12 Agosto
Sagra dei peperoni, del peperoncino e dei prodotti tipici


14 Agosto
Gara dei Ciucci
Una sorta di palio di Siena ma al posto dei cavalli i ciucci

Luglio/Settembre
Fiera "città di Castelsilano", "Cinema sotto le stelle"


2a domenica d\'Agosto
Madonna della Campagna (protettrice)
Messa, processione, fiaccolata e fuochi d\'artificio

6 Novembre
San Leonardo Abate (patrono)
Messa, processione, serata musicale in piazza e fuochi d\'artificio

24 Dicembre
La Focarà
I giovani dopo aver raccolto una grande quantità di legna, nei vari rioni accendono i falò. Dopo mezzanotte si balla e si canta intorno al fuoco fino al mattino


Castelsilano


Castelsilano


LO STEMMA
Semipartito troncato: nel primo, d’oro, all’acquila bicipite, di nero; nel secondo, di rosso alla ruota di otto raggi d’oro; nel terzo di azzuro mattonato di nero, le due torri merlate alla guelfa ognuna di tre, il fastigio privo di merli, finestrato di nero con due finestrelle tonde nelle torri, chiuso dello stesso, fondato sulla pianura diminuita di verde, sormontato dalla stella di otto raggi, d’oro. Sotto lo scudo, su lista bifida e svolazzante d’oro, il motto, in lettere maiuscole di nero, “Silvae in latere”.

IL GONFALONE
Drappo di giallo con la bordatura di verde, riccamente ornato di ricami d’argento e caricato dello stemma con l’iscrizione centrata in argento recante la denominazione del Comune. Le parti di metallo e i cordoni sono argentati. Cravatta con nastri ricolorati dai colori nazionali frangiati d’argento



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STORIA

Castelsilano chiamato originariamente Castrum Casini, e successivamente Casino, poiché sul borgo si ergeva un castello fatto costruire nel 1685 da Scipione Rota, principe di Acherentia, attrattovi dalla salubrità del clima e dall’amenità del luogo. Attorno al castello del Principe, vennero edificati casolari per ospitare contadini e pastori al suo servizio.
La data di nascita ufficiale del paese risale agli inizi del 1700, anche se come detto già negli ultimi anni del 1600 vi era stato edificato il castello con alcuni casolari.
Casino fù casale dell’antica Acherenthia (Cerenzia vecchia), infatti il bollo di bronzo che si conserva nel Municipio di Cerenzia indica testualmente: “Città di Acherenthia col suo casale di Casino”.
In seguito sotto il dominio dei borboni del Regno di Napoli, Casino venne considerata una Università del governo di San Giovanni in Fiore, e con decreto del 4 Maggio 1811, istitutivo dei comuni, Casino venne staccato definitivamente da Cerenzia ed innalzato al grado di Comune.

Il Decreto, con il quale si istituiva Casino (Castelsilano) a Comune, risale al 14 agosto 1811, firmato da Gioacchino Murat. In seguito, nel 1816, Casino venne trasferito dalla provincia di Cosenza in quella di Catanzaro. Il 20 marzo 1950 con decreto del Presidente della Repubblica, il nome di Casino venne tramutato in Castelsilano.
Le origini di Castelsilano sono recenti. Nella seconda metà del XVII secolo, per volere della dinastia feudale dei Rota, futuri principi di Cerenzia e signori di quelle terre, venne costruito, nel sito dove oggi si trova il centro abitato, un castello da adibire a casino di montagna per le loro lunghe battute di caccia.Attratti dalla salubrità del clima e dall’amenità del luogo, i feudatari permisero in seguito la costruzione, intorno al maniero, di alcuni casolari (le abitazioni dei contadini e dei pastori al loro servizio).
Da qui ebbe origine il borgo di Castrum Casini, successivamente chiamato Casino.
Secondo alcune fonti, tra le quali il Valente, il feudatario responsabile della costruzione di tale borgo sarebbe tale Scipione Rota, ma il suo nome non compare nella ricostruzione della successione feudale di Cerenzia proposta dal Pellicano Castagna. Fu casale di Cerenzia (come si legge in un bollo bronzeo conservato nel comune di Cerenzia) e ne seguì le vicende feudali fino al 1806.
Per il nuovo ordinamento amministrativo introdotto dai Francesi, in data 19 gennaio 1807 Casino diventò università del governo di San Giovanni in Fiore. Nove anni più tardi, con l’istituzione delle Provincie di Catanzaro e Reggio Calabria, Casino fu annessola territorio catanzarese e compreso nel circondario di Umbriatico. Con un decreto del presidente della Repubblica Luigi Einaudi, il 20 marzo 1950 il piccolo centro assunse il nome di Castelsilano e nel 1992 fu trasferito nella provincia di Crotone

Personaggi

Il brigante galantuomo “malucore” o “bonucore”
Lo chiamavano “Malucore” i ricchi ed i notabili del nostro paese, mentre i poveri contadini, “i tamarri” lo chiamavano “bonucore”, perché il brigante li aiutava e li difendeva dai soprusi dei padroni.
E molto spesso i padroni, i signorotti pagavano amaramente le loro malefatte ai danni della povera gente! Una volta, un ricco possidente di Castelsilano, proprietario di una grossa mandria di pecore e di vacche, scontò amaramente i soprusi contro la povera gente. I vaccari ed i pecorai che servivano i possidenti, erano costretti a dormire negli affumicati pagliai (capanne di frasche a forma di cono) sopra un pagliericcio (un sacco di paglia), avendo come unico vantaggio, quello di scaldarsi i piedi accanto al fuoco; tuttavia, durante la transumanza i poveri vaccari e pecorai erano sottoposti a indicibili fatiche. Due o tre volte l’anno, essi potevano fare ritorno alle loro misere case per portare in famiglia “l’annata” (poche lire, qualche pezzo di formaggio, della lana, alcune ricotte e del grano). Solo in quell’occasione potevano fare all’amore con la propria donna, che provvedeva per quella occasione, a mettere “u spruvieri”, un apparato di lana, appeso al soffitto, che, oltre a riparare dal freddo, aveva come scopo principale quello di nascondere il letto dallo sguardo dei figli, dal momento che la famiglia possedeva un solo vano, di solito un seminterrato “catuoju”. Si racconta che, una sera d’ottobre, un anziano vaccaro, ritornò al pagliaio infreddolito e febbricitante, e accostandosi al focolare con il suo pagliericcio, vi si buttò sopra, coprendosi con un vecchio mantello; durante la notte la febbre aumentò e comparvero dolori atroci. Allo spuntare dell’alba, l’anziano vaccaro, stremato dalle forze, pregò il capo mandria “caporale” di dispensarlo dal lavoro. Il caporale, per tutta risposta, rifiutò la richiesta del vaccaro, mandandolo al pascolo. Durante il giorno la febbre continuò a divorarlo, tanto da non riuscire a mangiare il tozzo di pane di segale che aveva portato con sé. Anticipando il ritorno al pagliaio, attirò contro di sé le ire del caporale, che, appena lo vede arrivare, gli tirò alcune sferzate con la cinghia di cuoio, la cui fibbia di ferro gli ferì l’orecchio. Il povero vaccaro, accasciatosi al suolo, con il volto tra le mani cercò di fermare l’emorragia, piangendo dal dolore.

La febbre continuò a tormentare il povero uomo per tutta la notte; il mattino seguente, il caporale, vista la sua incapacità di condurre la mandria al pascolo, afferratolo per un braccio, lo mandò via. Intrapreso un sentiero sconosciuto, il vaccaro si trascinò il più lontano possibile da quel luogo e venne trovato a sera tarda dalla banda del brigante “bonucore”, il quale lo ospitò nella sua grotta, facendolo riposare, nonostante tutto la febbre aumentò ed egli dopo due giorni morì.
Il brigante “bonocore” , pieno di rabbia e di compassione, il giorno successivo si recò con la sua banda dal caporale, il quale era intento alla lavorazione del formaggio, e il recipiente del latte “caccavu” era ancora caldo. Il caporale, appena vide “malucore”, tutto premuroso gli offrì del formaggio, ma il brigante con tono serioso si rivolse a questi chiedendo del povero vaccaro ammalato, con chiara aria di sfida. Il caporale rispose che era partito per Casino, ma il brigante gli disse che non aveva detto la verità perché lui stesso lo aveva trovato morente. Il caporale negò tutto, ma il brigante propose di ascoltare lo sguattero Luiciuzzu, infatti un vecchio proverbio recita: “Si vò sapire e cose d’ù pagliaru, addimmanna ‘ù quatraru”. Lo sguattero, davanti al caporale confermò tutto e fu rassicurato dalla protezione del brigante, poiché d’ora in avanti non avrebbe più subito le angherie del caporale. Il caporale, che aveva ormai capito le intenzioni del brigante, cominciò a tremare, e rivolgendosi al brigante lo implorò di risparmiargli la vita. Ma le sue implorazioni servirono a poco; l’indomani il caporale venne trovato nel recipiente “caccavu” morto stecchito. L’azione punitiva del brigante non si fermò al caporale, poiché anche il padrone, alcuni giorni dopo, venne trovato con un occhio nero, la faccia gonfia e un braccio rotto, ma non fu ucciso perché al brigante serviva di più vivo. Dopo alcuni giorni, il padrone ricevette la visita del parroco del paese, il quale, gli chiese cinquemila ducati per la dote della figlia del vaccaro, e gli consigliò di assumere il fidanzato della ragazza al posto del defunto caporale.

Giuseppe Maria Ammirati
Nato il 12 maggio del 1842 "Peppe Maria" (era,conosciuto con questo nome) fu definito il bri¬gante-galantuomo. Si racconta, infatti, che nel 1894, mentre sorvegliava gli uliveti, incontrò alcuni uomini che lo accusarono di avere dato alle fiamme le immense colture di ulivi in loca¬lità Misudera. Peppe Maria si proclamò inno¬cente, ma quando due degli accusatori afferma¬rono di averlo visto con i propri occhi, lui sparò e li uccise. Dopo il delitto scappò rifugiandosi nei boschi della Sila ma, stanco, decise di costi¬tuirsi. Rimase in carcere per vent'anni e, una volta libero, il barone Barracco gli concesse un piccolo appezzamento di terreno al bivio di Castelsilano sul quale Peppe Maria costruì una baracca con "cozze" (resti di tavole di legno). Morì nel 1920.

Vincenzo Andali
Pittore, nacque nel 1827. Realizzò il quadro "La Sacra Famiglia" attualmente custodito nella chiesetta della Madonna della Campagna.

Giuseppe Cosentino
Maresciallo delle Fiamme Gialle. Nel 1959, mentre comandava il distaccamento di Sant'Anna di Valdieri, ebbe la medaglia di Cavaliere della Repubblica Federale Tedesca, conferitagli dal primo cancelliere Konrad Aderiauer, per avere salvato sei sottufficiali dell'aeronautica militare. Il 20 giugno del 1987 fu promosso sottotenente.

Giuseppe Dima
Medico, nacque nel 1901. Prestò servizio come ufficiale sanitario nei comuni di Caccuri, Casino e Cerenzia. In quest'ultimo paese, dove fu medico condotto fino al 1970, trascorse la mag¬gior parte della sua vita. Ha pubblicato diversi testi di medicina, tra cui uno studio sulla malaria. È stato insignito della medaglia d'oro "Opera Nazionale Maternità e Infanzia" per aver diretto uno dei consultori Onmi. Morì nel 1985.

Alfonso Maria Torquato Ferrari
Illustre storico, fu giornalista del "Giornale d'Italia". Fu tra gli intellettuali che, negli anni '50 del Novecento, proposero il cambio di nome del paese da Casino a Castelsilano. Nacque i110 settembre del 1897 e morì i124 aprile del 1980.

Ernesto Iaconis
Giornalista di fama internazionale. Morì a Roma negli anni Quaranta del Novecento.

Filippo Pugliano
Tenente, nacque 1'8 novembre del 1912. Durante la seconda guerra mondiale partecipò ai conflit¬ti in Africa. Nel 1939, infatti, partì prima per Addis Abeba e poi per Gimma, dove fu asse¬gnato alla direzione Affari Economici e Finanziari. Promosso segretario di governo, fu poi chiamato a coprire l'incarico di "residente di Gurafarda" (zona dell'Etiopia al confine con il Sudan). Dopo lo scoppio delle ostilità e la scon¬fitta delle truppe italiane, Pugliano marciò nella foresta per ventuno giorni raggiungendo, insie¬me a un battaglione coloniale, la città di Bonga (sede del commissariato del Caffa e Ghemira). Da qui si trasferi nuovamente a Gimma dove fu catturato dalle truppe inglesi e rinchiuso per cinque anni in un campo di concentramento in Kenya. Tre anni dopo fu liberato. Morì il 6 dicembre del 1946 mentre con altri cinqe compagni cercava di raggiungere i familiari. L’autocarro su cui si trovava, infatti, precipitò da un burrone all’altezza di Ponte Neto.

Francesco Scalise
Medico condotto del paese per oltre quarant’anni e ufficiale sanitario. Fu insignito del titolo di Grande Ufficiale della Repubblica. Nacque il 20 febbraio del 1925 e morì il 10 febbraio del 2003.

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TRADIZIONI


“U gigliu r’u Casino” - Il giglio di Casino

Durante gli anni della prima guerra mondiale 1915-18, una ragazza di Castelsilano si recò con la madre presso un piccolo uliveto di loro proprietà, per la raccolta delle ulive. Il padre si recò a mezzogiorno nel vicino fiume Lese, per riempire un orciuolo d’acqua, quando la ragazza, tutto ad un tratto, sparì in modo misterioso.
La mamma, disperata, attese invano fino a tarda sera, poi attraverso l’impervia “mulattiera” raggiunse il paese, quando era già notte avanzata. Le sue grida disperate attirarono anche l’attenzione del Sindaco e degli urbani che informarono immediatamente i carabinieri della vicina Caccuri. L’indomani, alle prime luci dell’alba, si recarono nella zona in cui era avvenuta la scomparsa, battendo in lungo ed in largo la zona; costeggiarono il fiume sottostante per lunghissimi tratti, senza alcun risultato, e così nei giorni successivi, senza riuscire ad ottenere nessun risultato. Intanto arrivò il fratello, avendo ottenuto una breve licenza, il quale informò subito la mamma ed i parenti, di uno strano sogno che aveva fatto nella notte seguente al giorno della scomparsa della sorella; infatti nel sogno, egli vedeva la sorellina con un giglio in mano che camminava speditamente in quella zona dove avvenne la scomparsa, mentre lui che le stava dietro, non poteva raggiungerla. Ad un certo punto, la sorellina si fermava a breve distanza da lui, deponendo il giglio per terra, dopodiché, scompariva come per incanto.

“ Tu ricordi il punto preciso ove tua sorella ha deposto il giglio?” gli domandarono ansiosamente i parenti. “ E perché no? ” - rispose il giovane - e continuò: “Ricordo precisamente anche il rovo vicinissimo al piccolo spiazzo, dove ha deposto il giglio ed anche una querciuola al lato destro ”. L’indomani, di buon’ora, la Forza Pubblica, parenti ed amici si recarono sul posto, trovando il giglio addirittura ancora fresco e bello come se fosse stato appena colto. Scavarono affannosamente, e, trovato il corpo della ragazza, lo portarono fuori dal fosso; ciò che destò stupore fra i presenti, fu che malgrado i tanti giorni trascorsi, il corpo della ragazza non si era decomposto.
Il giovane corpo della sfortunata ragazza venne trasportato a spalla fino alla sua casa. L’autopsìa rivelò lo stato di verginità della ragazza, che probabilmente, per difendere l’onore, avrebbe preferito la morte, resistendo fino allo spasimo, al supremo sacrificio, alla violenza.
Due giorni dopo le sacre esequie, il fratello sognò nuovamente la sorella che gli indicava un luogo molto lontano da quello ove era stato trovato il giovane corpo. Nello stesso sogno vide una capra che pascolava e saltellava indisturbata, mentre la sorella gli diceva:
“ segui la capra, ed il punto ove essa sparirà, ti indicherà il pagliaio che ospita i due malfattori; ritornando in paese racconta ogni cosa alle forze dell’ordine, ma non macchiarti di sangue”. Il giovane soldato eseguì in pieno le avvertenze della sorella e, pertanto, i carabinieri, arrestarono uno dei malviventi, mentre l’altro riuscì a scappare, buttandosi nel fiume sottostante dove venne inghiottito dalle acque.
Il giglio, segno di purezza, è, ovviamente, il titolo del racconto, ma ancor di più vuole essere l’emblema delle ragazze di Casino (Castelsilano), affinché tale giglio, sempre più fresco e bello, continui ad essere il simbolo di purezza delle nostre ragazze di oggi e di domani.

Alcune storielle paesane:

“Le corna”
Don Giuseppe Mauro, alias Zù Canonicu (così era noto in paese), era un anziano prete, basso ma intelligentissimo, colto, ed abbastanza scaltro. A quel tempo, erano gli anni venti, insegnava a Cerenzia. Un giorno, mentre si recava a scuola, un tale buttò volutamente dalla finestra due corna di caprone, che finirono a poca distanza da Zù Canonico, il quale alzando la testa verso quella finestra, disse a gran voce : “Chi si pettina ?!”

“L’ordine e Monsegnure”
Col soprannome di “Scigune” era comunemente conosciuto un prete di alta statura di Casino (Castelsilano), che svolgeva il ministero di Parroco nella vicina Cerenzia. Era noto che, frequentemente, facesse delle scappatelle a Casino, suo paese di origine. I suoi avversari informarono il Vescovo di Cariati, in questi termini: “Eccellenza Reverendissima, L’arciprete..., al secolo “Ronnu Scigune”, quasi ogni giorno si reca a Casino ove c’è una certa sua amicizia ..., proprio come l’ape verso il miele....” . Il Vescovo, scrivendo al prete fuggiasco una lettera, lo rimproverò, e gli ordinò di non recarsi a Casino, in nessun giorno della settimana.
Il prete, che aveva poca dimestichezza con il latino, pensò di andare dal suo collega don Giuseppe Mauro detto “Zù canonicu”, il quale letta l’epistola, riferì al collega: “mio caro collega, sua Eccellenza ti proibisce, pena sospensione a divinis, di recarti qui a Casino in nessun giorno della settimana”. A questo punto Ronnu Scigune prese a balbettare ed accentuò in modo smisurato il tic nervoso che gli faceva strizzare l’occhio.
Zù canonico lo invitò alla calma, facendogli servire una camomilla “arrummata” (con molto rum). E quando Ronnu Scigune potè parlare rispose:” ohi Canò, senza chi cunti cacchj e jetti botte: l’ordine e monsignure e biellu e scrittu illu parra de jurnu, io viegnu e notte......”.-(il Vescovo parla chiaro: io non verrò di giorno, ma verrò di notte!....).

“La Pasqua”
Un tempo, in occasione della Santa Pasqua, ogni ragazzo possedeva una “tiritocchita” o una “raganella”, prezioso strumento in legno per la Settimana Santa, battendo o girando il quale si provocavano rumori che annunciavano la festa e la messa, poiché per la morte di Gesù non si suonavano le campane. Le donne, in ogni casa ricca o povera, preparavano i dolci tipici, “u muccellatu”, le “cuzzupe”, i “cucùli”. “U cucùlu” era un gran biscotto con al centro un bell’uovo bollito, inserito nella pasta. Al momento della Risurrezione le campane di Castelsilano suonavano solennemente, mentre il capo famiglia batteva con un pezzo di legno su una latta e, facendo gran fracasso, gridava a squarciagola : “Fujiti, surici, r’à casa mia, ch’è benuta la pasqualia”. La madre copriva sotto l’ampio “mantisinu” i figli in segno di protezione divina.

“Folklore”



La “ fochera di Natale”
Con l’avvicinarsi del Santo Natale, i ragazzi dei vari rioni cominciano a raccogliere la legna, andando di notte a procurarsela per le strade, rubandola alle cataste ammucchiate fuori dalle case, in una sorta di gara a chi ne raccoglie di più. Questa legna è destinata alla “fochera”, falò che si usa far bruciare la notte di Natale nei vari rioni in onore di Gesù Bambino. Il giorno della Vigilia, i ragazzi, di buon’ora, portano la legna raccolta dai nascondigli nel luogo in cui sarà fatta la “fochera”, mentre i più grandi cercano legna più grossa, le “zomme”, per porla alla base del falò. La sera, verso le nove, il falò viene acceso e brucia per tutta la notte.











Le farse di Carnevale

Le farse di Carnevale possiedono un forte contenuto poetico e folkloristico. “Frassiari” si chiamano coloro che scrivono queste sceneggiate ricche di pungente satira e di doppi sensi. Di solito le “frassie” (farse), vengono cantate sui “mignani” (scale esterne alle case) al suono di chitarre battenti ed al cospetto di una moltitudine di spettatori. I “frassiari” sono accompagnati per le vie del paese dalle maschere, in groppa ad asini, adorni per l’occasione di “zagarelle” variopinte, ed il loro arrivo viene annunciato da suoni di corni di bue. E’ da ricordare uno strumento importante che accompagnava la chitarra battente durante le farse: “ ‘U zucu”, un pezzo di latta cilindrico coperto da una qualsiasi pelle di animale al cui centro veniva ben legata una cannuccia. Il suonatore, con la mano leggermente bagnata d’acqua, doveva sfregare la cannuccia con un movimento dall’alto al basso. Il suono che veniva fuori era simile ad alcuni suoni corporali.………, che tanto divertivano in quei giorni di festa.


Giochi:

I giochi di un tempo
C’era una volta .... C’era una volta un piccolo paese chiamato Casino, pieno di ragazzi che giocavano all’aperto anche quando nevicava; anzi quando nevicava giocavano felici a palle di neve. E allorquando le mani erano intirizzite dal freddo, vi soffiavano dentro, e raccogliendole a forma di palla, cercavano di riscaldarle con il loro alito.
I giochi preferiti erano: “ ’u juocu r’i buttuni”, “ ’u palu e la sguiglia”

“U juocu r’i buttuni”
I bottoni venivano ”parati” (posti) su un comune gradino di casa. Il ragazzo che riusciva a rovesciare i bottoni, soffiandovi sopra una sola volta (una soffiata per ogni bottone), aveva vinto e i bottoni rovesciati erano suoi. Così a molti ragazzi succedeva di tornare a casa senza i bottoni della giacchetta o della “vrachetta” (chiusura dei pantaloni), tenendosi i pantaloni con le mani.

“U palu e la sguiglia”
“A’ sguiglia” è un comune pezzettino di legno di circa venti centimetri di lunghezza, appuntito alle due estremità, in modo che, poggiandolo a terra e colpendolo con un bastoncino, si sollevi. La “sguiglia”, saltando in aria, deve essere colpita al volo con lo stesso bastoncino che l’ha fatta prima sollevare, affinché vada a finire il più lontano possibile. Il giocatore sta in un cerchio di circa tre metri di diametro, disegnato per terra; l’avversario raccatta la sguiglia e la rilancia verso il cerchio, mentre il primo giocatore cerca di respingere la sguiglia. Se il colpo non dovesse riuscire, la “sguiglia “ cade per terra, si perde la giocata e si invertono le parti. Se invece si riesce a colpirla, il vincitore ha diritto a battere di nuovo la sguiglia.

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LA LINGUA

Proverbi “casinisi"

“Quannu ù ciucciu parra lu latinu, ù giuriziu universale è vicinu”
(Quando l’asino parla il latino, il giudizio universale è vicino)

“Alberu chi te chiami salicùne, quannu mai allumunnu ha’ fattu bene!...”
(Albero che ti chiami salice, quando mai al mondo hai fatto bene!)

“Cicciu fatiga, e Pasquale..... mangia!”
(Ciccio lavora e Pasquale mangia!)

“Chine carari e s’alèvari , ù le passa ppe caruta”
(Chi cade e si alza non gli passa per caduta)

“Finu a S. Giuvanni un cangiare panni, e si vue stare sicuru, miegliu finu alla metitura”
Fino a S. Giovanni non cambiare l’abbigliamento e se vuoi stare sicuro meglio fino alla mietitura

“All’uortu litame, allu munnu furtuna”
All’orto letame, e al mondo fortuna

“Chine mora r’i fungi un c’è nessunu ch’ù ciangia”
(Nessuno piange colui che muore mangiando funghi)

“A vita è na rota”
(La vita è una ruota)

“Dio te guardi r’ù pezzente arricchisciutu”
(Dio ti guardi del povero arricchito)

“Quannu a gatta se lava la faccia, o chiova o jazza”
(Quando la gatta si lava la faccia o piove o nevica)

“Rissa lu surice alla nuce: ramme tiempu ca te... cupu!”
(Disse il topo alla noce: dammi tempo che ti scavo)

“A’ mala nova a porta lu vientu”
(La brutta notizia la porta il vento)

“Amaru u picculu chi va ntr’ù ranne!”
(Povero il piccolo che va nel grande)

“Casa ppe quantu ce stai e terra ppe quantu ne viri!”
(Casa per quanto ci stai e terra per quanto ne vedi)

“Mangia chillu chi vue e lassa a vucca a casu”
(Mangia quello che vuoi e lascia la bocca al formaggio)

“Jòcate i jurni, ma ncartate e carte...”
(Giocati i giorni, ma mescolati le carte)

“Mintate ccù gente megliu e tie e facce e spise”
(Mettiti con gente migliori di te, e fagli le spese)

“Tira cchjù nu “pièlu” all’iertu, ca nu carru a lu penninu!....”
(Attira di più un “pelo” in salita, che un carro in discesa)

“Fùja quantu vue ca ccà t’aspiettu”
(Corri quanto vuoi che qua ti aspetto)

Poesie
Queste poesie che riguardano Castelsilano sono state scritte da nostri paesani, costretti ad emigrare per il lavoro. Essi attraverso queste rime, esprimono il loro attaccamento al proprio paese di origine, sempre vivo nei loro cuori.

“L’aquila rru’ castiellu”
Aquila chi si nata ntr’ù Castiellu
e tu si nata ppè me dare pena!
T’hà fattu nu palazzu a la riàna:
ù riscignùolo a cantare ce vena!

Mmienzu a lu piettu tue c’è na funtana,
chi, estate e viernu l’acqua frisca tena:
cè vivu li malati e puru ‘i sani
e a li cecati, a vista le vena!

Aquila bella re chissu Castiellu,
chi vuli ‘ncielu e nun te fà pigliare:
i cacciaturi alla posta su misi:
virù la caccia e nun la puotù fare!....

Ci nne su misi principi e baruni,
figli re conti ccu rinari assai.
E mi cce misi io e, la cucciardella ,
ccu lu mio cantu la fici calare!......

Illa me risse: Chi te via accisu!.....
Chi ti l’ha datu ssu ruce cantare?!...
Mi l’ha datu lu Dio è ru Pararisu
pper’ammagare a tie , giuiuzza cara!

Da un anonimo Castelsilanese nei primi del secolo scorso(1800)


“Castelsilanu”

Ammasunatu ‘ntra stu cozzariellu,
‘nguacciu ‘à marina, ‘ntra sta bella Sila
si sempre caru a mmie, si tantu biellu,
‘nchjuvata è sempre ccà l’anima mia!

Me pari tu nu viecchiu ‘ntantaviglia,
chi cima a na rasella ‘e focularu,
sunnannu autri tiempi a maraviglia:
nu tiempu de ricuerdi tantu caru!

I munti de la Sila ppe curuna,
‘e jinorre d’’a Serra ppe bannera ,
si tantu biellu, pue, sutta la luna,
d’state si de perle na lumera!

E’ bella, tantu bella ‘a chiesa mia, Crapari, Ntinni , ‘a Colla e la Vianova,
‘u monumentu, ‘a chiazza, ‘a ruga mia,
e tuttu e, supratuttu, chilla scola.....

Cchiù biellu ancora ‘ntra la nive pari,
quannu a Natale i figli su bbenuti.
Na cuntentizza tieni senza guali,
diciannu ad illi, pue , Bonivenuti!.

Ed io na palluniata me facera,
‘ntra nive, ‘mpruscinannume e zumpannu.
‘Ntr’ i vrazza ‘e mamma, doppu, me scarfera,
propriu quannu guagliune; cumu tannu!

E si m’affacciu de la Fossarina
‘nguacciu me sta Savella tuttu quantu
a derra viju, bella ,la marina,
‘a manca c’è la Sila ch’è nu n’cantu!

Sutta ce sta lu campu, ‘a Marunnella,
cchjù sutta ancora ‘u Cuozzu ru Mulinu,
‘ntra na cullana ‘e pini a Chiesulella,
‘ntra due muntagne Lese è nu viulinu.....

E serpiannu la jumara sona,
ma l’acqua ch’è davanti un torna cchjù!
Luntanu arrumma e chiova, chiova, chiova:
L’acqua chi passa è cumu a giuventu!

Castelsilano, gennaio 1977 (T. Torchia)

“L’alberu e baggianu”

Ohi caggia, vecchia caggia ramagliuta,
ranne cumu na cerza seculara!
Si sempre tantu bella e tantu cara
re chi luntanu ‘e tie mò si n’è juta!

‘Mmienzu a due scale ccu dui mignanielli,
a lu rravente ‘ntra na crucivia,
n’ha vistu assulicchiare vecchiarielli!
N’hà ‘ntisu, tu, discursi sutta ‘e tie!

Ohi quantu figli hà vistu tu partire,
ccu na valigia o ccu na cascitella!....
Cuntientu, si l’hà vista ricuglire
sta figliulanza norra tantu bella!

E tu si sempre cca cù nu gigante,
sfidannu nive, tramuntana e vientu!
Re lu paise miu tu si l’amante
ppecchi tu ciangi o ridi a ssu stravientu!

(Teodoro Torchia)

“Castelsilano terrazza della provincia”

Solcando il cielo sopra la chiesetta,
una bella rondinella stamattina,
frecciosa con festose pirolette,
forte garriva con gioia divina.

Su questo colle dove l’arte impera
per l’ “Arca” maestosa, “a Madunnella”,
tra pini e fiori, di mattina o sera,
ora, col Crocifisso, ancor più bella!

Dalla Terrazza poi lo sguardo mio,
estasiato osserva l’orizzonte:
la Sila a sud: un quadro divino,
assetato il cuor mio, beve alla fonte!....

La Sila , bella, maestoso altare,
“Nido d’aquila” Savelli par che sia,
lo Jonio ad est, il risonante mare,
a valle suona il Lese melodie:

Suona la storia della terra antica:
Petelia, Acherenthia, Croton, Krimissa.
Dei nostri avi il fiume canta in lirica:
a volte piange chi nei pianti visse!.......
“Oh rondinella, simbolo d’amore,
che la Madonna vieni a salutare.
A me, all’umani porti gioia al cuore,
quanto, quanto con te vorrei parlare!

Domandarti vorrei, oh rondinella:
dalla Terrazza dove io t’imploro,
Castelsilano, un giorno ancor più bella
rinvigorir potrà fede e amore?!

Della Campagna la Madonna bella,
con lo sguardo e un sorriso, ha detto “si”
sulla Terrazza è ancor la rondinella,
sfrecciando il cielo, forte garre: “si”

Sospesa nella luce del mattino,
l’allodola pure ha il suo messaggio:
a picco sulla terrazza canta:”si”.
Saluta il sole i divini omaggi!
Torchia)

*Appellativo attribuitogli in quanto gode di un panorama incantevole dal quale è possibile vedere l’intera provincia.


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DA VISITARE


CHIESA DELLA MADONNA DELLA CAMPAGNA
Nel lontano 1928 la signora Spina Rosina Torchia trovò un’antichissima immagine della Madonna in una grotta in località “Zinnante”. Nel 1930 la signora Torchia, occupando un piccolo appezzamento di terreno comunale, in contrada “Fossa Arena”, oggi contrada “Madonnella” vi costruì dei muri a secco per recingere il terreno, e vi edificò una chiesetta nel 1952. In seguito venne costruita la strada che collega la chiesa con il resto del paese, nacque cosi la contrada “Madonnella” (Madonna della campagna), un’ oasi di verde , meta di pellegrinaggi soprattutto d’estate.
I festeggiamenti si svolgono la seconda domenica d’agosto di ogni anno ed avvengono in modo suggestivo. Nove giorni prima del giorno della festività, la statua della SS. Vergine della Campagna viene portata, notte tempo, dalla chiesetta, sua dimora abituale, alla Chiesa Madre dove rimane per la novena. Il giorno della festa solenne, la statua viene portata per le strade del paese, accompagnata, dalla banda musicale e da una lunga processione di fedeli, anche dei paesi viciniori e di Crotone. A tarda sera, la Vergine viene portata dalla Chiesa Madre alla sua chiesetta, accompagnata in processione da una marea di fedeli con una fiaccolata che crea un’atmosfera favolosa e pittoresca. I fuochi d’artificio concludono la festa mentre la banda musicale diverte i fedeli.



CHIESA MARIA SS. IMMACOLATA
Con una Bolla del Vescovo di Cerenzia, la Chiesa di Castelsilano divenne parrocchia nel 1715, come risulta dai registri. Fu costruita dal principe reggente Scipione Rota che edificò anche il “Casino”, opera di grande rilevanza storica e architettonica, attualmente adibita a civile abitazione. La costruzione vera e propria del luogo di culto, si fa risalire intorno al 1660; vi contribuirono il Principe Tommaso Rota, e la sorella Lucrezia, della quale si conserva l’atto di morte. Nella chiesa si possono ancora ammirare le campane offerte da Scipione Rota con stemma ed iscrizione, la statua dell’Immacolata del 1600 e la pila dell’acqua benedetta prelevata dalla cattedrale di Cerenzia, opera in granito rozzamente scolpita dai maestri scalpellini del XIII secolo. E’ da segnalare anche la presenza di un imponente quadro raffigurante l’Immacolata Concezione, posto sull’altare Maggiore e realizzato in mosaico da artisti Fiorentini raffigurante inoltre simboli biblici posti sulle pareti laterali.






ISTITUTO DEL " SACRO CUORE DEL VERBO INCARNATO"
Nell’anno 1927 si aprì a Casino un asilo infantile, per desiderio di Giuseppe Rotondo, illustre concittadino emigrato in America, al quale è anche intestata la piazza principale del paese. Le prime quattro suore arrivarono il 31 gennaio 1927, accolte con grandi festeggiamenti al punto da stimolare ed incoraggiare il Rotondo a dare l’incarico per la costruzione di una nuova struttura da adibire ad asilo. Dopo l’improvvisa morte del benefattore la moglie ne continuò l’opera, che verrà ultimata il 29 giugno 1931, data in cui le suore vi si trasferiranno. L’attività delle suore, consistente nell’accoglimento degli orfani, dura ormai da settanta anni e si dimostra fruttuosa e benefica.

CAPPELLA DI SAN LEONARDO
Costruzione recente dalla particolare struttura in mattoncini rossi e malta. Ai lati della porta d’ingresso ci sono due colonne con scanalature che sostengono un imponente timpano. In corrispondenza delle piccole navate laterali si aprono due strette finestre.


( Cappella di San Leonardo )



Monumenti

Castelsilano ed i suoi monumenti
Il paese possiede tre artistici monumenti. Il primo monumento dedicato ai caduti in guerra, è opera pregevole dello scultore molfettese Filippo Cifariello, e si trova nella piazza centrale del paese. Questo monumento fu eretto insieme all’asilo infantile a spese di un benemerito cittadino di Castelsilano emigrato in America, Giuseppe Rotondo, al quale, per riconoscenza, il paese in data 5 maggio 1927 alla presenza dell’allora ministro ai lavori pubblici Michele Bianchi, ha intitolato l’ex piazza Dante.



I nomi dei nostri caduti in guerra sono scolpiti su una lastra di marmo, con un’urna votiva, saldamente incastrata nella pietra granitica. Il monumento, in marmo pregiato, rappresenta un soldato dallo sguardo fiero. Il dito indice della mano sinistra punta decisamente ad occidente verso i monti della Sila.
L’altro monumento é la Fontana del Missile Apollo-Pace, eretta nel rione Colla, opera dello scultore Castelsilanese Giovanni Girimonte, che ha un profondo significato: la volontà delle nuove generazioni che scompaia per sempre il pensiero della guerra e si lanci invece un missile per la conquista dello spazio al servizio del benessere dell’uomo. Il terzo monumento é quello dedicato ai Fratelli Bandiera, in località “Stragola”, a

cinque chilometri da Castelsilano, dove i due eroi il 19 giugno 1844 furono catturati, e consegnati alle guardie di San Giovanni in Fiore. Si tratta di un ceppo monumento in granito con una lapide in marmo, che reca la seguente dicitura: “Chi per la patria muor vissuto è assai”.








“U’monumentu”

Rittu superbu, avutu, pussente,
supra nu massu grigiu re granitu,
nu jiritu puntatu a lu punente,
murrànnu a nnue la via ch’amu smarritu!
Mmienzu a la chiazza, sutta u campanaru ,
nu spiettru chi n’allurra, cù nu faru,
na via d’amure e pace, tutta m’para!....
Na lista longa longa re surdati:
Africa, Capurettu, ed ogne mare....
sti nobili Caruti un su scurdati!
Ognunu llà se ferma all’ammirare!
Illu, ccu tutti, chiusi ntr’ù canciellu,
re jurnu e notte nesciu sempre fore.....
Martiri ranni, tutti re Castiellu,
pecchi nun vonnu “caggia e ne prigione!”.
Castelsilano tra fede e fantasia



FONTANA DEL MISSILE
Eretta nel rione Colla dallo scultore Giovanni Girimonte, è posta nella villetta “Apollo 11”. Nell’interpretazione dell’artista, lo storico missile lanciato sulla luna diventa simbolo di pace con l’augurio che la guerra scompaia per sempre.





















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GASTRONOMIA

La cucina
Sulle tavole castelsilanesi non mancano mai gli insaccati e i prodotti sott'olio (olive, funghi, peperoni, pomodorini, melanzane, ecc.). Tra un piatto di pasta china (segue ricetta) e u 'mbullitu (bollito di carne di maiale con cicoria) c'è sempre posto per gli ottimi dolci locali. A Pasqua, infatti, vengono preparati i mustazzuoli (segue ricetta), le cuzzupe (tipo di ciambella decorata con uova intere), le amarette (pasta di mandorle amare e dolci) e il muccellato (pane locale aromatizzato all'anice). A Natale, invece, è possibile gustare la pitta 'mpugliata (dolce lavorato ripieno di uva passa, noci, mandorle e vino cotto), i turdilli (pasta dolce ricoperta di miele), le cassettelle (pasta ripiena con uva passa, noci e mandorle, poi ricoperta di miele) e i fritti (ciambelle da ricoprire di zucchero o farcire).

Pasta china
Ingredienti per 4 persone
1 kg di pasta (rigatoni o penne), passata di pomodoro, 500 gr di carne macinata, fette di soppressata, 7 uova (di cui 3 bollite), 200 gr di provola, 200 gr di formaggio pecorino, pane grattugiato, sale, prezzemolo, aglio, olio. Procedimento
Impastare la carne macinata con 4 uova intere. Aggiungere il pane grattugiato, il formaggio, il sale, il prezzemolo e l'aglio. Con l'impasto ottenuto fare delle polpette e friggerle in abbondante olio. Nel frattempo cuocere il sugo e preparare la pasta. Una volta pronto stendere in un tegame parte della pasta e coprirla con le polpettine, le uova sode, la provola, il formaggio e la soppressata. Procedere a strati. Mettere in forno.

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