Febbraio
Carnevale cotronellaro
Lungo le strade sfilano colorati carri allegorici

Febbraio
Sagra du mmitu


Primavera
Fiera/mercato di prodotti tipici


13 Giugno
Sant\'Antonio
Riti religiosi e in serata fuochi d\'artificio

10 Luglio
Bici in città


Luglio/Agosto
Sagra della ricotta


Agosto
Raduno Motociclistico Raduno dei Fuoristrada, Raduno nazionale delle Giacche Verdi


Agosto
Ampollino Sound
Manifestazione che dura tre giorni. Musica etnica, rap e reggae. Si svolge in località Trepidò presso il teatro-tenda (Isola di Ristoro)

13 Agosto
Festa del Crocifisso
Pellegrinaggio che parte dalla chiesa degli Astorini fino a località Politrea (6 km). In serata fuochi d\'artificio

15 Agosto
Fuochi d\'artificio
Per festeggiare il Ferragosto dal centro del lago Ampollino vengono fatti esplodere colorati fuochi artificiali

Agosto/Settembre
Sagra dei ceci, Sagra della salsiccia


Novembre
Sagra del fungo porcino


6 Dicembre
San Nicola (patrono)
Messa, processione, intrattenimenti musicali, giochi popolari e fuochi d\'artificio

20 Dicembre
Presepe Vivente
E\' allestito nel centro storico

Natale
Sagra del cinghiale e del crustulo



Cotronei


Cotronei


LO STEMMA
D’oro, alla figura di San Nicola Vescovo, in maestà, il viso e le mani di azzurro e con il grande manto, dello stesso, i piedi calzati di nero, tenente con la mano destra il pastorale d’argento, posto in palo, la mano sinistra sul petto. Ornamenti esteriori da Comune.

IL GONFALONE
Drappo partito di bianco e d’azzurro, riccamente ornato di ricami d’argento e caricato dello stemma con l’iscrizione centrata in argento recante la denominazione del Comune. Le parti di metallo e i cordoni sono argentati. Nella freccia è rappresentato lo stemma del Comune e sul gambo inciso il nome. Cravatta e nastri ricolorati dai colori nazionali frangiati d’argento.

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STORIA


Il territorio di Cotronei, come attestano alcuni reperti trovati occasionalmente, doveva essere abitato fin da tempi antichissimi. Nel fondo dell'attuale lago Ampollino, sono state rinvenute alcune armi di bronzo, minutamente descritte dal Tinè. Sempre databili all'età del bronzo, sono alcuni reperti come asce e daghe, e alcune tombe a forma di "olle", attualmente conservati al Museo Civico di Reggio Calabria. Infine, alcuni resti di fosse votive colme di vasi risalenti al I millennio a.C, dimostrano come Cotronei fosse uno dei luoghi di transumanza, dalle zone di marina a quelle di montagna, in cui i nomadi si fermavano per fare libagioni agli dei.
L'etimologia del nome ( dal greco arcaico: genitivo collettivo di appartenenza Cotronaioi = oriundi di Crotone) fornisce dati importanti, ma non risolve ancora del tutto il problema della fondazione, che suscita sempre dubbi e perplessità.
Secondo Pericle Maone è cosa certa che, nel VI-V secolo, i Crotoniati, risalendo le vallate del Neto e del Tacina, siano giunti a sfruttare i boschi della sovrastante Sila, per ottenere legname e pece, per pascolarvi il bestiame e per controllare la via del sale, della transumanza, del tannino; ma che, poi, vi fondarono un villaggio che da essi prese il nome, come affermano il Lenormant e il Nola-Molise, è, per lui, cosa inaccettabile.

La prima documentazione ufficiale del toponimo coincide con un lascito del 1099, "....Apud Silam tenimentum quod dicitum sanduca?...a vallone quod dicitur de tassito, vulgo vula, quod dicitur de graecis casalis Cotronei, Arenosa et Pollitrea et exit ad flumen Ampullini" , al Monastero di "Calabro Maria", in Altilia di S.Severina.
Nel sec. XII i Cotroniati non avevano, dunque, nulla a che vedere con il territorio di Cotronei. Fin dall'VIII sec., una grande fetta dell'antichissima diocesi di Crotone era stata staccata per creare, nel periodo bizantino, la Metropolìa di S.Severina.
Cotronei, agli inizi del XIII sec. era quasi sicuramente un casaletto della Diocesi severinate e non si vede, come giustamente afferma Maone, a quale titolo i Crotonesi, scaduti molto di potenza e di numero, avrebbero potuto metterci naso. Per lungo tempo S.Severina fu, sotto i Bizantini e sotto i Normanni, un centro politico, religioso, amministrativo di primaria importanza, con un proprio porto alle foci del Neto, e tale, da eclissare la vicina città.
Maone propone anche un'altra spiegazione del toponimo: il paese in dialetto è chiamato «e Cutrunìe» e i suoi abitanti «Cutrunellari» e ciò potrebbe far pensare ad un particolare tipo di abitazioni in uso nel luogo, di cui si è perduto il ricordo. Nel nome dei suoi abitatori e costruttori, Maone riscontra una certa analogia con quello che molto più tardi fu dato agli abitanti de «le pagliara» o «pagliarelle», «Pagliarellari».
Il paese ha seguito comunque, nel tempo, le vicende storiche dei suoi fondatori.
Durante il periodo romano, dal II sec. a.C fino alla caduta dell'impero d'Occidente, grazie alla sua posizione strategica, continuò a regolare il traffico del sale proveniente dalle saline del Neto.
I disegni a rilievo, di croci greche o di colombe di epoca bizantina trovate sulle pareti di alcune grotte,in località Timpa dei Santi, attestano la presenza nella zona, in quel periodo, di anacoreti greci ( monaci eremiti attenti alla preghiera e al digiuno).

Nel 1219 Ferdinando II di Svevia consegnò Cotronei ai monaci Florensi di S.Giovanni in Fiore; successivamente passò al convento dei Tre Fanciulli di Caccuri.
Nel XIII secolo, diventò feudo dei Ruffo, conti di Catanzaro. Antonello Ruffo, ultimo erede del casato, nel 1360, non potendosene occupare perchè impegnato alla corte di Napoli, consegnò il feudo allo zio, Niccolò Morano, conferendogli il titolo di barone. I baroni Morano furono presenti sul territorio fino al 1630 e contribuirono al prestigio del paese. Vi fecero costruire un grande palazzo e lo resero un importante centro per la produzione di seta, olio, legnami, pelle, pece nera e liquirizia greggia. Aura Morano, inoltre, fece costruire, in località Chiatri, dai Francescani, il Convento di S.Marco, che si andò ad aggiungere a quelli già presenti sul territorio, appartenenti ai monaci florensi, in località Pollitrea, Casa Pasquale e Chiesiola.
L'antico feudo, rimasto ai Sersale fino al 1676, venne poi messo in vendita e acquistato dai Caracciolo di Fiorino, duchi di Belcastro e marchesi di Mesoraca.
Infine, nel 1711 passò a Giovanbattista Filomarino, principe di Rocca di Perdifumo, duca di Le Castella, Cutro, Petilia Policastro, Roccabernarda e della Portulania di Crotone. Nel 1806, Cotronei fu rasa al suolo dal generale francese Millon. In quegli anni, intanto, per la vicinanza ai boschi della Sila, divenne covo di Briganti. Tra questi ricordiamo i più celebri: Felice Berardi e Matteo Costantino.
Nel 1860 fu annessa al regno di Sardegna e, successivamente al Regno d'Italia.
Il brigantaggio fu una vera piaga per il paese che, per questo, venne sottoposto continuamente ad incendi, ad opera dei Bersaglieri d'Italia. Nonostante ciò, grazie alla costruzione delle centrali idroelettriche, inaugurate alla presenza di Vittorio Emanuele III, esso cominciò lentamente a risorgere.
La storia economica di Cotronei può essere suddivisa in tre periodi. Dopo la prima fase legata principalmente alla pastorizia, alle attività dei boscaioli, a quella degli artigiani e dei coltivatori dell'olivo, ci fu il boom economico, il periodo dell'industrializzazione e della notorietà. La società divenne eterogenea a causa dell'afflusso di gente proveniente dai paesi limitrofi, alla ricerca di lavoro. Questo provocò il cambiamento degli usi e costumi e la scomparsa degli antichi mestieri, per dare il posto a quelli nuovi, come l'elettricista, il turnista, il turbinista, il tirafili, il guardiano idraulico. Oggi infine, in una fase di deindustralizzazione, c'è una drastica diminuzione dei posti ENEL e un aumento dei posti nel pubblico impiego, nei servizi, nell'edilizia, nel settore turistico-alberghiero, nelle case di riposo per anziani.

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TRADIZIONI


Da quale pulpito …… la predica

Non è soltanto un modo di dire!
Un po’ di anni fa… a Cotronei era veramente difficile stabilire verso quale pulpito ci si doveva indirizzare per ascoltare una predica.

Intorno al 1535-1540 il paese era suddiviso in due comunità distinte, quella dei Greci che abitavano nella Grìa, attuale centro storico, e quella dei Latini, che abitavano nella parte bassa del paese, la Taverna. Coesistevano due chiese, quella di S. Sofia, di rito latino e quella di S. Nicola, di rito greco. Nel 1562, l'arcivescovo Pisani di S. Severina, per mancanza di sacerdoti di rito greco, fuse le due comunità, che, da quel momento, adottarono esclusivamente il rito latino. La Chiesa di S. Sofia è stata distrutta da un incendio è la sua esistenza è attestata solo da documenti scritti.


Vecchie storie di briganti ……..

La piccola cittadina pedemontana, ahimè, non racconta leggende di quelle che di solito animano la fantasia popolare. La causa di ciò è da ricercare nel fatto che, in fondo, la rinascita di Cotronei, caratterizzata da vicende storiche travagliate, è avvenuta soltanto nel secolo scorso, dopo che la cittadina più volte era stata rasa al suolo. Ma nelle piazze e nei vicoli della Gria, i più venerandi nonni ancora raccontano ai nipotini vecchie storie di briganti….. Altro che leggenda! A quei bambini sembra di rivivere gli episodi di un film Western.

La Sila per le sue asperità ed anfratti costituiva un rifugio naturale per i briganti, i quali con le loro angherie, costringevano le persone, soprattutto le più ricche, a starsene rinchiuse in casa per paura di essere sequestrati.
«Le donne - racconta la signora Anania - erano costrette a nascondersi sotto i mucchi precedentemente formati da bucce di fave, per non essere scoperte e quindi sottoposte a violenza dai briganti».

La stessa signora ci racconta che suo padre fu battezzato da un certo Vaccaro, il quale, poi, per le tristi condizioni dei tempi, si era unito ad una banda di briganti e si faceva chiamare Suspiru. Non tutti i briganti erano dei veri e propri malfattori. Suspiru più volte costrinse il suo figlioccio ad andare casa per casa a raccogliere cibo ed altro. Il bottino gli veniva in seguito inviato su carichi di mulo.
Una volta, con la sua compagna Petra Monaca, sequestrò Don Raffaele Miglio e per riscatto chiese un carico di mulo di ducati. Dinanzi al primo rifiuto dei familiari, i briganti, per intimidazione, gli tagliarono un lembo di orecchio e lo fecero pervenire loro. Quelli ebbero paura e lo riscattarono. Intervennero i gendarmi da Crotone, ma furono aggrediti nella località Jacometta dove molti persero la vita. Il secondo scontro avvenne a S.Marco. Cotronei fu sottoposta ad un ennesimo incendio. In quel tempo governava il duca Filomarino, proprietario di due case, una in via S. Rocco e una in via S.Francesco. Fu messa la taglia sulla testa dei briganti. A questo punto scattò il tradimento: Petra Monaca fu accusata. In seguito si scoprì che proprio il suo compagno l’aveva tradita. I gendarmi si recarono al nascondiglio indicato “La fossa del lupo” e riuscirono a scovare i briganti. Petra Monaca fu decapitata, Suspiru fu arrestato e dovette scontare vent’anni di galera.

Un famoso personaggio del passato, del presente ed ahimè del futuro……

Lo stornello di seguito riportato vuole mettere alla berlina un personaggio: ‘U politicu’ che, nel corso del tempo, è stato il protagonista della storia di ogni nostro paese, ma che assume peculiarità proprie a Cotronei, dove il terreno della politica è da sempre campo minato.

"U politicu"

Chine dicia: "Vote a mmie",
te pruminta mari e mmunti,
ma, a ra fine de li cunti,
si nne 'ncarrica dde tie!
Ccud'u votu chi l'ha' datu,
si pò ffate 'u mmarrapìaddu,
cride a mmie ca fa ppe' diddu,
sia ministru o deputatu.
Quannu pue se torne bbota,
cce ripìansi e bbùati a 'nn'atru,
ma ha canciatu sulu 'u latru,
ha' sbagliatu 'n'atra vota!
Dune bbona 'na guardata
a cchi vincia e bbadi avanti
ccud'u votu 'e tutti quanti:
cùamu pùarci a ra vrudata
i politici azzannare
'ntùarnu 'u scifu 'e ppò vidire
tutti i jùarni pped'avire
cchjù putenza d'arrubbare.
Vide mo' cchi pò sentire
chissa Italia, povaredda,
chi le strazzanu osse e pedda
pped'u sangu se vivire.



C’era una volta Cotronei……………

Al fine di interpretare a fondo la storia di un popolo e scoprirne le autentiche radici, è opportuno conoscere le usanze, le credenze, i riti, tramandati spesso soltanto oralmente, che lo hanno caratterizzato, diventandone segnale distintivo, e che nel corso del tempo sono andati ad incrementare sempre di più il patrimonio delle tradizioni culturali.

Oggi viviamo in una società caotica, fredda e distaccata, in cui l’individualismo regna sovrano. Ognuno pensa a se stesso e lotta incessantemente per cercare di ottenere un gradino nella scala sociale. Gli antichi valori a volte vengono calpestati per cedere il posto ad altri, che l’uomo ha edificato ex-novo e secondo le sue aspettative. E’ diventato molto esigente, pretendendo molto da sè e dagli altri. Molto spesso, nel realizzare i suoi interessi, invade il territorio degli altri senza tanti scrupoli.
I nostri avi, invece, conducevano una vita semplice e senza grandi pretese, proprio come veniva esaltata dai classici della letteratura, all’insegna della mediocritas e del giusto mezzo. Le tradizioni erano fortemente sentite, così come profondo era il senso del rispetto e della famiglia. Nonostante le condizioni economiche non sempre fossero delle migliori, i nostri antenati possedevano un dono che le asperità della vita, il duro lavoro dei campi ed il bisogno avevano loro trasmesso: la saggezza.
Nei proverbi e negli antichi detti è espressa vivamente tale saggezza, efficaci e degni di valorizzazione sono le espressioni del dialetto, oggi sempre meno conosciuto, a causa del processo di unificazione operato dalla scuola e dai mass-media. La lingua non può rinunciare al contributo dei dialetti, perché solo essi possono renderla viva ed efficace.

Usi e Costumi

La necessità acuisce l’ingegno
Quattro passi tra i viottoli del passato.

Facendo un salto indietro nel passato, una riflessione sulle necessità della vita dei nostri antenati si rende indispensabile, per mettere a confronto due mondi, due modi di vita, due modi di pensare che ci fanno capire che gli antichi non buttavano nulla in modo indiscriminato; per motivi culturali, ma soprattutto per motivi economici, sfruttavano ogni risorsa da loro posseduta. Con il passare del tempo però, questi modi di vita, improntati sullo sfruttamento minuzioso delle risorse, hanno lasciato il passo al benessere ed al consumismo.

" U vurpilu" o " 'u vurpijju'
Era la parte terminale del retto del maiale della lunghezza di circa dieci centimetri, con tutto il grasso che vi si trovava intorno.
Ora, per poter spiegare a che cosa serviva 'u vurpijju, bisogna tornare indietro nel tempo, al periodo antecedente all'ultima guerra facendo un po' di storia delle calzature.

Le condizioni economiche delle famiglie erano tali che, non tutti si potevano permettere un paio di scarpe. Alcuni andavano scalzi, mentre altri, come i pastori, mettevano a mò di stivali alcuni pezzi rettangolari di cuoio, "calantredde", “cioce”, e le adattavano al piede. Dalla caviglia al polpaccio, invece, usavano mettere dei lacci incrociati spesso ricavati dalla stessa pelle. Prima di calzare 'e calantredde, si avvolgevano i piedi con alcune pezze ricavate da indumenti da buttare, - pezze 'e piadi -
I più benestanti, compravano le scarpe al negozio, ed altri ancora compravano la pelle, conciata col tannino ricavato da piante delle nostre montagne, dai conciatori della zona e si facevano confezionare le scarpe dal calzolaio, magari pure a casa propria.

Poi, per renderle più morbide, le calzature venivano strofinate con il vurpijju, conservato di volta in volta, con la sicurezza che non si sarebbe asciugato completamente, grazie alla massa di grasso che lo costituiva. Per prolungare ancora di più la durata delle scarpe, alla base venivano messi dei chiodini chiamati "vitarelli o tacce", i quali erano caratterizzati da una grande testa e da un corto tronco. Il tannino si ricavava dalle cortecce dell'ontano oppure dal mallo delle noci messe a bagno in acqua. La concia consisteva nell'immergere in quest’acqua le pelli per la durata di sei mesi.

'E vesticedde di quatrarìaddi
Ingegnoso era il modo di vestire i bambini. Gli adulti indossavano i loro vestiti sino a quando non incominciavano a logorarsi ai gomiti o, trattandosi di pantaloni, alle ginocchia. I vestiti degli adulti, tolte le parti logorate, venivano trasformati in vestitini per i più piccoli. La suddetta trasformazione avveniva, però, solo se gli indumenti erano colorati. Dei vestiti neri non se ne faceva nulla per scaramanzia.

E 'nsite.
Anticamente, al maiale macellato, venivano strappate le setole della schiena, perché più lunghe e più irsute delle altre. Ad usarle erano i calzolai che le inserivano ad una estremità dello spago che doveva servire a cucire la tomaia ed il cuoio delle scarpe.
Lo spago veniva sfilacciato e rimesso in sesto, incorporandoci la setola dalla parte del bulbo. Poi vi si passava sopra, per meglio amalgamarli, una pallottolina di sebo. L'altra estremità della setola la si faceva passare attraverso i fori che il calzolaio faceva con un punteruolo nelle pelli.
Bisogna precisare che i fili adoperati erano due. Uno si faceva entrare da una parte nel foro, e l'altro, lo si faceva entrare dall'altra, cosicchè il calzolaio poteva, tirandoli fortemente, riuscire a dare maggiore tenuta ai punti.

Finché morte non ci separi!
La formula è sempre uguale, ma cambia il contenuto! Oggi il matrimonio è diventato un vero e proprio business: i fiori, il fotografo, il pranzo nuziale comportano spese esorbitanti. Un tempo invece la cerimonia era semplice e senza grandi pretese. L’abito non costava milioni, ma veniva confezionato a casa. Il rito del matrimonio, però, veniva rispettato sin nei minimi particolari

“Facìano parole”
Nei tempi da tanto andati, quando c'era in casa un giovane all'età di prendere moglie, la mamma si dava un gran da fare per trovargli una ragazza che fosse adatta alla sua posizione, che avesse una buona dote e che avesse la capacità di mandare avanti e con destrezza la famiglia. Per ottenere gli esiti sperati, la donna coinvolgeva amiche e parenti e donne esperte nel campo. “Adocchiata” la ragazza, si faceva di tutto per sondare, anche tramite terze persone, la disponibilità della sua famiglia ad accogliere l'eventuale richiesta da parte del giovane. Quando di ciò si era completamente sicuri, il giovane, la mamma ed il padre, si presentavano a casa della ragazza per chiederne ufficialmente la mano. A quel punto si diceva che "facìano parole".

“A ‘nsingavanu..”
Entrando per la prima volta in casa della ragazza, era uso portare in dono “a parata”, costituita da un anello, una catenina ed un paio di orecchini. E si diceva dialettalmente che "'a 'nsingavanu".
In tale circostanza, la famiglia della ragazza, offriva agli ospiti dei liquori fatti in casa, biccherini 'e rasoliju; confetti, "pistacchji", "pizzette".e biscottini, fatti anch'essi in casa.
Intanto, durante questo primo incontro, si parlava della presunta data di disponibilità delle nozze, dei beni del giovane, della dote della giovane e del corredo che le veniva dato per le nozze.

Il corredo della sposa
Il corredo poteva essere valutato in mezze dozzine oppure, in casi rari, in dozzine.
La giovane portava sei asciugamani, “tuvajje”; sei paia di lenzuola, “lenzuli”; sei coperte, "cuverte"; sei camicie confezionate a mano con la stoffa di lino da loro stessi coltivato, "cammise"; sei sottoveste, "suttanìaddi"; sei mutande, "cavuzinìaddi"; sei tovaglie da tavola, "tuvajje da tavula"; sei strofinacci, "mappine"; sei fazzoletti, "maccaturi"; ecc. ecc Inoltre portava due tovaglie rettangolari da usare quando faceva il pane in casa, “tuvajje du' pane”. Faceva parte del corredo, infine, il saccone, "saccune" , ossia una specie di grande sacco in cui venivano inseriti paglia, o pannocchie di grano turco e che tutte le mattine dovevano essere rimescolate per potersi, andando a letto, adagiare su qualcosa di relativamente soffice; due materassi, imbottiti di cascami di lino, "stuppa", detti "matarazzi"; l'imbottita, 'a "mmuttita"; le pignatte, "pignate" e le casseruole, per lo più di rame, "cassalore". Le famiglie più benestanti davano alle proprie figlie, gli indumenti citati, in dozzine.

Il matrimonio
Il giorno del trasporto del corredo nella casa maritale, la promessa doveva regalare alla suocera una camicia da notte. In quanto all'arredamento, per una camera provvedeva la famiglia della sposa e per il resto lo sposo. Lo sposo faceva confezionare il vestito alla sposa, mentre la sposa doveva regalare al promesso una camicia. Dopo la cerimonia religiosa, il ricevimento si teneva nella casa degli sposi. Si facevano i "giri", ossia venivano offerti diversi tipi di liquori fatti in casa, i confetti e le pizzette. Più erano i giri e più era da considerare imponente il ricevimento.

La suocera
I guai iniziavano dallo stesso giorno del matrimonio per l'intervento inopportuno della mamma dello sposo, che credeva di avere il diritto di comandare in casa del figlio, visto che lo sposo lavorava e manteneva la famiglia. C’erano però anche delle suocere buone che si prendevano cura dei loro nipotini e cantavano loro delle ninne nanne. Proprio come la Signora Antonietta Pascuzzi che ha composto questa nenia per la nipotina Denise:

Pruteggiamìla Tu 'sa fijjaredda
e chi sia bbona fai e cchi sia bedda,
ca abbocculati avissi li capiddi,
manuzze 'e fata e ùacchji cumu stiddi.
Intra la vita gìanti bbùani 'e core
falle truvare accantu o mio Signore,
luntanu e didda tene i tradituri,
l'ffriggimìanti e pene e ri duluri.
'Nu ranne core mintale intra 'u pìattu,
ppe' ssiminare subbra terra affìattu
e quannu sita tena 'na funtana
falle truvare accantu e nnu' lluntana.
E pue Signure te vulera dire:
"Falla durmire mo', falla durmire".
Pruteggiamìla Tu 'sa fijjaredda
e chi sia bbona fai e cchi sia bedda.
Intra lu pìattu mintale 'nu core
chi l'odiu nnu' canuscia e nné 'u rancore,
scansale 'u passu Tu dalle cadute,
mannale pace e mmannale salute;
cacce le spine e llassale le rose,
intra la vita subbra tutte 'e cose;
'nu santarìaddu pue falle truvare,
quannu è cchjù rranne e sse vò maritare.
Perduname s'è trùappu o mio Signure,
ma de 'na mamma sta parrannu 'u core.
Intantu ancora Te vulera dire:
"falla durmire mo', falla durmire".

“A fuitina”
Chi non poteva sostenere le spese del matrimonio oppure quando tra le due famiglie si determinavano delle incomprensioni, i giovani tagliavano corto e "si nne fujìanu". Di nascosto dai genitori scappavano di casa ed andavano a vivere da soli. La notizia che due fidanzati "si nn'eranu fujuti" era causa di tanto scalpore e quasi di disonore. Le nozze riparatrici poi, mettevano, in un certo senso, a posto le cose.

Porta sfortuna?……"Bùanu me tùaccu"
Si dice ancora che il gatto nero che attraversa la strada e il numero 17 portino sfortuna, e che, invece, se inavvertitamente ci si infila un golf a rovescio, si avrà fortuna per tutta la giornata?
Sono queste alcune delle superstizioni sopravvissute nelle credenze popolari. Anticamente al malocchio e alla sfortuna ci si credeva eccome se ci si credeva! Bisognava fare i preventivi scongiuri, onde evitare che si venisse colti di sorpresa dal malocchio, detto dialettalmente "affascinu".

Il cappello
Non si doveva poggiare il cappello da uomo sul letto. Era di malaugurio per il capofamiglia in quanto si soleva fare ciò solo il giorno della sua morte.

L’ombrello
Non si poteva entrare in casa con l'ombrello aperto, perchè soltanto il prete lo faceva, quando portava la comunione e l'olio santo ad un ammalato in fin di vita.

La sedia
Non si doveva fare roteare una sedia su una gamba perché si pensava che ciò potesse essere causa di sciagure.

“U mali e ppatutu”
Parlando di un ammalato non ci si poteva toccare il proprio corpo per indicare dove quello aveva il male, senza dire: "Bbùanu me tùaccu".

Il corredo
Le ragazze da marito non potevano legare con i nastri la biancheria del corredo prima di un mese dal matrimonio, altrimenti, si pensava, non si sarebbero più sposate.

Il primo maggio
Il primo maggio portava fortuna far entrare nella propria casa un giovane. Nel caso contrario, bisognava temere che le cose in famiglia sarebbero andate piuttosto male.

Il lutto
Quando si andava ad un funerale, non si poteva far visita a nessuno se non si entrava, prima, in qualche luogo pubblico. Se invece non si rispettava questa usanza, poteva avvenire un decesso anche nella casa in cui si era andati a far visita.
Quando si portava un caffè nel luogo in cui era avvenuto un decesso, ogni oggetto veniva lasciato sul posto. Ciò significava che il male doveva rimanere nella casa dell'altro ed il bene doveva essere riportato a casa propria

I sogni:
I sogni cattivi bisognava raccontarli ad altri per scongiurare che si verificassero.

E si credeva ancora che……

….a mezzanotte dell'Epifania le fontane lasciassero scorrere olio. Il miracolo poteva vederlo solo chi era estremamente sincero, privo di alcuna malizia.

….le bestie domestiche non sufficientemente sazie durante la notte dell'Epifania, bestemmiassero il loro padrone. Ciò poteva essere causa di sciagure.

….in tutte le case la notte di Natale andasse a fare visita la Sacra famiglia.

Giochi:

Giro giro tondo…. Casca il mondo…
Oggi i bambini con alcuni giocattoli possono fingere d’andare dappertutto. Possono correre a spegnere un incendio con l’autopompa, sfrecciare in una galleria su un trenino elettrico, correre sull’acqua con un fuoribordo o in pista con la macchina da corsa. I video–games e i telefonini sono diventati i regali più attesi da Babbo Natale. Una volta, invece, i nostri nonni costruivano i loro giocattoli, inventavano i loro giochi ed escogitavano sempre il modo di divertirsi. Il gioco allora diventava una scoperta……….
Ecco alcuni dei giochi più amati dai ragazzi:

Spingulidda
I giocatori, per lo più giovani, ponevano le mani con le dita aperte, su un tavolo. Incominciava una specie di conta a canzonetta. Si procedeva pizzicando, ad una ad una, le dita di ciascun giocatore, e via via eliminando colui sul quale terminavano le strofe della canzonetta. Chi rimaneva con le dita tutte chiuse, usciva dal gioco da perdente. Si considerava vincitore, invece, chi aveva un dito ancora aperto alla fine del gioco. Le parole usate per l'eliminatoria erano:

Spingulidda mia marina,
capurale da regina,
è bbenutu 'u rre de spagna
ppe' ffinire quinnici anni,
quinnici anni l'ha ffiniti
e gaddina zoppa zoppa,
quante pinne tìani 'ncoppa,
e nn'haju vinticinque,
unu, due, tre, quattru e cinque.

Mazza e squilla
Il gioco veniva fatto tra ragazzi. Si metteva un pezzo di ramoscello su una pietra facendo in modo che una estremità vi poggiasse sopra e l'altra restasse sospesa. Un ragazzo alla volta dava al legno un colpo con una frusta, facendolo saltare lontano. Seguivano altri due colpi e si misurava la lunghezze dal punto di partenza. Alla fine vinceva chi aveva portato più lontano il legno.

I bottoni
I ragazzi, non avendo come passare il tempo, si giocavano perfino i bottoni dei pantaloni o della giacchettina. Il gioco consisteva nel porre due bottoni a terra e nel batterci sopra con un sasso. Vinceva il giocatore che li aveva fatti capovolgere. A volte, il rientro del figlio senza bottoni in casa era un dramma per la famiglia.

Anche gli adulti conoscevano diversi modi per divertirsi:

U patruni e sutta
Si soleva fare nelle bettole, dove si riuniva la maggior parte degli uomini per passare qualche ora in compagnia ed in allegria. La posta in gioco era il vino. Quattro persone, formanti due coppie, giocavano con le carte napoletane a briscola, scopa, tre sette o altro. Alla fine, la coppia che vinceva le prime tre partite, veniva considerata vincitrice del vino. Tra i due vincitori, facendo uso ancora una volta delle carte, si determinava chi era il vincitore assoluto, detto "patrune" e chi era il secondo, detto "sutta".
Del vino vinto, "'u patrune", poteva darne agli altri giocatori, ma solo dietro il permesso del "sutta", per la qualcosa, molto spesso "'u patrune", contrastato dal "sutta" era costretto a bere tutta la bevanda o ad abdicare in favore del "sutta.

Mazzola
Due giocatori avvolgevano un fazzoletto in diagonale e lo ripiegavano unendo i due angoli ed annodandoli. Veniva realizzata, così, una corda abbastanza dura, chiamata "mazzola". Poi incominciava il gioco che consisteva nel pronunciare da parte dei giocatori un numero da uno a cinque e nel contempo a renderlo chiaramente noto con le dita. Se il numero pronunciato da un giocatore era diverso di quello pronunciato dall'altro, chi deteneva la "mazzola" dava una botta su una mano del compagno, causandogli un gran soffrire. Se era lo stesso numero, allora la "mazzola" passava al compagno, il quale era autorizzato ad infliggere all'altro la stessa pena.

Un altro strano modo per giocare: gli scioglilingua.

Alcune filastrocche venivano ripetute sino a quando la stanchezza non faceva…. invertire le parole.

Jìannu venìannu
bbuttuni cujjìannu....

Jìannu venìannu
bbuttuni cujjìannu....

Jìannu venìannu
bbuttuni cujjìannu.... ecc.

‘Nu panàru 'e ficu e ffrutti
frutti e fficu 'nu panaru...

'Nu panàru 'e ficu e ffrutti
frutti e fficu 'nu panaru...

'Nu panàru 'e ficu e ffrutti
frutti e fficu 'nu panaru... ecc.


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LA LINGUA


Antiche saggezze

I “ditterji” i na vota

L'amicu te cerca quannu hai, ca si 'a furtuna cecata nnu' tte dà, iddu nné te canuscia e nnè te sa.
L'amico ti cerca quando possiedi e ciò lo conferma il fatto che se la fortuna bendata ti è avversa, lui finge di non conoscerti e di non sapere chi tu sia.

L'amici su' cùamu i miluni, nn'hà passare cìantu ppè ne truare unu bùanu.
Gli amici sono come le angurie, ne devi aprire cento per trovarne una capace di soddisfare il gusto del palato.

L'amici su' cumu l'umprelle quannu te servanu 'ud' 'e trùavi.
Gli amici sono come gli ombrelli, nel momento in cui ne hai bisogno, non li trovi.

È una verità ormai conosciuta fin troppo bene da tutti. Se sei una persona importante gli amici ti conoscono, ti cercano e ti stimano, se invece cadi in miseria, preferiscono girare al largo da te. Si suole dire che l'amicizia è un sentimento, ma, se ciò è vero, è anche cosa certa che non lo si può considerare un sentimento disinteressato. Trovare un amico è cosa difficile, si deve operare una selezione accurata tra un'infinità di persone. Si fa molto affidamento sugli amici, ma, ci si rende conto che, al momento del bisogno, per un motivo o per l'altro, è difficile che diano la loro completa disponibilità.

L'ùamu 'u' bba a ppisu!
Il valore dell'uomo non si valuta in base al peso!

E 'nu bbùanu mastru, 'nu bbùanu discipulu nescia!
Da un maestro d'arte non può non venire fuori che un buon apprendista, per meglio dire, una persona abbastanza preparata!

L'anima a Diu e ra rroba a cchi tocca!
L'anima sia data a Dio ed i beni a chi spettano!

Duve 'u' cce minti l'acu cce ficchi 'a capu.
Al danno bisogna porre rimedio all'inizio, onde evitare che si arrivi all'irreparabile

Abitu 'u' ffa mmonacu e jjirica 'u' ffa prìavite.
Le prime impressioni non bastano per giudicare o valutare una persona.

L'arivulu pecca e ru ramu riciva.
L'albero pecca ed il ramo riceve il danno
I figli molto spesso pagano i torti commessi dai genitori.

Ppe' pruppette e mmaccarruni se degradanu i baruni.
Polpette e maccheroni, mandano in miseria i baroni.

'U saccu se sparagna quannu è chjinu, quannu è bbacantu se sparagna sulu.
Il sacco si risparmia quando è pieno, perché quando è vuoto si risparmia da solo

Salutame si vue ca te salutu,
porte rispìattu si nne vò portatu,
si favorisci tu, si' favurutu,
si nno' cumu me tratti si' trattatu.


Salutami, se vuoi che ti saluti, rispettami, se vuoi che ti rispetti, se tu mi favorisci, sarai favorito altrimenti come mi tratti sarai da me trattato.

L'ape pped'u trùappu assuttijjare persa a casa, a cira e ru mele!
L'ape per la troppa economia perse la casa, la cera ed il miele!

Giojuzza chi cce curpi a lli tui guai mo' ti le cìanci cumu mìajju pue!
Gioia mia cara, giacché sei stata tu la causa dei tuoi guai, ora te li piangi come meglio puoi!

Chine è ffore du' ballu, senta 'nu gran sùanu.
Chi è fuori dal ballo, sente un gran suono

Nne vidimu a giugnu ventulera, quannu io me piju 'u granu e tu 'a pajja.
Ci vediamo a giugno sbarazzina, quando a me viene dato il grano ed a te la paglia.
Nella vita ci sarà un tempo di raccolta dei frutti delle proprie azioni e, se queste sono state poco edificanti, ci si ritroverà con un nulla tra le mani.

'U Signure chiuda 'na porta e apera 'nu purtune
Iddio chiude una porta ed apre un portone!

I mariti s' hanu e guardare 'e tre "C": canati, cugini e ccumpari.
I mariti devono essere sospettosi nei confronti delle tre “C”: cognati, cugini e compari.

Sutta l'ugna cc'èdi 'a carne

Sotto l'unghia c'è la carne!

Anche quando una persona è convinta di non sentire affetto, simpatia o stima nei confronti di un suo parente, nel momento in cui lo vede trattare male da qualcuno, interviene in sua difesa, e solo allora, riesce a capire i veri sentimenti che nutre per il suo consanguineo.

I jiènnari su' cumu ' i cucuzziaddi nn'inchj 'na cassalora e sse ridducianu 'nu pizzulune.

I generi sono come le zucchine, ne riempi una pentola e si riducono un pizzico.

‘U jùarnu 'e Santu Nicola ogni mantra fadi 'a prova.

Il giorno di S. Nicola ogni mandria fa la prova, ossia inizia la produzione dei derivati del latte. Il sei dicembre, giorno di S. Nicola, patrono di Cotronei, in ogni mandria nascono la maggior parte dei caprettini, vitellini o agnellini e quindi si è nelle condizioni di poter iniziare la lavorazione dei prodotti caseari. Anticamente si usava andare in comitiva alle mandrie per fare "'a mpanata", ossia la zuppa di pane duro, ammorbidito con il siero prodotto dalla lavorazione del latte e mischiato con ricotta ancora calda.

Si 'ussa' 'e duve vena, guarda chiddu chi fa!
Se non sai da dove viene, guarda quello che fa!

L'accattare te 'mpara ru vìnnare
Il comprare t'insegna come vendere!
Attraverso le esperienze fatte s'impara come comportarsi nelle varie circostanze della vita.

Quannu canta ru cuculu 'u salatu se mancia crudu.
Quando canta il cuculo il lardo si mangia crudo.

A primavera il lardo è già maturo per essere mangiato. Nello stesso periodo, si ode il canto del cuculo; per tale motivo si ha l'erronea impressione che sia il cuculo a determinare la maturazione del salame. Comunque questo detto insegna, se non altro, che i salami conservati con il metodo della salatura, sono buoni da mangiare a primavera inoltrata.

U' tte 'mpacciare,
'u' tte 'ntrjcare,
'u' ffare bene,
c'u' rricivi male

Non t'impicciare, non t'intrigare, non fare il bene che non ricevi il male.

'U' puarcu se sparta dde lùangu, si nno a cchine le toccanu e spadde e a cchine, e prisutti.
Il maiale si divide nel senso della lunghezza, altrimenti ad uno potrebbero essere date le spalle e all'altro i prosciutti

Chini ha mpruntatu pi a strada? A ru Spaccatesta.?
Nei nostri paesi era consuetudine identificare le persone con il nomignolo che spesso soppiantava il nome di battesimo. I “paranumi” erano di origine patriarcale e talvolta servivano ad identificare un’intera famiglia. Essi facevano riferimento all’aspetto fisico, ad un particolare evento della vita o al mestiere esercitato.

Ecco alcuni dei più simpatici sopranomi riscontrati a Cotronei:

Cavuzi e mmantu, Frichinu, Foglietta, Franchinu, Guasta Cruce, Giacchettune, Joscaru, Jusca, Crosca, Vruscja pajjaru, Bella Madonna, Barzillu, Corardina, Carne e ccùariu, Crapicciola, Cucinaredda, Crucifissu, Chjimirri, Lupicurcia, Ntriddaru, Mitirdu, Ntroscia, Mirenna, Mìanzu culu, Prndi moglie, Panni russa, Pujedda, Pizzicata, Pajjetta, Pirichinu, Serraculu, Pacchiordu, Quattru sordi, Petramonica, Spaccatesta, Sciriddu, Rumanìaddu, Scigulata, Re de pulice, Tinciutu, Trunsa, Tabalinu, Targianu, Tutubiscu, Trintriddu, Trinchella, Ursulinu, Pìatru ddollaru, Sarivaggiu, Chitarra, Lucedei, Maramagna, Barzillu,
Crapicciola, Cucinaredda, Trommataru, Trintràru, Velenu, Ciccu e Betta, Cristaredda, Chiavarru. Cartùacciu, Cera e bbelenu, Santaru.

Glossario di strani vocaboli
Cannarutu, (goloso); scilipìannula, (ciò che non lascia intravedere la fine); garigarìaddu, (mandibola inferiore); cuzzìattu (parte posteriore del collo); cudidda (fondo schiena); 'mpizziddu
(sull'orlo); stijjulata (intestini); 'nsingare (dare alla fidanzata una fedina per far vedere che è impegnata); levalìaggiu (non è in una posizione stabile); gnommaru (gomitolo); chjanca (macelleria); ammarangulare (congelare-marangulu è il ghiacciolo-); 'nchiatratu (impietrito); annàitu (impalcatura); abbrittare (bruciacchiare); guddana (compagnia); crapicciola (fettuccia); 'ncavajjunare (cadere su se stesso); arrummulare (fare rotolare su un pendio); sujjuttu (singhiozzo); surrìaddu (cugino); ammannilatu (depresso); sciurnare (togliere dal forno dopo la cottura); sciurtutu (un finale non previsto); addumare (accendere); scarivuniare (cercare rimuovendo ciò che in quel posto ci sta); scuzzurupatu (è stata tolta qualcosa che dava il buon aspetto); trempa (pendio); 'ncarcarare ( mettere troppa legna al fuoco); visciùattula (trappola); 'nturivulatu (intorbidito); runcijju (falce).

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DA VISITARE


Cotronei è circondato da un incantevole panorama montano. Fitti boschi di pioppi, pini, cerri e ginestre si aprono improvvisamente su limpidi specchi d'acqua.
Nel centro abitato i vicoli stretti si insinuano tra le case. Improvvisi appaiono i palazzi padronali. La chiesa di San Nicola dei Latini è il vero simbolo dell'antico borgo.

I villaggi turistici
Intorno a Cotronei sono sorti una serie di villaggi ben attrezzati per ospitare il turismo estivo e invernale. Tra i più conosciuti: il villaggio Trepidò, posto a 1246 metri di altezza, a ridosso del lago Ampollino, dove si può visitare la caratteristica chiesetta degli Ardorini; il villaggio Palumbo, alle pendici del Gariglione, conosciuto per gli impianti sciistici di risalita (seggiovia) e per le piste artificiali da bob (anche qui c'è una tipica chiesa in pietra e legno); il villaggio Belcastro che ricorda molto i tipici paesini di montagna e che ha un panorama mozzafiato; il villaggio Lopez disposto in una bella vallata verde; il villaggio Baffa che ospita un campo di calcio utilizzato per i ritiri pre-campionato.

CHIESA DI SAN NICOLA DEI LATINI (Matrice)
Secondo la tradizione, fu costruita da ricchi cittadini greci che si trasferirono da Patrasso e Corona in seguito alle leggi sull'iconoclastia. Inizialmente era dedicata a San Nicola dei Greci, ma quando la chiesa passò dal rito greco a quello latino (1597), fu dedicata a San Nicola dei Latini.
Tra i11720 e i11750 furono effettuati dei lavori di costruzione per cui la facciata principale fu sistemata sulla parete sinistra dell'edificio originario. Il campanile fu inglobato nella struttura. In base al progetto, la chiesa non è mai stata completata. Mancano la cupola e i bracci della croce latina. La facciata, in pietra tufacea, è in stile barocco-rococò con otto nicchie, rosone centrale e venti colonne (doriche e ioniche). Il portale è sormontato da un ovale con l'immagine di San Nicola (restaurato da Antonio Pipicelli negli anni Sessanta del Novecento), opera dello stuccatore Alfonso Spanò di Squillace. Il timpano è crollato in seguito al ter¬remoto del 1883. In cima, a sinistra, c'è la statua di Mosè con le tavole della legge. Agli inizi del XX secolo al campanile è stato aggiunto un oro¬logio. L'interno della chiesa è a tre navate. Quella di sinistra è più corta perché terminava sull'orlo di un burrone. L'altare centrale è di recente costruzione (XX secolo). Lungo le nava¬te ci sono sei nicchie con statue di santi (tre per lato). La Matrice sorge in piazza Indipendenza.


( Chiesa di San Nicola dei Latini Matrice )


CHIESA DELLA MADONNA DEL CARMINE

Costruita alla fine del XVIII secolo, era in origi¬ne la cappella mortuaria della famiglia De Luca i cui eredi vi furono seppelliti fino al 1880. La facciata, di recente costruzione, ha un portale affiancato da quattro lesene (due per lato). A destra un campanile. L'interno è a una sola navata. L'altare maggiore è sormontato dalla statua della Madonna del Carmine. A sinistra, invece, c'è la statua dell'Addolorata. Entrambe le opere sono del XVIII secolo e sono costituite da testa e mani in legno e da una intelaiatura al posto del corpo. È in via Roma.


( Chiesa della Madonna del Carmine )




CHIESA DI S. ANTONIO (o di Santa Maria della Serra Assunta in Cielo)
Si trova nella frazione Trepidò Sottano presso il villaggio dei frati Ardorini. L'edificio, in legno e muratura, ha le sembianze di una baita di montagna. Il portale è in pietra sormontato da tre finestrelle con vetri a mosaico. A destra della facciata c'è il campanile. All'interno, a una navata, c'è un semplice altare.
Questa chiesa, come è riportato su una lapide in marmo scuro, è stata consacrata nel 1983 a Santa Maria della Serra Assunta in Cielo.

CAPPELLA DI SAN FRANCESCO DI PAOLA
Costruita nel XV secolo, è la più antica cappella di Cotronei. Apparteneva alla famiglia Morano. La facciata presenta due ordini di lesene ai lati dell'ingresso. Appena si entra, sulla destra, si possono notare i resti della cassa funebre di Gaetano Minardi, il parroco che fece ristrutturare la chiesa nel 1858 e a cui è legata la leggenda precedentemente ricordata.

CAPPELLA DELLE ANIME DEL PURGATORIO
È la cappella gentilizia della famiglia Verga in cui ancora oggi vengono seppelliti gli eredi. Fu costruita nel 1862 da Pasquale Oliverio di Aprigliano. La facciata, tutta in pietra a vista, è abbellita da lesene appena accennate. Il portale è in granito ed è sormontato dallo stemma della famiglia. Sopra, un'ampia finestra. L'interno è a tre navate. In quella centrale c'è un semplice altare in marmo. In quelle laterali, invece, sono stati sistemati i loculi.
Palazzo Morano-Filomarino
L'edificio, che si trova in via Galluppi, fu costruito nel XV secolo per volere di Teseo Morano. A pianta quadrata presentava un cortile e, sul lato sud, un ponte levatoio. Questo palazzo venne edificato sui resti del castello dei Contestabile di Stilo. Nel 1682, per via di un devastante terremoto, in parte crollò. Rimase diroccato fino al 1720. La famiglia Filomarino, in quell'anno, lo ricostruì spostandone l'entrata nell'ala est. Nel 1806 fu incendiato dall'esercito francese guidato dal generale Millot. Riedificato, fu nuovamente dato alle fiamme dal generale Pinelli. Acquistato nel 1811 da Muzio e Giacinto Verga, fu rimesso a nuovo. Nel 19201a cappella fu ricostruita e fu aggiunta, anche, una nuova ala che fu data in dote a Vittoria Verga, sposa di Luis Gruebler. Angelina Colosimo, moglie di Serafino Caligiuri, lo com¬prò nel 1935. L'edificio, in pietra a vista, conser¬va uno stile ottocentesco.

PALAZZO BENINCASA
Costruzione a un piano. Presenta un portale ad arco racchiuso tra bugne squadrate. La copertu¬ra del tetto è a coppi.

PALAZZO GUARASCIO
L'antico edificio conserva il portale ad arco a tutto sesto realizzato in mattoncini rossi. È ancora visibile il portoncino in legno con piccolo lucernaio.

PALAZZO VERGA
Si trova accanto al palazzo Morano-Filomarino. Fu costruito tra il 1862 e il 1880 su progetto di un architetto francese. Originariamente all'edificio dovevano essere annesse altre tre costruzioni (collegate attraverso il cortile centrale) che, però, non furono mai realizzate. La semplice facciata del palazzo è in pietra a faccia vista. (riprende lo stile ottocentesco).

PALAZZO POERIO-COVELLI `
L'edificio, che risale al XVIII secolo, è in via Poerio. La facciata, in pietra a faccia vista, pre¬senta un portale con arco a tutto sesto sormon¬tato da un balcone con mensole lapidee e rin¬ghiera ottocentesca.

PALAZZO VACCARO
In via Poerio. Costruito a metà del XIX secolo, ha una semplice facciata con portale in pietra calcarea. Sopra, una chiave con le iniziali "LV" (Leonardo Vaccaro). Negli anni Trenta del Novecento è stato completamente intonacato.



PALAZZO BEVILACQUA
A pianta rettangolare, fu costruito a metà del XIX secolo in via Gria. Nella facciata, in pietra a vista, c'è un portale in granito sormontato da finestre. Sul lato sud del palazzo c'è un lungo balcone con capitelli in pietra calcarea.



















PALAZZO RAGUSA
È in via San Francesco. Costruito nel XVIII seco¬lo, è stato ristrutturato nel 1999. La facciata è stata completamente alterata. Della struttura originaria rimane soltanto il portale laterale in pietra calcarea a motivi floreali.

PALAZZO DE LUCA
L'edificio, che si trova in via Indipendenza, è stato costruito nel XVIII secolo. Fu poi ristrutturato nel 1870 e intonacato negli anni Novanta del Novecento. Dell'antico palazzo resta soltanto parte del portale d'entrata.

PALAZZO MIGLIO-ASCIONE
Costruito nel XVIII secolo, si trova in via Indipendenza. L'esterno, originariamente in pietra a vista, è stato in parte intonacato. Degno di nota il bel portale in pietra calcarea liscia.

MONUMENTO AI CADUTI
In via del Mulino. È un soldato in bronzo con un paltò su un braccio.


( Monumento ai caduti )

CASINO RIZZUTI
È in località San Francesco. L'edificio, costruito nel 1750, ha un portale in pietra calcarea sor¬montato da una chiave con lo stemma della famiglia. Sopra vi sono incisi una corona e una lettera "R" di tipo napoleonico. La facciata è stata completamente intonacata. All'interno c'è un cortile con due scalinate laterali che condu¬cono al primo e unico piano.

MONUMENTO A PADRE PIO
Si trova sulla circonvallazione.
Zone di interesse archeologico

LOCALITA' SAN FRANCESCO
In questa zona sono stati trovati degli orci (risa¬lenti al III millennio a. C.) andati ormai persi in seguito alla costruzione di alcune abitazioni (anni Sessanta del Novecento). I pareri sulla funzione di questi contenitori sono discordi. Alcuni sostengono che fossero delle tombe a inumazione fetale (che servivano per la sepoltura dei bambini), altri che servissero come deposito per i cereali. Nella stessa zona sono state anche trovate delle grotte scavate nel tufo risalenti al III millennio a. C.

TIMPA DEI SANTI
In questa località sono venute alla luce alcune grotte risalenti al III millennio a. C. Si pensa che siano state riutilizzate dai padri Basiliani come luogo di culto. Sulle pareti di alcune di esse, infatti, si intravedono delle immagini sacre (da qui la denominazione "Timpa dei Santi").

TIMPONE DEI LADRI
Alla foce del fiume Tassito è stato rinvenuto un deposito di armi in bronzo (dieci daghe e sei asce di nobile fattura) risalenti al III millennio a. C. Attualmente questi reperti (catalogati dallo studioso Antonio Tinè dell'Università di Genova) sono conservati nel Museo nazionale di Reggio Calabria.

Percorso naturalistico

ZONA CASA PASQUALE
Partendo dalla sbarra Enel (che si trova all'al¬tezza del km 24,3 della SS 179) proseguire in direzione Cotronei. Dopo un breve tratto asfal¬tato, è necessario lasciare l'auto per inoltrarsi nel bosco. Dopo circa 60 metri ci sono due sentieri: quello a destra è più breve e facilmente percorribile; quello a sinistra, invece, presenta qualche difficoltà.
Se si imbocca il sentiero sulla destra si raggiun¬ge in breve tempo la zona "Casa Pasquale". Questa denominazione deriva dal fatto che in quel luogo c'era un convento (XIII secolo) in cui i monaci del monastero di San Marco di Cotronei venivano nel periodo pasquale. Qui, immersi in una vegetazione di cerri, pini, piop¬pi, rose e ginestre, è possibile sostare per picnic. Durata del percorso: circa due ore. Se si imbocca il sentiero di sinistra, più impegnativo, bisogna attraversare un tratto di bosco che conduce alle prese idrauliche dell'Enel. Da qui si domina un bel panorama sulla valle del Neto. Proseguendo il cammino si raggiunge la zona "Casa Pasquale". Durata del percorso: circa tre ore.

TIMPONE DELLA MONACA -FAGGIO DELL'AMORE (area picnic) -FIUME TASSITO
Partendo dal piazzale seggiovia di villaggio Palumbo si sale per circa 1 km fino ad arrivare a monte della struttura. Il tratto è abbastanza difficoltoso (si passa da 1300 a 1700 metri) ma può anche essere percorso in seggiovia. Proseguendo si arriva a Timpone della Monaca dal quale si dominano il lago Ampollino e 1'alti¬piano del Montenero. Ancora più avanti c'è il "Faggio dell'amore", un albero dalla curiosa forma di cuore. Secondo la tradizione popolare, sistemarsi tra i suoi rami è beneagurante. Lì vicino c'è un'area picnic attrezzata con tavoli. Ripreso il cammino, si attraversano una fitta faggeta e un rimboschimento di pini e si arriva al fiume Tassito che segna il confine nord-ovest di Cotronei.
Durata del percorso: 4-5 ore.

FIUME TACINA - MACCHIA UMIDA- TORRE RINOSI (area picnic)
È un itinerario misto (in auto e a piedi). Percorrendo la stradina Enel di Pollitrea, imboc¬care la SS 179 di fronte al villaggio degli Ardorini. Dopo circa 12 km tra pini e pioppi si arriva alle prese idrauliche dell'Enel sul Tacina. Lasciare l'auto e proseguire a piedi. Risalendo il fiume si arriva in località Macchia Umida, un'ampia conca nella quale confluiscono le sorgenti che alimentano il fiume Tacina. Proseguendo ancora si arriva in zona Torre Rinosi dove è possibile usufruire di una zona attrezzata per picnic. Continuando si ritorna alle prese idrauliche dell'Enel.
Durata del percorso: 5-6 ore.

LAGO AMPOLLINO
Dalla SS 179 imboccare con l'auto il bivio per San Giovanni in Fiore.
Dopo circa 2 km, si arriva alla diga e al ponte sul lago Ampollino (bacino artificiale balneabile in cui confluiscono le acque dell'omonimo fiume). Da qui si può ammirare il panorama che affaccia su una rigogliosa vallata. Attraversato il ponte si continua per località Capo Rosa. Lasciare l'auto e proseguire a piedi per fare il giro del lago (se è una bella giornata si può approfittare per prendere il sole tranquillamente sdraiati o per pescare) o visitare la cosiddetta "baita della tranquillità". È una semplice costruzione immersa tra i pini.


( Lago Ampollino )


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GASTRONOMIA


“Trippa chiina canta no cammisa ianca…”
(E’ meglio avere lo stomaco pieno che camicia nuova)

La buona tavola è da sempre il segno distintivo dei paesi della Calabria.
Le abitudini alimentari hanno subito nel corso del tempo notevoli cambiamenti. Il pranzo? Un panino, una coca, un caffè durante la pausa lavorativa e via… altro che “tajjiarini e ciciari” e un salutare bicchiere di vino a tavola! La cena? Alla sera, dopo ore trascorse dinanzi al computer e nel traffico, si è troppo stanchi per cucinare e allora su … “Accendi il microonde!”. I bambini non mangiano più pane, olio e zucchero ma hanno la nutella e le merendine confezionate. Le succulente e gustose ricette mediterranee, però, di fronte alle quali non si riesce a non peccare di gola, sono oggetto di piacere e di ammirazione da parte di tutti. I nostri antenati, in fatto di cucina, erano dei veri e propri intenditori. La loro dieta, sebbene povera ( la carne veniva consumata di rado), era costituita da alimenti naturali e semplici, cucinati con cura e saggezza, e le ricette venivano tramandate di madre in figlia. La gastronomia di Cotronei è tipicamente montana. Gli ingredienti usati nelle ricette provengono principalmente dalla Sila. I prodotti caseari sono molto gustosi. I funghi porcini soddisfano da sempre il palato dei buongustai. I frutti tipici come castagne e noci vengono preparati con il miele e sono usati per la preparazione di dolci prelibati. Le massaie sono molto gelose delle loro ricette. Siamo riusciti a carpirne alcune:

Pomodori e Peperoni in salamoia (ARU SALATURU)
Ingredienti: pomodori verdi, peperoni rotondi, aglio, sale, finocchio selvatico, peperoncino.
Tagliare i pomodori e i peperoni a metà, sistemarli a strati nel contenitore apposito (salaturu) e unire ad ogni strato sale abbondante, aglio, peperoncino e finocchio selvatico. Proseguire fino a riempire il contenitore e mettere sopra abbondante peso, per favorire la fuoriuscita dell'acqua, aggiungere giorno per giorno tutti gli ingredienti fino al completo riempimento. Per consumarli, devono passare almeno tre mesi. Togliere dal contenitore la porzione che necessita, dissalarli in acqua per 5/6 ore, strizzarli e friggerli in padella con olio d'oliva. Oppure si possono consumare ad insalata. Per una migliore conservazione bisogna stare attenti a sistemare i pomodori e i peperoni con la parte del taglio in giù.
Calacaterra Stefania

Funghi sott’olio
Ricetta per un Kg. di funghi
Ingredienti: funghi della Sila, peperoni piccanti, aglio, menta, sale, olio d'oliva, aceto bianco, sale. Pulire bene i funghi e privarli del gambo. Metterli in una pentola d'acqua bollente per 10 minuti e poi a bagno sotto l'acqua corrente per eliminare il terriccio e le impurità. Dopo averli lavati, prendere una pentola con 2 litri d'acqua, 3 bicchieri di aceto bianco e un pò di sale. Farli bollire per circa 10 minuti, poi scolarli e lasciarli asciugare. Nel frattempo preparare un tritato di peperoni piccanti di vari colori (rossi, verdi), un bel pò di aglio fresco e di menta. Infine quando i funghi sono pronti per essere conservati, versare tutto in un recipiente di vetro avendo l'accortezza di mescolarli bene. Coprire tutto con olio d'oliva.
Rita Fragale

Patate del guardiano di boschi
Ingredienti: patate della Sila, pancetta di maiale, peperoncino rosso in polvere.
Bollire le patate con la buccia. Dopo cotte, sbucciarle, tagliarle a metà e cuocerle in padella con la pancetta tagliata a pezzi. Aggiungere il peperoncino.

" Rusedde"
Le caldarroste un tempo, quando ci si trovava in montagna e non c'era a disposizione la caldarrostiera, venivano così preparate:
Si scavava una buca nel terreno, vi si ammassavano le castagne da cuocere e la buca la si ricopriva con il terriccio tolto.
Sopra vi si accendeva il fuoco per il tempo necessario alla cottura, poi si spegneva e si potevano consumare le molto saporite caldarroste.

I turduni
La montagna della Sila è ricca di castagne. Una volta, quelle che non potevano essere consumate fresche, venivano conservate e successivamente sottoposte ad affumicamento.
Si adagiavano su un piano realizzato con listelli, posto sotto il soffitto delle "casedde", costruzioni di pietra e fango. Il tannino contenuto nel fumo che si sprigionava dalla combustione della legna, faceva perdere l’acqua contenuta nelle castagne. Quando le castagne diventavano secche, venivano messe in dei sacchi e battute contro un fusto d'albero oppure contro una pietra, per poterle liberare dalle bucce. È chiaro che il prodotto ottenuto assumeva una durezza particolare, ma alcune, e non si sa perché, risultavano morbide, gustose e ricercate ed erano chiamate "turduni".

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