LO STEMMA
Sullo stemma di Cirò con sfondo azzurro, sono raffigurati in verde i tre colli alberati sui quali sorge il paese; sul colle centrale è posata una gru, che vigila e difende il paese dalle aggressioni dei pirati, e becca col rostro, immobilizzandolo con la zampa, un serpente nero screziato, simbolo del nemico da abbattere - i Saraceni - popolo che per secoli ha saccheggiato il territorio. Sul gonfalone comunale, sotto lo stemma, è possibile leggere il seguente motto: DEVORAT HAEC ROSTRO PERVIGILATQUE PEDE (Divora ogni cosa col becco e la sovrasta col piede)
IL GONFALONE
Drappo di colore celeste riccamente ornato di ricami dorati e caricato dello stemma con l’iscrizione centrata in oro: Comune di Cirò. Cravatta con nastri tricolorati dai colori nazionali frangiati d’oro.
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Alcuni rinvenimenti di manufatti in ossidiana e in selce, effettuati nell'area di Sant'Elia e sul Cozzo Leone, fanno pensare che insediamenti umani si stabilirono in questo sito già a partire dal V millennio a.C., occupando le alture che consentivano il controllo visivo del territorio sottostante; tuttavia, non sono da escludere stanziamenti nelle zone più basse (lungo la fascia litoranea ricca d'acque sorgive) in prossimità delle aree utilizzate per la coltivazione.
I probabili nuclei costieri di Cirò sono da considerare nel loro stretto rapporto con il mare, con la navigazione e quindi con il commercio marittimo (l'ossidiana, infatti, proveniva con molta probabilità da Lipari). Altri ritrovamenti, inoltre, documentano come questa zona sia stata popolata dall'Età del Bronzo e del Ferro. Quanto è stato scoperto basta a dimostrare che Cirò superiore fu popolato, fin dal IX secolo a.C., da un gruppo d'indigeni affini a quelli di Locri e Torre Mordillo.
Le testimonianze d'Età greca offrono un quadro interessante sull'incontro, a partire dalla seconda metà del VII secolo a.C, fra gli abitanti del luogo e i coloni greci (quasi certamente crotonesi). Tale incontro ebbe un carattere non violento, anzi la componente indigena pare avere assorbito presto costumi, rituali e oggettistica di derivazione greca. In questo senso molto interessante è l'area funeraria di Sant'Elia che insieme ai siti di Taverna (Cirò Marina), Cozzo Leone, Serra Sanguigna e soprattutto il santuario d'Apollo Aleo a Punta Alice, appaiono come avamposti della grecità crotoniate.
A partire dalla metà del IV secolo a.C. sui rilievi collinari si nota la forte presenza di una popolazione connotabile come brettia (gruppo italico che le fonti letterarie fanno discendere dal ceppo sannitico) disposta in tanti piccoli villaggi, tipica organizzazione, questa, della società agreste e pastorale dei Brettii. In anni passati sono stati individuati in località Malocutrazzo, nel territorio di Cirò, alcuni siti funerari riferibili a questo popolo.
In Età romana, rispetto al periodo brettio, si nota una diminuzione della quantità degli insediamenti; questo fattore viene tradizionalmente interpretato come legato ad un calo demografico, forse a causa di una concentrazione della proprietà fondiaria.
Proprio nei pressi del fiume Lipuda, sulle pendici meridionali e orientali della collina denominata Monte Anastasia, sarebbero stati rinvenuti resti d'epoca romano-imperiale relativi a una villa o forse a un piccolo villaggio. L'ubicazione di questa struttura corrisponderebbe alle caratteristiche indicate da Catone nell'acquisto di un fundus. Lo scrittore latino consigliava di scegliere un sito caratterizzato da clima buono e terra fertile, posto possibilmente ai piedi di un'altura e volto verso mezzogiorno, nei pressi di buone vie di comunicazione terrestri, marittime e anche fluviali.
Per avere un'idea dell'attuale insediamento di Cirò, detta anche Ypsicron, Ipsicrò, Psigrò, Zirò, Cerre e Cire, occorre giungere fino al XII secolo. Il passaggio dal dominio bizantino a quello normanno fu reso difficile e complicato dalla forte rivalità tra Roberto e Ruggero, i due fratelli d'Altavilla (protagonisti della disfatta delle milizie bizantine), e dopo di loro, tra i successori, anche quando venne fondato il potere monarchico del Regno di Sicilia. La popolazione calabrese, approfittando dei conflitti intervenuti all'interno della classe dominante normanna, si oppose al versamento di tributi ed all'obbligo del servizio militare imposto dai conquistatori. Ma gli Altavilla seppero anche fondere le proprie ambizioni con le esigenze della popolazione indigena. Così, ad esempio il proposito di concorrere alla conquista di luoghi santi coinvolse la società calabrese. L'attenzione dei Normanni per questi eventi non può essere messa in dubbio. Lo dimostra la donazione di alcuni beni che Riccardo Senescallo, figlio del conte Drogone e nipote di Roberto il Guiscardo, fece, nel 1115, a Raimondo abate del monastero di San Salvatore di Monte Tabor. Costui aveva espresso il desiderio di aprire lungo il litorale ionico, in diocesi di Umbriatico, una "mansio" da servire a crociati e pellegrini. Senescallo, dunque, dispose del territorio di Cirò come dominus loci, nell'ambito di una giurisdizione frastagliata e discontinua quale fu quella che connotò il potere della seconda generazione normanna.
Presto, il nuovo ceto feudale acquisì in tutto il regno solide posizioni; non diversamente avvenne nel territorio cirotano, per il quale le fonti documentano una signoria feudale autonoma affidata a Roberto dominus de Ypsigro, padre di Giovanni, che nel 1205 sottoscrisse un atto a favore del monastero florense di Fontelaurato. Secondo fonti fiscali, nel 1276, quando il villaggio era sotto il dominio di Rinaldo di Cirò (un feudatario che oltre ad essere il dominus della cittadina, possedeva il casale di Crepacore nei pressi di Corigliano), il paese aveva una popolazione di 3.616 abitanti, ai
quali bisogna aggiungere i 1.216 residenti nel citato casale, in gran parte dediti alla pastorizia e all'agricoltura. Dagli insediamenti costieri salpavano esperti pescatori ed abili marinai-mercanti che creavano uno stretto rapporto con i porti pugliesi e con quelli della costa tirrenica, in cui portavano i frutti, già allora preziosi, delle colture cirotane.
Con il passare del tempo avvenne una fusione fra i membri della popolazione normanna e quelli della popolazione indigena, si andava così delineando un nuovo volto della Calabria, sulla quale la chiesa romana era tornata a esercitare il dominio patriarcale e giurisdizionale.
A partire dalla fine del Trecento, la cittadina entrò a far parte del grosso aggregato feudale denominato marchesato di Crotone ed intestato a Nicolò Ruffo (uno dei protagonisti coevi della storia del Regno di Napoli in Età angioina). Cirò (come è dimostrato anche dalla presenza di una numerosa comunità ebraica), occupava nell'ambito del marchesato, una posizione produttiva e commerciale di rilievo. La cittadina, infatti, svolgeva il ruolo di importante scalo marittimo nella direttrice Reggio Calabria, Crotone, Taranto. Tale ruolo, nel contesto del grande aggregato feudale, venne meno con la crisi del potere dei Ruffo a metà Quattrocento, per cui Cirò venne dapprima assegnata al demanio regio, poi (nel 1496) fu acquistata per novemila ducati da Andrea Carafa, conte di Santa Severina.
Nella nuova situazione, e per tutto il Cinquecento, la cittadina espresse una discreta vitalità. La sua popolazione aumentò, passando da circa 2.000 abitanti a 2.500, crescita questa che può essere considerata poco adeguata rispetto alle potenzialità produttive del territorio. Tra i fattori che in Età moderna contribuirono in parte ad impedirne la mancata crescita, bisogna annoverare le incursioni dei turchi, e soprattutto l'oppressione feudale che, nella prima metà del secolo, ne controllò e sfruttò la vita civile, impedendo all'economia locale di svilupparsi a pieno. In particolare, i Carafa, sia per l'esigenza di difendere la costa ionica dalle possibili invasioni turche, sia per la necessità di rafforzare il dispositivo di controllo militare del feudo di cui erano titolari, intervennero a Cirò completando, e in parte probabilmente innovando un solido sistema difensivo, con il massiccio castello (di cui vi è già traccia in un'antica documentazione quattrocentesca), attorno al quale sorge oggi la cittadina. L'azione di trasformazione urbana, voluta dai Carafa, proseguì con la creazione di una cinta muraria difensiva (che aveva nelle quattro porte d'ingresso al centro urbano il suo punto nevralgico), e con altre strutture militari alla Marina. Questi apparecchiamenti trovavano, come già sottolineato poc'anzi, giustificazione nella necessità di difendere la città dalle scorrerie turche. Le mura difensive, come si dimostrò ripetutamente nel corso dell'Età moderna, non furono in grado di contrastare le incursioni ottomane. Esse, invece, ebbero l'effetto di esercitare un ferreo controllo sulla popolazione. Non mancarono, tuttavia, episodi che testimoniarono buoni rapporti tra esponenti del ceto intellettuale cittadino, quali Gian Teseo Casoppero, e gli stessi Carafa. Si deve inoltre a questi ultimi, la costruzione di una nuova cinta muraria, con quattro porte d'ingresso al centro urbano.
La crisi finanziaria della dinastia portò i Carafa a disfarsi del feudo che verme acquistato da Pietro Antonio Abenante, il quale giunse in città per esercitarvi direttamente il ruolo feudale. I pessimi rapporti che si stabilirono con i cirotani rimasero inalterati per decenni e alla fine 1'Abenante, sospettato di eresia (anche sulla base di denunzie provenienti dai suoi vassalli), dovette abbandonare la signoria feudale. Cirò nel 1571 venne così acquistata per 35.000 ducati da Giovan Vincenzo Spinelli, appartenente a una delle maggiori famiglie feudali del regno, la cui stirpe ebbe un ruolo rilevante nella storia del Mezzogiorno moderno. Ovviamente il feudo cirotano si avvantaggiò e non poco della nuova condizione all'interno dell'aggregato dei principi di Tarsia (titolo che gli Spinelli, nel 1606, avevano aggiunto a quello di marchesi in seguito all'acquisto di quella terra). Poiché questi signori risiedevano a Napoli, a partire dalla fine del Cinquecento la città di Cirò poté stabilire rapporti sempre più intensi con la capitale medesima. La sua popolazione, infatti, incrementò le attività produttive. Il vino, i formaggi e l'olio trovarono un mercato assai cospicuo nella capitale, grazie anche ad un sistema di trasporto via mare che si potenziò proprio per merito degli Spinelli. Il nuovo fervore ebbe effetti positivi all'interno dell'intera comunità, che ne fu favorevolmente stimolata.
Se per un lungo periodo la vita municipale risultò governata dai soli esponenti del ceto nobiliare locale, a metà del Seicento (in corrispondenza con le sommosse degli anni di Masaniello) anche a Cirò la classe meno abbiente si rivoltò contro la gestione municipale. Dopo la repressione della sommossa, il principe di Tarsia volle modificare il sistema di governo cittadino aprendo la gestione alla partecipazione degli esponenti del popolo.
Tra la fine del Cinquecento e l'inizio del Seicento la vita cittadina vide il rafforzamento notevole del clero secolare e regolare. Il numero dei conventi passò da 1 a 4; nel 1696 nella sola parrocchia di S. Maria de Plateis ben 30 sacerdoti esercitavano il servizio religioso. La presa del clero sulle risorse del territorio divenne assai forte, per cui non mancarono gli episodi di scontro con gli abitanti del centro urbano su problemi che la popolazione riteneva di vitale importanza, come il pagamento delle decime. Nel corso del XVIII secolo, tutti i fermenti in atto nella vita cittadina produssero novità importanti. La rinnovata partecipazione popolare alla vita municipale, sulla quale la giurisdizione feudale cercò sempre di intervenire per limitarne i margini di autonomia, prese coscienza di quelli che considerava i due fattori limitativi della crescita civile: da una parte, la presenza di un clero pletorico che ne assorbiva energie economiche vitali; dall'altra, lo sfruttamento delle risorse produttive del paese da parte degli Spinelli. Nacque perciò, nell'ambito del ceto dirigente cittadino, un partito demanialista, che sostenne lotte molto dure, sia per rivendicare la cessazione della presa fiscale del clero sull'economia, sia per contestare le pretese dei principi di Tarsia sul piano politico e civile. I capi di questo partito erano uomini come Giuseppe Balsami, Mattia Chiaramonti, Giovanni e Francesco Franza, Giuseppe Vergi, Paolo Vitetti. A partire dalla metà del secolo, il riformismo del governo borbonico ebbe effetti positivi. Venne ridotto, infatti, il ruolo degli ecclesiastici secolari e regolari e tutti i conventi cittadini vennero soppressi. I feudatari invece, sulla spinta di suggestioni del pensiero riformatore meridionale (verso il quale gli Spinelli dimostrarono aperture), avviarono una politica di modernizzazione produttiva nelle campagne e verso la marina. In questa direzione si spostò risolutamente il baricentro degli interessi produttivi sia del feudatario che delle maggiori famiglie proprietarie. La città partecipò, perciò, in maniera inaspettata alle vicende del 1799 (in paese operarono infatti gruppi di rivoluzionari, intenzionati a mutare con violenza, sull'esempio della coeva rivoluzione francese, la forma dello stato borbonico in cui non si riconoscevano più), aderendo alla repubblica giacobina anche in virtù delle pressioni esercitate dalla stessa principessa di Tarsia, concorde con il nuovo indirizzo politico.
Con la restaurazione borbonica del 1815, la città entrò a far parte della provincia di Catanzaro. A1 suo interno maturarono importanti trasformazioni sociali. Da una parte, con l'abolizione del feudalesimo, si rafforzò un ceto di proprietari borghesi che divenne sempre più il protagonista della vita municipale. Esclusa (dal regno borbonico) dalla partecipazione alla vita politica nazionale napoletana, in seguito ai due tentativi falliti del 1821 e 1848 di dare una svolta costituzionale alla gestione del Regno delle Due Sicilie, la borghesia si orientò sempre più radicalmente verso l'adesione ai nuovi valori risorgimentali, di lotta per una Italia unita. Dall'altra, il ceto dei contadini e degli artigiani pose con forza il problema delle terre demaniali che, per buona parte, venivano gestite dal ceto proprietario attraverso il controllo del municipio. L'avvio di soluzione del problema avrebbe comportato, con il trasferimento alla Marina di molti nuclei familiari di contadini assegnatari, il punto di svolta della nascita di una nuova comunità a valle di Cirò. Non casualmente, appena all'indomani dell'Unità, l'inizio di una fase più distesa nei rapporti sociali fu favorita dalla decisione di quotizzare alcuni terreni demaniali, assegnandoli ai contadini indigenti. Questa partecipazione dei ceti popolari alla trasformazione produttiva del territorio cirotano venne testimoniata altresì dalla nascita, nel 1859, di una Cassa popolare di prestanze agrarie a favore degli agricoltori in difficoltà.
Ma il problema dell'ampliamento delle strutture produttive, che indubbiamente venne realizzato dopo l'Unità, non era l'unico a caratterizzare la vita cirotana. Legato a questo c'era quello relativo alla scarsità di risorse finanziarie pre senti sul territorio (d'altra parte, non sempre le maggiori quantità di prodotto potevano trasferirsi sul mercato). Da qui la povertà diffusa tra i contadini cirotani, la scarsezza della base imponibile delle finanze comunali, l'insufficiente modernizzazione sul piano dei servizi civili (acquedotto, fognature, illuminazione pubblica, ecc.) che caratterizzava il paese alla fine dell'Ottocento. Questo vero e proprio circolo chiuso dell'arretratezza iniziò ad attenuarsi grazie al fenomeno dell'emigrazione all'estero. Questa a sua volta si tradusse in un importante trasferimento a Cirò di risorse finanziarie provenienti dalle rimesse. All'inizio del Novecento, inoltre, il paese partecipò a quel vasto movimento di protesta antigovernativa nota come la lotta per la "Pro Calabria". Il movimento, infatti, mirava a ottenere risorse aggiuntive dello stato da investire in opere pubbliche (strade, ferrovie, acquedotti, ecc.). In effetti, anche a causa di importanti eventi sismici che afflissero la regione, la legge venne approvata e cospicui fondi furono messi a disposizione dei comuni della regione. Così Cirò fu in grado di realizzare importanti progetti. Tra le più attese dalla popolazione vi fu sicuramente la nascita degli acquedotti per il centro storico e per la Marina. Lo scoppio della Prima guerra mondiale, però, ne rinviò al decennio successivo la realizzazione. Nel frattempo la partecipazione dei cirotani al conflitto mondiale si trasformò, nell'immediato dopoguerra, in un nuovo vigoroso movimento per l'occupazione delle terre demaniali e di quelle incolte. Era emerso nell'ambito del paese un gruppo di ex combattenti, che trovò in Luigi Siciliani (un intellettuale nazionalista molto noto sul piano nazionale) un importante punto di riferimento. Nacquero delle cooperative, sulla base di una decretazione nazionale, che ottennero in concessione una certa quantità di terre distribuite e messe a coltura dai soci. In questo periodo emerse la figura del sindaco Francesco Fortunato, che operò per migliorare le condizioni igieniche dell'abitato e il tenore di vita dei ceti meno abbienti. Il nuovo orientamento di Siciliani sul piano nazionale e il suo avvicinamento al fascismo, portò a nuove fratture politiche all'interno di Cirò. Nacque, infatti, un'opposizione al sindaco Fortunato guidata da esponenti della famiglia Siciliani, che facilitò non poco l'adesione al nuovo regime da parte del ceto dirigente locale. Durante il ventennio, furono eseguite buona parte di quelle opere pubbliche progettate in Età giolittiana (tra di esse il completamento della strada Cirò-Umbriatico che ruppe definitivamente l'isolamento del vecchio centro urbano). La questione sociale venne naturalmente rimossa dal dibattito politico locale, ma si ripresentò con forza all'indomani della caduta del fascismo, quando i contadini di Cirò furono tra i primi a riprendere la lotta per la terra. Questa volta il movimento fu guidato dai nuovi quadri del partito comunista, che espressero una forte capacità di mobilitazione per almeno un quinquennio (1943-1948). I risultati politici si videro nel referendum del 2 giugno 1946, quando a Cirò la repubblica (in controtendenza rispetto al Mezzogiorno) vinse con 2.618 voti sui 2.251 espressi per la monarchia. La nascita del nuovo sistema politico risentì del diverso clima sociale e, oltre al Pci assai forte localmente, anche il partito della Dc ebbe un suo radicamento nel mondo contadino. Nel frattempo maturarono le condizioni perché la Marina, che aveva una popolazione più numerosa di Cirò, venisse staccata dal centro antico; separazione consensuale che si verificò con delibera del 31 dicembre 1951 da parte del Consiglio comunale di Cirò. Intanto la legge di Riforma agraria aveva coinvolto un paio di centinaia di famiglie contadine del Cirotano nell'assegnazione dei poderi. La riforma creò organi di assistenza e di finanziamento sia per i contadini assegnatari, sia per le aziende agricole presenti sul mercato, e poiché esse erano gestite da esponenti democristiani, la Dc riuscì a creare a Cirò una struttura associati va altrettanto massiccia di quella creata nel corso delle lotte contadine dal Pci. Da qui la singolarità del sistema politico cittadino, che nel secondo dopoguerra, in controtendenza rispetto al paese, operò in regime di bipartitismo con una dialettica politica che consentiva all'opposizione di diventare maggioranza e viceversa. Una eccezione, temporalmente limitata, si ebbe invece nel decennio1982-1992, quando il sistema politico locale sembrò omologarsi a quello assai disgregato del resto d'Italia.
Le novità politico-istituzionali, introdotte con il sindaco elettivo, sembravano aver trovato, tra la fine del decennio scorso e l'inizio del nuovo millennio, un'immediata sintonia con le tendenze di fondo della storia della cittadina. Le elezioni comunali del 1993 decretarono il successo del popolare Antonio Sculco (a capo di una maggioranza di centro-sinistra), che rimase alla guida del paese fino al marzo del 2001, quando, per presunte infiltrazioni mafiose, si provvide allo scioglimento della giunta ed alla nomina del Commissario prefettizio.
Solo nel maggio del 2003, dopo due anni di commissariamento, la vita politica cittadina è tornata a ripartire con una coalizione di centrosinistra guidata dal locale leader della Margherita Carlo Colucci la cui attività, ovviamente, non è ancora sufficientemente storicizzabile.
Personaggi
Alla storia di ogni paese sono legati molti nomi di personaggi, uomini da non dimenticare, a volte conosciuti ed apprezzati anche fuori della loro terra, a volte no, ma non per questo meno validi, uomini illustri che hanno fatto la storia e continuano a scriverla giorno per giorno. Eroi di ieri ed eroi di oggi, insigni personalità, da serbare come modelli da imitare.
Ilio Adorisio
Ingegnere, matematico, sociologo, considerato uno degli esponenti più autorevoli a livello europeo del moderno pensiero antieconomico. Nacque i125 aprile 1925. Si laureò a Bari nel 1950 in Ingegneria dei trasporti e iniziò la sua carriera progettando lunghi tratti dell'autostrada Salerno-Reggio Calabria (progettò anche le reti viarie di numerosi Paesi esteri). Fu promotore della Sauti, la Società italiana di ingegneria. Nel 1957 ottenne la cattedra di economia dei trasporti a Bari; nel 1964 fu professore ordinario di tecnica ed economia dei trasporti a Cagliari ed, in seguito, a L'Aquila. Ebbe anche un'intensa attività come consulente economico. In questo senso, infatti, prestò la sua opera per la Banca Mondiale (dal 1958 al 1974) e per il comitato scientifico dell'Istituto internazionale delle comunicazioni di Genova. Nel 1973 fondò la Sotecni, società di progettazione del gruppo Iri-Italstat, tuttavia non abbandonò mai la carriera universitaria. Nel 1980, infatti, fu professore ordinario di economia matematica a L'Aquila e nel 1982 a "La Sapienza" di Roma. Le sue lezioni universitarie di economia si trasformarono ben presto in un originale e seguitissimo corso di antieconomia, "Antieconomico" era infatti il titolo della rubrica che ogni settimana firmava sulle pagine del quotidiano "Il Manifesto". Scrisse molti testi universitari tra cui: "Lezioni di economia matematica", "Meccanica della locomozione terrestre", "Max in analisi convessa". Di Adorisio sono state pubblicate anche due opere teatrali: "La sceriffà" e "Come un processo", che fu rappresentata a Roma, nel 1989, al Teatro dell'Orologio. Morì nella capitale il 6 settembre 1991. A lui è stato intitolato il Liceo scientifico di Cirò.
Giovan Battista Agrippa
Umanista del XVI secolo. La sua memoria fu onorata da Girolamo Ruscelli e Ludovico Dolce. Di lui esistono un epigramma, cinque sonetti e cinque ottave.
Giulio Aromolo
Saggista e storico nato nel 1892. Uomo di scuola, fu a lungo docente e preside in varie parti d'Italia. Noto per la sua produzione di tragedie, come "La marcia di Ronchi" (in ricordo della spedizione che, al comando di Gabriele D'Annunzio, occupò Fiume, città della Croa ' e di opere, storiche, soprattutto quelle a carattere locale, a cui dedicò svariati saggi, occupandosi in particolare delle figure di alcuni suoi illustri concittadini (Luigi Lilio, Gian Teseo Casoppero, Elia Astorino e Luigi Siciliani). Morì nel 1964.
Elia Astorino
Filosofo e matematico, medico, teologo, astronomo e glottologo. Nacque probabilmente nel 1651. Fu un intellettuale di fama europea, che fece delle contraddizioni della sua epoca la ragione stessa della sua vita. Vestì giovanissimo il saio dei Carmelitani Scalzi, ma dopo avere abbandonato le tesi aristoteliche venne emarginato e per sfuggire all'inquisizione, alla fine, emigrò all'estero. Dopo complesse esperienze culturali, chiese di essere riammesso all'ordine. Pubblicò numerose opere, tra le quali gli "Elementa Euclidis ...". Morì nel 1702 a Terranova di Sibari.
Salvatore Astorino
Nacque nel 1907. Meccanico di provata abilità, ideò e brevettò insieme un sistema di carburazione ad alcol idratato che poteva essere utilizzato su tutti i motori a scoppio e che poteva permettere un risparmio di benzina. Durante la Seconda guerra mondiale aderì al movimento partigiano e si distinse in azioni di salvaguardia dagli attacchi dei tedeschi a favore dei cantieri di lavoro presso cui operava.
Gian Teseo Casoppero
Umanista di buona notorietà, nacque il 10 aprile 1509. Fu maestro di Lilio. Di lui si sa che si laureò all'università di Padova nel 1537, poi scomparve. Di particolare interesse la produzione in versi (alcune sue opere sono dedicate a Cirò): "Sylvae", "Amorex" e il suo epistolario.
Mattia Chiaramonti
Sindaco della città nel Settecento. Fu una delle guide più prestigiose del movimento demanialista antifeudale.
Luigi Giglio, Lilio
Medico, astronomo e matematico. Nacque nel 1510. È noto soprattutto come l'autore della proposta di revisione del calendario, presentata e accettata dalla Congregazione degli Astronomi, che diede luogo alla riforma Gregoriana. È suo merito quello di avere ricondotto, recuperando i ritardi accumulati nei secoli dal calendario Giuliano, l'equinozio di primavera a121 marzo e di essere riuscito a coordinare l'anno lunare con l'anno solare. Studiò medicina e astronomia a Napoli con il fratello Antonio. Non essendo, però, la sua famiglia in grado di mantenerlo agli studi, fu costretto a trovare impiego presso il principe Carafa, feudatario di Cirò. Non si conoscono informazioni più precise sulla sua vita, a parte una lettera a lui scritta nel 1532 dall'umanista cirotano Gian Teseo Casoppero, il quale lo esortava a non abbandonare gli studi. Pare, comunque, che Luigi abbia insegnato medicina a Verona e a Perugia e che, a un certo punto della sua vita, si sia trasferito con Antonio a Roma dove frequentò l'Accademia "Notti Vaticane" (sodalizio di studiosi fondato dal cardinale di origine calabrese Guglielmo Sirleto e dal cardinale Carlo Borromeo). La commissione pontificia (di cui fece parte anche il fratello), istituita da Gregorio XIII per vagliare le varie proposte di riforma del calendario, prese in grande considerazione gli studi di Lilio, ritenendoli i più soddisfacenti alle necessità della revisione. Lo scienziato cirotano morì nel 1577, cinque anni prima della promulgazione della riforma. Di lui resta un piccolo opuscolo di 24 pagine ("Compendium novae rationis restituendi kalendarium") fatto stampare a Roma dalla commissione nell'anno della sua morte.
San Nicodemo
Il santo nacque il 12 maggio del 900. Giovane, lasciò la casa di via Casoppero per indossare il saio dei Basiliani pare nel monastero locale di San Nicola in Salica. Presto decise di partire, per vivere da eremita sulle montagne di Mammola dove morì i125 marzo del 990. Questo Comune ha donato a Cirò una targa per ricordare il primo millennio della morte del santo (9901990).
Giovan Francesco Pugliese
Storico, nacque nel 1789. Scrisse "Descrizione ed istorica narrazione dell'origine e vicende politico-economiche di Cirò".
Tutti gli studiosi che hanno effettuato pubblicazioni sui fatti economici della Calabria nordorientale dell'Ottocento, hanno fatto e continuano a fare riferimento a questi due volumi. Morì nel 1855.
Francesco Sabatini
Nacque il 22 febbraio 1888. Durante la Prima guerra mondiale conquistò sul campo tre medaglie di bronzo al valore militare. Fu una delle maggiori personalità cirotane del suo tempo, sia per la personale conoscenza dei problemi dell'agricoltura meridionale, sia per il contributo dato alla vita politica di Cirò durante il fascismo (fu podestà dal 1935 a11944). Morì i121 febbraio 1965.
Domenico Siciliani
Nacque nel 1880. Frequentò l'Accademia militare di Modena e la Scuola superiore di guerra a Torino. Si distinse durante la prima guerra mondiale conquistando una medaglia di bronzo al valore militare. Promosso colonnello a 37 anni, fu destinato al comando supremo del Regio Esercito. Nominato capo dell'Ufficio stampa e propaganda, redasse il 4 novembre 1918 lo storico "bollettino della vittoria" firmato da Armando Diaz. Finita la guerra, fu addetto militare a Rio de Janeiro (1924) e governatore della Cirenaica (1929-31). Prese parte alla guerra d'Etiopia e nel 1936 comandò il Corpo d'Armata di Roma. Morì nel 1938.
Luigi Siciliani
Scrittore e poeta, nacque nel 1881. Si laureò in Legge e in Lettere all'università di Roma. È stato sicuramente il maggiore intellettuale cirotano del XX secolo. A Milano fondò il settimanale "Il tricolore" e, insieme a un gruppo di amici, nel 1910, l'Associazione nazionalista. Ebbe un'importante produzione letteraria e poetica (era molto legato a Pascoli) e fece parte del governo nazionale anche nel primo gabinetto Mussolini. Fu sottosegretario di Stato alle Belle Arti (1922-23). Tra le sue opere: "Giovanni Francica" (romanzo a sfondo autobiografico edito nel 1910), "L'Altare del Fauno", pubblicato nel 1923,"Canti pagani e altre poesie classiche". Morì a Roma nel 1925.
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Cirò nella tradizione popolare
Le voci del passato, trasmesse da miti e favole, raccolte in tradizioni, fissate nel ricordo di leggende, di racconti e di storia. E’ fondamentale per le giovani generazioni la riscoperta di un passato di cui nulla sanno, un passato fatto di tradizioni, molto spesso tramandatesi oralmente. Modi di dire, di fare, di pensare da non perdere, modi di vita dei nostri avi, da valorizzare, da rispolverare per far affiorare l’importanza della memoria storica che diventa identità culturale di ogni popolo. Tutto ciò che noi siamo, il nostro benessere, la nostra opulenza è solo il frutto di una secolare fatica, sostenuta dai nostri padri, da non riporre in un cassetto chiuso a chiave. Quante volte ci è capitato di ascoltare dalle vive voci dei nostri nonni, antichi proverbi e simpatiche filastrocche, intessute di infinita saggezza. Tutti noi siamo stati certamente rapiti da leggende e storie, condite di bugie e verità, intrise di mistero, nelle quali aleggiava un magico alone, racconti di scrigni preziosi, di sotterranei “ripieni d’oro”. Le fantasie più sfrenate, i desideri più incontrollabili di gioielli, di fate, di maghi, di streghe, di principi azzurri, di misteriosi abitanti della natura o delle nostre case, presenze familiari che hanno attratto e accompagnato la nostra infanzia. Non permettiamo che si perda questo prezioso patrimonio culturale, ma portiamo quest’immensa ricchezza nel nostro presente.
" U Cummitu"
Nella tradizione popolare, era uso preparare in segno di devozione e ringraziamento, un pranzo, detto "U cummitu", in onore di San Giuseppe. La famiglia che aveva ricevuto qualche grazia particolare, invitava cinque persone povere: un vecchio (San Giuseppe), un altro (San Gioacchino), un giovinetto (Bambin Gesu') e due donne (la Vergine Maria e Sant'Anna).
Gli invitati al "commitu" venivano serviti a piedi nudi dai membri della famiglia che offriva il pranzo, preparato con piatti a base di cinque legumi, maccheroni casarecci, pesce, baccalà, broccoli, asparagi e fritture miste. Finito il banchetto e salutati gli invitati, che si titolavano di santi, ad ognuno di loro veniva offerto un pane fatto in casa, "u paniceddu e' San Giuseppe"; un pane a forma di bastone fiorito e l'ascia a San Giuseppe, a forma di colomba a San Gioacchino, a forma di croce al Bambinello, a forma di giglio alla Madonna ed a forma di stella a Sant'Anna.
Tutto ciò che rimaneva del pranzo veniva poi suddiviso tra gli invitati.
"I compari di San Giovanni"
Risale ai primi del '900 l'antica usanza di diventare compari e comari. Il 24 Giugno di ogni anno, seguendo un rito destinato a rafforzare i legami di amicizia e di parentela, si intrecciava, formando una croce, un'erba particolare chiamata pilè (pianta aromatica della famiglia delle lamiaceae). Il rito continuava con la recita di una preghiera propiziatoria ed in seguito a ciò, i due che avevano intrecciato l'erba, diventavano amici per la pelle e l'uno doveva portare all'altro rispetto, provvedere in caso di malattia, bisogno e povertà, per tutta la vita. Durante la stessa notte, era usanza da parte dei giovani, mettere sotto il cuscino dei fiori raccolti in questo giorno sacro, e pare che nel sogno si presentasse loro il futuro sposo o sposa.
Gli anziani raccontano che San Giovanni chiedeva al Signore di conoscere la data della sua festa, per provocare la fine del mondo proprio in quel giorno; ma Cristo per evitare sì immane catastro, in occasione del 24 giugno di ogni anno, lo faceva dormire per tutta la giornata.
“Il Carnevale”
A Ciro', per Carnevale, ogni famiglia costruiva un pupazzo di paglia, vestito con un abito da uomo e messo davanti alla porta, chiamato "u cannulevaru". Durante i tre giorni di festa, i pupazzi venivano portati in giro per le vie del paese, e in ogni casa si preparavano diverse pietanze: riso con polpette e salsiccia, pasta al forno, covatelli e tagliolini arricchiti con carne di maiale.L'ultimo giorno, "u cannulevaru" moriva, e le donne vestite da vedove ne piangevano la morte in ogni rione.
“La nobildonna”
Secondo un'antica leggenda, si narra nel paese che, nel castello collocato sotto il santuario di Madonna d'Itria, sia stata murata viva, da parte del marito, una bellissima nobildonna di nome Lusitania. Pare che, il nobile marito, giungesse a questa drastica decisione divorato da un'insana gelosia, la sua follia (secondo quanto si racconta) sarebbe stata tale che egli riteneva ogni uomo un potenziale amante della moglie. Questo insopportabile pensiero lo assillava giorno e notte, qualsiasi sguardo, qualsiasi parola della donna, era una freccia al suo cuore ferito. Cosa fare di meglio se non allontanare quella che lui riteneva una "traditrice" dagli occhi indiscreti di tutti, ma anche dai suoi, per ritrovare la pace e il sonno perduti? Solo murando viva la donna che lo aveva distrutto, avrebbe avuto la mente sgombra da cattivi pensieri; la decisione era ormai presa, bisognava solamente agire e così fece, murò la nobildonna lasciandola viva per non ritrovarsi sulla coscienza anche l'insopportabile peso di averla uccisa con le sue mani. Ancora oggi nel castello adibito a ristorante e chiamato per ricordare il fatto "Lusitania", è possibile vedere il muro dove pare sia stata sepolta viva la donna e dove pare che il suo fantasma si aggiri indisturbato nelle sale, mettendo paura agli ospiti.
"Il tesoro di Castedduzzu"
Un'altra storia tramandata dagli anziani del paese, è quella del tesoro di "Castedduzzu", un colle che si trova tra le località di Coppa e Santa Venere.
Qui, secondo la leggenda, si nasconderebbe un tesoro, ma c'e un problema, per impossessarsene, si deve sognare un defunto che dia tutte le informazioni necessarie per raggiungere il tesoro. Sarebbero molti coloro che hanno tentato di giungere “all'agognata e preziosa meta”, ma nessuno è mai riuscito a raggiungere il colle. Forse una sola persona sarebbe riuscita ad arrivare ai piedi del colle, ma senza giungere in vetta.
L'altro ostacolo da superare è quello di riempirsi la bocca con dell'acqua prelevata, secondo le istruzioni ricevute in sogno, dall'antica fontana di "Leguno" e proseguire poi per Monte Sanguigno, meglio conosciuto come "Simafuru" (semaforo), poi scendere per Coppa fino ad arrivare al colle Castelluzzu. Come però raccomandano gli anziani del posto, pena la non riuscita dell'impresa, oltre a conservare in bocca, senza ingoiarla, l'acqua, nel cammino, non ci si deve mai voltare indietro, nè dimostrare di avere paura, ma andare avanti tranquilli lungo la mulattiera.
"Le sette stanze d'oro e la gallina"
Secondo quanto si racconta, anche il colle di Madonna d'Itria celerebbe un "tesoro"; nella tradizione popolare si parla addirittura di sette stanze d'oro. Alcune persone, avendo ricevuto istruzioni in sogno, pare abbiano cercato di raggiungere il tesoro, sembra che solo una sia riuscita ad entrare in una prima stanza, ma non avendo osservato le regole imposte dallo spirito guida, vide svanire sotto i suoi stessi occhi l'immensa fortuna; rimase solo un grosso anello che la famiglia, secondo i racconti degli anziani, conserverebbe ancora, tramandandosi di generazione in generazione.
Altra interessante leggenda, è quella della Madonna della Catena; si narra che, una donna inseguendo una chioccia con pulcini, scappata di casa, e percorrendo un bel tratto di corsa, si introdusse senza farci caso, in una caverna; all’improvviso dinanzi ai suoi occhi si presentò uno spettacolo inimmaginabile, vide infatti che la gallina inseguita insieme ai suoipulcini, in quelle stanze sotterranee delle quali la donna ignorava l'esistenza, era diventata tutta d'oro. Non si conosce l'epilogo della "vicenda", ci si augura che questa storia insieme alle numerose leggende che aleggiano nella zona, tramandateci oralmente dagli anziani, non vadano perdute, ma conservino sempre il fascino del mistero e continuino a vivere nella memoria del paese.
Mestieri antichi, valori eterni
Sopravvivono ancora oggi a Cirò antichi mestieri, come u’sportaru, con le sue belle ceste e panieri di pregiata fattura, a volte vere e proprie opere d’arte; modi di lavorare e di vivere in un contesto a misura d’uomo, magari canticchiando (come faceva u’cantaturi) una serenata d’amore alla propria bella.
U carcararu
Estraeva la calce dalle pietre calcaree che raccoglieva nelle zone di Cirò denominate Coppa e Currialu. Dopo aver raccolto tali pietre, scavava delle buche nel terreno, accendendovi all’interno il fuoco, sulla sommità sistemava poi una griglia, sulla quale adagiava le pietre che con il calore si scioglievano.
U caminaru
Tutte le case del centro storico sono fatte con i cosiddetti “quatretti”, mattoni e tegole in creta, con forma quadrata, costruiti appunto dai caminari
U mastaio (Sellaio)
Lavorava il cuoio di vitello e di maiale con il quale ricopriva il telaio fatto di legno di castagno, d’arancio o di querce, per poi arrivare alla creazione di queste bellissime opere, fatte interamente a mano, autentici gioielli che, ancora oggi, gli amanti dell’equitazione custodiscono gelosamente come reliquie.
I corarari
Maestri che lavoravano lo stagno. Tra i tanti oggetti fatti da questi abili personaggi, a volte realizzati in vere e proprie botteghe, a volte di ruga in ruga, molto utile era “u cuccumu”, una grossa pentola che i pastori utilizzavano per la lavorazione del latte.
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"U Paisu Meju"
U paisu meju é propriu beddu
tena puru u casteddu.
U nnètantu rannu
ma è tantu vecchjareddu.
E' nu paiseddu
ca sta subba nu timpareddu,
ci suni irti e pennini
e ru maru è vicinu vicinu.
Menza a jazza,
c'è ra statua e San Franciscu
ccu na bedda funtanina.
Ci sunu stati omini conosciuti,
poeti e letterati
e Santu Nicudemu a Cirò c'è natu.
Assettati a ru sulu i vecchjareddi
si cuntini i fattareddi.
Ci sunu tanti vigni e tanti olivi
e quann'è ru tempu, tutti i vanni a coghjri.
U numu soiu è Cirò,
ulli fa nenti ca u nné comu na città,
ie cca ci sugnu natu e u nnu voiu mai lassà.
Modi di dire e proverbi
Ara mala vicina a pitta cchju' chjna.
(Alla vicina cattiva dai sempre la cosa migliore)
Quannu chiova mmiiti e va, 'ca quanni scampa ti trovi dda.
(Quando piove inizia ad andare, così quando avrà finito di piovere ti troverai giàsul posto)
Cirò, Cirò, Cirò a sira ca' si, a matina ca' no.
(La gente di Cirò, quello che promette la sera non mantiene la mattina)
Cirotani scorcia cani, mpila pirucchi e sona campani.
(Cirotani scuoia cani, infila pidocchi e suona campane)
Sa cchju'upacciu nta casa suja, cu sapiu in casa e lati.
(Sa più il pazzo in casa sua che il sapiente in casa d'altri)
E luntanu ti vasi i mani e de vicinu ti tiri i stentini.
(Da lontano ti bacio le mani, da vicino ti strappo l'intestino)
A cammisa cu bbo' stari ccu tia pijala e strazzila.
(La camicia che non vuol stare addosso a te, prendila e strappala)
Chini simina spini scavuzu un po' jiri.
(Chi semina zizzania non può stare tranquillo)
E' luni e de marti ne si spusa e ne si parta.
(Di lunedì e di martedì non ci si sposa e non si parte)
Spagnati e' l'occhji e' no da jestinna.
(Preoccupati dell'invidia e non dell'anatema)
Jennaru siccu, massaru riccu.
(Se a gennaio non piove l'agricoltore fa un buon raccolto)
Acqua e mai, focu d'agustu.
(Pioggia in maggio, caldo in agosto)
Ppe' tuttu maggiu u'nne cacciari lanaggiu e si vo esseri cchju' sicuri quanni scinnini i metituri.
(Fino a maggio non vestirsi più leggeri, per essere più sicuri aspettare l'inizio della mietitura)
Quannu e' nuvulu da muntagna pijata a zappa e ba guadagni. Quanni i nuvoli suni da marina pia a pignata e ba cucina.
(Quando il maltempo vien dalla montagna prendi la zappa e vai a lavorare, quando il maltempo vien dal mare prendi la pentola e vai a cucinare)
Matrimoni e Viscuvatu du celu su destinati.
(Matrimonio e vocazione religiosa son decisi da Dio)
Lu scarparu, tric-trac, sempi povuru e mai riccu, ma la notti di Natali si fa riccu lu scarparu.
(Il calzolaio è sempre povero e mai ricco, ma la notte di Natale anche lui diventa ricco)
Si tu si' ranu ebbona simenta, je sugnu terra fattu a ru' stasciunu. Si alla finestra tua c'è l'orientu, aru barcunu miju c'è sulu e luna. Si tu si ricca e nun'ti manca nenti, a mia mi basta la sula perzuna.
(Se tu sei grano di buona semenza, io sono terra lavorata fine per essere seminata. Se alla finestra tua c'è l'oriente, al balcone mio c'è sole e luna. Se tu sei ricca e non ti manca niente, a me basta la sola persona)
Malu u ffari paura unnaviri.
(Male non fare, paura non avere)
Santu Catavuru va ara guerra, ccu fucili e rivaltelli e ccu nu filu e maccarruni ar 'a mmazzati nu battagliuni.
(San Cataldo andò in guerra con fucili e rivoltelle e con un filo di maccheroni ha distrutto un battaglione)
San Nicola meju prima guardi chira e jnta e ppo chiri e fora.
(San Nicola, prega prima per noi e poi per gli altri)
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La struttura dell'attuale centro antico è stata in buona parte disegnata agli inizi del Cinquecento per opera dei feudatari Carafa, i quali costruirono una cinta muraria con quattro porte: Mavilia, Scezzari, Cacovia, Falcone. Quella principale era la porta Mavilia, che si trovava all'inizio dell'attuale corso Lilio (oggi rimane un frammento dell'arco demolito). La seconda è detta Scezzari perché vi si sarebbe svolto uno scontro, in epoca non precisata, con soldati svizzeri (si trova in via Casoppero). La terza detta Cacovia si trova nel rione Valle, mentre l'ultima, la porta Falcone, di cui non rimane traccia, sorgeva nella parte bassa del paese, dove abitava la comunità ebraica. L'abitato (sulla cresta di un colle) si estende dal rione Portello (il più antico di Cirò) al rione Cannone; corso Lilio lo attraversa tutto. Sulla piazza principale si affaccia il castello Carafa e la chiesa matrice diS. Maria de Plateis.
LE PORTE DI CIRO’
Lungo la cinta muraria che circondava l'antico abitato di Cirò, si aprivano quattro porte: porta Mavilia, porta Scezzari, porta Cacovìa e porta Falcone. Della prima, principale porta d'accesso al paese, rimangono frammenti dell'arco demolito; essa sorgeva ove ha inizio l'attuale corso Lilio. Lungo via Casoppero, di fronte palazzo Teti, si erge la seconda porta, che prende il nome dai soldati svizzeri detti volgarmente "Scezzari", i quali dopo aver cinto d'assedio il paese per lungo tempo, alla fine vi irruppero. Situata nel rione Valle è la porta Cacovìa, che prende il nome dalla stretta e malagevole strada che bisognava percorrere per giungervi. Della quarta porta, quella di Falcone, che sorgeva nella parte più bassa del paese, un tempo abitata dagli Ebrei, purtroppo non rimane alcuna traccia, essendo stata completamente demolita. Le porte, nei secoli bui, venivano vigilate giorno e notte dai soldati che le sbarravano nei momenti di pericolo, anche se spesso i nemici riuscivano comunque ad irrompere nel paese ed a saccheggiarlo.
CHIESA DI S. MARIA DE PLATEIS (Matrice)
È nel cuore del centro storico. Secondo una tradizione non verificata, sul luogo in cui sorge era stata edificata (tra il XIII e il XIV secolo) una chiesa assai più piccola per opera degli abitanti fuggiti dalla Marina a causa delle incursioni saracene. Si crede che l'edificio in origine fosse dedicato a Santo Stefano.Nel corso dei secoli ha subìto numerosi rifacimenti (anche in seguito ai terremoti). La costruzione attuale fu iniziata per opera di Ferdinando II di Borbone e terminata il 9 aprile 1843. La facciata principale è imponente. Elemento visivamente dominante sono senz'altro le quattro finte colonne su alto basamento che delimitano l'ingresso raggiungibile da una piccola scala. In alto il timpano con cornice scanalata. A sinistra il campanile cuspidato a pianta quadrata, su tre livelli, con orologio.L'interno, a tre navate, ha un transetto sormontato da una grande cupola affiancata, a destra e a sinistra, da altre due cupolette. Insieme formano una croce. Bello il soffitto a finti cassettoni di colore azzurro intenso. Un arco trionfale, sovrastato dall'antico stemma di Cirò, precede l'altare maggiore in marmo policromo che è: arricchito da puttini in marmo bianco. Sul davanti si nota un'elegante lastra marmorea con disegni floreali chiari su fondo scuro.Si segnalano, inoltre, due cappelle: quella del Sacramento alla fine della navata sinistra, interamente rivestita con marmi e mosaici (fu edificata nel 1968, su progetto del professore Ugo Mazzei, a devozione dalla famiglia Conci); la cappella di Santo Stefano lungo la navata destra, caratterizzata da un altare in marmo policromo in cui è racchiuso un dipinto del martirio di Santo Stefano, opera di scuola napoletana probabilmente attribuibile al pittore Basile (il pavimento è in cotto tipo "francescano").
CHIESA DELLA MADONNA DEL CARMINE
Piccola cappella di semplice architettura priva di elementi di rilievo. Sul tetto svetta un campanile a vela con una campana. Il portale è rettangolare ed è preceduto da pochi gradini. L'interno mononavato presenta un soffitto rivestito da tavole in legno affrescato. L'altare maggiore a muro racchiude un dipinto raffigurante la Vergine con il Bambino e con a lato San Francesco.
CHIESA DI S. GIOVANNI BATTISTA
Era un delle quattro parrocchie del paese (se ne ha notizia nel XVII secolo). L'edificio si trova in via Casoppero e vi si accede mediante una scalinata. Il portale è rettangolare. La facciata è caratterizzata da un timpano aggettante che sembra retto da due paraste con capitello. In alto un corpo rialzato decorato con una finta balaustra. A destra svetta il campanile cuspidato a pianta quadrata. L'interno trinavato è scandito da archi. Sul soffitto della navata centrale campeggia un affresco di recente fattura raffigurante il battesimo di San Giovanni Battista. L'altare maggiore in marmo policromo presenta al centro, custodita in una nicchia, una statua del santo titolare.
CHIESA DI SAN CATALDO
A pochi passi da uno degli antichi ingressi alla città, porta Mavilia, sorge questa chiesa a una sola navata. Essa è dedicata a un monaco di origine irlandese, Cataldo appunto, che divenne vescovo di Taranto. La datazione del manufatto religioso è incerta. La facciata presenta un portale rettangolare sormontato da una monofora circolare. L'interno mononavato custodisce l'altare a muro in marmo policromo con al centro il busto del santo titolare. L'altare è preceduto dalla mensa eucaristica. Lungo la parete destra dell'aula liturgica è visibile un crocifisso ligneo, mentre su quella sinistra è collocato un piccolo altare privo di ornamenti.
CHIESA DELLA MADONNA DELLE GRAZIE
È situata alla periferia di Cirò. Era nota anche come S. Maria del Casale e fu in parte ristrutturata intorno al 1730 per opera di Filippo Falco, un agente dei principi di Tarsia. Il Falco fece venire da Venezia il quadro che si trova sull'altare maggiore e che rappresenta Santa Maria delle Grazie. L'esterno, con copertura a capanna, è semplice. L'interno è a due navate, la laterale è dedicata al Sacro Cuore di Gesù.
CHIESA DEL PURGATORIO
Si trova fuori dal centro storico, nel rione Valle. Edificata e aperta al culto alla fine del XVII secolo, è una modesta costruzione a due navate in cui un tempo si celebravano i riti religiosi per i contadini che si recavano al lavoro.
CHIESA DI SANTA MENNA
Sita nel medesimo rione Valle, fu aperta al culto nel 1724. La facciata ha una linea sobria. Sul tetto a capanna si alza una cupola orientaleggiante, che contiene la cella campanaria. L'altare maggiore è in marmo policromo ed è sovrastato da un imponente fastigio in muratura con colonne monoblocco terminanti con capitello. A1 centro una nicchia ospita la statua di Santa Menna. Diverse le statue custodite al suo interno tra le quali: Santa Rita, il Sacro cuore di Gesù, la Madonna del Carmelo e un Cristo ligneo.
CHIESETTA DI SAN LORENZO
È situata a pochi passi dalla porta Cacovia. La facciata è abbellita da un portale rettangolare in muratura con in alto una monofora circolare. Ai lati si notano due sagome di angeli.
CHIESA DI SAN GIUSEPPE
È poco più di una cappella questa chiesa di modesta architettura che si trova nel rione Valle. Vi si accede per mezzo di un portale ad arco. In alto è collocato il campanile a vela. L'aula liturgica con soffitto a capriate lignee è abbellita da un altare a muro in marmo policromo con al centro il busto del santo. Lungo le pareti sono visibili medaglioni dipinti raffiguranti immagini sacre.
CHIESETTA DELLA CATENA (o Santa Maria della Mercede)
Sulla Provinciale Cirò-Crucoli si trova questa piccola struttura a capanna, con celletta campanaria rialzata, in cui si credeva fosse nascosto un tesoro. I cirotani ancora raccontano un episodio curioso "legato' a questa leggenda. Nei primi anni del '900 pare sia arrivata in paese una vecchia, cieca e dotata di poteri magici, che trovò ospitalità presso la casa del prete. La donna riuscì a convincere il religioso dell'esistenza del tesoro ed un giorno, all'alba, si recarono insieme in chiesa per cercarlo. La ricerca, tuttavia, non ebbe buon esito ed il prete si attirò la derisione di tutta la popolazione e venne sollevato dall'incarico. La Madonna della Catena, a cui è intitolata la cappella, era invocata dai familiari dei prigionieri in mano turca.
CHIESA DI S. NICODEMO (casa natale del Santo)
In via Casoppero c'è la casa natale di S. Nicodemo. È un edificio modesto, composto da un unico ambiente che contiene al centro un altare a muro in marmo policromo sormontato dalla statua del santo. Pare che al suo interno, dove tra l'altro sono custodite le reliquie, siano ancora visibili le impronte della mano di Nicodemo giovinetto. Sul portale rettangolare c'è una targa ricordo.
CHIESA DELLA MADONNA DI POMPEI
Piccola chiesa in località S. Elia. L'edificio sacro non presenta elementi architettonici di rilievo. Ha una struttura a capanna con una croce in ferro sovrastante.
Vicinissimi a questa struttura ci sono i ruderi di un'antica chiesetta di Sant'Elia dove un tempo, secondo il racconto, si recavano in processione le ragazze vergini per chiedere la pioggia durante i periodi di siccità. Le giovani arrivavano con la bocca piena d'acqua che poi versavano ai piedi della chiesa recitando una preghiera: «Facci grazzi Sant'Elia, comi jiè fazzu vagnari a ttia, tu fa vagnari a mmia» (Facci la grazia Sant'Elia, come io ti bagno, tu bagna me).
I conventi
La cittadina, agli inizi del Settecento, ospitava quattro ordini religiosi regolari. Il seicentesco convento dei Cappuccini è all'ingresso del paese, inglobato nel cimitero (per esigenze di allargamento degli spazi cimiteriali non ne rimane quasi più niente); il convento dei Riformati si trovava (fin dal 1613) in località Cappella (anche di questa struttura rimangono scarsi ruderi); il convento dei Minori Conventuali di S. Francesco d'Assisi, di cui non resta alcuna traccia, sorgeva tra l'attuale cimitero e la località Donna Pipa (istituito sin dalla seconda metà del Trecento, era il più antico); il convento dei Minimi di San Francesco di Paola, l'unica struttura sopravvissuta, è attualmente di proprietà della famiglia Siciliani.
IL CASTELLO CARAFA
La città si avvolge attorno a un manufatto militare, il castello dei Carafa (oggi di proprietà privata), che ne condiziona l'assetto abitativo. Fu quasi certamente fatto costruire dai suddetti feudatari, spinti sia da esigenze di difesa verso assalti nemici, sia dalla volontà di controllare gli abitanti della cittadina. Il castello ha una forma trapezoidale, i cui vertici sono occupati da quattro torri circolari, ed è diviso in tre parti: i sotterranei, che per l'alone leggendario che li circonda, hanno sempre suscitato curiosità; il piano magazzini con il lastricato del cortile in pietra locale (particolare la stella centrale a nove punte ripetute, in modo concentrico, all'interno di un cerchio); il piano superiore che comprendeva due appartamenti e altre stanze per la servitù.
( Castello Carafa )
PALAZZO ADORISIO
Edificio su tre livelli in via S. Giuseppe. Il portale con arco a tutto sesto è provvisto di lucernario.
PALAZZO QUATTROMANI
Si trova in piazza San Giovanni, per anni ha ospitato gli uffici della Pretura. Sulla facciata posteriore, che affaccia su vico San Cataldo, si nota un'ampia apertura a doppio arco con pilastro centrale.
PALAZZO SICILIANI
Costruito nel 1919 in via Marconi, oggi ospita il liceo scientifico "Ilio Adorisio". Particolare il portale d'ingresso a doppio arco con piccola rampa di scale e balconcino balaustrato sovrastante. Sulle finestre del piano superiore spiccano una serie di maschere in pietra. L'imponente edificio della seconda metà dell'800 ha la caratteristica di essere stato costruito sopra uno dei torrioni della cinta muraria del borgo. Nel 1950 fu venduto dal conte Umberto Siciliani alle famiglie Arcuri, Conci e De Franco.
PALAZZO SUSANNA
La costruzione si trova in via Lilio ed è caratterizzata da un portale ad arco con mascherone apotropaico alla chiave di volta e lucernario in ferro battuto finemente lavorato. In alto si apre un delizioso terrazzino.
PALAZZO TERRANOVA
L'edificio in via Casoppero fu abitato dalla famiglia Terranova, una delle più illustri del paese, che ne rimase in possesso fino al 1947. Degno di nota è l'imponente portale d'ingresso con piedritti modanati su cui poggia un arco a tutto sesto con decoro alla chiave di volta. Bello anche il lucernario a raggiera in ferro battuto.
PALAZZO TETI
L'antico edificio di via Pugliese pare sia stato abitato nel '700 dalla famiglia Mauro e nell'800 da quella dei Cristiani per poi passare, infine, nelle proprietà di Oreste Teti. Degno di nota il portale d'ingresso ad arco con cancello in ferro battuto.
PALAZZO VERGI (oggi Baffa)
Edificio in via Marconi. Costruito in pietra facciavista, si presenta su due livelli più un corpo rialzato. Il portale è arricchito da un portale ad archi concentrici. In alto un piccolo balcone con mensole in pietra e ringhiera in ferro battuto. Gli angoli sono evidenziati da pietre squadrate.
EX PALAZZO VESCOVILE
Questo edificio era utilizzato in passato come residenza estiva del vescovo di Umbriatico. Si caratterizza per un corpo avanzato nel quale si apre un arco poggiante su colonne modanate che introduce nella corte interna.
PALAZZO PIGNATARI
Si trova lungo via Casoppero ed è noto per il balcone "della Madonna delle Lacrime", così chiamato per via della presenza di un quadro della Vergine che pare abbia lacrimato. La loggia con angioletti e targa centrale è abbellita da colonne monolitiche dotate di semplici capitelli reggenti una copertura in muratura finemente decorata.
PALAZZO VITETTI
In piazza Bandiera. In passato appartenne al marchese Susanna che pare vi abbia ospitato re Ferdinando d'Aragona.
PALAZZO VITO
È molto particolare questo palazzo che ha ospitato in passato vari uffici comunali e scuole. L'ingresso, più basso rispetto all'assetto stradale, si raggiunge per mezzo di una scalinata che scende fino a una piccola corte esterna. Composto da corpi irregolari, ha un portale con arco a tutto sesto sovrastato da due finestre ad arco.
MONUMENTO AI CADUTI
È un monumento composito addossato alla facciata principale della chiesa madre. Circondato da una ringhiera in ferro battuto, è formato da una lapide in bronzo (inaugurata nel 1921) sulla quale sono incisi i nomi dei 96 cirotani caduti nella Prima guerra mondiale e da una lapide in marmo (inaugurata nel 1949) che riporta, invece, i nomi dei 41 soldati morti nella Seconda guerra mondiale e di un caduto della guerra d'Africa. Tra le due lapidi c'è lo stemma di Cirò e in alto una statua (ideata da Salvatore Ianni) che raffigura un soldato ferito.
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L’arte gastronomica del paese è basata su alimenti semplici e gustosi, ricchi di condimento. Questi cibi s’accompagnavano con vini pregiati prodotti localmente, gli stessi che oggi fanno di Cirò luogo rinomato in tutto il mondo per l'eccellente e pregiata qualità del vino D.O.C, apprezzato dovunque e prodotto con uve gaglioppo e greco bianco. Ma quest’angolo del Marchesato conserva ancora a tavola, nella memoria, il ricordo delle cruente incursioni saracene, chiamando “saraciniscu” l’anguria, frutto i cui semi furono introdotti per la prima volta in Calabria dai Saraceni, approdati sulle coste cirotane nel sec. XVI.
Baccalà con peperoni, gustoso piatto tradizionale che i contadini solevano portare in campagna, "a spisa", nel periodo della vendemmia. Ai due ingredienti principali - baccalà e peperoni - si aggiunge solo olio e sale, ed è subito pronto da mangiare.
Pipi e' filari, squisita ricetta che si prepara in questo modo: si fanno bollire i peperoni a parte, poi si mettono in padella insieme a code di cipolla e a metà cottura si aggiunge la salsa di pomodoro.
Sardi a' jotti, famoso e succulento modo di cucinare questo tipo di pesce, molto semplice da preparare, si fa friggere il tutto in olio, aceto, origano e pepe rosso piccante e si porta in tavola.
Sardi frischi cu pipu friscu, si mette in padella l'olio, poi il pesce, il sale, infine l'uovo; il risultato è una frittatona da mangiare con molto pane. Questo piatto è anche conosciuto come “catamascia ccu pipi frischi”.
Pollo ripieno, prendere un pollo intero e togliere completamente le ossa, aprire delicatamente e riempire con uova sode fatte a pezzi, caciocavallo, pepe nero, salvia, rosmarino, aglio tritato e sugo di pomodoro. Richiudere il pollo in modo meticoloso, cucendolo con ago e spago, e lasciare in forno per un'ora e mezza circa (in passato si cuoceva nel forno a legna).
Cannaruzzuni, particolare tipo di pasta molto usata nei matrimoni che si festeggiavano in casa, preparata in una teglia di lamiera alta tre centimetri con l'aggiunta di carne macinata, uova sode, sugo, pepe nero, peperoncino piccante, da infornare e mangiare.
Maccarruni a ferretti, pasta fresca preparata in casa con farina e acqua, aiutandosi con un ferro da maglia per srotolare e allungare meglio il composto. Da condire con abbondante ragù di carne di maiale.
Pasta ccu sardi, è un primo molto gustoso, mentre cuociono gli spaghetti, si fa friggere in una padella con olio d'oliva e aglio schiacciato, il pesce privato precedentemente della lisca, si fa abbrustolire a parte mollica di pane raffermo; sugli spaghetti scolati si aggiunge l'olio con le sarde e l'aglio, la mollica, un pizzico di pepe rosso, si mescola tutto velocemente ed è pronto.
Pasta cavulujuri e mullica i pani, pasta, cavolfiori e mollica di pane. E' un piatto semplice e povero. Veniva preparato dai contadini con gli ingredienti che si trovavano in casa, a portata di mano. E’ ancor oggi diffuso in tutta la zona e si prepara in questo modo: si lessano i cavolfiori, si scolano e si tagliano a pezzetti. A parte si prepara la salsa facendo imbiondire l'aglio nell'olio; si aggiungono poi i cavolfiori, il peperoncino e la mollica di pane. Si lascia insaporire il tutto per pochi minuti e si condiscono gli spaghetti precedentemente lessati.
Zuppa i ciciri e scarola, zuppa di ceci con scarola; è una delle minestre più diffuse nelle nostre campagne. Si prepara soprattutto in inverno, utilizzando la tradizionale pignata di terracotta cuocendo i ceci con acqua e sale a fuoco lento (dopo averli messi a mollo per 12 ore). In un altro recipiente si prepara un soffritto con olio, guanciale battuto finemente, aglio schiacciato e peperoncino, si fa rosolare e si aggiunge la scarola lavata e spezzettata. Si copre il tutto con acqua bollente, quando è cotta si unisce il pane raffermo a pezzetti e si versa nel recipiente con i ceci. Si lascia insaporire il tutto e si serve aggiungendo un filo d'olio crudo.
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