2a domenica di Agosto
Sagra della sardella


Terza Domenica Di Maggio
Processione Madonna Di Manipuglia


27/28 Aprile
San Francesco di Paola
Viene portata la statua del santo su una barca

3a domenica di Maggio
Madonna di Manipuglia (patrona)


Luglio
Sagra della fresella, Sagra del pesce azzurro


Agosto
Sagra della sardella


18 Agosto
Festa della Madonnina


Estate
Estate crucolese
Rappresentazioni in vernacolo e serate musicali dal folk al jazz.


Crucoli


Crucoli


LO STEMMA
Campo di cielo, al ponte di un solo arco ribassato, uscente dai fianchi, a guisa di fascia centrata, d’argento, cimato dalla tore di rosso, chiusa, finestrata e mattonata di nero, merlata alla guelfa di sei, sostenuta da due leoni controrampanti, d’oro con entrambe le zampe posteriori poggiate sul ponte ed entrambe le zampe anteriori poggiate sulla torre, stesso ponte accompagnato in punta dalla campagna di azzurro, mareggiata in argento, caricata dal leone illeopardito, d’oro. Ornamenti esteriori da Comune.

IL GONFALONE
Drappo di rosso, riccamente ornato di ricami d’argento e caricato dello stemma con l’iscrizione centrata in argento recante la denominazione del Comune. Le parti di metallo e i cordoni sono argentati. Nella freccia è rappresentato lo stemma del Comune e sul gambo inciso il nome. Cravatta con nastri ricolorati dai colori nazionali frangiati d’argento.

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STORIA


Il territorio del Comune di Crucoli si estende per 49,81 Kmq. Detta superficie comprende il paese di Crucoli, posto in posizione collinare a 380 m sul livello del mare ed a 7 Km dalla SS 106, e la frazione Torretta, sita sulla costa e compresa tra Punta Alice e Fiume Nicà. L’intera superficie è delimitata, a sud dal territorio del Comune di Cirò, a nord da quello del Comune di Cariati, ad ovest dal Massiccio Silano ed a est dallo Jonio. La popolazione è di 3.936 residenti, di cui la maggior parte raccolti nella Frazione. Il capoluogo infatti presenta un marcato spopolamento dovuto all’emigrazione contrassegnata negli ultimi anni da un più forte interessamento e riferimento degli oriundi - riuniti in Associazioni - al paese d’origine. A Crucoli l’economia è prevalentemente agricola e di tipo tradizionale, con un buon grado di sfruttamento dei terreni, penalizzato però dall'eccessiva polverizzazione in piccole aziende agricole. A Torretta prevalgono le attività commerciali e turistiche, le piccole e medie attività di produzione e trasformazione. Socialmente il contesto è più vario nella frazione, più aperta alle novità anche grazie alla collocazione geografica, mentre Crucoli si presenta come depositario di tradizioni, usi e costumi che attendono di essere rivalutati e riconosciuti come retaggio culturale.

Le origini del paese sono state oggetto di studio da parte di vari autori. Secondo alcuni il territorio sarebbe stato originariamente abitato da tribù di Enotri, pastori nomadi ed agricoltori che dovettero lasciare il posto ai greci coloniz0zatori, i quali intorno al VIII°-VII°, sec. si insediarono stabilmente sulla collina che chiamarono “Kara-Kolos “ (vetta monca). Di tale nome troviamo tracce, nella forma latinizzata “Caracolum” in documenti della Cancelleria Angioina. Per altri autori, alcune famiglie provenienti da Oriente, si insediarono nella zona chiamando il paese con il nome del loro luogo d’origine o della loro tribù, dopo essere sfuggite all’invasione turca. Recentemente un’altra teoria è stata proposta. Questa sfaterebbe la radicata idea secondo cui sarebbe sorto prima l’insediamento di Crucoli e poi, in seguito alla bonifica delle zone malariche site più vicine alla costa, l’insediamento corrispondente all’attuale Frazione Torretta (che prende il nome da una delle varie torri di guardia poste sul litorale), grazie allo spostamento di famiglie dal centro collinare nelle terre baronali limitrofe. Secondo la nuova ipotesi invece, l’insediamento di Torretta sarebbe precedente alla nascita di Crucoli, in quanto dove attualmente sorge la frazione era collocata l’antica “Paternum” abitata dai Bruzi; solo le invasioni saracene e la malaria costrinsero gli abitanti a riparare sulla collina per ridiscendere molto più tardi a bonifica avvenuta. Dopo il Mille, cominciamo a rinvenire notizie storiche.

Sappiamo che il governo di Crucoli fu tenuto per conto dei Principi Normanni nel secolo XIII° da Gualtiero Pagano e Guglielmo Parisi e durante questa dominazione si ebbe la costruzione del “Venerabile Ospedale” (Monte Pio) affidato a Monaci dei Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme, al fine di accordare protezione ed assistenza ai nuclei di famiglie ivi stanziate. Sempre sotto i Normanni venne costruito il Castello, attualmente ancora centro dell’abitato nonostante l’impraticabilità. Nel 1278 abbiamo notizie di come, dopo il breve governo di Rinaldo Gentile, che coincide con l’inizio della dominazione del Regno di Napoli, il feudo di Crucoli fu confiscato da Carlo D’Angiò al figlio di questi, Giovanni per avere sostenuto Manfredi e fu dato a Ruggero Tarsia che ne fu signore dal 1279 al 1283, per poi passare a Pietro di Regibajo come attesta una concessione del 1294. Solo nel 1298 il feudo, o “Castro di Crucoli”, ritorna a Giovanni Gentile, il quale richiese al Sovrano del Regno di Napoli che fossero definitivamente stabiliti i confini con Umbriatico, visto che i vassalli dei due centri erano spesso venuti alle armi per l’incertezza di questi. Nel 1302 troviamo cenni della donazione del “Casale di Crucoli“ a Pietro de Santo Cataldo da Messina che probabilmente scambiò il feudo con uno in Sicilia. Dopo una breve parentesi in cui il territorio torna ad un discendente di Regibajo, Crucoli è di nuovo in mano alla famiglia Gentile, per passare nel 1368 alla famiglia D’Aquino, come dote in occasione del matrimonio di Elisabetta Gentile con Iacopo I°, Barone di Castiglione. La Baronia dei D’Aquino dura sino al 1446, quando Francesco Torres, riceve da Re Ferdinando D’Aragona il possesso del feudo per i servigi resigli. Questo sarà portato come dote dalla figlia Aurelia al casato del marito, Cesare D’Aquino, per restare sotto questa famiglia dal 1356 al 1631, quando Giacomo D’Aquino venderà la terra, gli uomini e le cose per 90.000 ducati a Giacomo Amalfitani ( o Amalfitano) la cui famiglia reggerà Crucoli dal 1631 per circa un secolo.

Durante tale lungo lasso di tempo, si intensificano le invasioni dei Turchi, iniziate nel 1517. Nel 1781 inizia il declino della casata degli Amalfitani quando, per i sequestri, i pignoramenti, gli intrighi e la cattiva amministrazione del marchese Nicola, viene ordinato un Consiglio di curatori economici. Il disfacimento del feudo sarà favorito dal fenomeno dello “sbarro”, l’usurpazione dei terreni da parte dei pochi borghesi ricchi che cominciano ad acquistare potere e che si appropriano delle terre facendo spostare i confini ed i recinti. Ma la vera affermazione della nascente classe borghese, si ha sotto i Borboni, quando le famiglie da loro prescelte a guida delle terre di Crucoli, spadroneggiano e malgovernano. La risposta è il brigantaggio, che cresce nel tempo al punto da diventare fenomeno su larga scala e da perdurare anche dopo l’Unità d’Italia, nonostante a Crucoli fosse nato un contingente della Guardia Nazionale cui aderiscono cittadini del luogo. La diffusione della rete ferroviaria comincia a rendere più agevoli gli spostamenti e favorisce l’esodo: inizia l’emigrazione che, come un’emorragia, ancora non si è arrestata. Dal 1890 al 1940 il Comune è retto dal Cav. Leonardo Di Bartolo, ed in tale periodo ci saranno le più importanti innovazioni: nel 1896 si costruì la piazza, dopo che il Sindaco ottenne dal Conte di Torino la facoltà di demolire un’ala del palazzo di proprietà della famiglia Vitale, con la quale era in corso una lunghissima battaglia legale. Nel 1910 si ha la realizzazione dell’acquedotto che, dal torrente “Giardino”, portò capillarmente l’acqua in tutto il paese. Crucoli sarà inoltre uno dei primi paesi della Calabria ad usufruire dell’energia elettrica. La I° e la II° Guerra Mondiale lasciano lapidi che recitano i nomi di quasi tutte le famiglie crucolesi. Dopo il Referendum, che decreta la nascita della Repubblica Italiana, ripartono i lavori e le opere pubbliche come il Cimitero, la Chiesa e soprattutto si cerca di rispondere alle esigenze più urgenti della frazione Torretta, ormai nuovo centro abitato in espansione. Un importante momento è l’istituzione dell’Opera Sila nel 1952, mentre l’eccezionale nevicata del 1956, ancora oggi ricordata, viene fronteggiata dall’allora presidente dell’ECA Giacinto Smurra che, con solleciti alle Autorità, ottiene l’invio di viveri e generi di prima necessità, per distribuirli tra la popolazione.

Personaggi

Emanuele Di Bartolo
Nacque il 25 marzo 1901. Molti critici lo definirono il Parini della Calabria. Scrisse undici volumi di poesie. Morì il 10 marzo 1978

Vittorio Di Bartolo
Uomo politico vissuto nel XX secolo. Sindaco e poi podestà dal 1924 al 1931, lo si ricorda perché portò l’acqua e la luce in paese. Fu anche un poeta estemporaneo.

Leonardo Smura
Nacque a Crucoli il 22 settembre 1927. Insegnante elementare e poi direttore didattico, scrisse molte poesie in stile crepuscolare. Morì il 24 marzo del 1986.

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TRADIZIONI


Le leggende

Proprio al Santuario è legata una delle leggende più importanti di Crucoli. Una prima versione raccolta dalla tradizione orale e messa per iscritto, riferisce che una pellegrina gravemente ammalata era giunta per essere curata presso i monaci di S. Giovanni di Gerusalemme, all’attuale Santuario di Madonna d’ Itria di Cirò, e da questi indirizzata, vista la gravità del male, a Frà Nicola governatore del “Venerabile Ospedale di Monte Pio”, ritenuto un grande guaritore. La donna riprese il cammino per essere sorpresa dal buio in una zona a metà strada tra Crucoli e Torretta, dove si fermò a riposare ai piedi di un olivo. Nella notte fu però svegliata da dolori lancinanti al seno sinistro causati dal morso di una vipera. In preda al terrore la donna invocò la Madonna ed “ all’invocazione seguì un lampo di luce che rischiarò le cime dell’ulivo da cui discese, avvolta nel suo mantello azzurro” una Donna con un bambino in braccio che guarì la pellegrina non solo dal morso, ma anche da tutti i precedenti mali. Questa corse in paese a raccontare il miracolo e riferire ai cittadini la richiesta della Signora, che cioè le fosse eretta nel luogo del prodigio una chiesa. Era una domenica di Maggio e dal quel giorno cominciarono i lavori per realizzare l’opera.

La tradizione vuole che più volte il fabbricato appena iniziato sia crollato inspiegabilmente e più volte la Madonna, apparendo in sogno ai fedeli, abbia ricordato di realizzare la struttura nel luogo esatto del miracolo. Più probabilmente, questi racconti, attestano le difficoltà di realizzazione dell’opera, sita in una zona molto ricca di acque sotterranee che ancora oggi creano movimenti del terreno e rendono necessaria una costante manutenzione. Un’altra storia ci viene tramandata, sempre basandosi sul racconto dei più anziani, secondo la quale a Crucoli viveva una donna pugliese di nome Maria, che restò paralizzata agli arti superiori mentre lavava i panni al fiume. Frà Nicola, personaggio che ricorre spesso nella storia e nella leggenda crucolese, visti inutili tutti i rimedi, la portò presso un dipinto rupestre della Madonna realizzato dal figlio di lei, pastorello, durante le ore oziose di guardia al gregge. La malata invocò la Madonna che apparve e la guarì.
Questa storia fa dunque derivare il nome del Santuario dal nome della donna miracolata:“ Maria e Pughja”, mentre secondo alcune fonti “Maripuglia” era già il nome del fondo in cui è ubicata la chiesa, così come attestano alcuni documenti. Un autore crucolese, nella sua opera, riporta la tesi di Pericle Maone ricollegantesi a quella dell’Alessi che, nel “Saggio di Toponomastica calabrese” del 1939, fa derivare il nome dal latino “manus pullius” (mano soffice) dalla delicatezza delle mani della Vergine.
Un’altra importante leggenda si ricollega alle invasioni di Crucoli realizzate dai Turchi nel 1517 e narra di come gli “infedeli” avessero ingaggiato battaglia con gli “scacceri” - gli uomini forti e vigorosi che popolavano il caposaldo avanzato del castello corrispondente oggi al rione più antico di Crucoli chiamato appunto “Scacce” - che avevano il precipuo compito di fungere da avamposto contro le incursioni. Sconfitti i primi difensori, i turchi avevano assaltato e saccheggiato il Venerabile Ospedale retto da Frà Nicola, uccidendo, recidendo il capo dei malcapitati con la scimitarra per portare le teste in trionfo ed avanzando verso il centro abitato. L’allarme si diffuse in paese e prese la forme di un grido lanciato di rione in rione che ancora si ricorda:

“Allarmi, allarmi!
Li campani soninu,
li turchi su calati a ‘ra marina.
Hannu piatu ‘u poviru Frà Nicola,
scavuzu e nganna la scala a penninu”

(Allarmi, allarmi le campane suonano, i turchi sono arrivati dal mare, hanno fatto prigioniero Frà Nicola scalzo e svestito facendolo ruzzolare dalle scale).

I saccheggi, le mutilazioni e gli orrori - racconta la leggenda - spinsero la giovane Maurella a gridare, attirando l’attenzione del capo dei turchi Gaifar che, colpito dalla bellezza e dal dolore della giovane, fece finire lo scempio. L’amore sbocciò tra i due e la crucolese seguì il suo uomo, senza però dimenticare il paese natio dove tornò lasciandovi la sua discendenza che porta ancora il soprannome di “turchi”.
Una barbara usanza invece, che all’epoca veniva ritenuta diritto, lo “Jus primae noctis”, è alla base di altre leggende. Una rupe, posta a sud del rione Santa Maria, porta ancora il nome di “Timpa ‘e Gloria” in quanto da quel precipizio si suicidò la giovane che le dà il nome, alla vigilia delle nozze con un coetaneo dopo aver ricevuto l’ordine dal conte di rispettare il suo diritto di averla per prima, mentre un intero rione, la “Motta”, prende nome da un altro episodio del genere la cui protagonista è rimasta, forse per pietà, anonima. Si vuole far risalire la fine di questa barbarie ad una rivolta dei crucolesi capeggiati da Francesco Paternò, giovane sposo che non intendeva sopportare il disonore e che con altri uomini armati assaltò ed assediò il Castello, rapendo la sposa ed ottenendo l’abolizione del diritto. Storicamente invece la fine di questa barbarie, per Crucoli, inizia il 15 giugno 1400, data in cui si ha notizia delle prime esenzioni dallo “Jus primae noctis” per alcuni vassalli da parte di Elisabetta Gentile (una donna!!!), moglie di Iacopo D’Aquino.

Tra leggenda e storia invece si collocano le narrazioni relative al brigantaggio: il 5 febbraio 1862 fu registrata, come attesta un autore del luogo, la morte di quattro banditi cui era stata tesa una trappola dalla forza pubblica. Qui si inserisce la leggenda, secondo cui a tradire Giuseppe Murrone di Longobucco, Nicola De Luca di Pietrapaola, Francesco Curcio di Trento e Pasquale Forciniti di Longobucco sarebbe stato un “compare” del loro capo banda, Domenico Straface detto Palma. Ricordiamo che il “comparaggio” o “San Giovanni” è il vincolo reciproco e sacro, che lega colui che fa battezzare il proprio figlio alla persona prescelta come padrino. Questo compare, ritenuto fidato, per smentire le voci che lo volevano affiliato alla banda di briganti, riferì ai fuorilegge che sarebbe scattato un rastrellamento e che occorreva lasciare il rifugio di Monte Pio per nascondersi nel bosco. Palma, brigante che distribuiva tra i bisognosi i proventi dei suoi saccheggi, pur avendo intuito il tradimento, per non violare il vincolo sacro del “San Giovanni”, lasciò andare a morte sicura i suoi uomini e venne anch’egli trucidato nel bosco di Ciraiente. Nel 1807 Cataldo D’Amico, eletto a suffragio universale Commissario del Popolo al posto del Sindaco Giovanni Lamanna, scappato a Cirò per paura dei briganti, pagò con la morte del figlio la sua opposizione alla banda capeggiata dal temibile Vincenzo Calcagna. Questi però subì la stessa sorte per mano dei suoi affiliati, stanchi delle troppe crudeltà al punto di tagliargli la testa ed infilzarla ad un palo davanti alla Casa Comunale. Altro bandito ricordato per la sua ferocia fu Ignazio Morrone, chiamato Magarò, che depredò ed uccise nel territorio crucolese.


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LA LINGUA


Subba nu timpareddru ‘nguacciu ‘u maru
sta ru paisu meiu tuttu ricotu.
Porta nu numu grecu, anticu e raru
e da Calabria n’è lembu remotu.
Celu e sulu lu coprunu e l’ammantanu;
olivi, ficuniani e marvajanca,
filari ‘e viti, cerzi puru cantunu
a beddrizza da terra russa e janca!

L.M.Smurra

La tradizione orale
Camminando per le strade del paese sono in molti ad essere disposti a riproporci le parole del passato che, come un filo che si dipana nel tempo per giungere fino a noi, ci racconta di come vivevano i nostri padri e quale eredità di usi, tradizioni e cultura ci hanno lasciato. La prima testimonianza che raccogliamo ci porta indietro, ai tempi in cui le previsioni meteorologiche non venivano trasmesse per televisione e per realizzare i lavori dei campi occorreva seguire i “dittati ‘e l’antichi”:

Proverbi

“Si u tempu é de Cirò                   Se il maltempo viene da Cirò
pia a zappa e va druvu vo,         ci si può spostare,
si u tempu è de Cariati                se viene da Cariati
statti a ‘ru cantu da pignata”      stai vicino alla pignata ed al fuoco

L’acqua d’agustu porta oghju, melu e mustu
L’acqua di agosto porta olio, miele e mosto

Celu a pecureddri, acqua a funtaneddri.

Se ci sono nuvole piccole e numerose (pioverà abbondantemente.)

Particolari sono gli indovinelli e gli scioglilingua che si tramandano, alcuni dei quali denotano uno spirito caustico e malizioso, proprio di un popolo che, nonostante le dominazioni, l’abitudine ad ubbidire e la povertà, non ha mai perso la voglia di ridere e scherzare:

Tre panari e fichi e frutti,
ficchi e frutti tre panari
e si vò ca ti lu dicu
tre panari e frutti e fichi.
“Ntunnu ‘ntunnu a su palazzu,
c’è na capa ‘e canu pazzu
tir’u filu e tir’u lazzu,
tir’a capa du canu pazzu”.

“Subba nu muru e fravicaturu
c’è nu piattu e ficutu crudu,
ficutu cottu e ficutu crudu
subba nu muru e fravicaturu”.

“Crucuddru beddru, paisu nostru
a pasta pista fa ‘ru panu tostu:
ti ‘nni mangi ‘na feddra e ti ‘nni resta.”

Indovinelli

“O è ricca, o spinosa, mi mangianu cotta, vrusciata o vuddruta, mi trovu ndra campagna e mi chiamu....”
(La castagna)
E’ riccia è spinosa, mi mangiano cotta, bruciata o bollita, mi trovo in campagna e mi chiamo….(castagna)

Povira mamma sventurata       Povera mamma sventurata
fa ‘ri fighj ‘nda li spini
               fa i figli nelle spine
ccu cuverti arricamati      
         con coperte ricamate
povira mamma sventurata”      povera mamma sventurata 
(il fico d’india)

Piccanti sono altri detti, che giocano con l’allusione a volte anche pesante

“ All’ominu li penna e a ‘ra fimmina li sta ‘mbacchiata”
All’uomo pende ed alla donna sta attaccata (la tasca)

“ Mmenzu l’anchi e mammita ci sta na funtaneddra, e pajtta si cci adura comu nu santu”
(la botte)

“ O chi gustu e chi piaciru quannu si jungiunu pilu cu pilu”
(le ciglia)

Molti modi di dire sono veri e propri moniti alle nuove generazioni, affinché coltivino le buone abitudini, le virtù della pazienza e della temperanza:

A gatta ch’è ‘mparata a ru lucignu nun si cura si s’abbritta l’ugni
Chi ha cattive abitudini non le perde nonostante le esperienze dolorose.

Si vo campari cent’anni, Per vivere a lungo fuma la pipa
pippa e crita e cannedra e canna di terracotta con il cannello di canna,

Chianu merula ca a via è petrusa!
Piano merlo, perché la strada è pietrosa ed ardua!

E’ ammonito chi pensa che le imprese siano sempre di facile realizzazione e che tutto possa essere fatto con facilità e precipitazione.

Quannu vidi u scurzunu chiama a S. Paulu”

Quando vedi il serpente invoca San Paolo

Quannu teni u beni piatillu,
                   Quando hai cose buone goditele
cu malu ‘u pò mancari,                           perché il male non può mancare;
tu t’a cridutu ch’erinu rosi e fiori,           credevi che fossero tutte rose e fiori
inveci sù lacrimi, suspiri amari!               Invece sono lacrime, sospiri amari.
Si vò campari a ru munnu cuntentu,      Se vuoi vivere nel mondo contento.
chiru ca vidi vidi, chiru ca senti senti”     ignora quello che vedi e senti.

Altre espressioni raccolte, costituiscono insegnamenti di vita un po’ più amari o denotano un carattere forgiato dalle esperienze di vita

“Fuja quantu vo ca cà t’aspetto” Anche se scappi ti aspetto per vendicarmi.

“U Signuru manna panu tostu Il Signore manda il pane duro
a chini un tena denti a chi non ha denti per mangiarlo
e ‘ra mughjiera sperta a ‘ri gnoranti” e la moglie intelligente allo stolto


Il detto lamenta di come le cose buone spesso tocchino a chi non sa apprezzarle.

“ Gaddrina chi nun becca ha già beccatu” Chi si ostina a non mangiare si è già saziato.

“ U fujri è sarvazione e vita” Scappare a volte è la salvezza

Ci sono anche detti, espressione di maldicenza:

I mugghjeri di ‘mericani su jettati a ‘ra ruvina.
Le mogli degli emigrati in America disonorano i mariti.

Mò ca su fatti jocca, ni vò vìdiri puricini
Adesso che sono sposate vedrete quanti figli!

Il motteggio precedente è rivolto contro le mogli degli emigrati rimaste in paese, ritenute poco serie ed accusate di far trovare ai mariti figli non concepiti da loro, e può ben accoppiarsi al seguente:

A gente de sta ruga, tale e quale                  La gente di questo rione
si jungia e fannu focularu                               si riunisce e fa capannello.
e parrunu cuntru di Nostru Signuru.               parlando male di Nostro Signore.
Ah, Madonna mia, falli ‘ngecari                       Oh Madonna mia, falli diventare ciechi
e falli jiri trappannu i muri muri                        e falli andare brancolando lungo i muri
e prima ca lu dici voghju cu sannu:                 e voglio che lo sappiano ancora prima
quannu ppè loru scura, ppè mia è jurnu!”     che tu glielo dica: quando per loro fa notte, per me è giorno (siamo diversi).

Poesia contro la maldicenza

Spesso, e proprio a causa della maldicenza e del pettegolezzo, nascevano liti tra “comari” e vicine di casa, le quali ricorrevano a poesiole e canzoncine per rintuzzarsi, rendendo spesso l’intero rione partecipe della scaramuccia:

Malata chi ti via ‘a ru spitalu                 Ti possa vedere malata all’ospedale
ccu centu cancareni a ‘ri stentini,         con cento cancri agli intestini
‘u medicu ti pozza ordinari                    il medico ti possa ordinare
a sputazzeddra mia pè medicini            il mio sputo come medicina!
Chi ti fici, beddra, chi ti fici?                 Che cosa ti ho fatto, bella, cosa?
guerra s’è diventata ‘a nostra paci,     la nostra pace è diventata guerra,
nun fossa tantu lu malu chi fici            è sproporzionato il modo in cui ti
a quantu è stata piata criminala.         sei arrabbiata rispetto a quello che ho fatto.
Fu Cristu a perdunari i sui nimici           Persino Cristo perdonò i nemici
ccu tanta fedeltà ficiru a paci,             con tanta fedeltà fecero pace
mò tinni pregu a tia donna infelici:       e perciò ti prego, donna infelice,
rumpa u sdegnu e facimu paci”            interrompi lo sdegno e facciamo pace.
Lamentari e mia tu un ti ‘nni poi            Lamentarti di me non puoi
mentre a causa è provenuta e tia,       mentre il motivo della lite è causa tua,
avja na serva a ‘ri cummanni toj,          avevi in me una serva ai tuoi ordini
a li dari licenza fu pazzia.                      e allontanarmi così è stata una pazzia.
Mò l’a datu licenza, mò chi voi?             Ora che mi hai allontanato, cosa vuoi?
Chini porta ‘sa ranna gelusia,               Chi ha questa grande gelosia
chjù s’ammazza cu ‘ri mani suj.             così facendo si fa male da sé.
Signu ca ‘u campari li ‘ncrisci!                Questo è segno che è stanco di vivere


Gli uomini non erano da meno nel cantare le festività religiose, magari cogliendo l’occasione per lodare anche la bellezza della loro donna:

Domani, gioia mia, si fa ‘na festa                Domani, gioia mia, si fa una festa
chi va ppè ‘nterra ‘u Nostru Signuru           c’è la processione del Corpus
si rapanu i porti e ‘ri finestri Domini,            si aprono porte e finestre
i strati si cummoghjnu ‘e juri.                       e le strade si coprono di fiori.
Mò tinni pregu a tia: vacci d’appressu         Ti prego, segui la processione
ca tu si beddra e ni porti l’onuru”                 perché tu sei bella e le fai onore.
( Canzone in occasione del Corpus Domini)

L’amore è sempre stato il maggiore ispiratore di poesie e canzoni, soprattutto a Crucoli, paese rinomato per le sue belle donne:

Chini ha perzu ‘a ventura         Chi ha perso la speranza di sposarsi
va ‘ra Crucuddru e si ‘nzura      può ritrovarla a Crucoli.

La morale sull’innamoramento ce la ricorda il proverbio che segue:

L’acqua va druv’è ‘ra pennenza,     L’acqua va dove c’è pendenza,
l’amuru druv’è ‘ra tiranza”               l’amore dov’è il trasporto.

Eppure erano molti i matrimoni combinati dalle famiglie. A questo proposito bisogna ricordare che le donne giravano con “la tuvajula” (il foulard) sulla testa e la sua mancanza era ritenuta segno di disonore, così come era disonorata la ragazza a cui tale ornamento fosse stato strappato dal capo in pubblico. Il giovane che si fosse macchiato di tale colpa, doveva infatti riparare con il matrimonio. Ma l’espediente veniva spesso usato dai giovani per affrettare le nozze e soprattutto per mettere davanti al fatto compiuto il genitore recalcitrante che aveva promesso la donna amata ad altri:

Chi croscata, chi filejna          Che disonore si è abbattuto su mia figlia!
c’ha patutu ‘a fighja mia!        Ha perso il fazzoletto ed ora
Ha perdutu ‘a tuvaghjula        e non si sposa più con il signore.
mò nun si spusa                      chjù cu ‘ru signuru

L’usanza più bella però era quella di “portare la serenata” alla donna desiderata. Con gli amici fidati che sapevano suonare ci si recava sotto le sue finestre a cantarle questi versi:

Quannu nascisti tu                               Quando sei nata tu
strana beddrizza,                                 strana bellezza,
mammita parturì senza doluru.             tua madre  partorì senza dolore.
Nascisti chiru jurnu d’allegrizza,            Sei nata in quel giorno di allegria
ca i campani sonavunu suli!                  in cui le campane suonarono sole.
Quannu camini tu ‘un ci vò lumeru,       Quando cammini tu non serve lume
ca ccu ‘ri carni toj t’addruci sula.          perché le tue carni brillano.
Viatu a chini ‘a vincia sa primavera:      Beato chi guadagna questa primavera:
si chiamerà l’amatu vincituru.”              si potrà chiamare vincitore

Lucia de l’occhi mej, lucia adorata,       Luce dei miei occhi, luce adorata
tu si’ ‘u refrigeriu de sta vita,              tu sei il refrigerio della mia vita
ccu tia un sinni votanu ‘mmasciati,      tu non hai rifiutato la mia proposta
ccu l’occhi mi tirai la calamita.              dopo che i tuoi occhi mi hanno attirato.
Oh Diu, quannu sarà chira jurnata      Oh Dio, quando sarà quel giorno
ca tu ti godi st’alma ed iu la vita!”       che tu godrai della mia anima ed
io godrò per tutta la vita.

Quantu è beddra l’aria du mari          Com’è bella l’aria del mare
ca ‘un mi dicia core de partiri             tanto che non riesco a partire,
c’è ‘ra fighja du marinaru                   c’è la figlia del marinaio:
mo cci mannu si mi la vò dari.            ora la faccio chiedere in sposa.
La vestu d’oru e ‘ra tegnu signuri.”   La vesto d’oro e le faccio fare la signora

Palumma, tu chi và sù maru maru,                Colomba che sorvoli il mare
ferma quannu ti dicu duji paroli,                   fermati affinchè ti possa parlare
quannu mi scippu ‘na piuma ‘e s’ala e            affinchè possa strapparti una
e mi cci fazzu a littareddra a ‘ru miu beni.”    piuma per scrivere una letterina
(Poesia popolare) al mio amore

La donna in queste occasioni non si affacciava mai alla finestra, ma poteva affacciarsi il padre che, non gradendo l’interessamento del giovane, lo scacciava con male parole.
Ma non sempre l’amore era corrisposto, ed allora faceva soffrire:

Je su’ chiru gaddruzzu de Jennaru                 Io sono quel galletto di Gennaro
chi vaju cantannu a notta a ru scuru.            che va cantando la notte al buio.
Po zumpu e vulu e vaju ncampanaru              Poi salto e volo e vado sul campanile
e dra mi cci ciangiu la mala sventura.              e là piango la mia cattiva sorte.
S’affaccia a patruna da finestra:                    Si affaccia la mia padrona dalla finestra
Chi aj, gaddruzzu meju, chi ciangi a st’ura?    Che hai, galletto mio, per piangere?
Je ciangiu ca m’attocca e ciangiri                    Io piango perché devo farlo
c’aiu perzu l’amata e sugnu sulu.”                   avendo perso l’amata ed essendo solo.

Le reazioni all’amore non corrisposto, però, potevano anche prendere le forme più aggressive e pittoresche delle “serenate a dispetto”, anch’esse fatte sotto le finestre della donna:

Affacciati a ‘ra finestra coddru ‘nguttu,     Affacciati alla finestra, collo corto
faccia de pimmadori e naschi chiatti,          faccia di pomodoro e naso piatto,
quannu camini tu ti cerni tutta,                  quando cammini tu ti dondoli tutta
pari ca cerni canigghja ‘e refattu               come se cernessi crusca di sansa,
de la canigghja te ne fai ‘na suppa            della crusca fatti una zuppa
e ti la mangi ccu ‘ri gatti.”                          e mangiatela con i gatti.

Anche la donna rifiutata o tradita era capace di mettere in versi la sua rabbia:

Cchi doluricchju ‘e trippa ch’è currutu     Che dolore di pancia che mi è venuto
ed iu l’amara cci sugnu ‘ncappata,           e povera me che ci sono capitata
a notta u lettu lettu sugnu juta               la notte mi sono rigirata nel letto
ad aju jestimatu all’ammazzatu”              ed ho bestemmiato quel disgraziato.
(Motteggio di donna tradita)

Una delle feste più sentite era, in passato, il Carnevale, che spingeva più gli adulti che i bambini, a travestirsi e girare per le case recitando le “frazze”, piccole messe in scena che descrivevano episodi grotteschi, al fine di racimolare generi alimentari per improvvisare cene con gli amici. In questo periodo di festa non avere cibo era una vera disgrazia: si era impossibilitati a festeggiare e si guardavano gli altri divertirsi:

Cannulevaru fu de lu cuntentu,         Carnevale è una festa per chi è contento,
chi n’appa maccarruni e casu assai     per chi ha maccheroni e molto formaggio
ed iu, l’amaru, chi nun’appi nenti        ed io, poverino, che non ho niente,
appari de lu sulu mi curcai”                 mi andai a coricare con il sole.


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DA VISITARE


Delle origini della Chiesa dei S.S. Pietro e Paolo di Crucoli, collocata al centro del paese, non abbiamo notizie se non risalenti al ‘600, ma di sicuro nel suo sotterraneo venivano seppelliti i morti fino al 28 aprile 1844, quando la Commissione Sanitaria del Comune, deliberò il “divieto di portare più cadaveri nella Chiesa di S: Pietro”. Del fonte battesimale, protetto da una costruzione in legno lavorato, dell’organo a canne lunghe posto su un semipiano rialzato ricavato all’inizio della navata centrale e dei bassorilievi in legno che l’abbellivano, non è rimasto nulla. La navata laterale sinistra è stata murata per ricavarne una sala riunioni.

A metà strada tra Crucoli e Torretta, sorge invece il Santuario della Madonna di Manipuglia, tale dal 12 Maggio 1963 per decreto del Vescovo Orazio Semeraro. La chiesa sembra risalire al VII ° secolo dopo Cristo, e per quanto riguarda le sue origini si ritiene che sia sorta, secondo alcuni, sui ruderi di un tempietto pagano dedicato al culto dei Mani importato dalle Puglie, mentre per altri i ruderi sarebbero quelli di una antica Villa romana, come sembra plausibile dati i ritrovamenti archeologici nella zona. Questi resti sarebbero stati successivamente ristrutturati da monaci giunti nella zona, che vi avrebbero creato un punto di riferimento per i pellegrini.

All’interno della chiesa c’era in passato il quadro raffigurante la Madonna, probabilmente sempre del Trecento. Oggi l’originale è conservato, in quanto prezioso, per essere sostituito da una copia incastonata in una vetrata policroma posta sull’altare raffigurante simbolicamente i misteri del Rosario, realizzata nel 1962 dal pittore triestino Luciano Bartoli. Di fianco all’altare si può notare un dipinto rupestre. Apprendiamo da un’intervista apparsa sulla “Gazzetta del Sud” del 23 Luglio 1998 di Giacinta Smurra allo studioso del luogo Ernesto Palopoli che, secondo Vittorio Sgarbi, il quale ha avuto occasione di vedere l’opera, la pittura sarebbe databile intorno al XVI ° secolo e raffigurerebbe una Santa orante, sovrastata da un braccio appartenente ad altra figura, probabilmente un Cristo Pantocratore (ossia Benedicente), figura tipica dell’iconografia Bizantina.
Il Santuario, meta costante di pellegrini in ogni periodo dell’anno, vive il suo momento da protagonista, in occasione della “Festa ‘e Maiju”, come i crucolesi chiamano le celebrazioni in onore della Madonna che si tengono la terza Domenica del mese di Maggio e che consistono nel portare in processione la statua conservata per tutto l’anno nella Chiesa dei SS. Pietro e Paolo a Crucoli, fino al Santuario, tra canti e preghiere, per poi farle fare il cammino inverso il lunedì successivo dopo una intera giornata di adorazione e messe. In passato, la domenica di festa, veniva interamente trascorsa dalle famiglie crucolesi nelle campagne intorno al Santuario, dove si allestivano pranzi all’aperto. Memori di questa usanza, sarà a breve costruita un’area picnic su un terreno prospicente il Santuario. I voti fatti alla Madonna per grazie ricevute, spingono ancora oggi le donne del luogo a fare l’intera processione scalze, oppure a recarsi a piedi nei giorni di Novena al Santuario da Crucoli e Torretta ed a regalare i propri monili in oro alla Vergine.

Uno degli angoli di Crucoli, dal passato importante, è Monte Pio. Originariamente la struttura nacque su uno spuntone roccioso oltre Porta Sant’Elia ad ovest del paese come “Venerabile Ospedale” con chiesetta annessa, amministrato dai monaci dei Cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme, sotto la direzione di Frà Nicola, più volte ricordato, con il compito di assistere gli ammalati ed i poveri. Successivamente a tale funzione si unì quella di istituto di beneficenza, ossia di deposito di grano pagato come tassa dai cittadini per distribuirlo poi ai bisognosi, da cui il nome di Montefrumentario, come veniva anche chiamato il luogo. Nel 1517 fu saccheggiato dai Turchi, nel 1612 gli venne associata la chiesa di S. Maria e attribuito l’ulteriore compito di assistere i figli illegittimi. Dato che nel 1842 le infiltrazioni d’acqua nuocevano alla conservazione del grano, furono adibiti a Montefrumentario i magazzini del Castello di proprietà del conte di Savelli e marchese di Crucoli, Pasquale Amalfitani. Nel 1880, il deposito di grano, ritornò all’Ospedale grazie alla costruzione della nuova chiesa dedicata alla S.S. Annunziata, visto anche che la distribuzione del grano dai magazzini del Castello, pur restando opera di assistenza pubblica, veniva fatta passare per elargizione del Conte.
Si arriva così al 1897, quando la gestione divenne improduttiva e, venduto il grano, si tentò di realizzare la Cassa di Prestito Agrario Crucolese di cui rimangono poche tracce. Il luogo, che assommava in sé connotazioni religiose e benefiche, venne per riconoscenza dalla popolazione denominato Monte Pio e in anni più recenti, fu ricostruito per interessamento del sacerdote Don Mario Ferraro, che vi collocò il primo asilo infantile del Comune in tempi in cui la scuola materna era ancora un’ipotesi. Oggi la struttura è fatiscente e verrà acquistata dal Comune per essere riutilizzato.

Invece il Castello, intorno al quale si è sviluppato il paese, secondo Gioacchino da Fiore risalirebbe al 1000, mentre altre fonti lo fanno risalire al 1158 - 1166. E’ stato realizzato nel punto più alto con la vista sul golfo a fini difensivi e preventivi. Oggi è impraticabile, anche se rimangono tracce dei bastioni e del ponte levatoio. Era diffusa credenza che i sotterranei fossero talmente lunghi da collegarlo alla Torre di guardia, da cui prende nome la frazione Torretta per assicurare la fuga via mare.
Alcuni atti notarili riportati nell’opera di Antonino Celsi ci ricordano che “consiste in due membri inferiori e superiori e di due consignazioni di vassalli, le quali sono parti al piano terreno e parti anche con consignazioni al di sopra, coverte per lo più a tetto e scandole di legno”. Era fortificato da sei bastioni e comprendeva cantine, cisterne, guardaroba, celle, al punto che in caso di necessità potevano ricoverarvisi mille persone. Al pianterreno era situato il laboratorio dove si lavorava la seta, traendo la materia prima dai gelsi di cui era ricca la zona di Manipuglia e quella di “Macu Campu” (la parola deriva dal greco makè, battaglia e dal latino campus) in cui si dice, anche se con poco fondamento storico, che fosse avvenuta la storica battaglia del 448 a.c. tra Sibariti e Crotoniati. Si racconta, che ad essere impiegate nel laboratorio, fossero le ragazze le cui madri godevano dei favori del Conte, che erano anche quelle donne privilegiate cui, secondo la tradizione orale, veniva accordato il diritto di premettere al nome la sillaba “FE”, abbreviazione di “fedele”, che si estendeva a tutti i familiari. Da qui i soprannomi di molte famiglie ancora usati come Fé Santa, Fé Rosa, Fè Laura. Appena fuori dalla frazione Torretta, verso Cariati, troviamo una zona di grande interesse archeologico: Cassìa. Qui è ubicata una costruzione della fine del Settecento di proprietà degli eredi Berlingieri e, tra questa costruzione e l’abitato, sono state ritrovate tracce di una grande Villa romana di epoca imperiale, probabilmente appartenente a un Cassius, da cui la denominazione attuale della contrada, caratterizzata però dallo spostamento dell’accento, dovuto all’involgarimento della lingua latina. Il sito archeologico è stato ampiamente alterato e manomesso e poco rimane, ma da esso sono venuti alla luce frammenti di vario tipo, soprattutto tessere in marmo policromo, costituenti originariamente mosaici termali. Ciò sembra plausibile in quanto nel 1990 è stata rinvenuta in zona, una notevole vena di acqua minerale, forse in passato alimentante l’impianto termale della Villa.

Dai boschi al mare, Crucoli offre più di una possibilità al turista. La sua spiaggia è molto fre¬quentata nei mesi estivi, grazie anche alle lim¬pide acque dello Jonio che accolgono bagnanti da ogni città d'Italia. La montagna poi è a due passi e con la sua folta vegetazione è un vero e proprio invito per gli amanti delle passeggiate e dei picnic all'aria aperta. Ovviamente merita una visita approfondita il borgo antico, con i suoi dodici caratteristici rioni: Scaccera, Portella, Sotto il Ponte, Motta, Scarpa, Tropea, Fosso, Annunziata, Cozzo, Croci, Mendolilla e Sant'Antonio. Dopo essersi inerpicati su per i tornanti che, tra alti muretti di pietra tirata a secco, conducono al centro, sarà affascinante perdersi nei vicoletti che si insinuano tra le vec¬chie case infilandosi ogni tanto in alti e stretti archi.

Percorso storico-religioso

CHIESA DEI SANTISSIMI PIETRO E PAOLO (Matrice)
La costruzione risale probabilmente al XVI secolo, anche se nel libro della tenuta dei "Bona Ecclesia" non si trova alcuna notizia.
Sulla facciata liscia spicca la porta lignea, scol¬pita in occasione del Giubileo 2000, su cui sono raffigurati i due apostoli a cui è dedicata la chiesa. Vi si accede tramite una scalinata.
Dell'antica architettura non rimane quasi nien¬te. La struttura originariamente era a tre navate, ma la parte sinistra è stata murata per ricavarne alcuni uffici. Il soffitto a capriate è oggi coperto da una controsoffittatura a falsi cassettoni. Alle spalle della cantoria in muratura ci sono tre finestre in vetro colorato che raffigurano i Santi Pietro e Paolo e Gesù.
Diverse sono le statue lignee di scuola napoletana: San Francesco di Paola, Santa Lucia, San Giuseppe, Santa Filomena. Dietro l'altare campeggia un Cristo ligneo del XIX secolo e, alle sue spalle, un mosaico del 1970. Nella piccola abside semicircolare con catino affrescato della navata destra c'è un altare che custodisce una statua in gesso della Madonna di Manipuglia.

CHIESA DI SANT' ELIA
È l'edificio sacro più antico. Si pensa sia stato costruito tra il XIV e il XV secolo. Per lungo tempo fu utilizzato per la sepoltura dei defunti. Oggi è una sala parrocchiale.

CHIESA DI SANTA MARIA
Prende il nome dal rione in cui è stata costruita nel Cinquecento. Nel 1612 fu utilizzata per l'ac¬coglienza dei poveri e degli ammalati, nel 1792 anche per quella dei neonati che venivano abbandonati sul sagrato. A testimonianza di ciò un verbale dell'epoca che recita: «Alle ore 13 di oggi ci è stato presentato dalla Pia Ricevitrice un appello di aiuto per una bambina trovata sulla ruota». Nel 1810 venne chiusa per difficol¬tà economiche e per carenza di sacerdoti. Negli anni '70 del Novecento le mura perimetrali furono abbattute per far posto all'attuale casa canonica.

CHIESA DI SANTA MARIA MADRE DELLA CHIESA
Costruita nel XX secolo nella frazione Torretta, ha l'esterno in intonaco giallo e grigio. La fac¬ciata ha una copertura con timpano triangolare in cui si apre una monofora circolare a vetro. In alto, sulla destra, una struttura con campana.
A unica navata, vi si conservano le statue di San Francesco di Paola, della Madonna e sull'altare il Sacro Cuore di Gesù. C'è anche un fonte bat¬tesimale in marmo.

CASTELLO FEUDALE
Rimangono soltanto i ruderi del castello che con molta probabilità è di epoca normanna. Gioacchino da Fiore fa risalire l'opera al Mille. Sono rimaste in piedi parte delle pareti del carcere. Sul lato nord-est c'è qualche traccia del ponte levatoio. Sulla facciata sud-ovest sono visibili gli architravi delle finestre del laborato¬rio dove si lavorava la seta. Sullo stesso versan¬te è ancora intatta la scanalatura dove confluiva l'acqua piovana in eccesso raccolta nei serbatoi. Alcuni ragazzi hanno anche scoperto dei cam¬minamenti segreti ad altezza d'uomo costruiti in pietra e calce.
Sulla costruzione del maniero si conoscono due documenti. Un atto redatto nel 1780 dal notaio De Luca lo descrive: «Il castello destinato per abitazione del padrone, consiste in due membri inferiori e superiori e di due consignazioni di vassalli, le quali sono parti al piano terreno e parti anche con consignazioni al di sopra, coverte per lo più a tetto e scandole di legno, ma quest'altre d'alcuni casini di delizie anche atti¬nenti all'uso comodo della camera marchesale, consistenti uno di essi nel luogo denominato Torretta anche di più membri inferiori e supe¬riori, gli altri nel luogo detto Cassia, oltre l'altro Belvedere il quale è ridotto a casaleno ed inabi¬tabile». Un altro atto, redatto nel 1894, è a firma del notaio Iuzzolino. Anche questo documento riporta la descrizione del castello, raggiungibile anche in carrozza e dotato di sei bastioni. «... In mezzo al castello vi è una specie di rocca o for¬tezza, le cui muraglia sono antichissime e ora abbandonate...». Nell'atto si parla di tre cister¬ne e cantine, quartini abitabili al piano "del gran cortile" e quartini per i nobili Superiori «...In modo che possano rifugiarsi nel castello fino a 1000 persone...».


( Castello feudale)

TORRETTA
Torre residua di un antico castelletto, dalla quale trae il nome la frazione Torretta. È prati¬camente affiancata a casa Clausi. Ha una pianta quadrata ed è divisa in tre ordini. Le mura della base sono a scarpa. Sulla copertura si notano fregi e cuspidi.
Da alcune annotazioni attribuite a don Cesare d'Aquino si rileva che "Torretta" era un nome riferito a un luogo e costituiva una partita del feudo da lui posseduto. Si conservano, inoltre, due atti di vendita dello stesso sito: uno del 1635 (dagli eredi d'Aquino a Jacopo Amalfitani) e un altro del 1780 (dal marchese Nicola Amalfitani a D. Barnaba Abenante).

PALAZZO PALOPOLI (sede del Municipio)
La costruzione risalirebbe al XVIII secolo, ma fu successivamente ampliata. Si crede sia sorta su un preesistente convento. Su tre livelli, in via Roma, si presenta con fine¬stre sormontate da timpani triangolari e a lunet¬ta. I balconi sono in ferro battuto. Oggi è la sede del Municipio. La sala consiliare ha il soffitto interamente affrescato con motivi floreali e figure di donna.

PALAZZO TOSCANO
La tradizione orale riporta che il palazzo in origine fosse un convento. Edificato in pietra, si compone di tre livelli.

PALAZZO LAMANNA
Fu l'avvocato Giovanni Lamanna a farlo costruire alla fine dell'Ottocento. Si eleva su tre livelli e ha 22 stanze. Nel salone di ricevimento, che ha le pareti affrescate con le quattro stagioni, c'è un bel lampadario di Murano.


PALAZZO CELSI
Edificio padronale in pietra facciavista. Su tre livelli, ha un corpo centrale sopraelevato sulla copertura a coppi. I portali d'accesso hanno tutti un arco a tutto sesto. Le ringhiere delle finestre, di gusto semplice, sono in ferro battuto.











VILLA PALOPOLI
È una bella villa gentilizia in contrada Ciuranà (frazione Torretta) dalla caratteristica facciata a mattoncini rosso chiaro. Ha tre livelli, più una torretta centrale rialzata. Il portale d'ingresso è affiancato da finestre ad arco che hanno la sua stessa cornice bugnata. Le ringhiere dei balconi sono in ferro battuto. All'interno, nell'atrio, parte una scala che, biforcandosi, conduce ai piani alti. Alcune stanze conservano ancora eleganti e originari arredi. Nel salone principale il soffitto è stuccato e affrescato. Bello il medaglione su cui sono riprodotte tre figure femminili (una suona l'arpa) e un angioletto.


SANTUARIO MADONNA DI MANIPUGLIA
Tesi contrastanti si tramandano sulla data della sua costruzione: alcuni studiosi la fanno risalire al 1300 e altri a11500. Problemi anche per quanto concerne l'origine del nome. In una settecentesca attestazione si legge che la Badia della Madonna era dedicata a Santa Maria di Maripuglia (nome in seguito trasformatosi in Manipuglia). Il 12 maggio del 1963 il vescovo di Cariati ha elevato la chiesa a santuario diocesano. L'esterno è in intonaco giallo. La facciata è divisa in due ordini.
Nel primo si apre il portale d'ingresso con cornice rettangolare che è sormontato da una finestra trilobata. Ai lati (due e due) ci sono quattro lesene scanalate. In alto spiccano i brillanti colori di un mosaico che riproduce la Madonna con il Bambino. Sulla destra rispetto al corpo centrale c'è un'ala più bassa. L'interno ha il pavimento in ceramica di Vietri. Sull'altare c'è un antico quadro della Madonna ritratta a mezzo busto. Dietro, quasi a tutta parete, una vetrata istoriata raffigurante i misteri del Rosario ideata nel 1962 dal pittore triestino Luciano Bartoli. Tra i beni presenti, anche un crocefisso in legno opera di uno scultore locale contemporaneo.


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GASTRONOMIA




Il caviale di Crucoli
La gastronomia crucolese ha come punto di riferimento la Sardella, chiamata anche “Caviale di Crucoli”. La sua caratteristica consiste nell’essere una crema spalmabile ed utilizzabile per numerose ricette; la sua realizzazione comincia nel mese di Aprile quando viene pescato il bianchetto, la sardella ancora piccola. Questa per dare migliori risultati deve essere della grandezza di “ ‘na pampina ‘e olivu” (una foglia di olivo). Viene inizialmente lavata molto bene con l’acqua fresca, mettendola in un “crivu”, attrezzo per cernere il grano fatto con le canne, fino a quando l’acqua risulti chiara. Successivamente si stende sul “jestinu”, tagliere in legno dove si fa anche il pane, con il sale e la si lascia asciugare coperta con un “misalu” (tovaglia). A questo punto la si mette in un “terzaluru”, recipiente di terracotta, alternandola con una “junta” (manciata) di sale a formare vari strati. L’acqua rilasciata dalla sardellina ed il sale formeranno la “salimora” (salomoia) che conserverà il preparato. Successivamente si copre con il “timpagnu” (disco di legno dell’esatta misura della bocca del “terzaluru”), appesantito con una pietra. Lasciata così in luogo fresco e asciutto, man mano che la sardella si “assetta” (cioè si riduce di volume), si aggiungono altre pietre. A Settembre si “conza” (prepara) la sardella vera e propria. Infatti, scolato il composto dal “terzaluru” ben gocciolante di “salimora” affinchè non risulti secco, lo si pone in una terrina unendo il “pipicornu”, polvere rossa e piccante ricavata dai peperoni fatti seccare, passati in forno e tritati, ed i semi di finocchio selvatico. Si impasta il tutto e lo si mette ancora una volta nel “terzaluru” coprendo sempre con il “timpagnu” e la pietra affinché si conservi. Con la sardella, che per i crucolesi rappresenta un vanto e una “cultura”, al punto che sin dal 1972 si tiene ogni seconda Domenica di Agosto la famosa Sagra omonima, durante la quale sono offerti assaggi, vengono realizzati molti piatti. La pasta condita con la sardella stemperata nell’olio appena riscaldato, ha rappresentato per molto tempo un cibo povero e gustoso. Con questa crema si fanno anche le “pitte”, focacce realizzate con la pasta del pane farcita con olio e sardella. Ottime sono le uova fritte nell’olio in cui sia stata sciolta la crema, anche se il vero sapore della sardella lo si può gustare meglio quando la si spalma sul pane con un filo d’olio. E’ proprio nella sua veste più semplice che, recentemente, la sardella ha attirato l’attenzione di un gourmet di calibro internazionale come Luigi Veronelli che, avendola assaggiata in un ristorante della Frazione, ne ha tessuto le lodi sull’Espresso del 22 Ottobre 1998 con le seguenti parole: “la loro sardella... ha avuto il massimo della mia personale valutazione... tanto di cappello!”. E’ stata inoltre presentata al I° Salone della Alimentazione Mediterranea nella struttura della Fiera del Levante a Bari nel Maggio 1997. Alla pietanza, gli anziani attribuiscono virtù terapeutiche e curative, forse non del tutto immaginarie se si tiene conto della recente riscoperta del valore stimolante per il cuore e le coronarie del peperoncino. Da sempre la sardella ha rappresentato per i cittadini di Crucoli una sorta di biglietto da visita e di segno distintivo, cantata anche dai poeti e dagli artisti locali:

“Comu da rizza curma nescia fora,
ca para na culata e argentu puru,
vena conzata ‘nta nu terzaluru
cu ‘ra sua giusta parta ‘e salimora


Appena dalla rete colma esce fuori,
tanto da sembrare
una colata di argento puro,
viene preparata in un recipiente
di terracotta con la sua
giusta parte di salamoia

(Emanuele Di Bartolo)

Viene portata in dono agli amici o fatta loro assaggiare nel rispetto della tradizione di ospitalità del paese. Ha seguito i crucolesi in America ed in Germania e ciò ha contribuito notevolmente a farla conoscere. Più o meno con la procedura descritta per la sardella vengono a Crucoli conservate anche le sarde più grandi. Prima sono lavate, squamate e private delle interiora ed oltre al peperoncino si uniscono nella preparazione le “pracchie”, i peperoni rossi seccati e infornati. Dicevano i nostri nonni:

“ Si mangi na sarda vecchia cu nu stozzu e panu
e ti ci vivi puru nu biccheru e vinu du “ Poru”
ti senti ricriatu comu nu signuru.”

Ossia: se mangi una sarda conservata con un pezzo di pane e l’accompagni con un bicchiere di vino del “Poro” (vigneto rinomato nel paese per la qualità pregiata del vino che se ne ricava), ti senti rinfrancato e contento, come se fossi un signore. Ma se la sardella è la regina delle tavole crucolesi, molti sono i dolci tipici del luogo come le “cuzzupe” che si fanno per Pasqua con uova, farina e zucchero. Altri dolci sono le “chjnuliddre”, mezzelune fatte con una sfoglia di farina e uova, riempite con il “sanguinaccio”, il sangue del maiale appena ucciso che viene colato bene dai grumi in modo che sia liquido, per poi essere messo sul fuoco a cuocere con il vino cotto, girando sempre finché si addensi. Verso la fine della cottura si uniscono noci tritate e cannella e lo si conserva, quando è raffreddato, nei “boccacci” (vasi di vetro).

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