LO STEMMA
D’azzuro, alla casa al naturale, posta di tre quarti, con la fronte verso destra, finestrata di due sul fianco e accompagnata in capo da una stella d’argento. Ornamenti esteriori da Comune.
IL GONFALONE
Drappo partito d’azzurro e di bianco, riccamente ornato di ricami d’argento e caricato dello stemma con l’iscrizione centrata in argento: Comune di Casabona. Le parti di metallo e i cordoni sono argentati. Nella freccia è rappresentato lo stemma del Comune e sul gambo è inciso il nome. Cravatta e nastri ricolorati dai colori nazionali frangiati d’argento.
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Il suo nome, secondo alcuni filologi deriverebbe da “caso bono” - formaggio squisito -avvalorando la tesi secondo cui i suoi abitanti fossero dediti alla pastorizia ed esperti produttori di formaggio. Altri, accostano il sostantivo “casa” - ricovero - all’aggettivo “bona” -accogliente ed ospitale-, ipotesi avvalorata dall’accoglienza, radicata nel patrimonio genetico di ogni casabonese e, immortalato nelle poesie di diversi autori locali.
Le prime notizie sulla formazione di Casabona risalgono al 1198, quando Papa Innocenzo III dava conferma a Nicodemo dell’esistenza, tra gli altri beni, della Chiesa di S. Dionigi - di cui non esiste alcuna traccia - con tutte le sue pertinenze, ubicata nel territorio di Casabona.
Casabona non fu risparmiata dalle scorribande dei Saraceni, nè dal dominio degli Angioini che la gravarono di innumerevoli tasse.
A seguito dell’immigrazione degli Albanesi nell’intera Calabria, avvenuta nella seconda metà del 1400, sorse il Casale di S.Nicola dell’Alto che restò sotto il vassallaggio del comune di Casabona fino al 1806, data in cui fu costituito comune autonomo.
Fino al 1508, veniva chiamata Caso Bono, e successivamente anche Casal Buono o Casu bono. In seguito ad una una serie di terremoti, che sconvolsero il Marchesato nel 1638, 1733 e 1783, la popolazione fu indotta a spostare l’abitato nei pressi del Convento dell’Annunziata, adiacente alla chiesa di S.Maria ad Nives, le cui mura perimetrali sono state demolite nel 1966 per far posto all’attuale casa canonica.
Si racconta che, dopo la distruzione di Casabona vecchia, i superstiti, invocarono l’aiuto del cielo affinchè fosse loro indicato il sito su cui insediare il nuovo borgo. E, così, misero su un carro trainato da sette buoi bianchi, la statua di marmo raffigurante la Madonna col bambino, rimasta miracolosamente intatta dopo il terremoto. I buoi bendati furono lasciati liberi di camminare senza guida, essi si fermarono lì dove ora sorge la Chiesa madre.
Tornando alla storia, Casabona fu dominata da un lungo elenco di famiglie di feudatari: i Malatacca, i D’Aragona, i Pisciotta, i Moccia - ricordati dal volgo come esattori di gabelle - i Berlingeri e i Galluccio, con i quali si arriverà al 1950, anno della riforma agraria.
Casabona ha Zinga come frazione dal 1811, data in cui è stata emessa l’ordinanza di divisione dei fondi feudali. Sin da allora i rapporti tra le due comunità, avendo storia e tradizioni diverse, sono stati difficili.
P
Fra Bonaventura Barbieri
A Casabona nel 1519 fu costruito un Convento dell’Ordine degli Osservanti Minori, nel quale entrò, nel secolo XVII, Giuseppe Barbieri, detto Fra’ Bonaventura o anche “lo Scalzo”, perchè camminava a piedi nudi sia d’inverno che d’estate. Di questa figura si ignora, così come scrive Ciccio Palmieri , sia l’anno di nascita che la sua discendenza, le uniche notizie concernono la data della sua morte e il fatto che la gente lo considerasse Beato. Il 28 luglio del 1657 morì nel Convento di S. Francesco d’Assisi in Cosenza, dopo aver liberato la città dalla peste.
A tal proposito, Ciccio Palmieri così scrive “... del citato miracolo fu redatta pubblica testimonianza a firma del Vicario Generale dell’Arcidiocesi, mons. Antonio Tango, data alla stampa nello stesso anno. ... riportiamo qui parte del prezioso documento: ...in questa comune tribolazione conoscessimo Fra’ Bonaventura di Casabona dell’O.M. Osserv., che stava di famiglia in questo Convento di S. F. d’Assisi, chiamato comunemente lo Scalzo, nel quale esperimentassimo gran semplicità accompagnata da una bontà di vita commendevole da vero religioso inclinato a fare aspra penitenza, lo dicessimo che venisse continuamente nel palazzo arcivescovile, dove venuto spesse volte, gl’incaricassimo che avesse pregato, pregato la gran madre di Dio, di cui il medesimo Padre Scalzo era devotissimo, e avea gran senso che a tutti s’imprimesse tale devozione, per la salute comune di questa città tutta, con schietta semplicità mi rispose: Che voglio fare perchè il Figlio sta adirato per li vostri peccati?. Volle finalmente una volta confessarsi con Noi, e ricevuta l’assoluzione, s’offerse alla gran Madre di Dio di voler lui morire di peste, purchè pregasse suo Figlio che cessasse la peste che si faceva molto a sentire per tutta la città. Dopo di che intendessimo, che verso gli ultimi di luglio 1657 era accorso che Padre Scalzo fu colpito della peste, e che era passato da questa a migliore vita e nacque voce per la città, nata dalli RR. padri di questo Convento, che Fra Bonaventura havesse detto che fusse confirmato il voto di questa città all’Immacolata Concetione, che si havrebbe ottenuta la gratia, testimoniando ciò li medesimi Padri, in voce e in iscritto....”.
Giuseppe Tallarico
Noto uomo di scienza, nato a Casabona nel 1880 e morto a Roma nel 1965, deputato al Parlamento, membro del Consiglio Nazionale delle Ricerche, scrittore e conferenziere di rinomata fama, tanto da essere definito “il biologo con le ali di poeta”. Cominciò sin da giovane ad ottenere premi e riconoscimenti infatti, durante i corsi della Facoltà di Medicina a Roma, ottenne il “Legato Pezzullo”, il “Premio Corsi” per la fisiologia e il ”Premio Girolami” per la tesi di Laurea. Nel 1909 fu giudicato da una Commissione tecnica, il primo fra tutti i laureati in Medicina di tutte le Università d’Italia degli ultimi cinque anni. Egli si avvalse di questo sussidio ministeriale per perfezionarsi in Chimica fisiologica presso il Laboratorio di Fisiologia della Sorbonne a Parigi, sotto la direzione del Prof. D’Aure. Nel corso della vita, per la sua attività di scienziato e di scrittore continuarono ad essergli conferiti vari premi, quello più importante fu il “Premio Rezzara” nel 1955, sulla sana alimentazione. Nel 1957 ebbe il “Premio Braiband” per la migliore pubblicazione sulle paste alimentari e il “Premio Internazionale della Mela d’oro” per il migliore articolo pubblicato sulla mela. Nel 1913 si traferì a Londra per dirigere un reparto del locale Ospedale. Durante la prima guerra mondiale abbandonò Londra partecipando attivamente al conflitto in qualità di Ufficiale Medico. In questo periodo conseguì la libera docenza in Chimica Fisiologica presso l’Università di Roma per numerosi lavori sperimentali pubblicati sia in inglese che in francese. La sua attività scientifica comprendeva quattro gruppi di studi ben distinti: Chimica Fisiologica; Biologia Generale; Biologia Applicata alla Demografia; Biologia Applicata all’Agricoltura. Ha scritto numerosi volumi tra cui i più importanti sono: La vita degli alimenti, La vita delle piante, L’elogio dei microbi, tutti tradotti e pubblicati anche all’estero. Cessata la guerra riprese la sua professione di medico. Fu medico di fiducia di molteplici personaggi del calibro del Generale Diaz, del Compositore Igor Strawinsky, del Pittore Pablo Picasso, del Musicista Leoncavallo, del Direttore dei Balletti Russi Sergio Diaghileff. Fu anche medico di fiducia, nonchè amico, di Guglielmo Marconi che lo accompagnò con il suo yacht “L’Elettra” fino a Crotone nel 1925 quando abbandonò l’Inghilterra per ritirarsi in Italia, precisamente a Casabona, dove si dedicò completamente allo studio e alla ricerca. Nonostante l’abbandono della professione medica mantenne con i suoi illustri pazienti una viva amicizia. A tal proposito va ricordato che nel 1952, in Calabria ci fu una disastrosa alluvione; Strawinsky, a Roma, in riconoscenza nei confronti del suo vecchio amico casabonese, diresse un memorabile concerto al teatro Argentina, il cui ricavato fu devoluto a favore degli alluvionati calabresi. Nel territorio di Casabona fece sorgere diversi campi sperimentali con apposito Parco zootecnico dove condusse le sue ricerche biologiche, agrarie e zootecniche.
Zzarafinu
Esempio di come l’accoglienza abbia sempre caratterizzato la nostra piccola comunità è il modo in cui è stato accolto Serafino, un mendicante-eremita, forse veggente, nato a Bocchigliero (CS) nel 1886, vissuto per parecchi anni a Casabona, dormendo in una grotta in località Montagna Piana. Quando scendeva in paese, vi era sempre un piatto caldo per lui, aveva sempre una buona parola per tutti, camminando veniva attorniato da uno stuolo di bambini sui quali esercitava un carisma particolare. Ciò che lo caratterizzava erano i suoi occhi dolcissimi ed il suo inseparabile bastone. Morì nel 1966 e un benefattore provvide alla sua sepoltura, mentre il suo bastone venne posto sopra la tomba, continuando ad evocare sui visitatori del cimitero strane sensazioni. Su Serafino è stata scritta una bellissima poesia di cui riportiamo uno stralcio:
“Zzirafinu”
Campava aru paisi ‘i Casivona,
tannt’anni arretu, ‘u m’aricordu quannu,
nu vecchju rimitu dintr’i campagni,
vicinu ‘a coddra di Muntagna chjiana.
De tutti era ‘nnumatu: Zzirafinu...!
Nuddru sapija de duvu iddru venija,
o quannu d’aru munnu avija binutu,
e nuddru si l’avjia ma’ addimannatu.
Campava di limosina e pietati,
durmija ra notti dintr’ancuna rutta,
e casa nu’nn’avija ma’ canuscjutu...
Avija na varva longa e tutta janca,
ma ... netta e... profumata... ara lavanna.
Quannu scennija d’a ppedi aru paisi,
purtava nu paru ‘i cauzi a ra moda:
larghj larghj, ma curti “a zumpafossu”,
chjini di pezzi di tanti culuri,
e tutti arripizzati cu ran cura
cu n’acu ca se putija cunfruntarij
sulu, e daveru, cu ‘na ‘zzacurafa...
Ri pedi ‘u canuscijanu ri scarpi,
eranu chjiatti e lordi p’u caminu ...
Angelo Vaccaro
Insegnante elementare, poeta, scrittore, giornalista, nonchè studioso della storia della Magna Grecia, di fama nazionale e internazionale morto il 29.12.1969. I suoi scritti sono storiografici - Fedelis Petelia e Kroton -; critici - Accanto a Manzoni, Luci manzoniane e La tragedia di G. Leopardi -; poetici - Fruscii di foglie e Trilli di bambini -. I riconoscimenti che egli ebbe sono innumerevoli, da Accademico delle Accademie delle Scienze di Roma, ad Accademico Cosentino, da Conservatore Statale del tempio di Hera Lacinia, ad Ispettore Onorario delle Antichità e delle Belle Arti per 27 anni, a Medaglia d’oro della P.I.
Giuseppe Novello
Cantastorie, conosciuto da tutti come “Zu Pippino ‘i ra Middja”, traduceva in canzoni o filastrocche dialettali ogni evento che avveniva in paese o che viveva lui personalmente. La sua produzione è vasta, si va dai canti che descrivono l’arrivo del sale nel tabacchino del paese, ai canti che parlano di asini, quelli che descrivono le usanze delle feste, per finire con quelli di satira politica. A titolo di esempio riportiamo:
“A ciuccia e ra puddriceddra”:
A ra cuntrada di Spinari c’è na flotta i d’operai
stanu fannu na stratella pi figura è tanta bella.(2v.)
I cotisti i da Bofularizza vanu fora cu cuntintizza
l’opera Sila ni conza ra via, jamu fora cu allegria.(2v.)
Iamunimi a ri primi acqui cu si petri misi chiatte
cu na vota chi ciamu passati la stratella s’è sciuddrata.(2v.)
A ri cotisti di Spinari c’è successu nu bellu guaiu
caminavu tuttu squitatu subba a stratellla menza sciuddrata.
I lavori du capumastru adduvi ci appiddra finu a ru mastu
e sunn’era pi ra stratella pirdiva ra ciuccia e ra puddriceddra.(2v.)
I lavori di Casabona su comu u furnu i mastru ‘Ntonu,
non appena su terminati pariti mastri cu furnu è sciuddratu!(2v.)
E mannaia a l’Opera Sila chi va facennu si vìi vìi
va facenni si stratelli, ‘ppì ruvinari Giuseppe Novello.(2v.)
Stanislao Pisani
Di professione sarto, noto a tutti con il nome di “mastru Stanu”, dirige la locale Banda Musicale - nata nel 1892 - da quasi sessant’anni, essendone tuttora il direttore artistico, tecnico e amministrativo. La sua forza d’animo, nascosta da una figura umile, ha consentito a intere generazioni di avvicinarsi alla musica, fornendo l’occasione, a molti, di scoprire il proprio talento. Il suo apporto fu decisivo per la nascita delle Bande di Scandale, Pagliarelle, Verzino, Belvedere Spinello, Petilia Policastro e Crotone.
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La nonnina, un pò stanca per aver così tanto parlato ma contenta di poter comunicare a qualcuno il passato, ci guarda chiedendo se è proprio questo ciò che vogliamo ascoltare.
Rasserenata dal nostro assenso, prosegue raccontando il modo in cui erano vissuti gli eventi che cadenzavano nel corso di un anno la vita di Casabona.
Tutto ciò che riguardava la vita di tutti i giorni, dai lutti ai matrimoni, dalla mietitura alle provviste, dalla vendemmia alla mattanza del maiale, era vissuta in modo corale, realizzando, così, una mutua collaborazione.
Usi e costumi
:
Il Maiale
A partire dal mese di dicembre, le grida del maiale risuonavano distintamente per le vie del paese, ciò significava che per quel povero animale, amorevolmente cresciuto e rimpinzato fino ad allora, era giunto il momento per il quale era nato.
L’uccisione del maiale era un appuntamento fisso e atteso, al quale partecipava l’intero parentato e vicinato. Ancora oggi, quando viene ucciso il maiale, per prima cosa si tagliano dal filetto “i parti” da sistemare in un piatto con un pezzo di fegato avvolto nel “picchio”, da regalare ad amici e parenti.
L’intero animale veniva sapientemente tagliato, ciò consentiva di sfruttarne al meglio ogni minima parte. Con il sangue si preparava “u sancelu”; con la testa, i piedi, e la coda, “u suzu”; la parte del collo veniva tagliata in modo da ottenere il capicollo e “i vijulari” ; una parte dei prosciutti veniva usata per le salsicce e le soppressate, mentre un’altra, lasciata integra, si salava per ottenere il prosciutto; il lardo veniva tagliato a pezzi, una parte veniva impastato con le salsicce e le soppressate, un’altra parte veniva bollito insieme alle ossa e alle cotiche, ottenendo “i frittule e i risimugghi” e il grasso, che fungeva sia da condimento, che da conservante per le salsicce e le soppressate indurite.
Per poter realizzare tutto questo, si impiegavano parecchi giorni, alla fine con il poco che era rimasto, cioè le ossa più piccole e la carne più sanguinosa, si preparava “la frissurata” cui erano invitati i parenti e tutti coloro che avevano aiutato a “cunzari u purceddru”.
Le Provviste
L’estate era anche il periodo in cui si conservavano per il lungo inverno i prodotti della terra. La provvista più importante era sicuramente “a sarsa”, cioè la conserva di pomodoro. Dopo aver raccolto i pomodori più maturi, si lavavano: una parte di pomodori veniva prima schiacciata in un secchio con le mani e poi passata nei setacci per ottenere la salsa; l’altra parte di pomodori, tagliata a fettine, costituiva “il filetto”.
Sia con la salsa che con il filetto venivano riempite bottiglie, chiuse con tappi di sughero, sistemate con degli stracci in uno “stagnato” , colmo d’acqua e posto sul fuoco a bollire per un’ora di seguito.
Altre conserve per l’inverno erano costituite da melanzane, peperoni e pomodori salati, peperoni e capperi all’aceto.
Vendemmia
La vendemmia era vissuta quasi come una festa: si invitava “a vinnumari” parenti e vicini di casa, poichè un mancato invito avrebbe potuto creare inimicizie.
Il giorno della vendemmia, nelle vigne c’era tutto un brulicare di uomini: c’era chi raccoglieva i grappoli nei panieri, chi li svuotava nelle “sporte”, chi guidava gli asini con in groppa “le sporte” “a ru parmentu” dove “i ciampaturi” spremevano con i piedi l’uva.
La paga consisteva nella “spisa” - cioè “u spurtuneddru” riempito con sarde salate, peperoni e patate, un pezzo di capicollo o prosciutto, un pezzo di formaggio, olive e vino - e in un paniere colmo d’uva che sarebbe stata utilizzata per preparare il vinocotto oppure l’uva passa.
Oggi, la raccolta dell’uva è vissuta alla stregua di una qualsiasi giornata di lavoro, perdendo così la gioiosità di un tempo.
Mietitura
Verso la metà di giugno, quando ormai i campi seminati a grano da “pascuni” verde smeraldo erano diventati color dell’oro, arrivavano i mietitori di Pallagorio, Carfizzi, Savelli, S.Nicola. Anche questa giornata di lavoro, vissuta come festa, può essere tradotta in un’immagine poetica: nei campi si vedevano uomini protetti da “ bavere” - una specie di grembiule - con le dita della mano sinistra, infilate in dei pezzi di canna per evitare tagli, e armati, nella mano destra, di “facigghie” di mezzo metro di diametro, tenere il grano con la mano sinistra e muovere il braccio destro con la stessa ritmicità di un metronomo. Quando arrivava il momento della trebbiatura, si metteva sotto la trebbia la coperta “i l’aria”, su cui poi rimaneva il grano. Il pranzo dei mietitori che consisteva in pasta con ceci, carne di maiale salata e prosciutto, veniva preparato dalla padrona “i l’aria”, cioè la zona in cui era posta la trebbia. Il cibo veniva trasportato in campagna, in quanto i mietitori non abbandonavano i campi se non dopo aver completato tutte le zone da mietere.
Innamoramento e amore
Il rapporto d’amore era caratterizzato da un forte romanticismo, dal momento che le occasioni per parlarsi erano davvero poche, si comunicava spesso tramite le canzoni. Nella canzone riportata di seguito si parla di un amore contrastato dai genitori della ragazza, a causa del quale questa ha pianto molto. Il ragazzo, passando come d’abitudine sotto casa della fidanzata, la vede in lacrime e turbata, per cui, radunati alcuni amici cantori, ritorna sotto la finestra della sua bella e cerca di consolarla col canto:
Sira passava e tu, bella, ciancìa,
a mia na lancia mi pirciau lu cori.
C’era troppa genti a ru vicinu
sennò diri t’avìa dui palori.
A ru cantari ti lu vegnu a diri
ca a tia ciancianu l’occhi e a mia lu cori.
Cittu gioiuzza mia, no ‘cchiù, ciancìri
ca pochi giorni ti ci farò stari.
Vena nu jornu e n’amu di vidiri
dintra sa guerra t’ai di cacciari.
Stasera sono passato e tu bella piangevi
a me una lancia ha trafitto il cuore.
C’era troppa gente nel vicinato
altrimenti ti avrei detto qualcosa.
Cantando ti vengo a dire
che a te piangevano gli occhi e a me il cuore.
Silenzio gioia mia, non piangere più
pochi giorni ancora ti farò stare qui.
Verrà il giorno in cui ci vedremo
da questa guerra ti devo togliere.
Nel caso in cui la ragazza rifiutava la proposta di fidanzamento, l’innamorato deluso e arrabbiato cantava:
Faccia di lucerteddra ‘mpusa all’ogghju
tu va dicennu ca moru ppe tia,
va jettati sutt’acqua e subba scoglio,
va fatti na lavata cu lissìa.
Passu di ca, ca cihaiu la passata,
nun ti cridìri ca passu ppi tia
ca i l’atra parte ci haiu l’annamurata
megliu e megliori di vuia signoria,
megliu di gradu e di parentela,
ca di bellezza ni passa a tia.
Ca tutti i guali toi
l’haiu a ra Spagna chi guarda porci,
chi sona a vrogna
e n’atra l’haiu a ra cupa i da castagna.
Faccia di lucertola conservata sott’olio
vai dicendo che muoio per te,
buttati sott’acqua e sopra lo scoglio,
vai a lavarti con acqua e cenere.
Passo sotto casa tua perchè qui è la strada,
non pensare che passo per te
che ho l’innamorata dall’altra parte
migliore di voi,
migliore di grado e di parentela,
di bellezza superiore alla tua.
I tuoi eguali qualcuno
li ho in Spagna a guardare maiali,
altri a suonare la.......
altri li ho .............
In un’altra canzone, invece, il ragazzo avendo saputo che la suocera ha avuto da ridire nei suoi confronti, così canta:
Mammita ti vulìa ‘mmilinari
quannu ha saputu ca vulìi a mia.
Gioiuzza ‘u ti fari ‘mmilinari
‘u ti piari a morti ‘ppi mia.
Ma pigghiati a chiru ca ti vonu dari
forse ‘cchiù beddru e maggiore di mia.
‘Pi megghiu gradu e megghiu parentatu
e di bellezza n’avanza da mìa.
Tua madre avrebbe voluto avvelenarti
quando ha saputo che stavi con me.
Gioia mia non ti fare avvelenare
non morire a causa mia.
Ma fidanzati con chi vogliono loro
forse più bello e più ricco di me.
Per migliore grado e miglior parentato
e per bellezza mi supera.
E, rivolto ancora alla suocera, che abitando a pianoterra è sicuramente inferiore a lui, canta:
Donna muta pinsèru scordatinni
non cchiù lu nomi meiu vintumàri.
Non sugnu capucciu ‘a ra ghiazza mi vinnu
nemmenu fogghi ‘pi mi cucinari.
Eiu ‘i na scala ci ‘nchianu e ci scinnu
tu nu scalunu ‘u nu pò ‘nchianari.
Ti criscinu l’ali e t’ammancanu li pinni
duvi spiri tu nun poi vulàri.
Donna
non fare più il mio nome.
Non sono cavolfiore da vendere in piazza
nè verdura da cucinare.
Io faccio su e giù per una scala
Tu non puoi fare neanche un gradino.
Ti crescono le ali ma ti mancano le piume
dove soffi tu non puoi volare.
Legate ad una forte tradizione romantica sono sicuramente le canzoni qui di seguito riportate definite dalla nostra nonnina “canzoni d’amore tradizionali”:
Quannu nasciscisti tu fonti ‘i bellezza, mammita parturì senza duluri.
Nascisti chiru jornu ‘i d’allegrizzi
ca li campani sunavanu suli.
La niva ti dunau li sua ianchizzi
la rosa russa li belli culuri.
Lu pipi ti dunau la sua fortezza
e ra cannella lu belli sapuri.
Rosa russa di si virdi spini
culonna di li nobili funtani.
Quannu camini tu lu suli ‘ncrina
l’aria spariscia di la tramuntana.
Di juri ti cummèna na catina
i petri preziusi na cullana.
Ti cummèna ‘i d’essere na regina
e jre a spassu cu ‘u re di Spagna.
Donna cu ri capiddri nargentati
subba sa cara frunti li purtati.
Vena ra festa e vi li pittinati
trema ra terra quannu li sciunniti.
Sona la Santa Missa e vui ci jati
la gente fanu largu e vui trasiti.
A chira seggia ca vui vi siditi
nu giardinu d’amore ci truvati.
Azati l’occhi ‘u celu e vui ririti
criu ca cu l’Anciuli parrate.
Si spiccia ra Santa Missa e bi ni jati
la gente senza cori li lasciati.
Jati ara casa ‘pi v’addurmentari
la luna fa la ninna e vui durmiti.
Quando nascesti tu fonte di belleza,
tua madre partorì senza dolore.
Il giorno in cui nascesti, le campane dalla
gioia suonavano da sole.
La neve ti regalò la sua bianchezza
la rosa rossa i bei colori.
Il pepe ti regalò la sua fortezza
e la cannella il suo buon sapore.
Rosa rossa dalle spine verdi
colonna di una nobile fontana.
Quando tu cammini, il sole si oscura
e l’aria della tramontana sparisce.
Per te è adatta una catena di fiori
ed una collana di pietre preziose.
Tu dovresti essere una regina
ed andare a spasso con il re di Spagna.
Donna dai capelli luminosi come l’argento
lasciati ricadere sulla cara fronte.
Arriva il giorno di festa e ve li pettinate
trema la terra quando li lasciate sciolti.
Suona la Santa Messa e voi ci andate
le persone si scostano e voi entrate.
Sulla sedia su cui sedete
ci trovate un giardino d’amore.
Alzate gli occhi al cielo e voi ridete
credo che parliate con gli Angeli.
Finisce la Santa Messa ed andate via
lasciate tutti senza scrupolo.
Andate a casa per addormentarvi
la luna canta la ninna nanna e voi dormite.
In altri casi, invece, è la donna a cantare all’innamorato:
‘O giuvineddru come sì di cori
come si trasutu in core a mia.
Quannu ti viu di fora viniri
nuddru mi para ‘cchiù beddru di tia.
Quannu ti viu la scala ‘nchianari
luci a ru lettu ‘i da cammira mia.
Quannu ti minti a ra tavula a manciari
cu nu dolci parrari chiami a mia.
Quannu va a ru lettu a ripusari
veni gioiuzza e riposa cu mia.
O giovinetto che cuore hai
e come sei entrato nel mio cuore.
Quando ti vedo rientrare dalla campagna
nessuno mi sembra più bello di te.
Quando ti vedo salire le scale
una luce illumina il letto della mia camera.
Quando siedi a tavola a mangiare
con un modo dolce di parlare mi chiami.
Quando vai a letto a riposare
vieni gioia e riposa con me.
Matrimonio
La vita della donna era proiettata al matrimonio che rappresentava la realizzazione della propria esistenza, scandita, sin dalla nascita, da una serie di appuntamenti: la preparazione del corredo, “a ‘mmasciata”, il fidanzamento, “u juramentu”, “u lettu” e dulcis in fundo il matrimonio! L’età matrimoniale era intorno ai quattordici anni, tant’ è che si consideravano “schette rimaste”, zitelle senza speranza, le ragazze ancora nubili a venticique anni.
“A ‘mmasciata”
Il giovane a cui piaceva una ragazza, di solito non dichiarava apertamente il suo amore all’interessata, tranne il caso, già visto, del “tizzone” lasciato fuori dalla porta di casa la notte di Natale, ma si serviva di un’intermediaria, di solito una vicina di casa, che parlasse del suo amore alla ragazza “portandole a ‘mmasciata” . Se la ragazza era interessata, lo diceva alla vicina, che lo riferiva al giovane. La sera, quando la giovinetta andava “col varrile” a prendere l’acqua, il giovane l’aspettava nei pressi della fonte e qui, complice la luce del crepuscolo, cominciavano gli scambi di sguardi amorosi.
Dopo qualche tempo, i genitori del giovane andavano a casa dei genitori della ragazza a portare “a ‘mmasciata”, nell’ occasione le facevano anche un piccolo dono. Alla fine, quando il rapporto sembrava consolidato, alla ragazza veniva regalato un anello, non di gran valore, che dimostrasse a tutti che era impegnata.
“U juramentu”
In occasione della promessa, si andava prima al Comune, poi a casa della sposa. I familiari di lui dovevano regalare alla ragazza un abito di velluto con gonna, giacca e camicetta ed inoltre “u singu” cioè la parata d’oro e perle, che comprendeva orecchini, anello e collana.
Ancora oggi, nella stessa occasione, la famiglia dello sposo regala alla promessa sposa “la parata”.
La dote
La dote comprendeva mutande ricamate, sottovesti ricamate, lenzuola, cuscini, asciugamani, tovaglie da tavola - tutto di un numero pari a dodici o a ventiquattro - coperte in seta, in lana e “i l’aria” per quando si andava a mietere, sacchi, tovaglie per quando si faceva il pane, strofinacci, un copri maida, due “vertule”, “saccuni” e “materasso”. Ed ancora, gli utensili per la casa: maida, tavoliere, “crivu”, “jgghiara”, ceste grandi e piccole, pentole in rame di diversa grandezza, “stagnato”, mestoli vari, setaccio, tripodi, “jujaluru”, “spitu”, “tinagghia”, “frissure”, pignate grande e piccola, “tineddri”, “capasi”, “ciarrotta” per olive,”u spurtuneddru da spisa”, giare, bottiglie di vetro, posate, bichieri, piatti.
Tanto tempo fa veniva a Casabona Don Pino l’ovaru, padre i Pinu u Cutrunisu, che vendeva chinchiglierie in cambio di uova. Egli girava per le strade del paese gridando: “cu ava ova, cu ava ova”. Di conseguenza il servizio di piatti, caffè, tazze era composto da pezzi tutti diversi, l’essenziale, comunque, era che ci fossero.
Le famiglie più benestanti davano come dote anche un pezzo di terra.
Il corredo
“Figghia fimmina intra ‘a fascia e corredo intra ‘a cascia”. Questo proverbio popolare, tramandato da madre in figlia, ha caratterizzato e caratterizza tuttora la vita di tutte le ragazze casabonesi impegnate, allora in prima persona e ora un pò meno, nella realizzazione del proprio corredo. In ogni casa si è sentito il suono tipico della donna che tesse al telaio lenzuola, asciugamani, coperte, tovaglie e vertule; in ogni casa si è vista una donna china a ricamare o a lavorare all’uncinetto e ai ferri; in ogni casa qualcuno ha riposto con cura i capi ultimati nella “cascia”.
Un paio di mesi prima della data delle nozze, nella casa della sposa e in tutto il rione fervevano i preparativi. Venivano raccolte e messe da parte le foglie delle pannocchie,“i foderi”, che poi sarebbero servite per imbottire “u saccuni” e “a linazza”, il lino allo stato grezzo, che sarebbe servita ad imbottire il materasso. Le “casce” venivano finalmente aperte e se ne tiravano fuori i tessuti gelosamente custoditi fino ad allora.
Nei “catoi” - magazzini - le “quadare” - grandi pentole - contenenti acqua, olio, potassio, cenere e farina per preparare il sapone, bollivano allegramente. Una volta che i pezzi di sapone erano pronti, si passava al lavaggio “vucata” , momento a cui partecipavano tutte le donne del vicinato, vissuto come un vero e proprio rito. Ogni capo del corredo veniva accuratamente insaponato. In un grande catino veniva riposto un capo insaponato e inumidito versando sopra con una brocca della “lissìa” - cenere sciolta in acqua calda - si aggiungeva un altro capo e di nuovo la “lissìa”. La ritualità di questi gesti veniva ripetuta fino all’ultimo capo. L’intera biancheria “riposava” per una giornata, poi, veniva trasportata alla “cepia” per essere sciacquata e battuta con la mazza. Mentre i panni sciacquati venivano stesi ad asciugare su siepi odorose, le donne facevano colazione e cantavano.
Oggi sono rare le persone che continuano a lavare il corredo con questo procedimento.
Altra fase della preparazione del corredo era la stiratura che si protraeva per giorni. Fase questa che, ad eccezione dell’uso del ferro a vapore, si è mantenuta inalterata. La stiratura, nonostante si facesse col ferro contenente le braci, doveva risultare perfetta non essendo ammessa neanche una piega. Il momento conclusivo e creativo era costituito dal piegare con cura e con garbo i capi, in modo da evidenziarne i ricami: sotto i ricami a punto nervagese e sfilati venivano poste delle carte colorate; tutti i capi venivano poi decorati con nastri e riposti in delle ceste in attesa di essere portati nella casa degli sposi.
Il letto
Alcuni giorni prima del matrimonio, la mamma dello sposo e quella della sposa, indossato “l’abito a giacca” - o in ogni caso il vestito più elegante che possedessero - e agghindate con “la parata” ricevuta in occasione del loro matrimonio, giravano di porta in porta, invitando al matrimonio dei loro figli: “U jiovu paramu u lettu, a duminica si Diu vò si spusinu. Si ni vuliti fari l’onori...”. Oggi gli inviti al matrimonio vengono fatti tramite le partecipazioni, mentre quelli per “il letto” continuano ad essere fatti allo stesso modo di prima.
Il giorno in cui veniva “parato il letto” - addobbato il talamo nuziale - un corteo, al quale partecipavano tutti gli invitati, partiva da casa della sposa attraversando l’intero paese. In cima al corteo, i bambini, portavano le ceste contenenti i cuscini e le lenzuola di primo letto, seguivano altri bambini con il resto delle ceste del corredo.Il letto nuziale veniva preparato da due donne che avessero entrambi i genitori, anche qui, ogni singolo gesto era pregno di significato: le lenzuola e il copriletto venivano aperti e sistemati con una lentezza quasi esasperata perchè non doveva esserci alcuna piega. Nel frattempo si preparava il bambino più piccolo, prescelto nella cerchia dei familiari o del vicinato, per “lanciarlo” al centro del letto come augurio di fecondità. Sui cuscini gli invitati appuntavano dei soldi, ognuno secondo le sue possibilità, i familiari, invece, ponevano sul letto, in segno di augurio, confetti ricci e lisci, una bottiglia di vino, uova, un pane, il sale, lo zucchero e un rametto di ruta contro il malocchio, recitando questa formula:
“Bonu e riccu come ‘u panu
‘u regnino come u pani e ru vinu
u sali contro l’affascinu
e chjni comu l’ovu”.
In questa occasione tutto il paese aveva modo di visitare la casa degli sposi e, finalmente, la mamma della sposa poteva mostrare con orgoglio il corredo preparato nel corso degli anni con tanta cura. “Il rito del letto” si conserva tuttora intatto.
Le nozze
E, finalmente, arrivava il tanto sognato giorno del matrimonio. All’alba le donne del vicinato addobbavano con tralci d’edera e fiori l’uscio che avrebbe varcato la protagonista della giornata. La sposa, attorniata dalle donne della famiglia e del vicinato, attendeva impaziente nella casa paterna che da casa dello sposo arrivasse il suo abito nuziale, giacchè era il suo promesso a donarglielo.
L’intero paese respirava quest’aria di festa: da casa dello sposo partiva un corteo con in cima, la cesta in cui era avvolto l’abito nuziale della sposa; lo stesso corteo partiva da casa della sposa, quando questa era pronta, diretto in Chiesa con al seguito anche lo sposo e gli invitati dello sposo; un terzo corteo, con gli sposi finalmente insieme, partiva, dopo la celebrazione delle nozze, recandosi nella casa dove si sarebbero svolti i festeggiamenti di rito. Agli sposi venivano buttati grano e fiori. Anche i galli, le galline, le chiocce e i pulcini - razzolando liberamente - partecipavano alla festa seguendo il corteo per beccare il grano.
Oggi si respira la stessa aria di festa, con la differenza che lo sposo attende sulla porta della Chiesa insieme alla mamma, ed il corteo viene effettuato con le macchine a suon di clacson, intanto si buttano confetti, caramelle e riso.
I festeggiamenti proseguivano nella casa dei genitori dello sposo. La madre dello sposo attendeva sulla porta di casa con un vassoietto con sopra una boccetta di olio e, con questo, così come aveva fatto con l’acqua santa in Chiesa, tracciava il segno della croce sulla fronte degli sposi.
Il pranzo nuziale iniziava con l’“acrettu”, specie di spezzatino con le interiora dello stesso animale usato per il sugo, proseguiva con “pasta ziti”, pasta lunga spezzata, condita con sugo preparato con carne “ i d’animali minutu”, cioè agnello o capretto, poi patate fritte, polpette e “pagnottine”. Seguivano le danze.
In seguito, quando si è iniziato a celebrare i matrimoni nel pomeriggio, i festeggiamenti avvenivano sempre in casa, ma al posto del pranzo nuziale si offrivano liquori e pasticcini, girando tra gli invitati “cu ra guantera i ri biccherini e ri cumplimenti”. Oggi i festeggiamenti avvengono necessariamente al ristorante.
La prima notte
Durante la prima notte di nozze, gli amici dello sposo, non ancora stanchi di festeggiare, prese alcune chitarre, stazionavano sotto casa degli sposi cantando loro delle serenate. Il solo sposo scendeva ad offrire loro liquore e biscottini, mentre la moglie lo attendeva in camera da letto. Le serenate proseguivano fino all’alba. La mattina dopo, la madre dello sposo portava un uovo sbattuto ad entrambi.
L’ ottavo giorno
Dopo un’immersione in casa durata una settimana, gli sposi finalmente uscivano per andare a Messa.
Lo sposo indossava l’abito delle nozze, la sposa l’abito a giacca preparato per l’occasione e si inghirlandava con “la parata”, ricevuta in dono al “juramentu”. All’uscita della Messa, pavoneggiandosi per strada, andavano a mangiare a casa dei genitori della sposa, dove li attendevano anche i genitori dello sposo. Il menu prevedeva rigorosamente il brodo di gallina con la pasta “brignè”, fatta con acqua e farina. Oggi non si ha quasi traccia di questa usanza.
La prole
La sposa cominciava ad attendere il suo primo figlio e, così, durante i primi mesi di matrimonio preparava il corredino per il nascituro. Si cucivano le camicine, i pannolini, le fasce,”i fasciaturi”, le bavette. Per questo corredino si faceva “a vucateddra”.
Il parto, ovviamente, avveniva in casa, assistiti da donne che avessero già vissuto quest’esperienza e dall’ostetrica. Il neonato, dopo essere stato lavato, veniva fasciato con cura: una piccola fascia avvolgeva il cordone ombelicale appena reciso, il pannolino di stoffa,“u fasciaturu” e poi la fascia per fermare tutto quanto. Al primo nato veniva imposto il nome del padre o della madre dello sposo a seconda del sesso.
Quando un bambino entrava per la prima volta nella casa dei parenti o dei vicini, gli veniva segnata la fronte con l’olio, ad indicare che doveva essere umile come l’olio, gli veniva messo lo zucchero e il sale in bocca perchè doveva essere dolce e sapiente, gli veniva regalato un pane e due uova.
Oggi, ad un bimbo che entra per la prima volta in una casa, continua ad essere regalato qualcosa, non necessariamente il pane o le uova.
Piano piano la famiglia cresceva con due figli, tre figli, quattro figli, cinque figli, sei figli, sette figli, senza limitazione alcuna.
Oggi, riguardo al numero dei figli, ci si sta allineando alla media nazionale.
Termina, così, questo nostro viaggio nel passato. Il torpore, in cui eravamo sprofondate a causa del calore del camino e della voce della nonnina che ci ha raccontato la vita di una volta, viene improvvisamente scosso. L’acqua in ebollizione dei fagioli, messi a cuocere nella “pignata” accanto al fuoco, infatti, furiesce quasi borbottando allegramente riportandoci alla realtà.
Dopo aver ascoltato questi racconti ci sentiamo un pò più sagge, giacchè, come scrive Seneca:
“L’ uomo saggio sfugge, lui solo, alle leggi del genere umano, e domina, simile a Dio, tutte le epoche della storia, che comprende dentro di sè: il passato perchè lo ricorda, il presente perchè lo vive, il futuro perchè lo prevede...”
Festività:
Festa di S. Lucia
L’undici dicembre ogni mamma mandava i bimbi a casa dei proprietari di grano, chiedendo loro una “iunta” di grano tenero per fare il grano di S. Lucia. E, così, con la scusa di S.Lucia, le famiglie più povere riuscivano a mettere da parte persino dodici chili di grano che poi utilizzavano per fare il pane. Stessa storia avveniva a casa dei produttori di vino, perchè occorreva il vinocotto. Il grano veniva messo a mollo il giorno prima, veniva cucinato nella pignata e, una volta cotto, si aggiungeva il vino cotto. Anche oggi, il giorno di S.Lucia nelle case dei casabonesi si consuma questa pietanza preparata allo stesso modo.
Il Natale
Era vissuto come attesa di un bimbo da scaldare e da sfamare. Ogni famiglia metteva da parte il tronco più grosso per portarlo al grande “focarazzo” che si faceva in piazza davanti alla Chiesa. A questo proposito, in una bellissima pagina, Giuseppe Tallarico fa una descrizione molto suggestiva della “Notte di Natale a Casivonu” <<Alla vigilia della festa più solenne della cristianità, sulla piazzola del villaggio, si forma un raduno di ciocchi centenari, un convegno ordinato e sistemato di vecchi tronchi feriti nell’annata, tocchi della saetta del Signore, bollati e designati per la cristiana solennità notturna dal primo fulmine caduto alle prime acque settembrine, a quelle più pregne di vita e d’ energia, di elettrico e di ozono; a quelle più ricche di nutrimento vegetale, alle implorate dall’arsura del terreno cotto e lesionato dalla calura implacabile dei soli estivi. Si forma dunque sulla piazzola del villaggio, nello avvento della notte cristiana, una specie di convegno floreale, d’adunata vegetale d’antichi saggi sapienti, intenti a consultarsi sui misteri del tempo e della vita che tale sembra infatti quel raduno di grossi ceppi già segnati dal comandamento del Signore. Ma i ceppi debbono essere d’olivo; anzi di un vecchio olivo che abbia fruttato almeno per un secolo di vita: che abbia veduto passare almeno tre generazioni d’uomini, che abbia nutrito e rischiarato tre generazioni almeno di uomini in sulla terra, perchè solamente esso l’olivo, è degno della santa solennità del rito: chè ogni altra essenza, per quanto vecchia sia, spergiura suonerebbe e malaugurio. Ceppi di solo olivo dunque, non solo fulminati nell’anno in corso, ma portati in modo pio e verginale (appena tocchi dalle mani impure) sull’ara sacra del sacrificio igneo; quindi non carri e non carretti a trainarli, ma al giogo stesso dell’aratro confidati, al più santo arnese del lavoro campagnolo, quello ereditato dalle generazioni antiche, insieme con la madia casalinga per il pane; col mortaio di rovere per il sale; col telaio di quercia pel corredo.
Al giogo patinato in giallo avorio dall’uso ripetuto e dal tempo lontano; al giogo dunque dell’aratro sono i ciocchi dell’olivo confidati per essere portati a strascico, legati con la “carrerezza” maestra della massaria; inghirlandato. Il ventiquattro dicembre, finalmente, veniva preparato questo grande fuoco che doveva servire a riscaldare il nuovo nato nella notte gelida. Il giovane innamorato, per dichiararsi alla sua amata, prendeva un troncone dal “focarazzo” lasciandolo davanti alla porta della sua bella. Se questa accettava, portava il troncone in casa aggiungendolo al proprio fuoco, se lo lasciava fuori significava un rifiuto.
In seguito, questo “focarazzo” si è trasformato in tanti “focarazzi” rionali che tuttora caratterizzano la notte di Natale a Casabona.. I bambini di ogni “ruga” andavano e ancora vanno a chiedere la legna e la conservano custodendola gelosamente in un posto segreto. Ancora oggi, in qualche rione, le donne preparano le “crispeddre” da mangiare intorno al fuoco dove si cantano, così come in passato, degli stornelli detti “a crispeddrara”.
A tavola le tradizioni resistono ancora oggi, infatti, la cena della Vigilia è uguale, in quanto a pietanze, a quella di un tempo: zuppa di fagioli, baccalà, zucca gialla fritta, broccoli, frittelle di cavolfiore e, infine “crispeddre”. La tavola, ancora oggi, resta imbandita per tutta la notte con la speranza che Gesù Bambino scelga proprio quella casa per sfamarsi e per riscaldarsi.
Capodanno
Questa notte era vissuta in baldoria ed allegria, gruppi di cantori “armati” di strumenti di diverso tipo giravano per le strade del paese intonando una canzone - di cui esistono diverse strofe - detta strina:
Cari Signuri, ve sugnu venutu,
e ppi mille anni siti i bon truvati.
Mmenzu sta casa ce penna nu truncunu
a ru patrunu cu via nu barunu.
Mmenzu sa casa penna na catina
a ra patruna ca via na regina.
Sentu lu strusciu di lu tavulatu
è ra signora che tagghia ra suppressata.
Oggi, purtroppo, le abitudini tipiche di una società moderna hanno preso il sopravvento spazzando via questa tradizione.
Epifania
La cena della vigilia dell’Epifania prevedeva che in tavola ci fossero tredici pietanze - fagioli bianchi conditi con olio crudo, broccoli strascinati, baccalà fritto o in umido, cavolfiore, zucca infarinata e fritta, crispeddre e poi tutto il resto faceva numero, come ad esempio, pane, mandarino, olive, finocchi, sedano, salsicce e formaggio - anche in questa notte magica la tradizione voleva che la tavola rimanesse imbandita.
Sempre in questa notte, che era l’unica notte dell’anno in cui gli animali potevano parlare, si provvedeva a rimpinzarli ben bene, onde evitare lamentele e imprecazioni contro i padroni. Questa ritualità si è conservata e si ripete allo stesso identico modo ogni anno. Era anche la notte in cui arrivava la Befana: i bimbi lasciavano le scarpe davanti al camino, se erano fortunati, l’indomani avrebbero trovato un mandarino, una noce, un confetto riccio, un confetto liscio e due soldi; i meno fortunati avrebbero trovato carbone.
Nel corso degli anni, migliorando le condizioni economiche, la “befana” è diventata sempre più generosa portando doni del tutto diversi da questi. Oggi, il luogo dove i bambini travano i regali è l’albero di Natale e non più il camino, è Babbo Natale, infatti, a portare i doni e non più la Befana.
Carnevale
In ogni rione si organizzavano gruppi detti “i carnalivari” che poi avrebbero girato casa per casa. Grandi e piccini indossavano i “zinzuli”, abiti tanto usati da sembrare stracci e inoltre, si imbottivano simulando gobbe e seni e nascondevano il volto con fazzoletti: così abbigliati, suscitavano il riso e incutevano paura.
Dopo aver provveduto all’abbigliamento, pensavano alla costruzione di uno strumento musicale “u zucu”, realizzato in questo modo: si utilizzava un recipiente di latta riempito d’acqua, si metteva sopra un pezzo di stoffa resistente e teso sui bordi, alla stoffa veniva poi cucito internamente un pezzo di canna in modo che restasse legato alla stoffa. Il suono si otteneva facendo andare su e giù questa canna.
Così mascherati e con lo strumento costruito, s’incamminavano cantando:
“Zuchi e zuchiddru chi vaiu caminannu,
vaiu girannu na mugghiereddra beddra,
‘u mi ni curu ch’è piccirinneddra
ca mi l’addrèvu cu mastazzoleddru.
Va da ra ‘gghiesa e para na cardiddra
a ru turnari, n’Anciulu mi para.
E nu caviciu a ra gunneddra
u fantasinu pi l’ariu và
A questa strofa cantata dal cantore, faceva eco quanto cantato dal resto del gruppo:
“Veni cumpari, veni ca t’immitu
porta a seggia ca mia è sciuddrata,
porta a brocca ca mia è arruggiata,
porta u panu cu meiu è mucatu,
porta u vinu cu meiu è d’acitu
portati ‘a brocca,
ca mia è scasciata
porta a mugghierta ca mia è malata.
Caru cumpari dumani ti ‘mmitu.
Davanti a questi canti così scanzonati, si aprivano le porte delle case e, una volta entrati, continuavano a cantare.
In ogni casa veniva offerto ai “carnalivari”, salsiccia o pancetta o soppressata o vino. Alla fine della serata imbandivano una tavola con quanto raccolto e finivano così i festeggiamenti. Questa usanza ha resistito fino a metà degli anni ‘70, quando è stata sostituita dalla preparazione e sfilata di carri allegorici.
Pasqua
Terminati i canti, gli svaghi ed i sollazzi dei tre giorni di carnevale, iniziava la Quaresima con le sue ristrettezze, i suoi riti e l’osservanza del divieto di mangiare carne. Qualche giorno prima della settimana santa, tutte le case si trasformavano in laboratori di pasticceria - è questo, infatti, il periodo dell’anno in cui le galline sono più feconde - ed i forni in vere e proprie fucìne. In casa venivano preparati con cura “cuzzupe” e “gucciddrati” e poi trasportati su tavole di legno nei forni dislocati nei vari rioni.
I riti della Settimana Santa iniziavano il Giovedì Santo con la cerimonia della Lavanda dei piedi. I poveri e gli storpi del paese venivano chiamati a fare gli Apostoli per far guadagnar loro qualcosa. Chiunque avesse un voto o una grazia da chiedere “faciva l’apostulu” cioè offriva in cambio dodici “gucciddrati” grandi, uno per ogni Apostolo. In quel giorno, per le viuzze del paese, si vedeva un corteo di donne portare in bilico sul capo delle ceste, con dentro queste grosse ciambelle. Arrivate in chiesa, le donne deponevano le ceste sull’altare.
La sera del Giovedì Santo partiva la processione con le statue di Gesù e della Madonna: la partecipazione di uomini e donne era altissima, infatti, tutte le porte delle case restavano chiuse. La fede, era così tanta, da indurre coloro che volevano portare le statue della Madonna e di Gesù ad offrire in cambio grano o soldi. Dietro il feretro di Gesù la banda di Casabona suonava marce funebri, dietro la statua della Madonna si formavano diversi gruppi di cantori, uno dei canti più rappresentativi, fra quelli che venivano intonati, era intitolato “Zingarella”:
Bona notte e bona sera
u Signuru e ra Mmaculata
Dio ci manna ra pace vera
bona notte e bona sera.
Bona venuta mia zingarella
ccu su dolce bon parrare
Zingareddra, mia zingareddra
c’ a bisogna nu rigalu
rigalia nun c’è bisogno
mi ni vaiu e torna tornu.
Vena ‘nbraccia mio ninno caro
e nun portare le mie paure
sugnu na povera zingareddra
e ti la leju la ventura.
Li toi mani e li toi pedi
ani d’esseri ‘nchiodati
e ccu chiovi longhi e sottili
ani pirciari carni gentili.
La tua bocca ‘nzuccherata
ha di d’esseri mmilinata
e ccu fele ed acitu amaru
la tua bocca ninno caro.
La tua testa preziusa
ha di d’esseri ‘ncurunata
e ccu spini longhi e pungenti
la tua testa onnipotente.
Zingareddra, mia zingareddra
oh cchi dolu chi m’ha datu.
Nun fà nente matre cara
tu su dolu hai d’assaggiari
i su figghiu tantu cuntentu
n’ha di d’esseri scuntenta
di su figghiu preziusu
n’ha di d’esseri dolirusa
di su figghiu tantu caru
n’ha di esseri scunsulata.
Dopo la processione, si restava in Chiesa a vegliare. La processione continuava il suo giro il venerdì mattina; quando il corteo giungeva nel rione Croci, la Madonna, che fino ad allora era andata alla ricerca di Gesù, finalmente riusciva a trovarlo, quindi, si invertiva l’ordine delle statue. Pasqua di Resurrezione era il sabato, la statua della Madonna del Rosario (non più vestita a lutto), veniva portata in un luogo lontano dalla Chiesa.
La gioia di questo giorno può essere rappresentata in quest’immagine iconografica: “’u sacristaneddru” suonava la campanella, “u sacristanu” liberava le campane - rimaste mute fino ad allora perchè al loro posto si suonava “a troccola” - e suonava la Gloria, contemporaneamente si aprivano le porte della Chiesa e faceva il suo ingresso la Madonna, mentre i fedeli restavano a bocca aperta, rapiti dalla sacra immagine.
All’uscita della Messa, i bambini che avevano portato le “cuzzupe” decorate da uova con guscio, si sbattevano il dolce contro la fronte per romperne le uova, a tal proposito, a testimonianza della fine delle ristrettezze imposte dalla Quaresima, si diceva “Nesci tu sarda salata, trasu eju la ‘ncuzzupata: cu cuzzupe e cuzzupeddri, ricriamu li quatrareddri”.
Domenica di Pasqua si andava al “Timpunu”, luogo distante dal paese in cui sorge il Santuario in onore di S. Francesco di Paola, Santo al quale i Casabonesi sono legati in modo particolare. Questa era la vera festa del giorno di Pasqua, perchè la statua del Santo ritornava, dopo un anno, nella Chiesa madre. I festeggiamenti, dopo la Messa, continuavano a tavola: il banchetto pasquale prevedeva pasta con sugo e polpette, agnello in bianco con patate, frittata con asparagi.
Oggi, anche la preparazione alla Pasqua segue i ritmi della vita moderna, infatti, si continuano a preparare i dolci ma all’interno delle proprie case. E, così, per le vie del paese non si percepisce più la frenesìa di un tempo. I riti della settimana santa conservano l’unica particolarità della processione del venerdì santo, durante la quale gruppi di cantori intonano gli stessi canti di una volta. Tuttora, all’alba del giorno di Pasqua, ci si reca al Santuario per portare in processione la statua di S.Francesco di Paola fino alla chiesa del paese. Per dovere di cronaca scriviamo di una disputa annosa fra il parroco - che ritiene che questa usanza non debba essere praticata nella domenica di Pasqua - e la popolazione, che ritiene di dover rispettare questa antica tradizione.
Intorno agli anni ‘60, con le novità importate dai casabonesi emigrati, si iniziò “a fare ‘u pascunu” , cioè a fare una scampagnata nel giorno successivo alla Pasqua. L’etimologia del termine “pascunu”, deriva dal fatto, che in questo periodo, dell’anno i campi seminati sono coperti da germogli verdi detti “i pascuni”.
S. Francesco
A partire dal primo venerdì del mese di gennaio e per tredici venerdì, si iniziavano i c.d. “Viaggi a S. Francesco”, usanza questa ancora molto radicata soprattutto fra le donne. Gruppi di donne, in orari diversi, si recavano e si recano ancora oggi al Santuario recitando il Rosario di S. Francesco, e intonando una litania al Santo in dialetto - le cui origini ignoriamo - qui di seguito riportata:
O Sa Franciscu cu sa barba ianca,
si vecchiarellu e lu munni camini
n jornu calasti abasciu ‘a ru ferrari
“ppi carità ferratimi a Martinu”
“se n’hai dinari ferru e sinnò noni”
E Sa Franciscu si misi a curriri
la carità si fa ccu veru core.
Aza Martinu e scotula li pedi
Cadini i ferri ccu ri posti novi.
Nu jornu cala abasciu a ra marina
truva li marinari chi ‘mbarcavanu
“ppi carità ‘mbarcatimi a Messina”
“si nn’hai dinari ‘mbarchi sinnò noni”.
E Sa Franciscu si misi a curriri
la carità si fà cu veru core.
Ppi barca cci spanniu lu soiu mantellu
‘ppi ìntinna cci ‘mpizza lu suiu bastunu
mina ventu di terra e và suttina
finu c’arriva a portu Messina. Li marinari su misi a chiamari
“patri Franciscu i ca t’imbarcamu”
“s’aviti dinari accattativi li cannili
vi mannu na tempesta ppi ru maru
e Sa Franciscu l’aviti vintumari”.
Quannu arriva a ru portu i Messina
trova la mia sorella chi cianciva
la mia sorella lassu cuntenta
e ppi ricordu ci lassai nu dente
e ru cumpari li deze tre pere e
Sa Franciscu n’ha spaccatu una
Sangue di povarelli ci ha trovato
compari si voi tenere la fede
robba dei povarelli nun tuccari
De venneri fu invitatu Sa Franciscu
li dezanu carna ppi mangiari
miraculu chi ficia Sa Franciscu
la carni pesci ha fattu diventari.
Quindici giorni dopo Pasqua, si celebrava la festa di S. Francesco, riportando il Santo in processione, “a ru Timpunu” luogo del suo Santuario, accompagnato dalla musica degli zampognari. Arrivava gente anche dai paesi limitrofi, soprattutto da Rocca di Neto.
Ogni famiglia seguiva con il suo asino, che portava “fiscini” (ceste particolari) e una “vertula” (una specie di sacca tessuta al telaio) nuova - tutte le famiglie ne possedevano una per l’occasione - in cui si riponeva, innanzitutto, “a pitta i Sa’ Franciscu”, e poi frittata, soppressata,”orva” e olive, con l’intento di fermarsi a pranzo. Il vino veniva acquistato “a ru Timpunu” , nei pressi del Santuario, infatti, vi erano un vigneto e un uliveto, alla coltivazione dei quali si provvedeva con manodopera offerta a devozione del Santo, dopo che veniva proclamato un bando. Vino e olio venivano venduti e con il ricavato si faceva fronte alle spese per la festa.
Dopo la Messa, la festa proseguiva con un grande pranzo collettivo nello spiazzo di fronte la Chiesa. Il Comitato di S.Francesco invitava a pranzo le Autorità, fra cui i Carabinieri della Caserma di S.Nicola dell’Alto.
Oggi, la Festa di S.Francesco, si celebra il primo fine settimana di giugno, le abitudini si sono ovviamente trasformate, il sabato si svolge regolarmente la processione aperta dalla banda del paese che suona musiche festose e qualcuno ancora, per grazia ricevuta, veste i propri bambini con il saio uguale a quello di S.Francesco, e stende le coperte più belle alle proprie finestre. Domenica mattina, il Santo viene riportato al Santuario, sempre a suon di musica, dove viene celebrata la Messa, quasi nessuno - con delle eccezioni per qualche famiglia di Rocca di Neto - pranza “a ru Timpunu”.
2 Novembre Il culto dei morti
Il due novembre, chi aveva avuto un lutto in famiglia, preparava “a cucina du prigatoru”, tagliatelle fatte in casa e ceci. Se ne cucinava in abbondanza e veniva data a chiunque ne facesse richiesta.
E così, davanti a queste case, si potevano e si possono ancora vedere, code di gente in attesa con una pentola in mano. Sempre nello stesso periodo e con la stessa motivazione, venivano e vengono preparati “i sette piatti”, pasta al sugo con carne. Mentre, in qualsiasi periodo dell’anno, quando viene impastato il pane si preparano “sette pitte” da regalare per l’anima dei propri morti.
Un aneddoto racconta che una donna, recatasi al cimitero il giorno dei morti - in quanto solo in quel giorno veniva aperto - per piangere come tradizione sulla tomba del marito - chiese al custode in quale punto del terreno fosse sepolto il marito. Il custode le indicò il luogo e lei, buttata sopra la tomba, si disperò, pianse, si diede morsi, si strappò i capelli. Una volta terminato tutto ciò si ricompose ed uscì. A questo punto il custode esclamò: “Ah.....! finalmente qualcuno ha pianto anche per “zu Giuvanni ‘u cicoriaru”.
Quando in una casa c’era un morto, gli amici o i parenti portavano il caffè. Alla fine, la cosa curiosa, era che si sveniva non tanto per il dolore, quanto per l’eccesso di caffeina, alla quale non si era peraltro, abituati. Per una settimana di seguito si recitava il rosario, la moglie restava con i capelli sciolti per un mese senza pettinarsi nè lavarsi, i vicini portavano il cibo per un mese di seguito. Il lutto della moglie prevedeva il nero integrale dalla testa ai piedi: in testa si metteva un primo fazzoletto che coprisse metà fronte, legato dietro la nuca poi “u fazzoletuni” attaccato sotto il mento, vestito nero, scialle nero, calze nere, scarpe nere. Quando camminava per la strada non parlava con nessuno, nascondendosi il volto con i lembi del fazzoletto.
Nel rione si portava il rispetto al morto, indossando per un mese qualcosa di nero, si evitava di partecipare a festeggiamenti, in casa si intimava ai bambini il silenzio, altrimenti era “vergogna”. Uso ancora radicato: quando passa un corteo funebre, porte e finestre delle case restano ben chiuse; la banda musicale del paese precede il corteo.
S.Giovanni
Il 24 giugno, giorno di S.Giovanni, si andava nelle campagne a raccogliere il “pileio” - menta selvatica molto profumata - con cui si costruiva un crocifisso che veniva riposto in un cestino o vassoio con delle figurine del Santo intorno, questo veniva chiamato “pupulu”. Chiunque volesse stringere un rapporto di “cumparaggio” con qualcuno, gli mandava questo “pupulu” , il ricevente se accettava doveva mordere il “pileio” e mandare al nuovo compare un dono nello stesso cestino o vassoio.
Di questa tradizione è rimasto ben poco, se non l’espressione “aviri ‘u san Giuvannu”, cioè aver fatto reciprocamente da compare.
SS. Pietro e Paolo
Era questo il giorno in cui le ragazze nubili interrogavano gli astri sul proprio futuro amoroso, una delle pratiche più usate era questa: si prendeva un contenitore piccolino, si metteva dentro dell’acqua, lo si poggiava sulle mani chiuse a pugno con le nocche di tutte le dita unite, tranne i pollici ben aperti verso l’alto. Se, dopo aver formulato la domanda, il contenitore si spostava a destra, la risposta era affermativa, nel caso contrario era negativa. Altra pratica consisteva nel mangiare la c.d. “pitta i San Petru” , preparata con farina e tantissimo sale e arrostita al fuoco, con la speranza che apparisse loro in sogno il futuro sposo.
Festa della Madonna
Per il 15 agosto, festa della Madonna dell’Assunta, il popolo si preparava facendo i 15 viaggi alla Madonna e recitando il Rosario. Il 14 “si faceva la giornata alla Madonna”, il prete celebrava la Messa.
Chi aveva ricevuto una grazia, faceva il voto alla Madonna e impastava dei dolci, con tante uova quante la farina ne assorbiva, e con una forma pari alla grazia ottenuta e si copriva con “l’annaspro”. Questi dolci venivano riposti sull’altare, il prete, terminata la Messa, spezzettava la roba e la distribuiva. Intanto, ognuno aveva portato qualcosa da mangiare da casa nella propria “marmitta”, sul posto c’erano alberi di fichi e un’acqua dolcissima. La sera, prima di ritornare in paese, si recitava il rosario.
Giorno 15 c’era la processione in paese e poi si riportava la Madonna alla chiesetta dell’”Acqua ducia”. Qui la giornata di festa era caratterizzata dalla presenza di mastazzolari, venditori ambulanti di mastazzoli.
Uno dei tanti canti che si intonavano e si intonano ancora oggi alla Madonna è il Salve Regina:
Dio ti salva oi Regina
chi sei madre universale
e pi vui o durci soli in paradiso
e vui siti di gioia e risi
e di tutti li scunsulati
e di tutti li tribulati, unica spera
e a nui suspiri e geme
e lu vostru afflittu cori
ni mori di dolori e di amarezza.
Maria Madre e dolcezza
lu vostru occhiu pietusu
e materno ed amurusu
a nui vurgiti
aggraditini ed ascurtatini
suttu lu vostru santu velu
e vustru figliu ‘n cielu
a nui mustrati
aggraditini ed ascurtatini.
Madre e Vergine Maria
dolci chi mezzi a fai
l’affetti nostri
e di li nemici nostri
ed a nui dati a vittoria
ni dai l’eterna gloria, ‘n paradisu.
Benedetta sia chir’ura
chi nascia nostru Signuru
ed a ra Vergine i l’Assunta
ci cantamu la litania.
Oi mi portu ad adurari
a Maria la Madre di Dio
e la figlia di Gesù
e si n’accetta li nostri preghiere
Madre di Dio consolami tu.
Regina di lu celu Ave Maria
senta chi dicia la divota tua,
tutti i pene mie ti cuntu a tia
regina di lu cielu Ave Maria.
Oggi, l’unico rito uguale al passato è rappresentato dai pellegrinaggi al Santuario della Madonna dell’Assunta, “viaggi” che si ripetono all’alba per 15 giorni consecutivi, recitando il Rosario alla Madonna e, una volta giunti all’icona posta prima della discesa che porta alla chiesetta, si saluta ancora la Madonna con queste parole: Bona sira stiddra beddra, Tu chi si a sa coniceddra, eiu passu e ti salutu, ca tutti i Santi mi diano aiutu!
Da qualche anno è stata introdotta l’usanza di portare in processione la statua della Madonna la sera del 14 agosto con una fiaccolata.
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Il camino nella vita dei casabonesi, così come in tutte le civiltà rurali, giocava un ruolo fondamentale giacchè serviva sia per cucinare sia come mezzo di riscaldamento sia come punto di aggregazione. Era intorno al camino, infatti, che i bimbi ascoltavano rapiti le favole raccontate dai nonni, in un’epoca in cui gli anziani avevano ancora qualcosa da dire; che i fidanzati, seduti a considerevole distanza l’uno dall’altro, si lanciavano sguardi innamorati; che le donne svolgevano buona parte delle loro faccende; che gli uomini si sedevano stanchi dopo una dura giornata di lavoro nei campi.
E, anche oggi che le case sono fornite di ogni confort della civiltà moderna, il camino continua ad essere un elemento imprescindibile nella casa di ogni casabonese, contribuendo con il suo fascino a riempire le giornate e l’aria del suo profumo.
E, in questa atmosfera, in una fredda giornata di dicembre, sedute accanto al fuoco, ci lasciamo cullare dai racconti di una deliziosa nonnina che ci spiega, divertendosi nell’esporre con il suo dialetto colorito, come una volta poche parole sintetizzassero grandi concetti espressi in proverbi e modi di dire.
Proverbi
‘U ciucciu cu n’ha fattu a cuda ari tre anni ‘u n’ha fà cchiù.
L’asino a cui non è cresciuta la coda entro i tre anni, non l’avrà più.
Largu ara farina e strittu ara canigghia.
Abbondare con la farina e lesinare con la caniglia.
A gatta pressalura fà i gattareddri cicati.
La gatta frettolosa partorisce i figli ciechi
Chini nascia tunnu, u pò muriri quatratu.
Chi nasce tondo non può morire quadrato.
Spagniti iri poveri arricchisciuti e di ricchi ‘mpoveriti.
Devi avere paura dei poveri arricchiti e dei ricchi impoveriti.
Natru tantu è sutta a terra.
Per quanto è alto, il resto è sotto terra.
Pilu russu malu culuri: o nimicu o tradituru.
Persona dai capelli rossi: o è un nemico oppure un traditore.
Si vò ca l’amicizia si mantena nu piattu va e n’atru vena.
Se vuoi che l’amicizia resti intatta, i piatti devono essere mandati da entrambe le parti.
I na figghia centu ienniri.
Per una sola figlia, cento generi.
Chini ‘vetta faccia ‘vetta maritu ,chini no, pirdetta u soiu.
La donna sfacciata ha trovato marito, quella timida ha perso il suo.
I guai i ra pignata i sa sulu a cucchiara ch’ i rimina.
I guai della pentola li conosce solo il mestolo che li mescola.
Prima i Natal’ nè friddu e nè fami, doppu Natal’ friddu e fami.
Prima di Natale nè freddo e nè fame, dopo Natale freddo e fame.
Quannu ‘u tempu è da muntagna, piati a zappa e và in campagna. Quannu ‘u tempu è da marina piati a pignata e va cucina.
Quando il cattivo tempo arriva dalla montagna, prendi la zappa e vai in campagna. Quando arriva dalla marina, prendi la pentola e mettiti a cucinare.
U ciucciu chiama ricchi longhi a ru cavaddru.
L’asino dice al cavallo: tu hai le orecchie lunghe.
Quannu i ciucci s’impasturavni cu sazizz’.
Tempi così floridi da imbrigliare gli asini con le salsicce.
A banca va sparagnata quann’ è china, ca quann’ è vacanta si sparagna sula.
Il cibo va risparmiato quando c’è, quando non c’è si risparmia da solo.
Chini ‘u prezza ‘u ducatu ‘u prezza u sordu.
Chi non apprezza il ducato non può apprezzare il soldo.
C’ java misu trenta carrina ‘nta nu bucu sugnu iutu e ci n’è misu atri deci.
Avevo conservato trenta soldi in una buca, sono andato e ne ho messo altri dieci.
Quannu incontri u grecu e ru lupu, ammazza u grecu e lassa u lupu.
Se incontri l’albanese e il lupo, ammazza l’albanese e lascia vivo il lupo.
Modi di dire
Chi ti via siggiddratu!
Che ti possa vedere sigillato in una bara come uno morto di morte violenta!
Chi ti vò piare nu lampu!
Che ti possa colpire un fulmine!
Chi ti via dannatu comu Juda ara vruca quannu è iutu a si ‘mpicari!
Che tu possa sentirti dannato come Giuda quando è andato a impiccarsi!
Chi ti vò attimpari i ra cchiu auta!
Che tu possa precipitare dalla rupe più alta!
Chi ti vonu fari all’acitu!
Che tu possa essere conservato sott’aceto!
Chi china chè patutu!
Che disgrazia mi ha colto!
Sa cuccuveddra
Questo uccello di malaugurio.
Tu ‘u si duciu ‘in sali!
Tu non hai un carattere docile!
Tu ‘ ci pisci in tu gummulu!
Tu non sei capace di realizzare qualcosa.
Tu ‘u ci mori ‘ntru lettu!
Tu farai una brutta fine!
Ala e criscia.
Sbadiglia e cresci (espressione augurale rivolta ai neonati).
U figghiu là vasari quannu dorma.
Un figlio va baciato quando dorme.
Ficatu e picchiu.
Fegato e picchio (espressione utilizzata per due persone inseparabili).
Bussari cu i pedi.
Bussare con i piedi (espressione utilizzata per indicare chi chiede favori e ha le mani occupate da doni).
L’è stimatu.
L’ho ringraziato con doni.
Ni cunta frittule.
Racconta bugie (lett. cotiche di maiale).
‘Pi tia tuttu ‘u munnu è frittuli.
Per te tutto è facile.
Capa tosta.
Persona testarda.
Cumi i mitituri i Saveddri.
Come i mietitori di Savelli(espressione utilizzata per indicare persone laboriose).
Na botta aru cerchiu e natru aru timpagnu.
Una botta al cerchio e un’altra al coperchio.
Stari cu dui pedi intra nà scarpa.
Stare con due piedi in una scarpa.
S’è prena figghia.
Se hai lavorato raccoglierai i frutti.
A vurpa du sardaru.
La volpe del venditore di sarde (espressione tratta da una fiaba ed usata per indicare una persona particolarmente furba).
S’abbutta comu ‘u lupu.
Divora il cibo come un lupo (espressione usata per indicare persone molto ingorde).
Pari na vertulara.
Indica persone che indossano abbigliamenti abbondanti.
Pari nu pisciaru.
Gridi come un pescivendolo.
Casivonu nostru
a mancu e a destru
nescia ru suli
e ti cocia ri costi.
‘U ranu pistu
fa ‘u pani tostu
ti ‘nni pij na feddra
e ti ‘nni resta.
DA VISITARE
Arrivando a Casabona, anche lo sguardo del visitatore più distratto, è colpito dalle “Sciolle”, caratteristiche formazioni d’argilla, mescolate con sabbia e arenaria, collinette poste ad oriente dell’attuale paese, che restano a testimonianza dell’antico borgo, abbandonato a seguito di una serie di terremoti, frane e alluvioni.
Un altro scorcio suggestivo e originale è offerto dalla “Vallecupa”: un pendìo della collina, non coperto da vegetazione alcuna, è caratterizzato da una successione di grotte scavate nel tufo, utilizzate, una volta, come porcilaie e oggi, in parte chiuse, sono adoperate come magazzini ; il pendìo opposto, lungo il quale corre un sentiero che porta alla “Fonte”, è caratterizzato da una fitta vegetazione di pini che contrasta con la nuda roccia sottostante.
Proseguendo questo itinerario naturalistico, si arriva a “Montagnapiana”, luogo il cui terreno e il cui clima consentono una ricca vegetazione, tant‘è che l’illustre medico Giuseppe Tallarico, proprio qui, intorno alla sua villa, sperimentò alberature anche rare nel suo orto botanico. Il culmine di “Montagnapiana”, il cosidetto “Timpone”, domina un vastissimo panorama, da dove lo sguardo rapito può scendere fino al Santuario della Madonna di Capocolonna, situato sull’omonimo promontorio, e può salire fino alle alture della Sila. Immerso in questo scenario naturale sorge il Santuario in onore di San Francesco di Paola, la cui costruzione fu completata nel 1895, con il generoso contributo dei casabonesi, residenti e emigrati. All’interno della Chiesa vi sono due sculture lignee, di un certo pregio artistico, rappresentanti l’Ecce Homo e la Madonna del Carmine, che risalgono, più o meno, allo stesso periodo della costruzione del Santuario.
Il Santuario della Madonna dell’Assunta, detto anche “’I ra Madonna i l’acqua ducia”, - per la presenza di una fonte di acqua particolarmente morbida al palato - è situato in una valle, ai piedi di una montagna scoscesa. La struttura è quella tipica di una chiesetta di campagna, costruita intorno al XV secolo, diroccata in seguito al terremoto che colpì l’intero Marchesato nel 1832, fu ricostruita nel 1859. Unica opera di rilievo un dipinto, rappresentante la Madonna dell’Assunta, risalente al XVII secolo. Nei pressi del Santuario esiste una sorgente di acque sulfuree, cui si fa ricorso per la cura di problemi cutanei.
“Il paese per antica consuetudine è idealmente diviso in due parti: pinnino -zona bassa - e capadirti -zona alta-. Al loro interno, come tanti tasselli dello stesso mosaico, i rioni “rughe” Cruci, Vommicata, Colla, Vasapedi, Timpa, Timpareddru, Scogghju, Coniceddra, Gabbina, Casivonu vecchju, Sbirriolu: tutti, più o meno, con un significato o una storia da cui hanno preso nome.”
Il cuore è costituito dai resti del Convento dell’Annunziata, di cui si ha traccia e conoscenza negli scritti dei nostri concittadini, in alcune foto conservate nell’Archivio comunale, oltre che nei resti del c.d. “sumportu” e del portale d’ingresso. In seguito a studi effettuati dalla locale Scuola Media è emerso un motivo decorativo scolpito nella pietra che ricorda una serie di stelle.
CHIESA MADRE
Costruita in onore di S.Nicola, patrono del paese, intorno al XV secolo aveva un campanile alto 17 metri che crollò a causa di un terremoto e fu ricostruito
solo nel 1950, grazie anche alle generose offerte degli emigranti d’America. La volta della Chiesa è decorata da pregevoli affreschi risalenti al XVIII secolo, sull’Altare Maggiore sono collocati un dipinto ad olio di Corrado Giaquinta che rappresenta l’Assunzione e la statua scolpita nel marmo, rappresentante la Madonna col Bambino (entrambi risalenti al XV secolo), ancora, un Crocifisso ligneo che sembra risalire allo stesso periodo.
CHIESA DELL' IMMACOLATA
In località Zinga. Risale al ‘400. Un’ampia scalinata in pietra fa accedere al portale ligneo. Nella facciata si apre una piccola finestra ad arco. Ai due lati ci sono nicchie ricavate nella parete che un tempo forse ospitavano delle icone. All’interno c’è la statua dell’Immacolata.
CHIESA DI SAN GIOVANNI BATTISTA
Si trova in località Zinga. Risale all’ 800 ed è stata ristrutturata seguendo uno stile moderno. Davanti al portale c’è un ballatoio in mattoni al quale si accede per mezzo di una scalinata. L’interno è ad una sola navata e vi sono le statue di San Giovanni Battista di San Giuseppe e dell’Imacolata.
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La cucina casabonese attinge molto dalla tradizione contadina.
I prodotti tipici si preparano ancora in casa: i salumi, i formaggi, la conserva di pomodoro e i fichi infornati. Varie le specialità di dolci che vengono preparati per le feste di Natale e di Pasqua.
A frissurata
Ingredienti: carne di maiale (meglio se quella vicina al collo
o la costata perché sono particolarmente morbide), salsa di pomodoro, un bicchiere di vino, finocchietto selvatico, prezzemolo (solo se piace), sale e peperoncino piccante.
Procedimento: bollire la carne di maiale. A fine cottura togliere la schiuma che si è creata sulla superficie dell'acqua. Aggiungere la salsa di pomodoro, il finocchietto selvatico, il prezzemolo, il vino, il sale e il peperoncino piccante. Far cuocere per insaporire la carne e servire portando la pietanza a tavola direttamente con la pentola.
Pitta i fera
Ingredienti: per la pasta sfoglia: farina di grano duro, uova, zucchero, liquore, sale, acqua, cannella e chiodi di garofano.
Per il ripieno: mandorle, noci, zucchero e olio. Procedimento
Amalgamare bene tutti gli ingredienti per la pasta sfoglia fino a ottenere un impasto che poi va steso con il matterello. Preparare a parte il ripieno: sgusciare le noci e le mandorle, tritarle e fare un unico impasto con lo zucchero e l'olio. Mettere il ripieno tra due strati di sfoglia e tagliare a strisce. Arrotolare queste ultime cer¬cando di formare tanti piccoli boccioli di rosa. Metterli in una teglia possibilmente tonda. Decorare con mandorle intere e zucchero, quindi infornare.
A cottura ultimata cospargere la torta di miele sciolto.
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