partiti, posero in essere ripetute e gravi discontinuità amministrative che contribuirono ad omologare Crotone alle tante città del Mezzogiorno che manifestarono analoghe tendenze.
Adeguamento alla realtà urbana meridionale che riguardò, su altri piani, in positivo, la scolarizzazione di massa e la nascita di servizi civili e di assistenza sociale moderni; in negativo, fenomeni massicci di disordine urbanistico - connessi ad ampie pratiche di abusivismo edilizio - e di degrado della vita civile, legato alla diffusione, tra le giovani generazioni, dello spaccio e del consumo di droga.
In effetti, proprio il porto di Crotone costituì tra i primi punti di riferimento del mercato clandestino delle sostanze stupefacenti, con il conseguente incremento dei fenomeni delinquenziali, legati sia allo spaccio che alla crescita di pratiche di controllo mafioso sul territorio urbano. Un ulteriore fattore di omologazione alla realtà sociale delle città calabresi, fatta di un terziario sovradimensionato e di un esile apparato produttivo industriale, sopravvenne per Crotone nel corso degli anni Ottanta.
In quegli anni, il settore industriale, nato alla fine degli anni Venti, entrò in crisi e la prospettiva dei licenziamenti di massa provocò forti agitazioni sociali, che si attenuarono solo in seguito all'elaborazione di un programma di crescita economica legato alla nascita di un sistema industriale più in linea con le esigenze del mercato. L'ultimo decennio ha visto la città perdere la sua connotazione di centro demograficamente attrattivo, che l'aveva invece caratterizzata sin dall'Unità d'Italia e fino ai primi anni Ottanta. Fra i medesimi anni Ottanta e i Novanta, le profonde mutazioni economiche, le trasformazioni indotte dal quadro politico nazionale e internazionale, il ridimensionamento della base operaia urbana, accentuarono la messa in crisi dei partiti politici della sinistra. Si spiega perciò come il Pci e, successivamente, il Pds ed i Ds, abbiano progressivamente perduto quel forte radicamento in una base sociale di fatto ormai inesistente. Il tutto aggravato da una politica spesso clientelare e certamente aliena da positive contaminazioni intellettuali. D'altra parte, il Psi di Frontera, con la scelta della "politica dei due forni", della possibilità cioè di allearsi o con la Dc o con il Pci, per mantenere il ruolo egemone nella vita politica locale che i risultati elettorali non assegnavano ai socialisti, fu tra i maggiori responsabili di un susseguirsi di amministrazioni comunali deboli e cangianti sino a subire - nel 1991 - lo scioglimento prefettizio.
Agli inizi del 1991, in un momento dunque critico per la propria storia, Crotone riusciva però ad ottenere un importante riconoscimento, divenendo capoluogo di provincia.
Con la recentissima legge elettorale, la città ha comunque saputo cogliere la logica dei tempi nuovi, inviando alla guida del comune prima due esponenti del centro-sinistra (i popolari Domenico Lucente e Gaetano Grillo, e anche questo testimonia la perdita di peso politico del Pci-Pds) e poi l'attuale sindaco, Pasquale Senatore, battagliero leader di Alleanza nazionale ed espressione del centro-destra. L'amministrazione di Senatore, eletto sempre con grande consenso popolare nel 1997 e poi nel 2001, si è caratterizzata per due elementi essenziali. Il primo afferisce al recupero storicopolitico dell'esperienza fascista (fra le altre iniziative si ricorda l'erezione di un "Gladio" che edificato in nome della pacificazione fra i combattenti partigiani dei Cln e fascisti della Rsi è, in effetti, un chiaro richiamo al simbolismo della Decima Mas fascista). Il secondo riguarda, invece, la realizzazione di una serie di importanti iniziative nel campo dell'arredo urbano e dei lavori pubblici.
Dal punto di vista politico generale, il leader della destra, partito come missino da posizioni di netto antagonismo verso il sistema della Prima repubblica, ha poi attinto buon parte degli assessori proprio all'interno del ceto politico tradizionale che non aveva dato risulta ti positivi e che tanto aveva avversato ne decenni precedenti.
Anche il citato riconoscimento di Crotone come capoluogo dell' ”antica provincia del Marchesato” non ha però dato appieno i frutti auspicati. Le attività delle amministrazioni di centro-sinistra presiedute dal pidiessino Carmine Talarico (eletto nel 1995 e poi rieletto nel 1999 con notevole consenso popolare) sono difatti state caratterizzate - soprattutto durante il secondo man dato - da alcune vicende, anche di carattere giudiziario, in cui le guide politiche della provincia non sembrano avere dato il meglio di se stess Questo ha determinato ampie contestazioni anche all'interno della stessa sinistra, portando ad una frammentazione delle liste per le nuove elezioni del 2004. Ciò nonostante, la valida candidatura posta d centro-sinistra - un imprenditore, attento ai movimenti culturali, diessino, Sergio Iritale - e la concomitante crisi del centro-destra (causata tanto dalla situazione politica nazionale quanto da un oggettivo offuscamento dell'amministrazione Senatore) hanno consentito il mantenimento del quadro politico precedente alla guida dell’amministrazione provinciale.
Personaggi
I Nomi della Magna Grecia
Alcmeone
Alcmeone nacque intorno all'anno 560 a.C. a Crotone, proprio negli anni della mitologica battaglia della Sagra perduta contro Locri, non è dato sapere dove effettua i suoi studi, ma la sua arte medica si sviluppa da subito nella città di Miscello, tanto che all'arrivo di Pitagora a Crotone, la fama di Alcmeone è già diffusa in tutta la regione. Padre fondatore della medicina antica, e del metodo scientifico di ricerca, Alcmeone fu il primo a sezionare i corpi umani ed animali per studiarne l'anatomia e sopratutto per cercare di capire quale fossero le cause delle malattie. Scoprì nel cervello il centro motore delle attività umane, andava infatti dicendo, il medico crotoniate, che l'uomo sente tramite l'orecchio, ma capisce tramite il cervello, che gli animali sentono ma non capiscono perchè non dotati del cervello umano. Studiò attentamente i nervi ed il sistema nervoso, intuendo anche le loro funzioni motorie, disse per primo che nel grembo materno si forma la testa come prima parte di un feto. Alcmeone scrisse il "Della Natura" libro purtroppo andato perduto, ma di cui si hanno molte citazioni e riprese in testi scritti da diversi autori della Grecia Ellenica, primo fra tutti Aristotele che lo cita spesso nel suo libro la Metaphysica. E proprio Aristotele, discorrendo nel suo libro, ci descrive il metodo scientifico del grande medico crotoniate, che se con Pitagora aveva in comune lo spirito d'osservazione ed il rigore scientifico delle ricerche, per il resto si distaccava parecchio dalla filosofia del samio, in quanto Alcmeone riteneva che l'uomo può fornire delle congetture, ma la verità assoluta è cosa degli Dei.
Alcmeone aveva una concezione democratica del sapere e non classista ed oligarchica come quella di Pitagora, insomma Alcmeone non era un pitagorico, ma uno scienziato puro che riconosceva l'inscindibilità del corpo e dell'anima, l'uno complementare dell'altra. La fama di Alcmeone e dei suoi seguaci raggiunse presto le sponde di tutto il Mediterraneo, tanto che in altre isole della Grecia nascevano scuole mediche che s'ispiravano a quella del crotoniate che già cinquecento anni prima di Cristo diceva: "ciò che mantiene la salute è l'equilibrio delle forze contrapposte: umido e secco, freddo e caldo, dolce e amaro e via dicendo, il predominio di una di esse genera malattie, la salute è mescolanza proporzionata delle qualità".
Pitagora
L’uomo che venne da Samo. Samo, chiamata dai Turchi Sadam Adassi, è una grande isola greca dell'Egeo meridionale, distante dalla costa anatolica poco più di 2000 metri.
Gli scavi archeologici e le fonti storiografiche rivelano che l'isola fu in età greca una delle regioni più floride della Ionia, nota per l'olio, il vino, i manufatti di bronzo e di lana, per gli intensi traffici commerciali con l'Oriente mediterraneo e per il valore dei suoi poeti, architetti, scultori, orefici, scalpellini.
Colonizzata intorno al 1000 a.C. da Elleni continentali in gran parte di stirpe ionica, nel corso del VI sec. d.C. Samo fu dilaniata dalla rivalità tra una ricca e sprezzante classe di latifondisti, detti gheòmoroi, detentori di un oppressivo potere politico, ed un battagliero ceto di mercanti e di artigiani, che avevano accumulato cospicui patrimoni trafficando con le isole, con l'Egitto e con le satrapie più occidentali dell'impero persiano.
Nel 531 a.C. esplose nell' isola una rivolta popolare antiaristocratica: la capeggiava un astuto avventuriero di origini aristocratiche, il cui nome era Policrate. Con l'aiuto di due fratelli e con il sostegno della borghesia e del proletariato isolani, Policrate si impadronì del potere e diventò tyrannos di Samo. Il suo sogno era creare un regno ricco e potente, che avrebbe dovuto comprendere la Ionia e le isole egee.
Per raggiungere il suo scopo, questo abile doppiogiochista, per altro ottimo amministratore (fu lui a volere la costruzione dell'acquedotto samio, opera mirabile dell'ingegneria greca) e colto mecenate (la sua lussuosa corte ospitò, fra gli altri, il medico crotoniate Democede, al quale corrispose un compenso annuo di 2 talenti, cifra astronomica per quei tempi), questo abile doppiogiochista, dicevamo, si procurò somme enormi esercitando la onorevole (per quei tempi) arte della pirateria e, senza scrupolo alcuno, fece e disfece alleanze di ogni sorta. Una fortuna sfacciata gli corse dietro per molti anni, ma alla fine gli voltò le spalle: stretto tra l'incudine della progressiva avanzata del colosso persiano verso l'Asia Minore ed il martello di una rivoluzione proletaria di marinai e pescatori dell'isola, il tiranno di Samo tentò di entrare nelle grazie del satrapo Orete, il quale si fingeva ribelle al re Dario. L'astuto persiano stette al gioco, fino a che nel 522 non riuscì a catturare con un tranello e condannare alla crocifissione il tiranno corsaro e fedifrago.
All'incirca l'anno dopo l'ascesa di Policrate al potere, un noto scienziato samio, di nome Pitagora, allora maturo quarantenne, si imbarcava ad Itea, il porto dell'isola, su una nave diretta a Corcira (oggi Corfù, nel mar Ionio) e di lì si trasferiva a Crotone, accompagnato dalla madre, dalla moglie e da un vecchio servo.
Chi era Pitagora? La tradizione sulla vita e sull'opera di questo personaggio è conservata integralmente in tre biografie, scritte tutte e tre più di 800 anni dopo la sua morte; per questa ragione sono confluiti in essa frammenti di verità a colossali falsificazioni e distorsioni.
Pitagora nacque a Samo nel 572 a.C. Il padre fu un bravo tagliatore di pietre preziose, sufficientemente agiato per potere pagare al figlio, ragazzo intelligente e studioso, eccellenti maestri, i migliori cervelli del tempo: il musicista e poeta Ermodame, suo concittadino, gli scienziati Talete ed Anassimandro, entrambi di Mileto, il filosofo moralista Biante di Priene e, soprattutto, Ferecide di Siro, mitografo e naturalista, un autodidatta formatosi (pare) su testi fenici, con il quale il nostro si accompagnò per sei anni, viaggiando da un'isola all'altra dell'Egeo e visitando i grandi centri commerciali dell'Asia Minore.
Nel 548 a.C., dopo un' ultima visita a Delo, il suo maestro ed amico morì. Pitagora riprese a viaggiare da solo, ininterrottamente per 12 anni, come rappresentante di commercio del padre. In Egitto, offrendo belle coppe cesellate, si accattivò il favore dei sacerdoti egiziani, i quali lo accolsero come uno di loro e gli aprirono i misteri della loro scienza; fu così che il giovane imparò l'egiziano, la geometria, i pesi, le misure, il calcolo con l'abaco, le qualità dei minerali. Si recò, poi, in Fenicia ed in Siria, e nel 539 a.C. lo troviamo a Babilonia, dove i sacerdoti caldei, anch'essi catturati dalla generosità dello studioso samio, gli insegnarono l'astronomia e la matematica. Tre anni dopo fu a Creta, dove prese moglie e conobbe Epimenide, una sorta di mago, purificatore ed indovino, che si arrogava il privilegio di un rapporto diretto ed esclusivo con la divinità, e si vantava di avere vissuto molte vite. Ancora un breve soggiorno a Sparta, per studiarvi le leggi ed il calendario; e nel 538 a.C., dopo 18 anni di assenza, eccolo di nuovo a Samo.
Forte delle conoscenze accumulate, Pitagora aprì nell'isola una scuola, che funzionava anche come centro di consulenza scientifica. Con i suoi concittadini, però, i rapporti furono tutt'altro che idilliaci. L'ambizione e la superiorità intellettuale del giovane scienziato non piacevano a nessuno: né ai ricchi arroganti aristocratici, i quali lo disprezzavano per le sue origini borghesi, né agli invidiosi artigiani, i quali lo ignoravano, né allo spregiudicato Policrate, il quale, divenuto il padrone dell'isola, lo snobbava e non gli affidava nemmeno uno dei progetti delle tante opere pubbliche che stavano sorgendo a Samo. L'isola natale cominciava ad andargli ormai troppo stretta: di qui la decisione di trasferirsi a Crotone, da lui conosciuta attraverso la descrizione che gli aveva fornito l'immigrato Democede, diventato suo amico.
Crotone era stata fondata verso la fine dell’VIII sec. a.C. da coloni achei guidati dall’ecista Miscello, in una località posta tra la foce del fiume Esaro ed il promontorio Lacinio, sul quale più tardi fu eretto il tempio di Era Lacinia, che fungeva da santuario, banca, agenzia di informazioni, centro di ristoro e riposo per i naviganti. Il capo formava un doppio porto, pessimo indubbiamente, ma unico ricovero per le navi che viaggiavano da Taranto a Reggio e viceversa.
La città nel VI sec. era molto nota per il clima salubre, per le fertili campagne, per la bellezza delle sue donne, per i suoi eccezionali medici (magnificati, ed a ragione, dal bene informato Erodoto) e per i suoi fortissimi atleti, dei quali fu simbolo il pluriolimpionico Milone.
Quando Pitagora vi pose piede, Crotone era una città-Stato fra le più potenti della Magna Graecia. Il suo dominio si estendeva su tutta la fascia costiera che va da punta Alice sino al fiume Sagra (forse l’odierna fiumara del Torbido, nei pressi di Marina di Gioiosa Jonica), a nord del quale, a 15 km circa di distanza, fu dedotta la colonia di Caulonia, sembra ad opera di polìtai crotoniati; e forse provenivano da Crotone i fondatori della pòlis di Terina, situata sulla costa del mar Tirreno, a nord di Vibo Valentia.
La tendenza propria di tutte le poleis magno-greche all'espansione territoriale creava tra loro tensioni e rivalità. La città di Miscello viveva, perciò, in un stato permanente di guerra non dichiarata: a nord con la potente ed opulenta Sibari, a sud con la bellicosa Locri; proprio i Locresi, alcuni decenni prima dell'arrivo di Pitagora, avevano posto fine all'espansione crotoniate verso sud, sbaragliando sorprendentemente un numeroso esercito crotoniate in una epica battaglia presso il fiume Sagra.
Le scarne informazioni storiografiche fanno supporre che Crotone, al pari di tutte le poleis del mondo ellenico, vivesse alla fine del VI sec. a.C. una vita politica intensa, caratterizzata da una endemica lotta di classe tra una oligarchia di grossi proprietari, detentori di una ricchezza sfacciata,ed una massa enorme di piccoli contadini poveri e di miserabili proletari, vittime di ineguaglianze ed ingiustizie alle quali tentavano di rimediare alcuni capi rivoluzionari chiamati spregiativamente 'demagogòi', e cioè capipopolo.
Pitagora trovò Crotone una città vivace dal punto di vista culturale; ed a Crotone conobbe certamente Alcmeone, il massimo esponente della scuola medica crotoniate, un gigante del pensiero umano, pioniere della medicina sperimentale, che dissezionando cadaveri scoprì gli organi di senso e le vie di conduzione nervosa periferica e centrale, ed intuì il corpo umano come inscindibile sintesi biopsichica. (Sarebbe interessante conoscere con esattezza quali rapporti intercorsero fra i due, se non altro perchè il geniale medico fu un genuino, autentico democratico).
L' ambiente era, dunque, ideale per l'apertura di una scuola. I figli ed i giovani parenti dei più ricchi cittadini accorsero in massa per iscriversi. Secondo Giamblico, uno dei tre biografi del samio, l’ammissione alla scuola richiedeva, però, un tirocinio molto laborioso: essa era subordinata all'esame del contenuto di un dettagliato rapporto informativo sulla famiglia, sull’educazione, sul carattere dell’ aspirante allievo; alla verifica della reale volontà di istruirsi; ad una quinquennale frequentazione del Maestro, con il quale doveva essere condivisa una regola severa, fatta di rigorosi tabù o divieti sessuali ed alimentari, non tutti comprensibili: niente carne, niente vino, niente triglie o cefali, niente fave, niente matrimonio, niente sesso, niente vesti eleganti; al comunismo dei beni degli iscritti, come sostiene Timeo di Taormina, che fu uno storico serio. Dopo 8 anni di prove, come se non bastasse, l'allievo era sottoposto ad un esame severo; se ritenuto degno, egli veniva reclutato ed ammesso ad incontrare il prestigioso Maestro, a parlare con lui, a ricevere il suo insegnamento. E Pitagora insegnava ai suoi discepoli la dottrina orfica della trasmigrazione e della reincarnazione dell'anima, appresa dal cretese Epimenide; ma soprattutto insegnava cose straordinarie, che nessuno prima di lui aveva insegnato: i numeri pari e dispari, i numeri primi, i numeri irrazionali, i 5 solidi perfetti, la sfericità della terra, la teoria dei rapporti e delle proporzioni, la teoria delle medie, le grandezze incommensurabili, i princìpi geometrici e, soprattutto, la misurabilità degli oggetti e dei fenomeni della natura; e dai discepoli esigeva la massima segretezza sulle conoscenze apprese. Ecco perchè Pitagora era un profeta, anzi il profeta per i suoi discepoli.
La passione scientifica e filosofica andava, poi, di pari passo con la passione politica: Pitagora ed i suoi seguaci si posero alla testa di un progetto di conquista dell'egemonia politica da parte aristocratica non solo a Crotone, ma in tutto il mondo magno-greco, tanto è vero che sette pitagoriche sorsero e conquistarono il potere in numerose città italiote.
V'è da supporre che il partito pitagorico di Crotone, impadronitosi del governo cittadino, abbia avuto un ruolo decisivo nella guerra contro i Sibariti, il cui espansionismo costituiva una minaccia mortale per gli interessi dei ricchi proprietari crotoniati. L'esercito di Crotone marciò su Sibari sotto la guida dell' olimpionico Milone ed in una cruenta battaglia sul fiume Traente annientò gli opliti avversari. La lussuosa città, dopo circa due mesi di duro assedio, venne espugnata ed annientata con la deviazione del corso del fiume Crati. Era l'anno 510 a.C.
Finita la guerra, si tornò ai fatti di casa. E qui le cose si complicarono per Pitagora ed i suoi compagni. Il governo aristocratico che l'uomo di Samo aveva imposto a Crotone cominciò a commettere qualche errore; o forse, a scivolare lungo la china dell' autoritarismo, della dittatura di classe. Non si spiega altrimenti la violenza sanguinosa della rivolta popolare antipitagorica del 500 a.C.. Ne fu organizzatore un tal Cilone, il quale, se dobbiamo credere a Giamblico, guidò un giorno i democratici a dare fuoco alla casa di Milone, in cui si erano riuniti i Pitagorici per discutere di problemi politici: tutti quelli che si trovavano dentro perirono tra le fiamme. Pitagora, salvatosi per miracolo, riuscì a scappare. Locri, rivale di Crotone, gli rifiutò quell'asilo che, invece, gli fu concesso da Metaponto, dove lo scienziato continuò a studiare e ad insegnare sino all'anno della morte, avvenuta nel 493-492 a.C..
L'incendio ciloniano, intanto, aveva innescato la reazione a catena di un generale moto insurrezionale antiaristocratico ed antipitagorico in tutti i principali centri italioti. "Il combattimento o la morte; la lotta sanguinosa o il nulla": così probabilmente era posto il problema dai diseredati, dagli sfruttati della Magna Graecia all'alba del V sec. a. C. L'effetto, secondo Polibio, fu terribile: persecuzioni, stragi, lotte, disordini di ogni specie. I cenacoli pitagorici ed i governi aristocratici che ne erano espressione furono dovunque spazzati via. Il drammatico fallimento del progetto politico pitagorico, aristocratico ed antipopolare, nulla toglie alla grandezza ed alla modernità dell'insegnamento del samiota. Pitagora è stato un titano del pensiero umano. Questo genio, utilizzando l'immenso patrimonio di conoscenze scientifiche trasmessogli dagli Egiziani e dai Babilonesi, fu il primo ad interpretare in termini di numero e misura il cosmo e quanto accade in esso, aprendo una strada in cui si collocarono Euclide, Archimede ed Apollonio, gli straordinari matematici del periodo ellenistico. Pitagora, grazie alla sua teoria dei numeri e ad un metodo scientifico corretto ( suscita emozione ancora oggi, anno 1997, sapere che il maestro ed i suoi discepoli già sei secoli prima di Cristo compivano esperimenti su diversi strumenti e ne esprimevano i risultati in termini generali) offrì i presupposti per uno studio quantitativo, per una matematizzazione dei fenomeni naturali in tutti i campi della scienza.
Tuttavia, l'elemento mistico del pitagorismo ebbe in seguito il sopravvento su quello scientifico. Il filosofo Platone, infatti, con la sua teoria di un mondo delle idee nettamente separato dal mondo fisico, operò una netta separazione anche tra il numero come tale ed i numeri dei Pitagorici legati agli oggetti concreti, tra i numeri puri platonici, alieni da ogni contatto con il il mondo materiale, ed i numeri impuri pitagorici, inquinati per il fatto di essere strumenti di misurazioni fisiche. Venne così posta una pesante ipoteca sulla possibilità di una sintesi tra matematica e metodo sperimentale; e venne minato dalle fondamenta il pensiero pitagorico, e cioè la possibilità di descrivere la realtà che ci circonda in termini matematici. Una delle più grandi conquiste intellettuali nella storia dell'umanità si isterilì, destinata ad essere dimenticata per oltre due millenni, sino a Galilei, un altro autentico colosso del pensiero umano, che dovette lottare con tutte le forze del suo smisurato ed ironico ingegno, contro i pregiudizi ed i dogmatismi di un esercito di Simplici, per il trionfo della geniale intuizione dell'uomo venuto da Samo, e cioè l'essere il grandissimo libro dell'universo scritto in lingua matematica, avente come caratteri triangoli, cerchi ed altre figure geometriche.
Ciò che accadde al pensiero di Pitagora è la dimostrazione che il pensiero razionale e persino la concreta tecnologia non sono una conquista irreversibile degli uomini.
A volte con furia iconoclasta e sulla base di una documentazione un pò fragile si tende a presentare Pitagora ora come un personaggio leggendario ora come un volgare impostore. Resta un dato inconfutabile: troppo costante ed ingombrante è la presenza della figura e del pensiero dell'uomo di Samo nel mondo ellenico presocratico perchè si possa negare la sua storicità; a meno di non voler immaginare che intellettuali della statura di Erodoto, Senofane, Eraclito, vissuti per altro in ambienti diversi, si fossero messi d'accordo per burlare il prossimo, inventandosi l'esistenza di un superman del sapere con l'hobby dei viaggi.
A complicare le tradizioni sulla figura del grande scienziato hanno contribuito i suoi entusiasti discepoli, per un eccesso di venerazione verso il Maestro, ed una falange di antiquari tardoantichi, che nelle loro opere si sono sbizzarriti a mischiare alla rinfusa preziose informazioni con una congerie di aneddoti ed apoftegmi curiosi, fantasiosi e a volte contraddittori, di nessun valore per lo studioso serio.
Le notizie che ci parlano di Pitagora come di un donnaiolo, burlone, un po' imbroglione, sono buone o a suscitare le risa di lettori amanti delle battutine di trasmissioni tipo "Striscialanotizia" o a fare apparire il maestro di Samo una simpatica canaglia agli occhi di quanti stimano utile per la salute mentale dell'uomo un vivere moderatamente vizioso. Così come la recente pubblicazione di alcune lettere di Einstein a niente altro è servita se non a mostrarci un lato molto umano del padre della teoria della relatività, il quale nella vita familiare era, al pari di tanti fra noi, un despota affetto da manìe di perfezionismo.
E ancora: le beffe rivolte dal sarcastico ed irriverente Senofane di Colofone contro la teoria della metempsicosi, i rimproveri mossi dall'enigmatico Eraclito di Efeso alla vana molteplicità delle conoscenze del samio, le riserve nutrite dal grandioso Aristotele verso la religione pitagorica dei numeri , sono tutti fatti che vanno inquadrati in quella robusta, umana, a volte ironica, a volte poco ossequiosa dialettica verbale cui spesso fanno ricorso le grandi personalità della storia, anche distanti tra loro nel tempo. Chi non ricorda le vigorose contumelie antihegeliane del rude ed intrattabile Schopenauer?
Affermare, infine, che il celebre teorema era già noto agli antichi Egiziani, Indiani, Cinesi, Babilonesi, e che Pitagora fu un volgare plagiario, è azzardato: è noto a tutti che gli Egiziani circa 3000 anni prima di Cristo avevano già scoperto, con il "metodo della corda", e cioè per via empirica, che tre segmenti lunghi rispettivamente 3, 4, 5 unità, oppure 6, 8,10 unità, oppure 9, 12,15 unità, formano un triangolo rettangolo; è ancor più noto che gli Indiani ed i Cinesi avevano scoperto in età remote come fosse possibile costruire un angolo retto con una corda divisa in parti lunghe 5, 12, 13 o con una corda divisa in parti lunghe 8, 15,17; è arcinoto che in un documento babilonese risalente a 2000 anni a.C. un ignoto matematico del tempo scrisse che un bastone lungo 30 unità ed appoggiato ad un muro, se scivola lungo il muro di 6 unità, si allontana dalla base del muro di 18 unità. Non esiste, però, nessun documento, nessuno, che attesti che gli Indiani o i Cinesi o gli Egizi o i Babilonesi avessero enunciato il teorema di Pitagora.
Pitagora, girellone curioso e di inossidabile memoria, era probabilmente venuto a conoscenza di questi casi particolari scoperti a furia di tentativi, ma fu merito suo e dei suoi discepoli avere trovato una dimostrazione generale della proprietà del triangolo rettangolo, appunto il teorema che giustamente porta il suo nome.
Democede
"Democede è medico di professione, il più abile nella sua arte a quei tempi" così lo descrive Erodoto nel Terzo libro delle Storie, riconoscendo al medico crotoniate un primato che probabilmente si guadagnò anche per il suo tanto girovagare. Di Democede in effetti non si hanno molte notizie sulle sue tecniche mediche, o sulle sue ricerche, si sa che andò via da Crotone per i continui attriti con il padre Callifonte (altro grosso medico crotoniate), e iniziò ad esercitare la professione ad Egina in Grecia, dove visse per due anni guadagnando più di un Talento. Passò successivamente ad Atene dove guadagnava oltre 100 Mine annue, fino a quando il tiranno di Samo, Policrate, non riuscì a portarselo a corte con un compenso annuo di 2 Talenti (cifra enorme per quei tempi). Il suo nome era già conosciuto in tutta la Grecia ed oltre, tanto che venne chiamato ad esercitare presso la corte del potente Dario re di Persia, che slogatosi una caviglia cadendo da cavallo, non riusciva a guarire, nè a dormire più, tanto forte era il dolore.
I medici Egizi del re persiano cercarono invano di ricomporgli il piede slogato, ma senza risultati, così, sentito parlare di questo medico prodigioso, Dario lo volle a corte a tutti i costi. Democede guarì con i suoi metodi il re persiano, e successivamente anche la moglie di questi, ottenne per le sue prestazioni una grande casa a Susa, un posto fisso alla tavola del re e tanto, ma tanto oro. Divenuto ricco grazie alla sua abilità medica, Democede fuggì dalla Persia con uno stratagemma, e fece ritorno a Crotone dove immediatamente sposò una figlia di Milone (secondo Erodoto per ottenere la liberazione definitiva da Dario di Persia) entrando di fatto nella casta aristocratica dei Pitagorici, ma questo gli costò caro perchè il suo nome finì nella lista nera redatta da Cilone nella rivolta contro il gruppo pitagorico che a quell'epoca governava a Crotone. Costretto a fuggire nuovamente da Crotone, come tutti i Pitagorici del resto, Democede cercò rifugio a Platea nei pressi della sua città natia, ma qui fu ucciso da un certo Democrate, che si guadagnò così la taglia posta su tutti i Pitagorici.
Milone
Milone di Crotone è l'atleta più famoso dell'antichità. Le sue specialità sono gli sport pesanti, soprattutto la lotta. Vive a Crotone nella seconda metà del VI secolo a.C. Il suo palmarès è davvero impressionante: tra il 540 e il 512 vince per sei volte le Olimpiadi, segno di una carriera agonistica davvero longeva. Trionfa anche sei volte ai giochi Pitici di Delfi, ben dieci volte ai giochi Istmici e nove alle Nemee: insomma un curriculum davvero eccezionale, in virtù del quale ottiene per cinque volte il titolo di periodonikes, cioè vincitore in tutte le quattro manifestazioni del circuito panellenico: una sorta di Grande Slam tennistico!
Un atleta di questo livello non poteva rimanere solo un semplice sportivo: dobbiamo pensare che nel mondo antico la circolazione delle notizie avveniva in modo ben diverso da oggi e, in mancanza di mezzi di comunicazione, il passaparola e la trasmissione orale avevano un ruolo centrale. Ovviamente, ci voleva poco a travisare i fatti e a interpretarli alla luce di possibili implicazioni. In più, una figura dalle straordinarie vittorie come quella di Milone si prestava particolarmente a deformazioni leggendarie soprattutto sull'aspetto della forza, con tutte le sue varianti. L’immensa fama di cui godette è testimoniata dalla lunga serie di leggende che fiorirono sul suo conto e che Pausania raccoglie accuratamente in un simpatico repertorio di dicerie. Pausania (Viaggio in Grecia VI, 14, 2-3) scrive nel II secolo d.C, quindi ben otto secoli dopo Milone: eppure Milone era un personaggio radicato profondamente nel patrimonio immaginativo greco, tanto che numerosi e disparati sono gli autori che lo citano come un personaggio noto a tutti e narrano un aneddoto che lo riguarda.
L'eccezionale vigore fisico è un qualità necessaria per un lottatore: gli antichi collegano questo aspetto all'appetito insaziabile, soprattutto di carne, il solo nutrimento che nell'antichità poteva sostenere un bisogno di energie e di calorie fuori dalla norma. Si narra che a Olimpia Milone si sarebbe caricato sulle spalle un toro di quattro anni portandolo per un intero giro dello stadio, per poi…finalmente… divorarlo fino all’ultimo boccone. Ateneo (I sofisti a banchetto) racconta anche che in uno stesso giorno Milone aveva ingurgitato più di dieci chili di carne e bevuto più di dieci litri di vino. Tutto ciò potrebbe apparire frutto di pura fantasia e del gusto tardo-ellenistico per l’aneddoto curioso sensazionale, visto che tali episodi sono riferiti per lo più da autori tardi (Luciano, Ateneo, Porfirio); però, a una analisi più attenta, la ghiottoneria di Milone si rivela un espediente di matrice letteraria che intende collegare la sua figura a quella mitica di Eracle. D’altra parte Eracle si mostra come figura costantemente connessa al mondo sportivo greco, sia come fondatore del sacro agone olimpico sia come protettore degli atleti, nonché come emblema mitico della forza e della vigoria fisica. Numerosi, soprattutto nella commedia, sono gli aneddoti sulla voracità di Eracle.
Ma Milone non è solo un rude e ingordo lottatore: è anche un condottiero militare di prim'ordine, che guida la sua città, Crotone, alla vittoria nello scontro con la vicina Sibari (510 a.C.): in questa occasione ci viene presentato dalle fonti (Diodoro_Siculo, Biblioteca storica) munito proprio degli attributi di Eracle, la pelle di leone e la clava, prova che la percezione a livello popolare del personaggio doveva essere quella di un eroe eccezionale. Esponente di punta dell'aristocrazia di Crotone, Milone ha un ruolo importante anche nella vita religiosa e culturale della città: sacerdote presso il santuario di Era, ci appare molto vicino agli ambienti pitagorici e allo stesso maestro. La notizia del matrimonio con la figlia di Pitagora, benché probabilmente leggendaria, in ogni modo conferma la grande familiarità che esistette tra i due. Probabilmente Milone segue le indicazioni di Pitagora anche in materia di cucina: i suoi pasti pantagruelici a base di carne rimandano infatti alla prescrizioni dietetiche fornite dal maestro all’atleta Eurimene di Samo, al quale aveva consigliato una particolare alimentazione ricca di proteine animali al posto della dieta tradizionale a base di fichi e formaggio.
Anche la morte di Milone non è esente da leggende: sentiamo il racconto che ci fa lo scrittore latino Aulo Gellio (Notti attiche, XV, 14): "Milone di Crotone, famoso atleta, che le cronache riportano essere stato incoronato per la prima volta nella 62° olimpiade, finì la propria vita in modo miserevole e strano. Mentre egli era già avanti negli anni e aveva abbandonato l'arte atletica, camminando da solo in luoghi boscosi d'Italia, scorse presso la via una quercia che nella parte media era spaccata da una fenditura. Allora, penso, per voler provare se gli fossero rimaste delle forze, introdusse le dita nella cavità dell'albero, tentando di spaccare e squarciare la quercia. Egli riuscì infatti a spaccare e svellere la parte mediana; ma la quercia, spaccata in due parti, quando Milone, credendo di aver raggiunto lo scopo che si era prefisso, rilasciò le mani, per esser cessata la pressione, riprese la primitiva posizione e trattenne e imprigionò le sue mani, essendo di nuovo unita e stretta; ed espose così quell'uomo a essere fatto a pezzi dalle belve."
Che fine sfortunata per un uomo così! Ecco anche qui, tra le righe, la riflessione degli antichi: dopo la forza e le vittorie della gioventù, il tramonto della vecchiaia e l'umiliazione della morte. Ma, a pensarci bene, Milone vive nel nostro racconto ancora dopo più di due millenni!!
Domenico Cerrelli
Fabbro ferraio che nel 1799 aderì alla repubblica giacobina e per questo, dopo la riconquista delle masse di Santa Fede del Ruffo, venne condannato al carcere a vita. In seguito ad un indulto potè rientrare in città e qui, nel 1804, venne designato come sindaco del popolo, ma senza ottenere la conferma da parte dell’autorità borbonica. Nel periodo francese svolse importanti incarichi e si autodefinì comandante delle Artiglierie del Castello.
Gaele Covelli
Nato nel 1872, a 16 anni venne inviato a Napoli, presso uno zio, dove frequentò l’istituto delle Belle Arti col maestro Domenico Morelli, caposcuola del realismo pittorico napoletano. Trasferitosia Firenze, avvia la sua copiosa produzione di dipinti, circa trecento. Morì nella città toscana, con fama di grande artista, nel 1932.
Antonio Doria
Nato a Crotone nel 1766, aderì alla Repubblica del 1799 e ne divenne, a Napoli, ministro della Marina. Dopo la fine della Repubblica, fu decapitato nel capoluogo del Regno il 7 dicembre 1799.
Visconte Frontiera
Intraprese, sin da giovanissimo, la carriera politica neelle fila del PSI, ricoprendone incarichi anche nel comitato centrale. Fu più volte sindaco di Crotone. A partire dal 1964 e per quasi un trentennio egemonizzò la vita amministrativa di Crotone. Dopo lo scioglimento del PSI, fu tra i fondatori del “Nuovo PSI”, alleato, anche a Crotone, oltre che con gli abituali partiti del centro-destra, pure con la destra neofascista della “Fiamma Tricolore”. Si è spento nella sua Crotone nel 2004.
Rino Gaetano
Spesso definito cantante surrealista, Salvatore Antonio Gaetano, nasce a Crotone il 29 ottobre 1950.A Roma, dove si trasferisce nove anni dopo con la sua famiglia, cresce e matura la sua vena artistica di cantante “provocatorio”. Scompare a soli 30 anni. Dal 2001, ogni anno, la città ricorda il cantautore con la manifestazione “Una casa per Rino”.
Raffaele Lucente
Nato a Crotone nel 1831 e deceduto nel 1890, è considerato una delle personalità politiche di maggiore rilievo espresse dalla città nella seconda metà dell'Ottocento. Fu sindaco dal 1876 al 1882 e si impegnò in una politica di miglioramento della vita civile, sulla base della sua appartenenza al partito democratico. Fu anche deputato, eletto nel 1880 nella circoscrizione crotonese.
Falcone Lucifero
Nato a Crotone nel 1898, apparteneva a una delle più antiche e prestigiose famiglie calabresi. Partecipò alla I Guerra mondiale come ufficiale e conseguì gli studi universitari a Torino, presso la facoltà di Giurisprudenza. Nel 1920, nelle elezioni che si svolsero a Crotone, venne eletto consigliere comunale nella lista socialista. Nel settembre 1943, dopo aver conquistato la fiducia degli anglo-americani, che avevano occupato la Calabria, venne scelto come prefetto di Catanzaro. All'inizio del 1944, il capo del governo, maresciallo Badoglio, lo nominò ministro dell' Agricoltura. In seguito al ritiro di Vittorio Emanuele III, il luogotenente generale del regno, Umberto II, lo nominò ministro della Real Casa. Durante il referendum istituzionale, in qualità di principale consigliere di Umberto II, sovrintese alla campagna referendaria: la sua difesa della monarchia e il rifiuto del risultato del referendum furono radicali. Anche dopo l'esilio del "re di maggio", Lucifero continuò a rappresentare «l'ex sovrano esule, partecipando in suo nome a momenti significativi della vita italiana». Nel 1969 Umberto lo nominò Cavaliere dell'Ordine Supremo della SS. Annunziata. Giurista e letterato, ha pubblicato molte opere e durante la sua vita ha sempre continuato a sostenere «la bontà della monarchia sabauda e l'illegittimità del referendum». La morte lo ha colto nel 1997.
Francesco Antonio Lucifero
Fu leader della Rivoluzione del 1799 e sindaco della città durante la Repubblica. Catturato dalle truppe del cardinale Ruffo e riconosciuto come uno degli animatori del moto giacobino crotonese, venne condannato a morte e fucilato nel castello della sua città il 3 aprile 1799.
Gaetano Morelli
Tra i maggiori esperti di diritto internazionale, appartenente alla famiglia dei marchesi Morelli, nacque a Crotone nel 1900.Trasferitosi con la famiglia a Roma, vi proseguì gli studi laureandosi in Giurisprudenza nel 1921. Negli anni dal 1932 al 1934 fu professore straordinario nella facoltà di Giurisprudenza delle università di Modena prima, in seguito di Padova. Fu poi professore ordinario nella facoltà di Giurisprudenza dell'università di Napoli, quindi nella facoltà di Scienze politiche di Roma a "La Sapienza"e, dal 1956, nella facoltà di Giurisprudenza della stessa università. Nel 1950 divenne membro dell'Istitut de droit international, di cui fu presidente dal 1971 al 1973. Dal 1961 al 1970 fu giudice titolare della Corte internazionale di giustizia dell'Aja. È scomparso nel 1989 a Roma.
Giovan Battista Nola-Molise
Fu autore della "Cronica della antichissima e nobilissima città di Crotone e della Magna Graecia", pubblicata a Napoli nel 1649. Secondo il Lenormant, l'opera si fondava a sua volta sull'utilizzazione di una Cronica composta circa un ventennio prima dall'arcidiacono Camillo Lucifero.
Carlo Turano
Fu sindaco tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, tra i più prestigiosi che la città abbia avuto. All'avvio della sua prima esperienza amministrativa Turano, che era di fede socialista, presentò un programma al cui primo posto pose la realizzazione dell'acquedotto - antica aspirazione di una città da sempre afflitta da grave deficienza idrica - e la modifica dei criteri distributivi dei pesi fiscali, con l'adozione di una imposta di famiglia su base progressiva.
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L’abito tipico
Il costume tradizionale femminile di Crotone si compone di una lunga sottana rossa coperta da un lungo grembiule di colore blu il cui laccio, girando intorno alla vita, si annoda sul davanti, di una blusa bianca ricamata e incrociata sul petto accompagnata da un giacchino dello stesso colore del grembiule con fiocchi colorati sul davanti.
Il matrimonio
Un tempo una ragazza di 15 anni era già in età da marito; poteva, quindi, essere "scelta" da un ragazzo che per attirare l'attenzione organizzava serenate sotto la finestra della prediletta. Se tra le due famiglie non esistevano rapporti di amicizia, era un amico comune che doveva portare “a 'mmasciata” (l’ambasciata); se poi ragazza e genitori erano d'accordo si passava al fidanzamento che generalmente avveniva di sabato. Per l'occasione si preparava un grande banchetto e la futura suocera consegnava alla futura sposa a parata d'oru (collana, orecchini, bracciale, spilla). Da quel momento i giovani si potevano frequentare, ma sempre con i genitori presenti. Se questi non erano favorevoli al fidanzamento i due ricorrevano alla fujutìna, scappavano cioè insieme, mettendoli davanti al fatto compiuto. Per il matrimonio veniva paratu 'u lettu (preparato il letto) e sul letto i 'mmitàti (gli ospiti) posavano i doni. Dopo il matrimonio gli sposi restavano chiusi in casa per otto giorni, alla fine dei quali la prima uscita prevedeva una visita ai genitori per la quale la sposa doveva indossare un abito nuovo detto l'àbitu i l'ottu jorni e un soprabito chiamato 'a cappottìna.
Il lutto
Appena una persona moriva, il primo gesto da compiere era aprire le finestre affinché gli angeli potessero entrare per prenderne l'anima, mentre le campane della vicina chiesa annunciavano il mesto evento alla comunità. Dovere degli amici e dei parenti della famiglia del defunto era condurre per diversi giorni una vita molto ritirata. Le donne potevano esprimere il loro dolore gridando e sciogliendosi i capeli, ripetendo frasi che ricordavano l'estinto. A volte venivano appositamente pagate per questo servizio: i cianciulìni arrivavano addirittura a graffiarsi nell'espletare il loro lavoro. Sulla porta di casa del defunto era posto un drappo nero e una fascia nera veniva portata al braccio dai parenti più stretti. Seguendo la tradizione degli antichi greci, gli oggetti più amati dal defunto venivano posti nella bara affinché potesse averli con sé anche nell'altra vita.
Ercole e Crotone
Secondo un'antica leggenda Ercole, mentre attraversava l'Italia meridionale, per le 12 fatiche, venne ospitato da un suo amico di nome Crotone. Nella notte Lacinio cercò di rubare il bestiame. Ercole nel tentativo di uccidere il ladro, colpì Crotone. Per il dolore causato dalla perdita dell’amico, Ercole iniziò a urlare e predisse che in quel luogo sarebbe nata una grande città di nome Crotone.
Manifestazioni
Il mese di maggio apre il ciclo delle sagre e delle fiere a Crotone. Dalla seconda settimana di maggio si svolge un'importante fiera dell'artigianato che si conclude con la festa della Madonna di Capocolonna. Durante l'anno, ogni giovedì del mese, si svolge, tra Piazza Pitagora e Via Vittoria, il mercato dove sulle numerosissime bancarelle si possono acquistare beni di vario genere dall'abbigliamento al fai da te. Per mantenere viva la memoria di antiche tradizioni e far riscoprire sapori ed odori d'altri tempi, la Pro Loco ed altre associazioni locali organizzano, ogni anno, sagre e feste popolari. Nel mese di agosto si svolge, nella zona del porto vecchio, la sagra del pesce. I pescatori, con le loro barche, al rientro della pesca fanno la consuetudinaria grigliata, durante la quale vengono arrostiti tutti i pesci pescati. I visitatori possono degustare le varie specialità di pesce.
Madonna di Capocolonna
Ogni anno, dalla seconda alla terza domenica di maggio, Crotone festeggia il suo santo patrono, la Madonna di Capo Colonna. Si narra che durante l'assedio dei turchi alla città nel 1519 tentarono di dar fuoco e di distruggere il quadro della Madonna, non riuscendo nell'intento con disprezzo presero il quadro e lo buttarono in mare, ma poco dopo venne prodigiosamente ritrovato sulla spiaggia da un contadino. Ogni anno migliaia di fedeli accompagnano l'immagine sacra della Madonna in una commovente fiaccolata da Crotone fino a Capo Colonna dove viene accolta con gioia da numerose persone. Il momento più commovente è quando dal porto di Capo Colonna viene messa su un'imbarcazione piena di fiori, di luci e seguita da altri pescherecci, per il ritorno in città. Mentre la Madonna attraversa il mare ed il cielo si illumina con i mille colori dei fuochi artificiali, i fedeli aspettano con devozione il rientro della Vergine, che poi accompagneranno per le strade della città fino a raggiungere la Cattedrale.
Festa di San Dionigi
Patrono della Città di Crotone, ricorre il 9 Ottobre. Durante la Festa del Patrono, San Dionigi l'Aereopagita, ritenuto il primo vescovo della città,si procede alla benedizione delle sementi, propizio per un ricco raccolto.
Festival dell’aurora
Fra le innumerevoli manifestazioni socio-culturali che si svolgono nella città di Crotone, di particolare importanza è il singolare Festival dell'Aurora che si tiene, ogni anno, nel mese di maggio. L'evento si svolge con il patrocinio dell'Assessorato ai Beni Culturali della provincia di Crotone, in collaborazione con la Curia arcivescovile di Crotone e Santa Severina. Il Festival coglie l'occasione per confermare attraverso il singolare Concerto dell'Aurora, che ha inizio prima del sorgere del sole nel suggestivo scenario di Capo Colonna, il passaggio dall'oscurità alla luce. Il Festival dell'Aurora è anche un'occasione per conoscere una terra bellissima ed accogliente desiderosa di far scoprire al mondo intero il suo glorioso passato legittima aspettativa per un futuro migliore. La manifestazione è dedicata alla musica ed alla matematica e prevede un articolato programma ricco di spettacoli e conferenze.
Festa dell'Unità
Svolta nella Villa Comunale nel mese di agosto, è diventata un'appuntamento importante per la cittadinanza (giochi a premi - rappresentazioni - balli) e di momenti di riflessione e di scambi culturali (dibattiti - mostre - etc.)
Fuochi di Santa Lucia
Ricorrente il 13 Dicembre. Ogni rione, in uno spazio aperto, accende un falò. Molto suggestivo.
Stagione Culturale Estiva
Nei mesi di Luglio e agosto in Piazza Castello. Nello scenario del Castello avvengono varie Rappresentazioni Teatrali, concerti, rappresentazioni folkloristiche, Sagre, e una rassegna cinematografica.
Stagione Teatrale
Prosa da Novembre a Maggio al Cinema Teatro APOLLO.
Supermarecross
Tappa Crotonese del Campionato Nazionale di Motocross su sabbia, che si svolge nei mesi di Aprile/Maggio.
( Super mare cross )
Stracrotone
Marcia longa per le vie della Città nel mese di aprile.
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Adagiata al centro della costa Ionica calabrese, sul territorio delimitato dai fiumi Neto e Tacina, dal mare Ionio e dalle retrostanti colline della Presila, Crotone, occupa ancora oggi in parte il sito dell'antica polis della Magna Grecia: Kroton, la città di Pitagora e di Milone. Un'altura, coronata da un imponente castello, sorto al posto dell'antica acropoli, domina la città e dalla sua base si dipartono i bacini del vecchio e del nuovo porto." Crotone città antichissima della Magna Grecia, importante baluardo difensivo in epoca spagnola, conserva ancora oggi memorie importanti e bellissime del suo passato, circondate dalla spiaggia sabbiosa color tiziano, è uno dei centri eno-gastronomici più importanti della Calabria, i cui prodotti tipici rappresentano l'arte della tavola calabrese.
IL CASTELLO DI CARLO V
Il Castello di Crotone, comunemente chiamato Castello di Carlo V, nasce come una rudimentale fortezza sull'antica Acropoli greca, per difendere il territorio dalle invasioni straniere. Nel corso degli anni, successive dominazioni apportarono modifiche per migliorarne la difesa, ma la costruzione attuale è opera degli Spagnoli con il Vicerè Don Pedro di Toledo e con l'architetto Gian Giacomo dell'Acaia, che ne fecero una delle più possenti fortezze militari d'Italia. Si entrava nel Castello dall'attuale Piazza Castello, grazie ad un ponte in parte fisso in muratura ed in parte levatoio in legno. La porta principale era inserita in una terrazza a forma di piramide tronca che dominava le cortine tra le due torri d'entrata, il ponte ed il fossato. Nel 1541, vicerè Don Pedro Da Toledo, iniziano i lavori di fortificazione con il rifacimento della cinta muraria e di parte del castello. La nuova cinta muraria, in forma poligonale è costituita da cinque baluardi avanzati e risegati, e da due rivellini modellati ad orecchione, siti sui fianchi del castello, il quale costituisce un esempio particolare di fortezza arroccata intorno al colle che ingloba sul modello dell'acropoli greca su cui insiste. Il Baluardo di San Giacomo, era una struttura molto importante perchè dominava il porto e la Marina circostante, serviva da riparo alle truppe, vi era il fanale principale del porto e nel 1895 fu in parte demolito per ricavarne meteriale da costruzione. All'interno del Baluardo vi era un'uscita segreta detta «della Conigliera» o di “sette porte”. La cortina tra il Baluardo di S. Giacomo e quello S. Maria non fu mai completata come del resto il Baluardo. La torre dell'Aiutante simile a quella del Comandante era adibita a dimora degli ufficiali. La torre Marchesana a base circolare armata di quattro cannoni sorgeva all'interno del Castello, nella parte centrale più elevata era un ottimo posto di osservazione; usata come carcere per i forzati che costruivano il porto fu danneggiata dal terremoto nel 1862. Sottostante alla Marchesana vi era un'altra torre minore con numerose feritoie per i fucilieri. Il Castello ospitava i soldati, la Chiesa di S. Dionisio (1601), la Chiesa Nuova e S. Carlo (1859), l'alloggio del, castellano, i magazzini dell'artiglieria, una caserma per la donne ed una origione detta la «Serpe». Sono state ristrutturate la torre del Comandante e quella dell'Aiutante dove dal 1987 è ubicato il Museo Civico. E' stata ristrutturata la Caserma Campana sede dell'attuale Biblioteca Comunale.
( Castello Carlo V )
I L DUOMO
Dedicato alla Madonna Assunta, non si hanno notizie certe sull'anno della sua costruzione, si hanno invece informazioni sui vescovi che vi hanno apportato ampliamenti ed effettuato restauri. Secondo alcune fonti, nel 1358 il vescovo Bernardo d'Agromolo lo ingrandì e nel 1462 il vescovo Giovanni Campano dedicò la cattedrale alla Vergine Maria Assunta. L'attuale sistemazione e grandezza fu opera del vescovo Francesco Antonio Lucifero nel 1510, mentre un nuovo restauro, e stavolta dalle fondamenta, fu effettuato sotto il vescovo Niceforo Melisseno Commeno tra il 1625 e il 1635; la cattedrale fu ricostruita in tre navate separate da pilastri molto snelli su cui poggiavano archi a sesto acuto. Per questi interventi vennero utilizzati materiali asportati dall'antico tempio e dall'area sacra di Capo Lacinio, zona che veniva considerata una vera e propria cava di pietra - e di pietre già squadrate - preziose in un territorio non ricco di materiale adatto all'edificazione.
Alcuni archi venuti alla luce nel corso dei restauri più recenti testimoniano la complessa gestazione degli interventi nel corso dei secoli. Il duomo fu poi arricchito, grazie al vescovo Costa, di un coro ligneo, una cantoria e un organo meccanico. L'attuale aspetto barocco è invece dovuto all'opera del vescovo Lembo che, tra il 1860 e il 1863, ordinò che i muri esterni e i pilastri venissero rinforzati con un'altra muratura per poter reggere la trabeazione e il tetto che presentavano delle vistose crepe. All'interno si possono ammirare pregevoli tele, tra cui un "Gesù di ritorno dal tempio" di Nicola La Piccola, pittore crotonese, maestro di scuola napoletana, che a Roma lavorò, tra l'altro, in Palazzo Chigi e villa Albani.
La chiesa è stata elevata a dignità di Basilica minore da papa Giovarmi Paolo II, su richiesta dell'allora arcivescovo, monsignor Giuseppe Agostino, i128 novembre del 1983. In fondo alla navata destra è possibile ammirare la cappella della Madonna di Capo Colonna, dove è custodita l'immagine miracolosa, un'icona insolitamente dipinta su tela, a cui i crotonesi si sentono molto legati. Questa cappella è stata dichiarata "altare privilegiato" da papa Gregorio XIII i128 febbraio 1579, quando si concedeva che la Messa di suffragio celebrata presso questo altare liberasse l'anima del defunto dalle pene del purgatorio.
Secondo la tradizione, che non sembra avere fondamento storico, l'icona fu portata a Crotone da Dionigi, 1'aeropagita che per primo diffuse il cristianesimo in questi luoghi. Ne fu autore lo stesso S. Luca, mentre degli angeli avrebbero dipinto il volto di Maria e del Bambino.
L'immagine raffigura la Vergine in piedi, che porta in braccio Gesù, nell'atto di allattarlo. Ogni sabato vi si celebra la "Sabatinà", liturgia mariana istituita nel 1575 dal vescovo Minturno. La cappella è riccamente decorata con stucchi dorati e con pregiati marmi; nella volta è possibile ammirare l'affresco dell'incoronazione della Vergine, mentre lungo le pareti laterali vi sono due stalli in noce e due tele con rappresentazioni storiche che videro Maria protagonista. Si tratta di due sbarchi dei Turchi, avvenuti nel 1519 e nel 1638, che per miracolosa intercessione della Madonna non ebbero esito disastroso per Crotone e per i suoi abitanti. In particolare l'episodio dipinto nel 1904 da Gaetano Boschetto racconta di come, nel 1519, i Turchi sbarcati nei pressi del promontorio Lacinio si impossessarono della tela e cercarono di distruggerla col fuoco. Nel colore bruno della tela di questa "Madonna nera" i crotonesi amano vedere la traccia di quel gesto sacrilego. Fallito questo primo tentativo, decisero di portarla via, ma miracolosamente la galea su cui era stata caricata l'immagine sacra non si spostava dal punto di partenza. La Madonna voleva restare lì dove si trovava.
Dietro l'altare c'è un trono di marmo che racchiude la sacra immagine della Madonna a cui i crotonesi sono molto devoti. La navata centrale dell'edificio religioso è stata restaurata nel 1976 e presenta un grandioso crocefisso moderno di terracotta; il pulpito marmoreo, ideato dall'architetto Farinelli, è un'altra mirabile opera qui custodita. Nel duomo è conservata una ricca dotazione di paramenti sacri di notevole bellezza e diversi calici, tra i quali il più famoso è quello conosciuto come "calice di Filippo IV", donato da re Filippo IV di Spagna nel 1626 all'allora arcivescovo della città.
CHIESA DELL'IMMACOLATA
Chiesa a navata unica con facciata barocca nelcui interno, decorato con stucchi, sono custoditi una cantoria in legno intagliato, l'altare realizzato con marmi policromi e altre opere di stile barocco, tra cui diversi dipinti rappresentanti episodi della vita della Madonna. Di particolare bellezza è il crocefisso ligneo di scuola napoletana del '600, che raffigura il Cristo col capo sollevato e gli occhi rivolti verso il cielo, segno del suo trionfo sul dolore e sulla morte.
CHIESA E MONASTERO DI S. CHIARA
È la chiesa appartenente al monastero delle clarisse di Crotone, fondato nel XV secolo. Uno dei rifacimenti più importanti fu eseguito nel XVIII secolo. Numerose le testimonianze artistiche. Iniziando dall'esterno, la facciata ha struttura semplice e si articola in tre ordini suddivisi dai soli elementi decorativi che caratterizzano i tre finestroni. Il portale è in stile classico-rinascimentale. All'interno le grate "a gelosia", che permettevano alle monache di clausura di assistere alla santa messa senza però essere viste (le inferriate, infatti, erano orientate in un modo particolare), corrono lungo tutta la navata. Molti i dipinti commissionati dalle famiglie più ricche ed eseguiti dal Basile e dall'Alfi (nel convento erano ammesse alla monacazione solo le fanciulle appartenenti al ceto nobile). Interessante il pavimento in ceramica di Vietri dipinta a mano risalente al XVI secolo. Di gran pregio l'organo di scuola napoletana del 1753, racchiuso in un mobile dipinto raffigurante S. Cecilia.
CHIESA DI SAN GIUSEPPE
Caratteristica per le sue particolari cupole laterali con giri di tegole a cornici che riprendono i motivi tipici dell'architettura bizantina, questa chiesa presenta un ricco portale in pietra tardo barocco, sovrastato da una monofora con cornice rigata. All'interno, belle sculture lignee dei secoli XVII e XVIII.
CHIESA DI SANTA MARIA DEL CARMINE E "IL LAZZARETTO"
Costruita nel 1912, la chiesa ha un prospetto, ispirato a un tempietto dorico, che è caratterizzato da un timpano retto da lesene con capitello ed è sormontato da una struttura campanaria. Adiacente alla chiesa sorge l'antico monastero dei Carmelitani, oggi proprietà del comune. L'edificio su due livelli, che già esisteva nel 1594 (sin dal 1601 vi si seppellivano i soldati spagnoli), conserva un loggiato con monofore dotate di arco a tutto sesto. Il fabbricato fu utilizzato anche come ricovero per le malattie infettive e per questo è conosciuto in città come "Il lazzaretto". Gravemente danneggiato dal terremoto del 1638, più volte saccheggiato dai Turchi, venne abbandonato finché, nel 1910, il vescovo Saturnino Peri decise di riprenderlo e di costruire a fianco l'attuale chiesetta.
( Chiesa di Santa Maria del Carmine e " il Lazzaretto " )
CHIESA DI SANTA RITA
Moderna costruzione a spigoli, in pietra, con vetrata. All'interno, un pregevole mosaico raffigurante la Risurrezione di Cristo.
SANTUARIO CAPOCOLONNA
La facciata di questo santuario si conclude con un timpano con cornice, affiancata da guglie. Sul portone si nota un doppio arco poggiante su lesene dotate di capitello. L'interno, a unica navata, ha il soffitto in mattoni. Sull'altare un'effigie della Madonna. Probabilmente la costruzione risale al 1000 - 1200 e fu opera dei monaci basiliani di Salica, ma si tratta solo di un'ipotesi che spiegherebbe tuttavia la presenza della famosa icona. In effetti, la storia -e non la tradizione - attribuirebbe a un ignoto monaco basiliano la paternità dell'immagine sacra. Tuttavia, il tempietto esisteva certamente nel 1519, quando i Turchi tentarono di bruciare il quadro. La chiesetta di Capocolonna, che doveva rispettare la forma tradizionale dell'architettura bizantina, nel corso dei secoli venne più volte distrutta, ampliata e ristrutturata. Nel XVIII secolo era un "romitorio", dato in custodia a eremiti che vivevano di elemosine e dei frutti della terra. Nel 1897 fu riedificata, ampliata e abbellita da Ansimo Berlingieri. Nel 1919 vi veniva posta, con molta solennità, una copia dell'effigie originale della Beata Vergine di Capocolonna.
Ex convento di San Giovanni di Dio
È l'antico ospedale, fondato all'interno delle mura nel 1666 dall'ordine dei frati ospedalieri detti "Fatebenefratelli". L'edificio presenta una facciata con timpano ed è sormontato da una torre merlata con orologio. Conserva portali con arco a tutto sesto.
Palazzo vescovile
Edificato su tre livelli, ha un portale rettangolare con arco a tutto sesto, affiancato da lesene, e balconi in ferro battuto. L'edificio fu costruito nel XV secolo dal vescovo Lucifero che utilizzò i resti dell'ancora grandiosa città greca. Il palazzo raggiunse lo stato attuale nel XVII secolo, con molti locali a livello della strada che ospitavano magazzini, botteghe, il carcere del vescovo, l'archivio, farmacie, vani per il Sedile dei nobili e anche un "cellaro", cioè una cantina, e un "centimolo", ossia un mulino a mano per i bisogni dei cittadini.
Palazzo Morelli
Situato nel centro storico, è un edificio a corte chiusa con un giardino interno. Il suo aspetto attuale è dovuto ai restauri effettuati dai marchesi Morelli alla fine dell'800. Un cornicione a dentelli corona il palazzo, interessante anche per il suo scalone interno illuminato da un'ampia finestra ad arco. Lungo l'ampio scalone sono sistemati, in alcune nicchie, grandi vasi di Capodimonte.
Palazzo Galluccio
Come molti altri palazzi nobiliari di Crotone si trova in via Risorgimento, la via che, proprio per questo motivo, Leonida Rapaci definì via "Millionaire" ("dei milionari"). Fu costruito alla fine del XIX secolo e ricalca i canoni neoclassici. Su due livelli, ha un portale con arco a tutto sesto, preceduto da colonne circolari, poggiate su alto basamento. Conserva finestre con cornici e balconi balaustrati.
Palazzo Berlingieri
In piazza Umberto I, risale al XIX secolo. Su tre livelli, conserva un portale rettangolare con arco a tutto sesto, affiancato da lesene dotate di capitelli decorativi.
Casa Torchia
Esibisce nell'atrio due colonne di stile dorico, anche se non è certo che siano appartenute a un tempio greco. Furono dapprima utilizzate nella chiesa medievale di S. Nicola dei Cropis e poi adoperate da privati all'epoca della costruzione di questa abitazione nella stessa area in cui sorgeva la chiesa, demolita nel XVI secolo.
Palazzo Montalcini (oggi Oliverio - Susanna)
Ubicato in via Montalcini e risalente al 1526 è stato dichiarato monumento nazionale nel 1959. Di interesse architettonico l'antico portale costruito con grossi blocchi di bugnato ornati da palle in pietra e dagli stemmi della famiglia Susanna.
Palazzo Zurlo-Soda
Appartenente alla omonima famiglia, si trova in via Risorgimento. Su due livelli, conserva il portale in pietra, con arco a tutto sesto poggiante su, piedritti lisci, e balconi in ferro battuto.
Palazzo Barracco
A corte chiusa, con ballatoio interno, ospita oggi la Camera di Commercio. L'edificio del XVIIXVIII secolo, in origine proprietà dei baroni Farina, ha un impianto neoclassico. Il balcone centrale è balaustrato come quelli laterali che sono anche sormontati da timpani. Nell'androne c'è uno scalone a rampe divergenti che si congiungono su un unico ballatoio. Nelle stanze ci sono ancora le originarie decorazioni a stucco in stile barocco.
Palazzo Giunti
Fu edificato agli inizi dell'Ottocento su un preesistente fabbricato di proprietà della famiglia Orsini di Roma. Particolarità del palazzo gentilizio, costruito in pietra calcarea siracusana su cui si notano lesene scanalate terminanti con capitelli corinzio-floreali, è la corte interna con ballatoio ad arcate.
Palazzo Brasacchio
In via Cappuccini, fu costruito negli anni Trenta del Novecento con chiari richiami allo stile Liberty.
Palazzo della Provincia
Questo palazzo fu edificato negli anni '30 del Novecento in stile neoclassico. Si presenta su quattro livelli e conserva finestre con cornice in pietra.
Palazzo Morace
Edificio in stile liberty posto sul lungomare. Su cinque livelli, ha finestre dotate di arco a tutto sesto sovrastate da timpano triangolare e balconi balaustrati.
Palazzo Lucifero
Il palazzo di via Risorgimento conserva un portale con arco a tutto sesto poggiante su piedritti dotati di capitelli. In alto lo stemma della famiglia con due stelle in capo e un crescente in basso. Degne di nota sono le finestre con il cosiddetto "bavaglino", ossia una decorazione pendente che impreziosisce i punti luce.
Palazzo Cantafora
Costruzione del XVII secolo su tre livelli, conserva finestre con cornici.
Liceo classico "Pitagora"
Fu edificato tra il 1920 e il 1930 con la tipica architettura di regime fascista. Su due livelli, ha finestre ad arco a tutto sesto, con stemma a chiave di volta. Sul portale rettangolare si trova un balcone balaustrato. In alto, un fastigio con la denominazione del liceo a caratteri cubitali.
( Liceo Classico )
La nave romana
La prua e la poppa in legno di un'imbarcazione romana sono state riprodotte separate volutamente, per rappresentare un tragico naufragio. In mezzo sono stati sistemati marmi di epoca romana (III secolo d.C.) rinvenuti a Punta Scifo dai fratelli Tricoli tra il 1908 e il 1909.
( Nave romana )
Monumento ai Caduti della I guerra mondiale
La statua in marmo raffigura un angelo che tiene tra le braccia un soldato morto. Si trova in piazza Umberto.
Monumento ai Caduti sul lavoro (già monumento al Legionario)
In via Cutro - angolo corso Mazzini. La statua in travertino raffigura un uomo nell'intento di fissare la bandiera italiana. Fu realizzata durante il regime fascista in onore dei legionari combattenti nelle colonie.
Monumento a Carlo Turano
Si trova all'ingresso della città e ritrae uno dei più importanti sindaci di Crotone. Realizzato a figura intera, è in bronzo, su base quadrangolare.
Monumento a Pitagora e Alcmeone
In corso Mazzini è collocato il bassorilievo in bronzo, su una struttura a vela in pietra, che raffigura i due filosofi crotoniati.
Il gladio
Il monumento, inaugurato il 5 ottobre del 2004 e collocato sulla panoramica collina di parco Pignera (da cui si vede quasi tutta la città), è stato innalzato per ricordare i caduti della Resistenza e della Repubblica sociale italiana. L'opera in blocchi di marmo travertino è stata realizzata da una ditta di Tivoli e riproduce la spada dei legionari romani, ma anche quella dei combattenti della decima Mas. Il gladio misura oltre 10 metri e ha una larghezza di 2 metri e mezzo. Il suo piedistallo è alto mezzo metro circa.
Targa a Rino Gaetano
Nel giugno 2004, in occasione della terza edizione del festival "Una casa per Rino Gaetano", è stata affissa una targa ricordo sulla casa natale del cantautore che si trova nel rione Marina. In sua memoria è prevista anche la collocazione di una statua che lo ritrae, a grandezza naturale, con gli stessi abiti di scena (il famoso cilindro, il frac e le scarpe da tennis) utilizzati in occasione di una sua partecipazione al Festival di Sanremo.
Il teatro "Apollo"
Costruito nel 1928 sulle fondamenta di un pastificio, è a due passi da piazza Pitagora. La sala rettangolare ha un palcoscenico profondo nove metri e largo otto, dotato di graticcia. Il teatro è diviso in tre ordini di posti (platea, balconate e galleria) e può accogliere poco più di seicento spettatori. Di proprietà privata, per circa tre quarti di secolo, pur programmando in prevalenza proiezioni cinematografiche, ha ospitato diversi spettacoli teatrali. Per un periodo è stato chiuso. Il teatro, aiutato anche dal Comune, riaprì una prima volta nel 1990. Poi, dopo un secondo periodo di difficoltà, ritornò a fare programmazione nel 1996 grazie all'intervento dell'Amministrazione provinciale di Crotone che stipulò un contratto di utilizzo per settanta giornate all'anno. Sul palcoscenico dell'Apollo, tra il 1996 e il 2000, sono passate prestigiose compagnie teatrali. Dai musical (Cantando sotto la pioggia, Jesus Christ Superstar, La gatta Cenerentola) al magico teatro-danza con Lindsay Kemp; dall'operetta allo one-man show (Enzo Jannacci, Gianfranco Iannuzzo, Arturo Brachetti, ecc.), dalla lirica al teatro comico. Nella stagione 1999-2000 lo spettacolo "Natale in casa Cupiello", con Carlo Giuffrè, fu replicato per un'intera settimana, ben sei serate di tutto esaurito. Memorabile anche l'esibizione dei Momix con il celeberrimo "Passion". Dall'autunno del 20001a stagione teatrale crotonese è gestita dalla cooperativa "Gitiesse - Artisti Riuniti" di Napoli.
Museo Archeologico Nazionale
Riaperto nel 2000, dopo anni di chiusura al pubblico, il Museo è la casa dei tesori dell'antica Kroton. Situato nel centro storico cittadino, in via Risorgimento, rappresenta una tappa obbligata per conoscere a fondo la città e la civiltà magnogreca. La parte espositiva è stata divisa in due sezioni: al piano terreno la città, al primo piano il territorio. Nella prima sezione un apparato documentario illustra la storia della città dalle origini al medioevo, dando particolare risalto ai personaggi che hanno reso grande e famosa Crotone. Una mappa della città dei nostri tempi indica i cantieri in cui la Sovrintendenza per i Beni Archeologici della Calabria ha effettuato i principali scavi archeologici (lo scavo della Banca Popolare di Crotone, lo scavo di via XXV Aprile, lo scavo del Padiglione microcitemia, lo scavo dell'ospedale, gli scavi di via Di Vittorio e via Telesio, lo scavo di Vigna Nuova, lo scavo dell'ex area Nato). In due grandi vetrine sono esposti i principali reperti. Degne di essere ricordate sono le ceramiche pervenute dal quartiere dei vasai. Gli scavi hanno infatti accertato che nell'antica Kroton esisteva un quartiere costituito da case con cortile quadrangolare, nel quale i ceramisti aprivano i loro laboratori. Altre vetrine espongono i corredi tombali provenienti dalla contrada Carrara, la più grossa necropoli della città antica fino a questo momento indagata. Al primo piano si trovano numerose vetrine che espongono materiali giunti da varie zone del Marchesato e reperti relativi ai principali templi greci individuati a Crotone e nelle zone limitrofe. Ma il gioiello del museo è certamente il tesoro di Hera, rinvenuto intorno all'horos, all'interno dell'edificio sacro nel luglio del 1987. Esso è costituito da un diadema d'oro che certamente ornava il simulacro della dea, caratterizzato da una treccia a rilievo e da un doppio serto di vegetale all'esterno con foglie e bacche di mirto e foglie di acero. Oltre alla corona fanno parte del tesoro un anello d'oro con castone romboidale, una sirena in bronzo, una barchetta nuragica, una "gorgone" alata. Degno di nota è anche il medagliere con monete greche e romane, e i ritrovamenti di Caulonia, tra i quali vanno rilevati la pianta del tempio dorico e alcune terrecotte architettoniche del tempio della Passoliera. Orario di apertura: tutti i giorni, eccetto il lunedì, dalle 9 alle 19,30.
( Museo Archeologico Nazionale )
Il lungomare
Il primo lotto del lungomare finito nel 2003 è stato realizzato su progetto di alcuni architetti crotonesi (Gianluca Ruperto, Salvatore Ruperto, Giuseppe Molizzi) e di un ingegnere (Emilio Condigliota). La sua particolarità è quella di essere segnato da un sedile rivolto verso la città. Il secondo lotto inaugurato nel 2004 è frutto della progettazione dell'architetto Pino Cimarra che ha voluto puntare su una diffusa pedonalizzazione con una grande gradinata che guarda verso il mare. Il lungomare di Crotone al momento è lungo circa tre chilometri che, stando ai progetti dell'amministrazione, dovrebbero essere presto raddoppiati.
Museo Provinciale d'Arte Contemporanea
Ospitato nelle sale dell'ottocentesco palazzo Fonte, su viale Regina Margherita, è stato aperto nel 1998 per volere dell'assessorato ai Beni Culturali della Provincia di Crotone. Tra le opere che vi si possono ammirare si segnalano: "Palmina", un olio su carta di Bruno Ceccobelli del 1984; "Senza Titolo", olio su tela di Nino Longobardi del 1997; "Visioni di Giovanni", un'opera in ferro, rame, ottone, carta e china dell'artista Hidetoshi Nagasawa (1996); "Alluminio di scarto" in ferro e alluminio di Giuseppe Pulvirenti (1994). È esposto anche un decollage del calabrese Mimmo Rotella dal titolo "Pazzo per le donne". Il programma del museo prevede due mostre all'anno: "Kroton", progetto annuale di acquisizione di opere di artisti italiani protagonisti dagli anni Cinquanta fino agli anni Novanta, già ufficializzati da istituzioni come la Biennale di Venezia, o presenti nei manuali di storia dell'arte; "Contemporanea", progetto che intende convogliare verso Crotone le opere di artisti d'avanguardia. Orario di apertura: da lunedì a sabato dalle 10 alle 12 e dalle 17 alle 20. Domenica dalle 17 alle 20. Ingresso gratuito.
Museo Civico
Il museo civico, allestito all'interno del castello Carlo V, racchiude cinque sezioni: araldica, armeria, ceramica, oggetti provenienti dai casali scomparsi, foto e stampe d'epoca. L'esposizione rappresenta un arco di tempo che va dal Medioevo ai tempi moderni.
- Sezione Araldica: tra gli stemmi più rappresentativi c'è un frammento dello scudo della famiglia Ruffo feudataria della città nel XVI secolo. Da segnalare anche quello della famiglia d'Aquino in cui è leggibile la scritta «Thoma de me bene scripsisti». Secondo gli studiosi ciò avvalorerebbe la tradizione locale che crede San Tommaso d'Aquino nato a Belcastro.
- Sezione Armeria: una sala al pianterreno raccoglie le armi recuperate nel territorio di Crotone. Esposti si trovano pezzi d'artiglieria di un naviglio ritrovati lungo la costa crotonese, nonché palle di bombarda e di cannone rinvenute nel Castello. La città ha poi restituito una serie di armi bianche, tra cui un gruppo di pugnali e un coltello da caccia risalenti al XVIII - XIX secolo.
- Sezione Ceramica: in questa sezione sono esposti i ritrovamenti fatti nel centro storico durante gli scavi. I reperti più cospicui sono quelli ritrovati nel corso dei lavori di recupero del monastero di Santa Chiara e del Castello. La collezione è formata da frammenti ceramici di uso comune e di fattura meridionale.
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Sezione dei casali scomparsi: i reperti sono stati trovati in tutto il territorio di Crotone.
- Sezione foto e stampe d'epoca: qui sono raccolte novanta foto della città e di Capo Colonna dalla fine dell'Ottocento fino a metà degli anni Cinquanta degli anni Novanta. Si segnalano inoltre un'esposizione di cinque vedute del XVIII secolo e tredici carte geografiche. Tra queste ultime la più datata è del 1580. Orario di apertura: da martedì a sabato dalle 8 alle 13 e dalle 16 alle 20; domenica dalle 8 alle 12. Chiuso il lunedì.
Pinacoteca Bastione Toledo
Ospitata all'interno di uno dei baluardi posti nel Cinquecento a difesa della città, la pinacoteca custodisce opere di artisti calabresi e nazionali rappresentanti del Futurismo e dell'Avanguardia. L'esposizione è nata negli anni Novanta del Novecento con una collezione di Gaele Covelli, artista di scuola stilistica napoletana di fine Ottocento originario di Crotone. A questa si sono aggiunte altre donazioni tra cui una serie di opere di Salvatore Ferragina. Degne di nota, infine, le donazioni lasciate dagli eredi Turano (un bronzetto e alcuni quadri dell'800) e dall'avvocato Luigi Tallarico, critico d'arte e studioso, che ha regalato un centinaio di opere. Orario di apertura: da martedì a sabato dalle 16 alle 20.
Biblioteca comunale "A. Lucifero"
Si trova in piazza Castello, all'interno del maniero aragonese. Fondata nel 1978, custodisce un cospicuo patrimonio librario formato da oltre 18.000 volumi tra cui opere di cultura generale, testi e documenti sulla storia di Crotone, libri e manoscritti sulla storia della Calabria. Numerose inoltre le riviste di cultura, arte, scienze, politica, psicologia, religione, filosofia, teosofia, attualità, medicina, storia generale e locale. Diversi anche i quotidiani locali consultabili. Si segnalano anche 235 edizioni giuridiche e storico-politiche risalenti all'Ottocento. All'interno della struttura trova sede, anche, la sala multimediale intitolata a "Carlo Turano" (con 35 posti a sedere), in cui vengono proiettati i video, dotata di schermo gigante, computer, proiettore dia e laboratorio linguistico. Orario di apertura: da lunedì a venerdì dalle 9 alle 13 e dalle 15 alle ore 19. Chiusura estiva seconda e terza settimana di agosto.
Biblioteca diocesana
In questa biblioteca si trovano collezioni di teologia, pastorale e storia, nonché fondi antichi. È divisa in due sezioni: quella di Crotone e quella di Santa Severina. In entrambe è possibile richiedere la riproduzione di documenti e consultare Internet. La sezione di Crotone si trova in piazza Duomo e ha in dotazione 8.000 libri circa e 48 periodici. Orario di apertura: lunedì, mercoledì, giovedì dalle 9 alle 13 e dalle 15 alle 18.
Biblioteca di Diritto internazionale "Gaetano Morelli"
La biblioteca di Diritto internazionale, privato e processuale, è stata allestita dalla fondazione Morelli. Ha in dotazione 8.200 monografie in diverse lingue straniere e numerosi periodici (un centinaio circa).
Biblioteca 'Pier Giorgio Frassati"
Questa biblioteca è stata istituita dalla Fondazione D'Ettoris nel 2002. Il suo importante patrimonio librario abbraccia diverse discipline: letteratura, narrativa, scienze, storia, politica, economia, filosofia, arte, cinema, teatro, agiografia, geografia, storia delle religioni, giurisprudenza, legislazione. Diverse, inoltre, sono le monografie di sociologia, pedagogia, archeologia, sport e architettura. Nella sua sede (II traversa di via Regina Margherita), oltre alla consultazione dei volumi presenti, è possibile usufruire del servizio di fornitura documenti, dei servizi multimediali, delle informazioni bibliografiche, del prestito (anche interbibliotecario e domiciliare per i disabili) e della riproduzione. Orario di apertura: da lunedì a venerdì dalle 9 alle 13 e dalle 16 alle 19.
Fondo librario "Falcone Lucifero"
L'apertura della sezione in via Vittorio Emanuele risale al 1996 e custodisce le donazioni librarie dell'avvocato Falcone Lucifero. Il fondo si compone degli oltre 2.000 volumi donati a Lucifero dagli stessi autori (recano infatti firme autografe degli scrittori). Orario di apertura: nel periodo invernale da lunedì a venerdì dalle 9 alle 13 e dalle 15 alle 19, il sabato soltanto dalle 15 alle 19; nel periodo estivo da lunedì a venerdì dalle 9 alle 13 e dalle 16 alle 20, sabato soltanto dalle 16 alle 20.
Archivio storico comunale
Raccoglie essenzialmente atti e documenti postunitari (fino agli anni Cinquanta). Si possono consultare anche il Catasto Onciario del 1788, 1795 e 1805; i libri dei Parlamenti (1775-1809); il Catasto Murattiano; le deliberazioni del Decurionato (1812-1858).
Archivio diocesano
Anche l'archivio diocesano, come la biblioteca, ha una sezione a Crotone (in piazza Duomo) e una a Santa Severina. A1 suo interno sono custoditi documenti che fanno parte del Fondo archivistico Arcivescovile e del Fondo archivistico del Capitolo della Cattedrale. Degni di nota alcuni atti giuridico-amministrativi, il fondo matrimoniale e diverse pergamene databili a partire dal 1184 (Privilegio di Lucio III). Orario di apertura: si può accedere alla consultazione previa richiesta.
Parco archeologico di Capo Colonna
A pochi chilometri dalla città, sul promontorio Lacinio, sorgeva un grandioso tempio, databile tra il VI e il V sec. a.C., in onore di Hera (Giunone), dea liberatrice, collegata alla vegetazione, guerriera e nutrice. Il tempio era inviolabile e garantiva l'incolumità di chi vi si rifugiava. Secondo la tradizione fu Annibale a violarlo, uccidendo i suoi alleati, lì rifugiati, che si rifiutavano di seguirlo fino a Cartagine. È questa oggi la zona del parco archeologico di Capo Colonna. Il tempio di Hera, uno dei più grandi dell'antichità, era costruito proteso verso il mare e posto su un grande basamento di forma rettangolare che serviva da piedistallo. Era lungo 150 metri e largo 50, sostenuto da 13 0 15 colonne di stile dorico sul lato più lungo e 6 sul lato più corto; di queste ne rimane oggi solo una, a memoria di un passato di gloria, ma anche di rovina. Il tempio era ricco di portici e di altari e aveva anche delle piccole abitazioni per i sacerdoti e gli inservienti e negozi di oggetti religiosi. Dagli scavi finora effettuati si è potuto stabilire che il santuario era costituito da diversi monumenti: il Temenos, che è un sorta di confine dell'area sacra, il Katagonium e l'Hestiatorion. Il primo era un albergo di forma quadrangolare per gli ospiti di riguardo, il secondo un edificio a peristilio di forma quasi quadrata, forse destinato ai banchetti; la strada sacra, grande e solenne in prossimità del propileo di accesso, era delimitata ai margini da un cordolo di blocchi. Il tempio vero e proprio, riconducibile al nucleo originario della costruzione databile quindi intorno al VI secolo a.C., doveva essere un grande ambiente di forma rettangolare allungata, con una struttura molto semplice e in tutto simile a un altro tempio di Crotone, quello di "Vigna Nuova".
L'edificio era abbellito da decorazioni scultoree e da tegole di marmo che il censore Q. Fulvio Flacco depredò per costruire, a Roma, il tempio della fortuna equestre. Il tempio dell'Heraion era molto popolare e, in occasione delle feste in onore di Giunone, richiamava commercianti e fedeli oltre che da tutte le parti d'Italia anche dalla Grecia, dalla Sicilia e da Cartagine. Nella stessa area, verso nord-est, nei pressi del santuario della Vergine di Capo Colonna, sono stati rinvenuti un balneum romano di tarda età repubblicana con mosaico, i resti di alcune costruzioni con peristilio, pavimenti decorati a mosaico e i resti di una fornace risalenti al III secolo d.C. Orario di apertura: dalle 8 fino a un'ora prima del tramonto.
E' oramai certo che l'esistenza di una zona Sacra sul promontorio di Capo Colonna è antecedente alla nascita stessa della città di crotone (VIII° sec a.C.). Su quel promontorio (Lakinion Akron) che si alza mediamente per 15 metri sul livello del mare era presente il maestoso Tempio Dorico a pianta rettangolare e 48 colonne dedicato alla Dea Hera protettrice delle donne, dei pascoli e della fertilità. Il Tempio è databile intorno al VI° sec. a.C., ma nell'area sono molteplici i rinvenimenti di oggetti votivi risalenti ad epoche antecedenti la costruzione della stessa città di crotone, che lasciano pensare ad un'area sacra di origine pre-ellenica, nella quale i coloni greci posero il santuario più importante. Oggi del maestoso tempio dorico rimane solo una colonna con capitello alta 8,5 metri con 20 scanalature piatte, ed una parte del grande basamento (stilobate).
Intorno al Tempio ruotava l'intera Area Sacra, sono stati rinvenuti un grosso edificio a pianta rettangolare denominato Edificio B (datato VI° sec. a.C.) che doveva essere adibito a luogo di culto e raccoglimento, certa è l'esistenza di un grande bosco sulle zone alte del promontorio che raccoglieva le mandrie ed i pascoli sacri dai quali i Sacerdoti raccoglievano le fonti di sostentamento. Nel 1987 è stata rinvenuta una parte della Via Sacra che conduceva al Tempio, una parte della cinta muraria risalente al IV° sec. a.C. ed altri due grossi edifici: il Katagogion (albergo per i pellegrini) e l'Estiatorion (edificio per i banchetti).Nella zona immediatamente precedente l'Area Sacra vera e propria sono state rinvenute ville e case d'epoca Greca e Romana, oltre ad un Balneum termale del III° sec d.C. che conferma ancora l'importanza ed il valore che la zona aveva anche in epoca Romana. I reperti rinvenuti durante gli scavi (molti di valore inestimabile) vengono conservati presso i Musei archeologici allestiti a Crotone, ma anche sullo stesso promontorio dove, nella torre di avvistamento aragonese del XV° sec. d.C., è ubicato l'Antiquarium di Torre Nao; sono state rinvenute ceramiche, tegole marmoree, anfore, vasi, monete d'argento, lastre ornamentali e altri oggetti preziosi che i pellegrini portavano alla Dea venerata. Attualmente sul promontorio insistono gli scavi e la realizzazione del Parco Archeologico di Capo Colonna che prevede anche la costruzione di musei moderni, di aree di ristoro e di ricezione turistica, la zona è meta di gite e visite guidate.
La Torre di Nao
Vicina al Santuario, è una struttura difensiva edificata nel 1550. A pianta quadrata, munita di robusti contrafforti e cordonatura in pietra, dotata di una scala esterna e di un piccolo ponte d'accesso. Faceva parte del dispositivo di difesa costiera, voluto dal viceré spagnolo Don Pedro di Toledo per difendere l'intero Regno dalle incursioni Arabe, che prevedeva undici torri nel comprensorio, oltre la torre di Scifo o dei Saraceni, di forma quadrangolare, e la Torre Mariello. Oggi dentro la Torre Nao è ospitato l'Antiquarium omonimo che raccoglie importanti reperti archeologici rinvenuti nel tratto di mare antistante la costa crotonese, e nella zona del promontorio Lacinio.
Vrica e Stuni
Sono due aree che recano testimonianze delle più antiche manifestazioni dei cicli glaciali e interglaciali. Zone d’importante riferimento per la climatologia, sono state riconosciute come “ stratotipo del limite Plio– Pleistocene”, limite che risale a 1.600.000 anni fa. Nele due zone crotonesi, grazie ad accurati studi, è stato possibile individuare diversi tipi di fossili. E così capire meglio come si sono svolte le glaciazioni. Vrica si trova a sud di Crotone ed è a questa località che gli studiosi fanno riferimento nell’indicare il limite convenzionale del “Plio–Pleistocene”. Lo stratotipo individuato alla base dell’area di Stuni, rappresenta invece l’inizio della prima glaciazione; alla sommità di Stuni è presente quella che gli studiosi chiamano una “terrazza milazziana”, ricca di fossili.
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GASTRONOMIA
Crotone offre ai visitatori la classica cucina mediterranea con i profumi e sapori che si tramandano da generazioni. La tavola è sempre protagonista in qualsiasi momento e nelle più svariate occasioni: con gli amici e nelle inaugurazioni. La fragranza delle migliori carni, la freschezza dei piatti di pesce, il profumo del pane casereccio e l'ineguagliabile sapore delle tagliatelle, condite con prelibati sughi, sono i migliori ricordi che rimangono ai visitatori di questa terra antica. I teneri ortaggi, la deliziosa verdura, il delicato olio extra-vergine di oliva offrono un'ottima base per realizzazione di ricette semplici e gustose nel rispetto delle antiche tradizioni, tutti gli elementi della gastronomica calabrese, fatta di cose semplici e genuine prodotte ancora oggi con la stessa cura del passato. Nel zona del crotonese si producono degli ottimi vini D.O.C. che accompagnano tutti i piatti.
Piatti tipici
Crotone è una città generosa dove il mare offre prodotti freschissimi e svariati; e la terra, ortaggi, sapori e deliziose carni. Tra i primi piatti primeggia la pasta fatta in casa: i "Cavatelli" piccoli gnocchi conditi con sugo di carne e ricotta; i "maccarruni" conditi con ragù di maiale. Tra queste delizie non vanno trascurate gli impareggiabili secondi piatti a base di pesce tra cui citiamo: le zuppe preparate con alghe aromatiche, aglio, prezzemolo, pomodori e consumate su fette di pane abbrustolite e la "sardella". Ogni piatto viene insaporito, dagli chef, con maestria, usando l'eccellente olio extra vergine d'oliva e peperoncino piccante. Ottimi i salumi, dolci e piccanti; e gli squisiti formaggi, tra i quali ricordiamo la ricotta fresca o affumicata, da grattugiare sui primi piatti, e il famoso pecorino, anche con pepe nero, dal caratteristico gusto forte. Vera delizia sono i dolci dai gusti più svariati: i "crustuli" composti da farina di grano duro, zucchero, olio, liquore, garofano, cannella e miele, fritti e passati nel miele; la "pitta 'nhiusa", pasta sfoglia ripiena di uva passa noci e canditi; e lo squisito "sanguinazzu", sangue di maiale fatto bollire con zucchero, cioccolato fondente, mandorle e noci. Tutti questi prelibati piatti sono accompagnati dai pregiati vini d.o.c. il "Cirò" ed il "Melissa".
Ricette
Spaghetti con le sarde
Ingredienti: 400 gr di spaghetti;2 spicchi d'aglio; 4 fette di sarde; 500 gr di pomodori pelati; pan grattato; olio d'oliva; prezzemolo; sale; pepe
Procedimento: In una casseruola mettete a soffriggere gli spicchi d'aglio in abbondante olio d'oliva, appena rosati, aggiungete i filetti di sarde sotto sale, lavati del loro sale. Quando si saranno sciolti unite i pomodori a pezzi, aggiustate di sale e pepe e portate a cottura a fuoco basso. Cuocete la pasta, scolatela al dente, mescolatela con un paio di cucchiai di pangrattato tostato quindi con la salsa. Servite con prezzemolo tritato fresco.
Pecorino di Crotone
Materia prima: latte ovino e caprino, da razze miste. Alimentazione: pascolo estensivo naturale integrato da mangimi.
Tecnologia di lavorazione: si porta il latte di due mungiture a circa 36-38 gradi, aggiungendovi caglio in pasta. Coagula in 30 minuti. Dopo la rottura della cagliata (a dimensione di un chicco di riso) la massa casearia si riscalda a 45 gradi (agitandola lentamente per qualche tempo). Dopo queste operazioni, la massa viene messa nelle fuscelle, spurgata, pressata con le mani per eliminare il siero. In alcuni casi, in questa fase, alla pasta vengono aggiunti dei grani di pepe nero. Le forme vengono messe ad asciugare per 3-4 giorni; dopodiché si effettua la salatura a secco o in salamoia. Matura in 40-50 giorni, in ambiente fresco, dove le forme vengono periodicamente rivoltate. Resa 18%.
Stagionatura: da 4 mesi fino a due anni circa, in ambiente fresco a temperatura costante. Durante questo periodo, le forme vengono unte con olio di oliva.
Caratteristiche del prodotto finito: peso: Kg 7-8; forma: cilindrica; crosta: dura, di colore ocra con impresso i segni del canestro; pasta: compatta con rare occhiature (occhio di pernice) da dove escono lacrime di grasso; sapore: pieno, gradevolmente saporito.
Area di produzione: comprensorio di Crotone (CZ), non oltre Botricello.
Calendario di produzione: novembre-giugno.
Note: un tempo il Pecorino crotonese veniva fatto esclusivamente con latte proveniente da pecore di razza Pugliese. Ancora oggi alcuni piccoli produttori continuano a farlo adoperando solo questo tipo di latte; essi però non risiedono nella zona del crotonese, ma in quella di Marcellinara, sempre in provincia di Catanzaro.
Furmaggiu du quagliu
Materia prima: latte 70% ovino, 30% caprino, da razze miste. Alimentazione: pascolo estensivo naturale integrato da mangimi.
Tecnologia di lavorazione: la stessa del Pecorino, varia solo la qualità del caglio in pasta il cui eccesso, durante la stagionatura (secondo il parere degli intervistati) favorirà la comparsa di piccoli vermi bianchi. In realtà il formaggio viene attaccato dalla "Piophila Casei" o mosca del formaggio. Matura in un mese circa, in ambiente fresco. Resa 18%.
Stagionatura: 4-5 mesi circa.
Caratteristiche del prodotto finito: peso: Kg 1-3; forma: cilindrica, scalzo dritto; crosta: dura, colore giallo oro con macchie scure, se pressata con il dito fuoriescono piccoli vermetti bianchi saltellanti; pasta: disseminata di fori procurati dal verme; sapore: marcatamente piccante, che dà un senso di bruciore al palato.
Area di produzione: tutta la Calabria, soprattutto fatto dai pastori.
Calendario di produzione: da novembre a giugno.
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