Pasqua
Domenica delle Palme
Processione fino a largo Skanderberg e si prosegue poi fino al Calvario

1 Maggio
Festa della Montagnella
In questo giorno cortei di lavoratori con alla testa la banda musicale, si incontrano sulla collina posta alla sommità del parco “Montagnella". Per tutti i partecipanti grande picnic all\'aperto

13 Giugno
Festa di Sant\'Antonio


3a domenica di Luglio
Santa Veneranda
Festa patronale.Processione, musica dal vivo e fuochi pirotecnici

Dicembre
Fuochi prenatali



Carfizzi


Carfizzi


LO STEMMA
Di argento all’ulivo nodrito posto su di un monte all’italiana di verde, uscente dalla punta dello scudo; il fusto accostato ai lati da due spighe di grano al naturale poste al palo. Ornamenti esteriori da Comune.



IL GONFALONE
Drappo partito di bianco e di verde, riccamente ornato d’argento e caricato dello stemma con l’iscrizione centrata in argento: Comune di Carfizzi. Le parti di metallo e i cordoni sono argentati. Cravatta e nastri tricolorati dai colori nazionali frangiati d’argento



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STORIA

Carfizzi è uno dei paesi del crotonese di origine albanese.
La venuta dei primi Albanesi in Italia risale alla prima metà del XV secolo, allorquando il re di Napoli, Alfonso V d’Aragona, allo scopo di placare le insurrezioni dei feudatari pugliesi e calabresi, fedeli ancora alla casta degli Angioini, chiese aiuto al Principe di Albania Giorgio Kastriota Skanderberg, suo alleato. L’alleato albanese mandò in aiuto di Alfonso V un esercito di uomini comandati dal generale Demetrio Reres e dai suoi due figli, Basilio e Giorgio, i quali in poco tempo riuscirono ad avere la meglio sui rivoltosi. In tale occasione Alfonso V per riconoscenza, oltre che per motivi strategici, donò ai generali albanesi alcuni territori, nominando il generale Reres, Governatore della Calabria Ultra. Dopo la morte di Alfonso V, salì sul trono di Napoli il figlio, Ferdinando I. Ancora una volta la casa angioina, sostenuta da diversi baroni ambiziosi, tentò di riprendersi il potere. Il giovane principe, ritenendo di non poter sostenere con le sue sole forze l’impeto dei rivoltosi, si rivolse al vecchio alleato di suo padre, Skanderberg. Questa volta il principe albanese mosse personalmente alla volta dell’Italia con un esercito di circa 10.000 uomini, liberando Ferdinando I , assediato nella città di Bari, il 18 agosto 1462.

Tornato in patria, Skanderberg combatté ancora per alcuni anni contro i turchi, riportando numerose vittorie. Skanderberg muore di malaria ad Alessio il 17 gennaio 1468. Dopo la morte dell’eroe, ebbero inizio i grandi flussi migratori del popolo albanese verso la Jugoslavia, la Grecia e l’Italia, per non soccombere all’invasione Ottomana che, dopo la presa del bastione di Scutari, occupava tutta l’Albania. Dunque in questa epoca di commistione tra il popolo albanese e le popolazioni dell’Italia meridionale, venne fondata Carfizzi, anche se a dire il vero non si è trattata proprio di una fondazione quanto, come pensano alcuni studiosi, di un ripopolamento del feudo di Santa Venera. Da un documento rinvenuto nel Reale Archivio di stato di Napoli, si rileva che il Centaglia, marchese di Crotone e conte di Catanzaro “... nell’anno 1465 si possedeva uno con lo feudo di Santa Vennera, che oggi è detto Scalfizzo”.
Sono queste le prime notizie storiche su Carfizzi. Nel 1505, un certo Luca Antonio Giannotto, possedeva per morte dell’avo le terre di Trivio, Carfide e Crisma. Da ciò si deduce che già in quell’epoca il feudo di Santa Vennera si identificava con questi tre territori. Nel 1543 si procedette a Carfizzi al primo censimento di cui si ha conoscenza, dal quale risultarono 21 fuochi, cioè 21 famiglie e 82 abitanti.
Un nuovo censimento, fatto nel 1596, mostra come a distanza di mezzo secolo la popolazione risultasse sensibilmente aumentata. I fuochi erano infatti passati da 21 a 80 e gli abitanti da 82 a 170. Una notizia particolarmente interessante risultante da questo censimento, è quella secondo la quale assente, perché in “Casale Palagorio et ibi archipresbyterum”, era il reverendo Michele Sisio fu Antonio, il quale viveva con la moglie Alfonsina Candreva e i suoi tre figli. In quell’epoca il reverendo aveva una moglie e tre figli. Ciò era possibile perchè la religione professata nei secoli passati, era quella Cristiano-Ortodossa.

Ancora oggi, testimoniano a Carfizzi questo nostro passato religioso le due “conicelle” collocate alla periferia del paese; l’una posta alla fine di via Roma e chiamata “Santa Vennera” e l’altra sulla strada che porta a Cirò e detta Padre Eterno. Sembra infatti che esse non siano altro che opere monumentali tipiche della religione greco-ortodossa. Un’ulteriore conferma di questo nostro passato religioso, può essere rinvenuta in alcuni versi della famosa “Vallia di Costantino” canzone tramandata di generazione in generazione, in cui si legge che la promessa sposa di Costantino “do të vurë kurorë me njetë” (vuole scambiarsi le corone di fiori con un altro). E’infatti noto, come nel rito nuziale greco-ortodosso, l’unione matrimoniale venga sancita dallo scambio di corone di fiori tra gli sposi.
Attualmente a Carfizzi la religione è quella Cattolico-Romana e non è documentato il passaggio da un rito all’altro.


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TRADIZIONI


Il costume femminile di Carfizzi


La “Coha” è l’antichissimo e preziosissimo abito indossato nel passato dalle donne Arbëreshë, che più di ogni altra cosa è diventata il simbolo esteriore della specificità delle minoranze albanesi, anche se naturalmente essa si differenzia, per fattura e confezione, a seconda dei luoghi in cui queste minoranze si sono insediate. Il termine Coha indica propriamente la gonna, molto ampia dell’abito tradizionale arbëreshë, anche se oggi tale termine viene usato per indicare l’abito nel suo insieme.
La Coha era l’abito indossato dalla donna arbëreshë il giorno del suo matrimonio e nei giorni di festa, ma era anche l’abito con il quale la donna veniva vestita il giorno della sua morte. “Era l’abito che doveva sigillare il rinnovato incontro con il coniuge, segno di riconoscimento ed emblema di fedeltà”. Questo è certamente il
motivo principale della presenza di pochissimi esemplari ancora oggi esistenti a Carfizzi. La stoffa usata per confezionare tale abito era molto preziosa e il colore differiva a seconda della stagione in cui il matrimonio veniva celebrato. Se il matrimonio avveniva in estate, la coha veniva confezionata con una stoffa di raso damascato di colore nero, beige o grigio, mentre se il matrimoni veniva celebrato in inverno, si usava una stoffa di panno di lana di pecora, di colore esclusivamente nero. La preziosità del vestito veniva sottolineata anche dai magnifici ornamenti d’oro con cui la sposa veniva adornata in quel giorno, tipici della tradizione arbëreshë.

Linja: Camicia di puro lino, lunga fin sotto il ginocchio, impreziosita da ricami sul davanti e sulle maniche, molto arricciate.

Thekët: Colletto, molto elaborato, della camicia, fatto con fili di cotone bianco sovrapposti

Kurpeti: Corpetto indossato sulla camicia, sostituiva il reggiseno. Era cucito con preziose stoffe colorate e si allacciava sul davanti .

Kamizzolla: Sottogonna di raso, ampia tre metri e dai colori molto vivaci .

Coha: Gonna molto ampia e tutta pieghettata, con due tasche laterali e il corpetto, collegato alla gonna; aveva due bretelle, rifinite con filo dorato. La gonna, foderata con la stessa stoffa con cui veniva cucita la sottogonna, aveva l’orlo rifinito con nastrini ricamati.

Nabsëa: Asciugamano di lino ricamato che, aggiustato sul capo in un certo modo, sostituiva il velo nuziale.



Feste:

Il primo maggio
I festeggiamenti del I° maggio che da ottant'anni si svolgono alla “Montagnella”, oltre che la commemorazione della festa dei lavoratori, sono diventati il simbolo stesso dell’intera comunità arbëreshë della provincia di Crotone.
La tradizione di festeggiare il I° maggio alla Montagnella, risale all’ormai lontano 1919, anno in cui i lavoratori delle miniere di zolfo e le forze contadine di Carfizzi, San Nicola dell’Alto e Pallagorio, guidate dall’allora medico condotto Pasquale Tassone e da Gennaro Leonetti, diedero inizio a tale manifestazione. Tali festeggiamenti proseguirono anche sotto il periodo fascista, nonostante le minacce e gli arresti attuati dal regime.
Il I° maggio arbëreshë, diviene col passare del tempo, anche simbolo delle lotte per l’occupazione delle terre appartenenti ai grandi latifondisti o al demanio pubblico, che i lavoratori dei tre paesi combatterono unitariamente nel passato. In questo giorno i cortei di lavoratori, provenienti dalle piazze principali di Carfizzi, San Nicola dell’Alto e Pallagorio, con alla testa la banda musicale, si incontrano sulla collina posta alla sommità del parco “Montagnella”, ormai diventata un simbolo di unità dei tre paesi, non solo per ascoltare i discorsi dei vari esponenti del mondo sindacale, ma anche per passare insieme un’allegra giornata in compagnia.
La Pasqua: il sepolcro
Ancora oggi, l’allestimento del sacro sepolcro mantiene delle caratteristiche che risalgono ai tempi passati e che sono rimaste intatte nel tempo. Infatti circa un mese prima della domenica di Pasqua, i fedeli interrano in un vaso ceci, grano e fave. Questo vaso è tenuto al buio cosicchè i germogli assumano un caratteristico colore giallo. Una volta, si usava mettere tali vasi all’interno del comodino.
Come previsto dalla liturgìa, il sepolcro viene allestito il giovedì santo, dopo la messa con cui si compie il rituale della lavanda dei piedi. In questo giorno i fedeli si recano in chiesa portando i suddetti vasi con i quali si abbellisce il sepolcro. Il sabato seguente, quando si procede alla spoliazione del sepolcro, i fedeli si riprendono i loro vasi distribuendo i germogli ai presenti. L’usanza vuole che i mazzetti di germogli vengano conservati dai fedeli sotto il cuscino o vicino al crocifisso posto sulla testata superiore del letto.


Fuochi prenatali
L’uso pagano di accendere dei falò la sera della vigilia della festa di Santa Caterina da Siena (il 24 novembre), di San Nicola (il 5 dicembre), dell’Immacolata (il 7 dicembre) e di Santa Lucia (il 12 Dicembre), risale a tempi molto lontani e testimonia il misto di sacro e pagano con cui è vissuta la religiosità a Carfizzi.
Il fuoco, essendo visto come un elemento vitale insieme ad acqua, aria e terra, è un simbolo positivo, legato ai miti pagani dell’antica Grecia, in particolare al mito di Prometeo, che rubò il fuoco agli dei per amore degli uomini. Fino a pochi anni fà, i falò venivano accesi in ogni rione del paese con i rami di Cisto che venivano raccolti nei boschi dalle donne e dagli adolescenti e trasportati in paese caricati sulle spalle. Era questa un’occasione per trascorrere una serata in compagnia. Di solito, quando i rami si erano ormai consumati, sui carboni ardenti venivano messe a cuocere delle patate e delle cipolle che poi venivano distribuite tra i presenti. Nonostante oggi questa tradizione si sia in parte persa, molto sentita rimane dai carfizzoti l’usanza di accendere un grande falò, sul Sagrato della Chiesa di Santa Veneranda, la notte della vigilia di Natale, al cui allestimento partecipa tutta la popolazione che, con grande devozione, dona grandi ceppi di legno. Il significato di questo grande falò natalizio con cui simbolicamente si riscalda il Bambinello appena nato, rappresenta il messaggio di amore, di pace e redenzione che Cristo vuole trasmettere all’umanità con la sua nascita.

La Superstizione a Carfizzi: credenze e usanze
Diverse sono le credenze e le usanze legate alla superstizione, molte delle quali hanno per protagoniste le fate. Una delle credenze più ricorrenti nel passato, era legata al periodo di carnevale ed aveva come protagoniste queste leggiadre creature. Infatti, si credeva, che durante gli ultimi tre giorni di carnevale le donne non potevano recarsi alle fonti in quanto questi giorni erano dedicati al bucato delle fate che non potevano essere disturbate... Tra le usanze, ancora oggi molto diffuse, sono da ricordare l’uso dell’Abitello e del Morzi.

“Abitello”
E’ una credenza popolare che ha radici molto antiche e che continua ad essere praticata ancora oggi. La credenza vuole che l’uso di questo amuleto abbia la proprietà di allontanare da chi lo porta, in genere i neonati, il malocchio. L’abitello consiste in un piccolo pezzo di stoffa vellutata, in genere di colore rosso, cucito in modo da ricavare una specie di sacchettino. Il sacchettino contiene: un pezzetto di stoffa ritagliato da una stola che il prete usa durante le funzioni religiose, un pezzetto di legno estratto dalla porta della chiesa, tre chicchi di grano, tre sassolini raccolti agli incroci del paese, tre palline di piombo e un rametto di ruta

“Môrzi”
Esso consiste in un braccialetto realizzato con fili di cotone o lana colorati, intrecciati tra di loro, che ancora oggi i bambini ed i giovani portano legato al braccio durante tutto il mese di marzo. Marzo, nell’antichità, era considerato, infatti, il mese delle streghe che andavano in giro a compiere malefatte e atti satanici. L’uso del Môrzi aveva il potere di tenere lontane le streghe e proteggere soprattutto i bambini e le persone più giovani, in quanto essendo più ingenui, erano considerate le loro vittime preferite.



Giochi:

Giochi dei bambini di ieri

I giochi che i bambini di ieri erano soliti praticare erano giochi semplici, per i quali i materiali usati erano offerti dalla natura. Tra di essi i più in voga erano i giochi dei Shkaravajet e del Rassi e Skuiji.

Shkaravajet
Per questo gioco, che si svolge tra almeno due bambini, è necessario munirsi di cinque pietre lisce tutte uguali tra di loro. Il gioco consiste nello sparpagliare le pietre per terra e poi prenderne una e lanciarla in aria. Mentre la pietra è ancora sospesa in aria, si prende una delle pietre da terra e si raccoglie la pietra lanciata in aria senza farla cadere; il primo giro prosegue fino ad esaurimento delle pietre.
Nel secondo giro le pietre vengono invece raccolte da terra a due a due; nel terzo si raccolgono tre pietre al primo lancio e una al secondo lancio. Nel quarto giro si lancia una pietra in aria e nel frattempo si raccolgono tutte e quattro le pietre rimaste a terra. E’ molto importante non muovere, durante il lancio dei sassi le altre pietre, altrimenti il ioco passa all’avversario. Infine il quinto giro è chiamato “porto”, in quanto mentre con una mano si fa una specie di sottopassaggio, con l’altra si lanciano le pietre per terra che poi ad una ad una si fanno passare sotto il porto. Il perdente deve sottostare ad una cruenta penitenza che si pratica aprendo una mano del perdente e mettendo tra le sue dita le varie pietre. Il vincitore prende le pietre ad una ad una, le lancia in alto e nel frattempo graffia, pizzica o schiaffeggia la mano del perdente.

Rassi e Skuiji (Rasso e squillio)
Per questo gioco è necessario munirsi di due bastoni di diverse misure, rassi e skuiji appunto. Anzitutto si disegna per terra una linea e poi i giocatori, facendo attenzione a non oltrepassare la linea, devono colpire lo squillio, il bastone più corto e più appuntito, con il rasso, il bastone più lungo. Il punto va al giocatore che fa arrivare lo squillio più lontano
Altri giochi praticati dai ragazzi di ieri erano Strumbghi, cioè la comune trottola fatta artigianalmente con un pezzo di legno e il Karkapali, ossia un cannoncino in genere di sambuco il quale veniva caricato con due palline fatte di stoppia di lino bagnata.
Le palline venivano poi lanciate, spingendo un legnetto all’interno della cavità del cannoncino, facendo un caratteristico rumore.

La chiesa di Santa Veneranda

C’era una bella chiesa a tre navate,
col suo classico campanile, intorno al quale, in
tre direttrici, orbitavano tutte imbiancate a calce,
piccole casette prospicienti strette viuzze, tal che
a vedersi era spontaneo comparare il tutto ad un
lillipuziano paese da fiaba.
C’era, gradito all’orecchio, l’aritmico
zoccolìo che, all’alba ed al tramonto d’ogni dì,
facean le lunghe fila d’asini nel calcar gli
sdrucciolevoli acciottolati della “Cona” della
“Vascialia” e del “Palacco”.
C’era il mietitore, inguainato in un largo,
lungo e bianco camisaccio di tela di lino, dalle
dita incannulate, con in testa, a far da cappello,
un variopinto fazzoletto con i quattro angoli
annodati, che grondante sudore ed allegro ad un
tempo, “Iermitava” con l’arcuata falce le turgide
e nere spighe di grano duro; pago di questa
unica e spesso magra ricompensa per un intero
anno di dura fatica.
C’era il calzolaio (non il ciabattino) esperto
nel fabbricar artigianalmente scarponi chiodati,
ad operar seduto ad un lato del quadrato
bischetto, sempre attorniato da un nugolo di
apprendisti: chi intento ad incerar spago, chi a
raddrizzar chiodini, chi a batter suola, chi ad
affilar trincetti e chi, d’estate con un ventaglio
intento ad arear il “Mastro” e da lui tener
lontano le noiose mosche, badando però a non
prendersi nello stomaco le gomitate o i pugni del
“Mastro” stesso nell’atto in cui, cucendo, a due
mani lo spago tira.
C’era l’incomprensibile vociar degli
avvinazzati, proveniente dalla Cantina, dove
pur essendo “Vietato l’Incrocco”, hanno
egualmente giocato il “Padrone e Sotto”, a volte
sganasciandosi in risate, a volte provocando
qualche rissa, spesso sedata da malcapitati
pacieri.
C’era penuria di vino, lusso per pochi,
desiderio per molti, per cui, gradita ed attesa
occasione d’incontro tra amici e compari, era
l’inveterata usanza d'approntare, in ogni
famiglia, nel dì dell’uccisione del domestico
maiale, un’agape agreste, destinata a finire con
la generale sbronza dei conviviali, l’unica in
grado d’appagar la loro antica arsura, e da loro
tener temporaneamente lontane le tristezza del
Ieri e del Domani
C’era penuria di acqua potabile, reperibile in
poche sorgenti, site nei boschi che fan da verde
corona all’abitato urbano; e, malinconico a
vedersi, c’era al pomeriggio il frettoloso rientro
delle massaie provenienti dalle fonti con i loro
barili di legno legati a corda, proprio là dove la
schiena cambia nome, che sudate e mute, si
adoperano a raggiunger casa al più presto, per
approntare il desinare al marito e ai figli, lì lì
per rientrare dai campi.
C’era, quasi mitica Parca la nonnina che con
la canocchia sotto l’ascella filava il lino che, in
autunno, avea cardato ed impupato, dopo che il
marito od il figlio col rustico mangano,
sgusciandolo dall’originale legnoso involucro
trasformato l’avea in tessil fibra.
C’era la”donzelletta” seduta fuori dall’uscio
di casa, d’estate intenta ad intrecciar canestri di
paglia e ad arabescarli d’amaranto e verde
scarabeo per intonarli con le coperte di lino e
lana che d’inverno avea tessuto sul telaio antico,
all’antica maniera dalle avole a lei tramandata,
sperando di perpetuar gelose tradizioni.
C’era, alla vigilia di ogni matrimonio il
tradizional “Ballo d’Addio al Nubilato”,
organizzato in casa della futura sposa rara
occasione d’incontro per altri platonici amanti,
costretti a vedersi sol da lontano, ed a colloquiar
con gesti da mimico linguaggio, diverso per ogni
coppia perché non appreso su formulari o testi
didattici per sordomuti, ma da essa sola
inventato a guisa di segreto cifrario.
C’era il bimbo che correndo scalzo,
inseguiva un vecchio, arrugginito e rumoroso
cerchio di bicicletta o che si soffermava a giocare
con i coetanei alle “Trottole di legno”, ai
“Bottoni”, a “Battimuro” o allo “Squiglio”.
C’era il giovinetto che giocava in piazza con
gli amici, calciando una palla di stracci o un
rattoppato pallone di rugoso cuoio, nuovamente
rompendo il già lesionato vetro di una tarlata
finestrucola, provocando così l’isterica reazione
della massaia, le cui stridule gridate
richiamavan all’assemblaggio gli astanti, a
curiosar votati come divario alla noiosa inerzia,
provocata “dal non succedere mai nulla di nuovo”.
C’era al pomeriggio, sul ballatoio
antistante l’Ufficio Postale, un raggruppamento
di persone intento a ricommentare i soliti
avvenimenti ed a spettegolar di tutto, nell’attesa
che, senza fretta alcuna il procaccia arrivasse
dal “Bivio”, con i sacchi della posta infilati
nelle capaci tasche della bisaccia, inarcata sul
basto di una placida asinella.
C’era per rompere il solito “Tran-tran” di
tanto in tanto applaudito dall’intera incantata
popolazione, l’esibizione in piazza di una
zingaresca “Compagnia di Prosa”, che facea
immancabilmente gli spettatori traslare dalle
lacrime provocate da lagnosi drammoni
romantici alle lacrime da risate, dalla comicità
delle farse finali suscitate.
C’era la lucerna ad olio col suo sfrigolante
stoppino; il lume a petrolio e la lampada ad
acetilene con il loro maleodoranti effluvi.
C’era un mulino dalle mole di pietra,
azionato a vapore, ed un frantoio oleario a
torchio.
C’era una sola automobile, due motociclette,
tre biciclette.
C’era prelibato per rusticani palati , il
liquore “Marca Gemma”, il “Triplesec” ed il
famosissimo ricercato “Doppio Kuummeell”.
C’era educazione, rispetto, modestia e
pudicizia.
C’era armonia, fraternità, disponibilità
cooperazione.
C’era la discarica delle immondizie dislocata
quasi in piazza; la malaria, la tubercolosi ed
anche la fame.
C’era la Pace, pur in tempo di guerra!
Per chi ha vissuto quello ad un tempo aureo e
plumbeo periodo, ora c’è solo un po' di
nostalgia; tra non molto ci sarà l’oblio.

Enzo Rizzato

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LA LINGUA

Pak e pak hora shuhet.
Mô shumë ka shpi se kështrerë
mô pak ka të vegjil se pjeqë.
Te udha lehet bari
e te ôna pashirnjin delet e dhitë.
Pak zjare jôn të dhezur.
Te gjitunia pak dera jôn te hapta.
Kumbora frin mô pë të dekërit
se pë të ngjagërit.
Sulla ô vjetu pa korr.
Kërshitë të vuna i shkundin era e detit.
Uitë e Krozarit rrjetdhë te lumi
e vucat vjeten të mbrazta.
Hora nga dita mbjaket mô shumë.
Ôshtë ngë Horë Arbëreshë cë rrenjëtë
i ka ati, ma lulet i ka të shprishur.
Il Paese si spegne a poco a poco
vi sono più case che persone
meno bambini e più vecchi.
L’erba cresce per la strada
e accanto pascolano le pecore e le capre.
Pochi sono i camini accesi.
Nel rione poche sono le porte aperte.
La campana suona più per i morti
che per i vivi.
La sulla è rimasta incolta
le ciliegie mature sono battute dal vento marino.
L’acqua della fonte scorre nel fiume e
i barili rimangono vuoti.
Il Paese invecchia ogni giorno di più.
E’ un Paese Albanese che ha qui
le radici ma i suoi fiori sono sparsi
(per il mondo).

 

La lingua Arbëreshë .

L’Albanese è, senza alcun dubbio, una lingua indoeuropea, le cui origini sono molto antiche. In una cartina geografica del II° secolo, il geografo greco Tolomeo segnalava per la prima volta , con il nome di Alvanoi, nei pressi dell’attuale Durazzo, il luogo ove viveva la stirpe degli albanesi. In seguito, con la labializzazione della V greca in B latina, nasce la parola Albania. Nei secoli successivi, il luogo ove risiedeva la stirpe albanese, venne chiamata Arberia o Arbenia, mentre la popolazione venne indicata con il nome Arbëreshë.
Ecco spiegato il motivo per cui le comunità di origine albanese in Italia, vengono chiamate Arbëreshë, mentre gli odierni Albanesi si identificano con il nome “Sqiptarë”, che secondo alcuni deriva dalla parola Sqip che significa “chiaro”, mentre secondo altri deriva dalla parola “Sqiponja” che significa “aquila”, quindi Albania il paese delle aquile. Naturalmente mentre il lessico arbëreshë ha subito nel corso degli anni l’influenza italiana o calabrese, l’albanese della madre patria ha subito l’influenza turca. Molti sono, infatti, i vocaboli arbëreshë che a ben guardare hanno origine calabrese o italiana, come ad esempio bônka (tavolo), bikeri (bicchiere) seggia (sedia) e tanti altri. Differenze sia lessicali che fonetiche si riscontrano pure nei tre paesi albanesi del crotonese: San Nicola, Pallagorio e Carfizzi. Nonostante queste differenze linguistiche autoctone, la struttura della lingua albanese/arbëreshë è unica, come uniforme è il suo substrato.

Piccola guida per leggere l’Arbëreshë

H: corrisponde alla g dura della parola italiana gatto;
k: corrisponde alla c della parola italiana casa;
ô: corrisponde alla ent francese della parola naturelement;
nj: corrisponde alla gn della parola italiana gnomo;
ë: e muta;
c: equivale alla z italiana della parola Carfizzi;
th: corrisponde al th inglese
j: allunga il suono della i.
ç: corrisponde alla c della parola italiana ciliegia o cedro.

Proverbi Arbëreshë

Molti sono i proverbi arbëreshë, espressione della saggezza popolare, che ancora oggi si sentono ripetere a Carfizzi. Di seguito riportiamo i proverbi ritenuti più significativi e tipici della nostra cultura.

Gur me gur bohet mur
(I muri si costruiscono pietra su pietra).
E’ una espressione usata come monito per tutti coloro che hanno sempre fretta, e che a causa di essa spesso sbagliano.

Graja, prifti e dhia bonjn dôm te gjitunia
(I guai del vicinato sono: la donna, il prete e la capra).
Questa espressione mostra come per la cultura popolare, le maggiori colpe siano da attribuire alla donna in quanto ritenuta pettegola, al prete in quanto ritenuto cacciatore delle donne altrui, e alla capra in quanto mangia tutta l’erba che cresce nei dintorni.

Fjalët jônë si kërshi, merr njô e vjnjin di
(Le parole sono come le ciliegie, ne prendi una e ne vengono due)
E’ un monito a non sparlare

Guajet e poçes i din luga çë rriminôrin
(Solo il mestolo conosce i guai della pentola)
Ognuno conosce i propri guai e gli altri non possono giudicare.

Barku i plot këmba lot
( Solo quando lo stomaco è sazio il corpo può lavorare)
E’ un invito a ben nutrirsi

Trômbe si breshka te grôndnat
(Hai paura come la tartaruga quando grandina)
Il proverbio si riferisce a uomini temerari che non hanno paura di nulla.

Një arrë te thesi në bonë shtrush
(Una noce nel sacco non fa rumore)
Equivale a dire che in tutte le dicerie c’è un fondo di verità.

Ghançela vete e vjen njer çë çahet
(L’anfora va e viene dalla fonte finché non si rompe)
Il detto equivale a dire che la pazienza ha un limite.

Gargalia mbiakurise pru t’mbiakurit tim
(vecchiaia del mio telaio portò con sé la mia vecchiaia)
Si riferisce al fatto che in passato la donna viveva quasi in simbiosi con il telaio,
per cui invecchiava tessendo coperte e vestiti.

Canti:

Canti popolari
I Canti tradizionali arbëreshë, le Vaghe o Valle, consistono in canti in cui tutti i partecipanti si prendevano per mano danzando lungo le strade del paese, oppure circondando gli sposi. Infatti le Vaghe si celebravano per carnevale, durante i riti matrimoniali. La Vagha più famosa è forse la “Vagha e Kustandinit”, cioè “La Danza di Costantino”, presente in diverse versioni in tutti i paesi arbërëshë.In questo canto si narrano le vicende amorose di Costantino il piccolo, ritenuto un eroe nella lotta contro i turchi. Costantino, dopo soli tre giorni di matrimonio, riceve l’ordine di partire e raggiungere l’esercito. Costantino parte e combatte per nove lunghissimi anni. Dopo nove anni di fedele servizio, fa un sogno terribile; sogna infatti che la sua sposa sta per scambiare le corone di fiori, con un altro, tipico gesto del matrimonio greco-ortodosso. Costantino svegliatosi di soprassalto, emette un forte sospiro sentito dalla grande Signora, la quale, dopo aver chiesto il motivo di tale lamento, suggerisce a Costantino il piccolo, di prendere la nona chiave, aprire la nona stalla e prendere il cavallo più nero e più veloce e correre verso il suo paese per impedire quel matrimonio. Così Costantino parte; giunto nei pressi della sua Hora (Paese), incontra i suoi vecchi genitori che hanno deciso di suicidarsi, poiché la loro nuora, sposa del loro figlio, stava per sposarsi con un altro. Dopo essersi fatto riconoscere dai suoi vecchi genitori, Costantino arriva in chiesa appena in tempo per impedire che la sua sposa scambia il giuramento d’amore con il rivale.
Quella che segue è la versione della “Vagha e Kustandinit” più conosciuta a Carfizzi.

Vagha e Kustandinit La danza di Costantino

Lojmë lojmë vasha vaghe ....
Kustandin i vogulis
Di tre ditë dhondar qeve

Nondë vjetë ntosteri
Di tre vjetë ngë fole ti
Njerë cë shkotin nondë vjetë
Saku m’erdhë ngondërridhë
S‘e bukura u martuar
Ai këgoj një shushpirë
Gjegj Zonja ka ndër larta
Kush qe cë shyrdoj?
Ssriti gji shipërrkto
Cili qe cë shipërktoj?
Shqipërtoj Kustandini.
Kustandin kurorë e parë
Ti cë pate cë shqirpëtove?
Ime shoqë sirmenotë
Do të vurë kurorë me njëtë
Mirrë të nondë çiççethitë
Hapë të nondë stallije
Mirrë karvugin e zi
Ato të zin mo se gji
Ato cë vete si jifga
Vata pakë më tutje
E përqoka Zotin pjakë
Ti ku vetë Zoti pjakë?
Vete gramissurith
Ime rejë sirmenotë
Do të vurë kurorë me njetë
Tehu prape Zoti pjakë
Se u jômë Kustandin
Kustandin kurorë e parë
Vata pakë më tutje
e përqoka Zonjin pjake
Ti ku vete Zonjë pjake?
Vete e gramissuirth
Ime rejë sirmenotë
Do të vurë kurorë me njetë
Tehu prapë Zonje pjakë
Se u jômë Kustandini
Kustandin kurorë e parë
Sa je Zotë e iu bujarë
Mbonnji fortë ato kurorë
Se u jômë Kustandini
Kustandin kurorë e parë
Ku qe fida cë më dhe?
Qenë gji tonatë e më ndruatin
Se rrondi kishte dekur
Kustandin kurorë e parë

Balliamo balliamo ragazze la danza
Costantino il piccolino
da tre giorni era sposato
Nove anni passasti nell’esercito
Per tre anni non parlasti
Finchè non passarono nove anni
e facesti un sogno
in cui la bella si sposava
Lui fece un sospiro
Sentì la Signora da lassù
“Chi fu a sospirare”?
Chiamò tutti gli albanesi
Chi è stato a sospirare”?
L’albanese Costantino.
Costantino prima corona
Perchè sospirasti?
Mia moglie stamattina
vuole scambiarsi la corona con un altro
Prendi le nove chiavi
Apri le nove stalle
Prendi il cavallo nero
Quello più nero di tutti
Quello che corre come una favilla
Andai poco più in là
e incontrai il vecchio padre
Dove vai vecchio padre?
Vado ad ammazzarmi
Mia nuora questa mattina
Vuole sposarsi con un altro
Torna indietro vecchio padre
Che io sono Costantino
Costantino prima corona
Andai poco più in là
e incontrai la vecchia madre
Dove vai vecchia madre?
Vado ad ammazzarmi
Mia nuora questa mattina
Vuole sposarsi con un altro
Torna indietro vecchia madre
che io sono Costantino
Costantino prima corona
E voi prete e nobili
stringete forte le corone di fiori
che io sono Costantino.
Costantino prima corona
Dove è la fede che mi hai dato?
Sono stati i miei parenti a dirmi
che il mio sposo era morto
Costantino prima corona


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DA VISITARE


La “Montagnella”

Il Parco Comunale “Montagnella” si estende dalla valle di Giglietto fino alla cima del monte Pizzuta e attraversa le verdi terrazze di “Menzivono”, “Stazzovecchio”, “Monachello”, “Capraro”, “Montagnella” e le fonti di “Crosari”.
Nel parco comunale, istituito per proteggere e valorizzare uno dei più completi esempi di macchia mediterranea della zona, il clima e la flora mediterranea rifulgono in tutta la loro bellezza. La creazione di aree di sosta, attrezzate di barbecue, tavoli, gazebo, giochi e la risistemazione di alcuni sentieri rurali, rendono vaste zone del Parco fruibile a tutti. Tra i sentieri più belli e suggestivi ricordiamo quello che, partendo dagli impianti sportivi, ubicati sulla collina di Menzivono, si snoda attraverso una serie di dorsali e arriva a valle. Molto suggestivo è senza dubbio anche il sentiero che, risalendo il corso del torrente Manzella, porta alla suggestiva Cascata del Gioietto, e il cui paesaggio estivo è dominato dall’Oleandro dai fiori bianchi o rosa e dal Tamerisco. La vegetazione del parco è tutto un susseguirsi di arbusti e piccoli alberi tipici della Macchia Mediterranea. Molte sono le specie e sottospecie che, con i loro colori, arricchiscono il paesaggio prevalentemente di colore verde cupo dato dai sempreverdi Leccio, Farneto e Rovella.
All’inizio della primavera, tutto il bosco è impregnato dal profumo dei fiori giallognoli dell’Alloro e dei fiori porporini dell’Olmo. Il sottobosco è invece dominato dall’Erica, dalle cui radici si ricavano le pipe e dai cui fusti si fanno le scope e la carbonella usata, una volta dai fabbri. Diffuse sono anche l’Edera , la Clematis Vitalba e la Vite americana.

Sempre nel sottobosco troviamo il Cisto, usato dai carfizzoti per fare i falò prenatalizi, il Rosmarino, il Citiso scopario, cespuglio di modeste dimensioni con poche foglie ma ricco di germogli e rami, e la Ginestra Spina, spinosa e ricca di fiori che offre un buon riparo per la fauna. Nelle parti di parco più aerate e profonde trovano alloggio: il Sughero, l’Oleastro, il Lauro, il Pistacchio, il Mirto, il Ginepro e il Carpino, mentre nelle parti più vicine al paese si trovano la Stipa, il Lentisco e soprattutto il Corbezzolo, che in autunno offre gustosi frutti color giallo che diventano rossi una volta maturi. Il patrimonio faunistico del parco, comprende le specie animali che hanno nella Macchia Mediterranea il loro habitat naturale.
Molto diffusi sono il Cinghiale e il Gatto selvatico, mentre la Lepre è ormai in estinzione, a causa di una caccia eccessiva. Tra i mammiferi predatori, va segnalata la presenza della Faina, della Martora e della Volpe, ma soprattutto del Tasso, dell’Istrice e del Riccio.
Nel parco nidificano varie specie di uccelli come la Beccaccia, il Faggiano, la Ballerina bianca, la Capinera, la Ciciarella, l’Usignolo, il Pettirosso, il Merlo, il Fringuello, il Cardellino, il Verdone, la Peppola, il Frosone, il Passero, la Ghiandaia e la Cornacchia grigia. La forma di caccia più diffusa nella zona è quella con i cani da ferma al Fagiano e alla Beccacia, cui si aggiunge la caccia alla Volpe e, soprattutto negli ultimi anni, al Cinghiale.

Il torrente Manzella e i suoi Mulini.

Percorrendo il sentiero che segue il corso del torrente Manzella sono ancora visibili i ruderi di ben otto mulini, che azionati dalla forza dell’acqua, svolgevano la loro attività soprattutto nel secolo scorso.

La zona era un centro molto attivo nel settore della trasformazione del grano, poiché i Molinari servivano non solo Carfizzi, ma anche i paesi del circondario.
Risalendo il torrente, il primo mulino che si incontra sulla riva sinistra, a breve distanza dalla strada provinciale che conduce a Cirò Marina, è il “Manzella”.
Sempre sulla riva sinistra del torrente, a dieci minuti di cammino dal primo, si incontrano i resti del mulino di “Jannaresta”. Poco più sopra, ma sulla riva destra, si scorgono i resti del mulino di “Gustinello”.
Continuando il cammino, si possono ammirare i mulini di “Maiorano”, “Belladonna”, “Prastëni” e “Santo”. Nelle vicinanze della cascata del “Giglietto” vi è infine il mulino “Comito”.
La concentrazione degli otto caratteristici mulini lungo il corso del Manzella, pare sia dovuta alla forte ripidità del suo letto, che dà all’acqua una forza tale da riuscire a muovere la ruota e la macina dei mulini. Poichè però questo rio, soprattutto nella stagione estiva, è molto povero d’acqua, i mugnai avevano appositamente fatto costruire dei condotti che partivano a monte dei mulini gli “Aquari” e che servivano da bacini di raccolta dell’acqua. Attraverso la c.d. Saitta, una specie di camino alto circa due metri a forma di imbuto e posto nella parte superiore del mulino, si aumentava la pressione dell’acqua, che acquistava così una forza capace di muovere le pale di una grande ruota di legno con la quale veniva azionata la macina.

Largo skanderberg

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GASTRONOMIA

Nonostante negli ultimi anni la pubblicità abbia influito in modo consistente sull’alimentazione tipica dei Carfizzoti, orientandola verso il consumo di prodotti industriali, ancora oggi molto diffusa è la preparazione di pietanze con ingredienti semplici, tipici della cultura contadina.

Un piatto tipico è la “ Furisishka” i cui ingredienti base, sono i fiori e le foglie di zucca. Queste vengono bollite a lungo in acqua assieme a delle patate tagliate a dadini e insaporite con olio, aglio e sale. A cottura ultimata vi si aggiunge del pane raffermo e dell’olio crudo. Il tutto viene ripetutamente mescolato, affinché gli ingredienti si amalgamino bene tra di loro. I fiori di zucca possono anche essere sostituiti da foglie di bietole.
Un altro piatto povero della cultura contadina è il “Bukë të ziar” (Pane Cotto) che nel passato veniva usato per lo svezzamento dei bambini. Per la preparazione di tale piatto si usa del pane raffermo, che viene tagliato a pezzetti e bollito in acqua e sale. A fine cottura, il pane si schiaccia con una forchetta e può essere condito o con olio e zucchero oppure con olio e formaggio.
La “Bukevalle” è una caratteristica pizza salata i cui ingredienti sono farina e rimasujetë, ossia ciò che resta dalla bollitura del grasso di maiale con cui si preparava lo strutto. Per la preparazione di questa gustosa pizza si procede in tale modo: si mettono a bollire nell’acqua rimasujet affinché si sciolgano, poi vi si aggiunge la farina e si impasta il tutto. Una volta amalgamati gli ingredienti, si mette il composto in una teglia oleata e si inforna.
Altri piatti tipici dell’alimentazione locale, legati alla tradizione dell’uccisione del maiale, e certamente particolari per sapore, sono: Frissurata, Përtè (pron. prtè) e Sangèri.
Frissurata. Gli ingredienti base di tale piatto sono la carne (soprattutto quella prelevata dalla testa), e il fegato del maiale. Il tutto viene fritto con olio, aglio, sale, alloro e molto peperoncino. Quando la carne è ormai cotta vi si aggiunge del vino rosso che si fa evaporare.
Përtè (pron. prtè). E’ una gelatina fatta esclusivamente con la carne prelevata dalla testa dell’animale e messa a bollire a lungo in abbondante acqua e sale. Una volta cotta, la gelatina, viene condita con aglio, aceto e menta. Si conserva in vasetti di vetro e consumata durante l’anno.
Sangeri (Sanguinaccio). E’ composto da due parti di mosto cotto e da una parte di sangue di maiale, aromatizzato con zucchero, uva passa, noci, caffè macinato e buccia di arancia. Il tutto viene messo a bollire a fuoco lento, rimestandolo continuamente affinché il sangue non coaguli. Questo gustoso piatto può essere mangiato da solo, spalmato sul pane, o mescolato con della ricotta.

Dolci tipici

Kucupe
Le “kucupe” (pron. cuzzupe) sono i dolci tipici del periodo pasquale .
Si ottengono sbattendo le uova con lo zucchero a cui si aggiunge della buccia grattugiata di limone, dell’ammoniaca sciolta nel latte bollente e olio (una volta si usava lo strutto). Al composto si aggiunge a poco a poco la farina e il tutto viene lavorato ben bene affinché gli ingredienti si amalgamino al meglio.
La forma dei dolci è varia, ma tutte sono caratterizzate dalla presenza di un uovo sodo colorato di rosso posto al centro di esse. L’operazione della colorazione è molto antica, in quanto si utilizza una radice selvatica detta “rrôze”. Questa radice viene prima pestata finemente e poi messa a bollire, assieme alle uova, in molta acqua. Le uova a fine cottura assumono una colorazione rosso porpora. Una volta lavorati, i dolci vengono infornati per circa mezz’ora e poi ulteriormente decorati con una spumosa glassa composta dal bianco d’uovo e zucchero.

Mastacciuoli
Tipici dolci composti da miele e farina.
Il miele, messo in un capiente recipiente, viene sciolto a fuoco lento e versato sulla farina, posta a fontana su una spianatoia. L’impasto, né troppo molle ne troppo duro, viene lavorato in modo da ottenere una forma particolare che varia a seconda della circostanza per cui si prepara. Ottenuta la forma prestabilita, i bordi del dolce sono ulteriormente lavorati con un coltello. I mastaccioli sono considerati, ancora oggi, dei simboli votivi. Infatti in occasione della “tredigina”, ossia venerazione di S. Antonio fatta i primi tredici giorni di giugno, si portano questi dolci nella piccola chiesa del Santo. Le forme dei mastaccioli portati dai fedeli, per ogni grazia ricevuta o pericolo scampato, variano a seconda della parte del corpo in cui è avvenuta la guarigione, oppure riproducono la forma del “bambinello” adornato con chicchi di caffè e carta argentata.
Questi dolci sono posti ai piedi della statua del Santo e al termine della “tredigina”, dopo la processione, vengono distribuiti tra i ragazzi della banda e del comitato organizzatore della festa.Una volta tali dolci si preparavano, oltre che per motivi votivi, anche in occasione di matrimoni e nascite, sostituendo in pratica le attuali bomboniere.


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