LO STEMMA
D'azzurro alla torre di rosso, aperta al campo, fortemente rastremata nel centro, merlata di sette alla guelfa, fondata sui tre colli all'italiana d'oro, ristretti, ordinati uno accanto all'altro. Ornamenti esteriori da Comune.
IL GONFALONE
Drappo di giallo riccamente ornato di ricami d'argento e caricato dello stemma con l'iscrizione centrata in argento: Comune di Caccuri. Le parti di metallo e i cordoni sono argentati. Cravatta e nastri tricolarati dai colori nazionali frangiati d'argento.
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Caccuri, una delle più insigni ed antiche cittadine della Calabria, è situata nell’Alto Crotonese ad oltre 600 metri s.l.m. Il suo territorio si estende per 57,27 Kmq. ed è compreso fra i comuni di Cotronei, Rocca Bernarda, S. Severina, Castelsilano, S. Giovanni in Fiore e Cerenzia.
Le origini del paese risalgono alla seconda metà del VI° secolo dopo Cristo quando gli strateghi bizantini vi eressero un posto di difesa a presidio della valle del Neto minacciata dall’invasione longobarda. Attorno a alla installazione militare sorse e si sviluppò rapidamente l’abitato. Intorno all’anno 1000 vi erano tre monasteri basiliani sorti, probabilmente, ad opera di quegli stessi anacoreti che già dimoravano da qualche secolo nelle grotte di Timpa dei Santi, a poche miglia a sud est della cittadina, considerate il più antico luogo di culto bizantino nella zona. Due dei tre monasteri, quello dell"Abate Marco e quello di S. Maria di Cabria, decaddero rapidamente, mentre il terzo, intitolato a S. Maria Trium Puerorum (dei Tre fanciulli), rimase attivo per qualche tempo prima di finire nell’orbita florense a seguito della donazione dell’imperatore Enrico VI, nel 1195, di un vasto territorio in agro di Caccuri che apparteneva da secoli a monaci bizantini.
Il nome della cittadina, secondo lo storico Gabriele Barrio deriverebbe dal greco Kauchao-Mai (Mi glorio), oppure dal latino Cacumen (Cima, vetta) poiché l’antico borgo si erge su di una rupe. Recentemente la professoressa Anna Russano, docente dell’Accademia delle belle Arti di Catanzaro ha formulato una ipotesi abbastanza interessante secondo la quale potrebbe derivare dal greco Kacos - oros (Cattiva orografia) proprio per la tormentata orografia del luogo.
Caccuri diede i natali ad illustri personaggi fra i quali, il più famoso, Francesco Simonetta detto Cicco o Cecco (1410 - 1480), fu un famoso uomo politico, segretario del duca di Milano Francesco Sforza, e, alla morte di questi, fiero avversario del figlio Ludovico il Moro nel suo tentativo di ususrpazione del ducato ai danni del fratello prima e del nipote dopo. Quando il Moro riuscì nel suo intento, lo accusò di molti crimini e lo fece decapitare sul rivellino del castello di Pavia. Di lui scrisse il Machiavelli nel XVIII capitolo delle Istorie Fiorentine:"... messer Cecco, uomo per prudenza e per lunga pratica eccellentissimo..." A Caccuri nacquero anche il fratello di Cicco, Giovanni, storico del ducato autore della monumentale opera "Rerum gestarum Francisci Sfortiae Mediolanensium ducis" in 31 libri sugli avvenimenti di Milano dal 1442 al 1446, lo zio Angelo, ambasciatore dello Sforza a Venezia: Altri Caccuresi illustri furono l’agiografo Cornelio Pelusio, autore del manoscritto "De Abbatia Florens et eius filiabus" del 1597, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Napoli, mons. Giovanni Carnuto, vescovo di Carinola (Ce), di Cariati e Cerenzia, scomparso a Cariati nel 1543 nel corso di una scorreria dei Saraceni, mons. Raffaele De Franco, vescovo di Chieti e poi di Catanzaro, morto nel 1833, mons. Francesco Antonio Cavalcanti, arcivescovo di Cosenza ed autore dell’opera "Vindicae Ponteficium Romanorum", il poeta Umberto Lafortuna, autore del volume "Pupille infantili", assai lodato dal Lombardo Radice che ne scrisse la prefazione, ed il professor Francesco Pasculli, sacerdote, poeta e legionario fiumano durante la reggenza del Carnaro.
La vicenda dei Fratelli Bandiera
Il 1844 fu l'anno dello sfortunato tentativo dei fratelli Bandiera e dei loro generosi compagni venuti in Calabria per un ideale di libertà e di indipendenza e la cui esistenza fu chiusa da una scarica di fucileria nel vallone di Rovito.
Sbarcati alle foci del fiume Neto la sera del 16 giugno 1844, i patrioti iniziarono il loro viaggio verso Cosenza preoccupandosi subito di provocare l'insurrezione della popolazione. A questo scopo consegnarono a Gerolamo Caloro, un fittavolo degli Albani, un nobile manifesto che avrebbe dovuto essere affisso a Crotone, ma che il contadino, per paura di conseguenze, evitò di rendere pubblico.
Dopo una sosta presso la masseria Poerio del barone Albani, si avviarono verso la Sila, Intanto, Pietro Boccheciampe, uno della comitiva che era partito alla volta della Calabria non già per spirito patriottico, ma per evitare un matrimonio riparatore, trovò un pretesto per sganciarsi dal gruppo e correre a denunciare i compagni.
Le Autorità di Crotone furono, così, immediatamente informate e misero in allarme la Guardia Urbana di Belvedere che si appostò nei pressi del paese in contrada Pietralonga. La sera del 17 il gruppo dei patrioti si scontrò con gli urbani e caddero in combattimento il capo dei gendarmi Antonio Arcuri ed il nipote Nicola Rizzuto. Una terza guardia, ferita gravemente, morì dopo alcun giorni.
La notizia dello scontro di Pietralonga mise in allarme le Autorità di Caccuri, il paese verso il quale i giovani mazziniani si stavano dirigendo. Intanto, dopo essersi nascosti nella zona di Campodenaro pei l'intera giornata del 18, i patrioti ripresero la marcia notturna e all'alba del 19, giunsero al Bordò.
La giornata del 19 fu densa di avvenimenti, mentre si preparava l'epilogo della sfortunata impresa. Al casino del Bordò Giuseppe Meluso, il brigante di cui abbiamo fatto cenno nel capitolo precedente e che a Corfù, dove si era rifugiato, si era aggregato al gruppo in qualità di guida grazie alla perfetta conoscenza dei luoghi, fu immediatamente riconosciuto. La presenza del Meluso fece ritenere ai contadini che l'intera comitiva fosse composta di uomini dediti al saccheggio e all' assassinio, per cui mandarono un ragazzo a S. Giovanni in Fiore per recapitare un biglietto al capo Urbano di quel paese nel quale lo si informava della presenza dei patrioti e della loro intenzione di dirigersi verso la cittadina. Certamente, comunque, gli agrari ed i baroni della zona conoscevano le vere intenzioni dei giovani e, proprio per questo, per far fallire un'impresa che ritenevano avrebbe potuto mettere in discussione l'assetto socio-economico della zona e far sparire i loro privilegi, si diedero molto da fare per armare quanta più gente possibile e per catturare ed uccidere i sovversivi, coloro i quali avrebbero potuto ficcare brutte idee in testa ai contadini. Così, avendoli etichettati come briganti, ebbero anche l'appoggio dei loro fittavoli.
Poco dopo mezzogiorno il Sindaco di Caccuri, Pasquale Montemurro, spedì una lettera allarmata al capo urbano di S. Giovanni così concepita: "Mi sollecito notiziarLe che sono venuto a conoscenza stragiudizialmente, ma con certezza, di essere stata attaccata la Guardia Urbana di Belvedere e la gendarmeria di Strongoli con ventidue Corsi sbarcati in questa marina riuniti con altri venti casalini. Fra i morti si conta lo sventurato capo urbano di Belvedere. Io, quindi, con espresso Le ne do conoscenza al momento che corrono le ore 16 (Mezzogiorno attuale) prevenendoLa che io, con gli urbani e proprietari che si possono riunire vado a mettermi in quei punti ove potrebbero transitare."
Il Sindaco era appena partito quando la comitiva dei patrioti giunse a Laconi.
A questo punto il secondo eletto di Caccuri, Luigi Antonio Quintieri, spedì un secondo dispaccio urgentissimo a San Giovanni in Fiore con il quale informava che "Una forza di venti persone armate e due o tre vetture si sono fermate nel luogo detto Laconi, territorio di Caccuri e sono dirette verso S. Giovanni in Fiore." Così nella cittadina florense si organizzò la spedizione che avrebbe dovuto catturare i "briganti".
I patrioti continuarono la loro marcia sostando alla bettola della Stragola ove consumarono una frugale colazione.
Poco dopo, verso le 4 del pomeriggio, arrivarono alla fontana della Stragola, poco distante dalla bettola. Qui furono attaccati da ingenti forze con una ferocia inspiegabile. Miller e Tesei furono uccisi e Domenico Moro ferito ad una gamba. Tutti gli altri furono catturati. Poco tempo dopo le loro giovani e fulgide vite venivano stroncate dal piombo borbonico nel vallone di Rovito, alle porte di Cosenza.
Come si vede le Autorità caccuresi furono abbastanza solerti nel contribuire alla cattura dei patrioti mazziniani. A questo zelo non fu certamente estranea, come si evince anche dalla lettera del sindaco Montemmurro, l'influenza degli agrari locali sempre nemici di qualsiasi rivolta, di qualsiasi tentativo di sovvertimento dell'ordine sociale che potesse rimettere in discussione privilegi e potere.
Il Brigantaggio durante l'occupazione del Regno (1806 - 1815)
Nel 1806 Napoleone Bonaparte, decise di liquidare il regno borbonico. Il corpo di spedizione francese, al comando del generale Massena, varcò i confini dello stato e occupò Napoli. I borbonici cercarono di fermarne l’avanzata, ma, nella battaglia di Campotenese, furono inesorabilmente sconfitti e gli invasori ebbero via libera anche per l’occupazione della Calabria.
I sudditi fedeli al re Ferdinando IV°, terzo genito di Carlo III° re di Spagna, organizzarono una feroce reazione antifrancese affidata alla capacità di lotta ed alla ferocia di alcuni celebri briganti, molti dei quali, già al seguito del cardinale Ruffo nell’armata sanfedista, avevano consentito, nel 1799, la restaurazione borbonica.
La zona di Caccuri divenne quindi teatro delle gesta di Fra Diavolo, il famoso colonnello Michele Pezza, già monaco del convento di San Giovanni in Fiore che finirà per essere sconfitto e, catturato dal generale Hugo e giustiziato nello stesso anno. La figura di Fra Diavolo venne celebrata da Auber nella omonima opera lirica e riproposta in uno spassoso film di Stan Laurer ed Oliver Hardy. Nei dintorni di Caccuri operarono anche Nicola Gualtieri, detto Panedigrano, Giacomo Pisano da Pedace, più noto col soprannome di Francatrippa, Paolo Mancuso detto Parafante, Filicione e Geniale Versace da Bagnara, detto Gernialtitz.
Campagne caccuresi teatro di scorribande dei briganti
Proprio quest’ultimo, nell’agosto del 1806, mentre col grado di colonnello scorrazzava nella Sila con le sue orde, fu sorpreso ed ucciso dall’esercito francese. Della sua fine si vantò il capitano della I^ compagnia scelta della Calabria Michele Vigna che, per ricompensa, ottenne due fondi di 68 moggia (circa 5,5 ha) nel territorio di Caccuri e che poi gli vennero tolti da Francesco IV° con un decreto del 14 agosto 1815, in piena Restaurazione. Intanto nello stesso mese di agosto, il giorno 30, i Francesi entrano in San Giovanni in Fiore, mentre Caccuri è da tempo teatro di rivolte fomentate da Francatrippa e dai Pedacesi. Qualche tempo prima, infatti, nella nostra cittadina, venne innalzato lo stemma della rivolta e proclamato un governo provvisorio. La notizia è contenuta in un rapporto dell’intendente della Calabria Citra Vincenzo Palombo al generale Miot. Le resistenza di Francatrippa e delle sue bande si protrasse per quasi un anno, ma non sortì grossi risultati. Nel gennaio del 1807 lo troviamo attestato sulle alture di Gimmella, un monte tra Caccuri e San Giovanni in Fiore, alla testa di 2000 uomini, nel tentativo di espugnare la cittadina florense presidiata dall’esercito francese al comando del colonnello Lambert. L’8 marzo del 1809 venne catturato in località Bardaro dell’agro di Cerenzia il brigante Domenico Fabiano che, condotto a Caccuri, fu immediatamente fucilato in località Petraro.
La resistenza antifrancese fu lunga, accanita e feroce, ma alla fine gli invasori riuscirono, con altrettanta ferocia, ad avere ragione dei “briganti.” Uno degli ultimi fatti di sangue che si verificò a Caccuri in quel periodo fu l’agguato al capitano Pier Maria Scigliano di San Giovanni in Fiore, punito, evidentemente, per i suoi trascorsi al servizio dei Francesi e per aver arrestato o ucciso numerosi briganti. Il capitano Scigliano fu assassinato la mattina del 18 ottobre del 1812 in località Cimitella, nei pressi del vecchio ponte delle Monache, mentre si recava a Bordò per eseguire alcuni lavori nella vigna del generale Manhès.
Poi gli atti criminosi cessarono e, di lì a poco, con la sconfitta definitiva di Napoleone, Ferdinando IV° tornò sul trono di Napoli.
Il brigantaggio dal 1815 al 1861
Dopo un breve periodo di relativa calma che coincise con il ritorno sul trono di Napoli dei Borboni, il brigantaggio, divenuto oramai un male endemico, riesplose più forte che mai nelle nostre contrade. Per la verità gli episodi criminali non erano mai del tutto cessati e bande di taglia gole continuavano a scorrazzare per la zona devastando e saccheggiando anche subito dopo il 1815, ma fu dopo il 1820 che il “brigantaggio politico”, come insofferenza al regime borbonico, prese di nuovo ad intrecciarsi con le ordinarie vicende di criminalità comune.
La notte del 18 febbraio del 1827 Giuseppe Meluso, detto il Nivaro, assieme ad altri suoi compagni, ingaggiò un conflitto a fuoco con la Guardia urbana di Caccuri. A circa un anno di distanza, il 6 luglio del 1826, assieme al compaesano Ignazio Foglia e a Tommaso Grande di Casino (l’attuale Castelsilano) attaccò la Guardia urbana di quest’ultimo paesino. Il processo per questi fatti si celebrò il 5 dicembre del 1834 e si chiuse con la condanna del Meluso che, però, riuscì a rifugiarsi a Corfù dove si nascose facendosi chiamare Battistino Belcastro. Da lì tornerà in Calabria al seguito dei Bandiera e riuscirà a sfuggire anche all’agguato della Stragola.
Nel 1842 la Guardia urbana di Cerenzia, coadiuvata dai guardiani del barone Barracco, sgominò la banda del brigante Panazzo di Casabona che, da anni, imperversava nella zona ed aveva come base operativa una piccola valle in territorio di Caccuri che, ancora oggi, porta il suo nome.
Il 1844 fu l’anno della spedizione dei Bandiera alla quale il Meluso era stato aggregato per la perfetta conoscenza dei luoghi.
Nel 1847 si celebrò il processo contro il caccurese Francesco Saverio Segreto che, insieme ad un gruppo di altri briganti, aveva tentato di assassinare il gendarme reale Bartolomeo Bucchianico e la guardia urbana caccurese Vincenzo Cosenza nel corso di un agguato teso loro in località Tenimento.
L’anno dopo vennero catturati tre noti briganti caccuresi: Vincenzo Miliè, Filippo Pellegrini e Andrea Lacaria.
Qualche anno dopo si realizzò l’Unità d’Italia ed il brigantaggio politico cambiò ancora una volta bersaglio
Il brigantaggio post unitario
Il primo episodio di reazione al nuovo ordine costituito e al nuovo re d’Italia si verificò nei primi giorni di luglio del 1861 quando orde di briganti percorsero "impunemente, a mano armata, gridando “Viva Francesco II”, con la bandiera bianca alzata”, come scrive in una lettera l’Intendente di Crotone al Governatore della Provincia di Calabria Ultra II° il territorio caccurese. Nella notte tra il 6 ed il 7 dello stesso mese, i rivoltosi inalberarono una bandiera bianca borbonica sul campanile della Chiesa Madre di Santa Maria delle Grazie.
In paese accorse immediatamente la Guardia Nazionale di San Giovanni in Fiore e, subito dopo, una colonna mobile dell’Armata italiana. Intanto insorsero anche Savelli, e Cotronei e la rivolta si estese a tutto il Marchesato. La rivolta caccurese, comunque, quantunque domata, continuava a preoccupare il comandante del distaccamento Magni inviato in paese, tanto che lo stesso, il giorno 10, richiese l’intervento della squadriglia della Guardia Nazionale mobilizzata di San Giovanni in Fiore. Il giorno dopo il tenente Magni si recò ad Altilia ed i briganti, nella notte, attaccarono Caccuri, ma vennero respinti. La colonna dell’esercito italiano rimase a Caccuri per molto tempo e da qui mosse spesso contro le orde di briganti che attaccavano ripetutamente la vicina Cotronei dove il 14 agosto la popolazione, unita ai rivoltosi, respinse più volte i soldati che tentavano di penetrarvi per ristabilire l’ordine. Intanto il 15 agosto il generale Cialdini emanò la norme che concedevano benefici ai briganti che si presentavano spontaneamente, ma già il 3 dello stesso mese tre briganti reazionari caccuresi, Rocco e Vincenzo Gabriele Perri e Vincenzo Mancuso, si erano presentati al sindaco per usufruire dell’amnistia del generale Della Chiesa.
Il pericolo corso dal paese e la necessità di garantire in futuro l’ordine pubblico, portò alla costituzione, anche a Caccuri, del ruolo permanente della Guardia Nazionale mobilizzata in base alla legge del 4 agosto 1861. Vennero così arruolate 8 guardie caccuresi di età compresa tra i 22 e i 31 anni. Essi erano: Domenico Falbo, Achille Gigliotti, Giovanni Ruggero, Santo Aiello, Giuseppe Falbo, Gaetano Marino, Ferdinando Belcastro e Luigi Allevato.
L’esercito rimase a Caccuri per molti mesi, poi, pian piano, le rivolte furono sedate e l’opposizione al nuovo governo passò dalla lotta armata ai mugugni ed alle critiche. L’ultimo episodio di cui si ha notizia è il processo intentato ad Angelo Segreto detto Panicauro (Pan caldo) di 53 anni, mulattiere, accusato di “pubblico discorso col reo fine di eccitare il disprezzo ed il malcontento contro il governo” e condannato dalla Pretura di Savelli il 6 settembre del 1865.
Fascismo e antifascismo a Caccuri
L’ avvento del Fascismo coincise a Caccuri con la felice conclusione delle lotte dei reduci della 1° guerra mondiale che avevano portato ad una prima significativa rottura del latifondo ed ella conquista di alcune terre incolte che erano state divise tra i soci della sezione dei combattenti affiliata all’ Opera Nazionale Combattenti. A dirigere la lotta erano stati delegati il reverendo don Peppino Pitaro, già parroco del paese ed esponente di spicco del partito popolare e Peppino Gigliotti, uno dei più valenti fabbri di tutta la Calabria, fratello di Alessandro Gigliotti, il primo caduto caccurese nella grande guerra.
Già nel corso di queste lotte i dirigenti popolari avevano avuto occasione di scontrarsi più volte con i dirigenti degli agrari che si opponevano alla divisione delle terre incolte, come in occasione delle elezioni amministrative del 1919 che gli agrari vinsero con uno scarto di 65 volti costringendo gli elettori a votare fuori dalle cabine.
In quella occasione si verificarono, per molti giorni, anche gravi intolleranze e scontri che, per fortuna, non ebbero conseguenze irreparabili.
Dopo la presa del potere e l’instaurazione del regime, a Caccuri subentrò nella popolazione una sorta di rassegnazione, se non proprio di accondiscendenza, ( almeno nella maggioranza della popolazione )e per quasi 20 anni non si verificarono, se non pochi ed irrilevanti, episodi di insofferenza alle prepotenze dei gerarchi sedati, fra l’altro, con qualche odiosa purga. L’unico che si mostrò indomito e che tenne viva la fiammella della libertà fu proprio don Pitaro che cercò anche di educare all’antifascismo, nella speranza di avvicinarli al P.P., due giovani caccuresi, Giuseppe Lacaria ed Alfonso Chiodo. La cosa, però, gli riuscì solo in parte perché i due giovani divennero si antifascisti, ma finirono per militare nelle file del partito comunista clandestino. Il Lacaria, perseguitato dai fascisti locali finì per emigrare in Belgio e chiuse la sua breve esistenza a Liegi, all’età di 30 anni, mentre Alfonso Chiodo diverrà poi il primo sindaco comunista dopo la Liberazione.
A Caccuri furono destinati anche numerosi confinati antifascisti originari di altre località della penisola che nel nostro paese scontarono la loro pena.
Nel corso del Ventennio si alternarono nella carica di podestà il geometra Raffaele Ambrosio, il professor Francesco Macrì, il tenente colonnello dei carabinieri Enrico Del Bene ed il professor Umberto Ambrosio. Un altro fascista illustre fu il professor Francesco Pasculli, ex sacerdote ed uomo di cultura.
Tra gli antifascisti, oltre al reverendo Pitaro, Giuseppe Lacaria, Alfonso Chiodo e altri giovani, va ricordato il professor Mario Filippo Sperlì che combatté in una formazione partigiana dell’Alta Italia.
Personaggi
Pitaro Sabatino Giuseppe
Sacerdote e dirigente politico, nacque a Caccuri il 21/04/1883 da Eugenio e da Lamanna Nicolina. Dotato di grande intelligenza ed acume, fu arciprete di Caccuri e, successivamente, dirigente della Sezione locale dell'Associazione Nazionale Combattenti e, in questa veste, si battè per l'applicazione dei Decreti Visocchi e per la conquista delle terre del Latifondo da parte degli ex combattenti della Grande Guerra. Partecipò attivamente alle vicende politiche ed amministrative di Caccuri e fu, per un breve periodo, anche sindaco del paese. Nel 1970, alla bella età di 87 anni, si candidò e fu eletto consigliere comunale di Caccuri nella lista della D.C.
Morì a Catanzaro, dove risiedeva, all'età di 94 anni.
Gigliotti Giuseppe
Valente fabbro, autodidatta, dirigente popolare, nacque a Caccuri il 3 novembre del 1881. Partecipò alla prima guerra mondiale e alla fine del conflitto, assieme ad altri reduci, diede vita alla Sezione dell'Opera Nazionale Combattenti di cui fu Segretario ed in questa veste si distinse nelle battaglie per la conquista delle terre. Dopo l'avvento del Fascismo fu costretto ad accettarne la tessera. Ricoprì poi la carica di Collocatore e Segretario del Sindacato fascista. Nel 1927, su incarico di Domenico Lopez, ebbe l'onore di ferrare il cavallo di don Giulio Verga che portò in groppa Sua Maestà Vittorio Emanuele III° in visita a Cotronei per l'inaugurazione della Centrale di Timpagrande. Morì a Merano (BZ), dove risiedeva da molti anni, il 7 novembre del 1973.
Francesco Macri
Il cavaliere, professor Francesco Macrì, più noto col curioso nomignolo di “Tata”, uno degli uomini più illustri del paese, nacque a Caccuri il 24 aprile del 1870 da una famiglia di modeste condizioni economiche, originaria della
provincia di Cosenza. Sin da fanciullo mostrò un accentuato interesse per gli studi tanto che i genitori, a prezzo di grandi sacrifici, gli consentirono di frequentare la “Regia Scuola Normale Superiore” di Napoli dove il giovanissimo Francesco conseguì la “patente superiore di maestro di scuola”. Subito dopo lo troviamo insegnante in alcune scuole della provincia di Cosenza e, successivamente, anche a Caccuri, ma, a quei tempi, lo stipendio di maestro elementare non consentiva altro che una vita grama, per cui il giovane maestro, come tanti suoi connazionali, fu costretto ad emigrare in Uruguay, dove trascorse ben 27 anni. Tra i vari incarichi che ricoprì per conto del suo Paese vi fu anche quello di direttore delle scuole italiane in Uruguay. Fu anche membro autorevolissimo e segretario di un circolo culturale italiano della capitale uruguegna. Era ancora nel paese sud americano, professore al liceo italiano di Linares, il 13 dicembre del 1917 quando il ministro degli esteri Sidney Sonnino comunicò all’onorevole Lucifero che, su proposta dello stesso ministro, Vittorio Emanuele III°, con decreto del 9 dicembre dello stesso anno, aveva nominato l’emigrante Cavaliere della corona. L’anno prima il professore caccurese si era reso protagonista di un inconsueto gesto di generosità donando tutti i suoi risparmi, ammontanti a 3.000 lire, frutto di anni di sacrifici e privazioni, allo Stato italiano a titolo di prestito di guerra. Il versamento viene effettuato presso il Banco Italiano dell’Uruguay.
E nel 1926, poco prima del suo definitivo rientro in patria, fu ancora protagonista di un secondo atto di generosità donando la sua ricchissima collezione di libri che aveva accumulato in diversi anni, alla Biblioteca della Scuola italiana di Montevideo. Rientrato in Italia, nel 1933 venne nominato Podestà dal prefetto Tommaso Ciampani in sostituzione del commissario prefettizio Antonio Guzzo. L’anno successivo si rese promotore della “Sagra della giornata della madre e del fanciullo”, una delle tante manifestazioni nell’ambito della campagna demografica promossa dal regime fascista e che si celebrò a Caccuri il 28 marzo del 1934. Il 15 maggio del 1936 accolse, alla testa di una grande manifestazione popolare e circondato da centinaia di camice nere, il vescovo di Cariati mons. Antonio Galati, in visita ufficiale nel paesino presilano. Nel 1938, per raggiunti limiti di età, fu sostituito, nella carica di podestà, dal maggiore dei carabinieri Enrico Del Bene, un altro caccurese illustre che lascerà poi l’arma col grado di tenente colonnello. Il 26 marzo del 1959, alla venerabile età di 89 anni, “Tata” Macrì si spense nel suo paese natio. Negli ultimi decenni della sua vita, il vecchio professore, sprovvisto persino di una pur modesta pensione, svolse, per sopravvivere, l’attività di commerciante di tessuti. Insegnante e studioso prestato, probabilmente, suo malgrado, alla politica, nel periodo in cui ricoprì la carica di podestà, evitò saggiamente di abusare del grande potere che, in quegli anni, il regime dittatoriale affidava ai suoi rappresentanti nei paesi e nelle città e seppe conquistarsi la stima e l’affetto di tutti i concittadini.
Angelo Di Rosa
Angelo Di Rosa, maestro di musica, commerciante, insegnante presso la Scuola Media "Cicco Simonetta", nacque a Caccuri il 30 maggio del 1905. Il padre, Baldassarre, era un'ex guardia di finanza originaria della Sicilia. Visse la sua vita interamente a Caccuri ove tenne sempre viva la fiammella di una grande tradizione musicale avvilita e depauperata dalle progressive ondate migratorie che decimarono, nel corso di diversi decenni, la popolazione caccurese.
Musicante da giovanissimo, bravo suonatore di sassofono, conseguì il diploma di maestro di musica e divenne l'animatore di numerose bande. Prima di ottenere l'incarico di professore di musica nelle scuole medie, aveva insegnato in diversi corsi di educazione musicale gestiti da enti vari, ma, soprattutto, si era dedicato ad insegnare privatamente la musica a centinaia e centinaia di giovani, di diverse generazioni, che poi faceva suonare nelle sue varie bande. Gestiva anche una botteguccia di generi alimentari nel rione Iudeca che chiuse quando ottenne l'incarico dal Provveditore. Nel 1947 fu eletto sindaco di Caccuri, carica che ricoprì per circa un anno e, successivamente, dal 1952 al 1956, fu consigliere di minoranza. Il maestro Di Rosa compose anche diversi pezzi musicali tra i quali, il più famoso, una marcia bandistica intitolata "La venticinquesima", fu suonata dalle sue bande per molti decenni in occasione delle varie feste caccuresi e dei paesi vicini.
Antonio Fazio
Francesco Antonio Fazio, maestro elementare, artigiano poliedrico, pittore e scultore versatile, nacque a Caccuri il 2 novembre del 1918. Dal padre Vincenzo, falegname, idraulico, fotografo, testimone prezioso di fatti e personaggi della Caccuri degli inizi del XX° secolo, ereditò l’ingegno multiforme e la curiosità tipica di chi vuole scoprire l’essenza delle cose, di chi vuole capire e conoscere la realtà per piegarla a sé, riprodurla e riproporla alla luce della propria esperienza e della propria sensibilità. E Antonio (Totò come lo chiamavano affettuosamente) a questo studio, a questa ricerca, portata avanti con tenacia, ma anche con umiltà, dedicò molti pomeriggi della sua breve esistenza quando, tornato da scuola, si tuffava nel suo laboratorio al piano terra di un palazzo di Crotone per creare i suoi capolavori.
Trascorsa la fanciullezza a Caccuri, Fazio si iscrisse all’istituto magistrale di Cosenza e, nel 1939, conseguì l’abilitazione presso il Regio Istituto Magistrale di Vibo Valentia. Frequentò poi l’Istituto Orientale dell’Università di Napoli sostenendo anche alcuni esami, ma nel febbraio del 1941, dovette interrompere gli studi a seguito dello scoppio della guerra. Fu quindi mandato in Africa, a Tunisi ove giunse in aereo il 20 febbraio del 1943 per essere aggregato, col grado di sergente, al 1° Battaglione semovente del 33° Reggimento carristi, ma, dopo tre mesi, fu catturato dagli Inglesi e trasferito nel campo di prigionia di Casablanca dove trascorse tre anni. Tornato in patria nel 1946, insegnò nella scuola elementare di Caccuri per alcuni anni prima di trasferirsi a Crotone.
Antonio Fazio aveva davvero un ingegno finissimo; sapeva dipingere, scolpire, lavorare di intarsio, costruire splendidi mobili, fondere i metalli e si intendeva di meccanica di precisione. Non v’era apparecchio che non sapesse smontare, riparare, riadattare, dagli orologi agli accendini, dagli strumenti di misurazione agli elettrodomestici, ai motori. Questa sua versatilità gli tornò utilissima durante la prigionia, grazie ai molteplici lavoretti che faceva per gli Inglesi che gli accordarono, in cambio, numerosi privilegi.
Già nel periodo in cui insegnò a Caccuri, ma, soprattutto nel periodo crotonese, il maestro Fazio ebbe modo di dar libero sfogo all’estro e alla creatività nei pomeriggi liberi che la professione di insegnante gli lasciava creando una grandissima quantità di opere d’arte, quadri, sculture, cassapanche, specchiere intarsiate, tavoli, colonne per vecchie pendole che arredano le sontuose case di decine di professionisti crotonesi . E questi capolavori Totò Fazio, il generoso Totò, li realizzava gratuitamente, senza nulla pretendere in cambio per il solo gusto di dare libero sfogo a quella grande creatività che lo divorava come una febbre e che chiedeva prepotentemente di estrinsecarsi.
Nel 1960 l’artista caccurese donò alla Chiesa di Santa Maria delle Grazie del suo paese di nascita la statua lignea di San Luigi, forse una delle sue opere più rappresentative, destinata a ricordare nei secoli questo grande, umile artista caccurese.
Si spense prematuramente a Crotone il 17 agosto del 1976.
Giovanni Chindamo
Tenente dei vigili urbani di Merano
Giovanni Chindamo nacque a Caccuri il 25 giugno del 1902. Giovanissimo si arruolò nella guardia di finanza e fu mandato in Alto Adige. Qui si sposò con una donna del luogo e si stabilì a Merano che divenne la sua città di adozione. Si arruolò quindi nel corpo dei vigili urbani della cittadina e intanto si impegnò nello studio del tedesco aiutato anche dalla moglie tirolese e, quindi, di madre lingua tedesca. Allo scoppio del secondo conflitto mondiale fu richiamato nella Guardia di finanza e destinato a Diamante, una cittadina della sua regione di origine dove rimase fino alla fine del conflitto. Congedato alla fine delle ostilità, tornò a Merano ove riprese servizio nei vigili urbani e fu promosso tenente e comandante dei 42 agenti del corpo. Nell’ottobre del 1958 visitò per l’ultima volta il suo paese. Morì il 7 gennaio del 1959.
Antonio Rizzo
generale di divisione, classe 1885, poliglotta, commendatore, pluridecorato ( ben 27 decorazioni fra le quali due medaglie d’argento, quattro di bronzo, quattro croci di guerra, legione d’onore francese, Ordine Militare di Savoia e molte altre onorificenze) è uno dei Caccuresi più illustri e, nel contempo, forse uno dei più dimenticati. Non una strada, una lapide una qualsiasi citazione a ricordarci la figura e le gesta di questo insigne nostro concittadino.
Nacque a Caccuri il 6 agosto del 1885, in una casa di via Portapiccola, da Antonietta Cistaro, maestra elementare e da Salvatore Rizzo, originario di Crotone. Abitò, da giovane, nella casa paterna di via Salita Castello, ai piedi del campanile della chiesa di Santa Maria delle Grazie e dalla madre imparò a leggere e a scrivere e ad amare lo studio. A 20 anni si iscrisse alla Scuola Militare. Frequentò poi l’Università di Napoli dove si laureò brillantemente in lingue orientali.
Nel 1911 partecipò alla Guerra di Libia. Nel 1918 lo troviamo nelle trincee delle Frasche, sul Carso e su Piave. Il 30 ottobre del 1917, Rizzo, con i suoi soldati, oppose una tenace resistenza al nemico a Codroipo per consentire al resto dell’esercito di oltrepassare i ponti del Tagliamento e salvarsi dalla prigionia. Sopraffatti da forze preponderanti, Rizzo e i suoi furono catturati, ma l’allora maggiore caccurese , sebbene ferito a un piede, riuscì a fuggire raggiungendo, attraverso la campagna, il fiume che attraversò a nuoto mettendosi in salvo. Poco dopo, al comando di un battaglione del 152° Reggimento di fanteria (Brigata Sassari), fu protagonista, in Francia, di un’azione epica che gli valse una “Citation a l’Ordre de l’Armée” conferitagli dal generale francese Maistre alla presenza del re Vittorio Emanuele III° che, per l’occasione, gli appuntò sul petto anche la medaglia d’argento. Al comando della sua armata, infatti, benché ferito, sfondò e oltrepassò le linee nemiche, conquistò diverse postazioni avanzate e, incurante del dolore provocatogli dalle ferite, condusse le truppe sulle posizioni conquistate.
Partecipò poi alla Guerra d’Africa, dove catturò l’ultimo Ras ribelle, Ras Destà. Ottenute altre decorazioni, fu nominato Governatore dello Stato del Gimma. Nel corso di altre spedizioni militari fu più volte ferito e, nelle Indie, fu preso prigioniero dagli Inglesi che gli resero l’onore delle Armi.
Nel 1943 , ammalatosi, fu sbarcato a Bari e acclamato da eroe, un onore riservato a ben pochi Italiani. Si ritirò quindi a Trieste, città che aveva scelto come sua residenza e nella quale aveva, in passato, comandato la Brigata Sassari. Qui morì improvvisamente il 2 febbraio del 1951. Per l’estremo saluto al soldato di tante battaglie, giunsero, nella città friulana, in piazza Garibaldi, dove si tennero i discorsi ufficiali, rappresentanti delle alte gerarchie militari e delle associazioni combattentistiche nazionali. L’estremo saluto gli fu porto dal tenente colonnello Mariano Salvo.
Francesco Umberto La Fortuna
Nel 1884 nacque a Savelli e svolse l'attività d'in¬segnante presso la scuola elementare di Caccuri. Fu poeta in vernacolo e le sue opere erano destinate soprattutto ai bambini. Fu defi¬nito da Giuseppe Lombardo Radice "Fanciullo poeta". Morì a Caccuri nel 1944.
Angelo Simonetta
Zio del più famoso Cecco, nacque nel XV seco¬lo e fu il primo della famiglia Simonetta a met¬tersi al servizio degli Sforza diventando segre¬tario e ambasciatore di Francesco. Le sue capa¬cità di abile mediatore, che aiutarono i piani del Condottiero, gli valsero i suoi favori. Venne nominato consigliere e poi ottenne la cittadi¬nanza di numerose città lombarde.
Francesco Simonetta
Detto Cecco (o Cicco), nacque a Caccuri nel 1410. Qui risiedette poco in quanto, con la sua famiglia, seguì lo zio Angelo che, al servizio di Francesco Sforza, andò a vivere prima ad Ancona e poi in Lombardia. Il giovane Cicco presto divenne persona di fiducia degli Sforza essendone prima cancelliere e poi segretario. Si mise in luce, però, soprattutto combattendo accanto al Condottiero in numerose battaglie. Si ricorda quella di Caravaggio quando Milano vinse su Venezia. Nel 1448 Simonetta fu investi¬to dal re di Napoli Renato d'Angiò del titolo di presidente della Camera Summaria e anche governatore di Lodi. Fece poi parte del Consiglio Ducale di Milano. Grazie alle sue straordinarie doti e capacità politiche, conservò il suo ruolo di prestigio anche alla morte di Francesco Sforza quando gli succedette, alla guida del ducato, il figlio Galeazzo Maria. Durante questo periodo Cicco assunse un pote¬re e una fama che lo resero protagonista della scena politica e culturale del ducato. In seguito all'assassinio del duca Galeazzo Maria, egli divenne praticamente il Signore di Milano, non¬ché mecenate e ricco proprietario di feudi. Ma ciò innescò invidie da parte di chi si sentiva usurpato e che alla prima occasione si vendicò facendo rientrare dall'esilio Ludovico il Moro fratello di Galeazzo Maria. Questi lo fece prima arrestare e poi decapitare il 30 ottobre 1480 a Pavia dove è sepolto. Una targa a ricordo è stata posta sulla sua casa natale.
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La strenna
E' una serenata augurale che si canta dietro la porta di amici o conoscenti la notte di Capodanno o, comunque, nel periodo compreso tra Natale e l'Epifania. E' eseguita da un gruppo di suonatori e un coro formato da più persone. Gli strumenti usati normalmente sono chitarre, fisarmonica, mandolino, tamburelli, ma spesso vengono usati anche strumenti a fiato (sassofono, clarino, basso).
E' una tradizione antichissima. Originariamente, quando nei nostri paesi la povertà era diffusa, "A rrina" costituiva l'occasione per ricevere qualche regalo, di solito prodotti agricoli, salumi, "pitte mpigliate", vino, galline che consentivano la sopravvivenza. Poi, col cambiare dei tempi, questa bellissima tradizione è diventata il pretesto per passare una serata diversa cantando e divertendosi per le strade del paese e nelle case degli amici.
Mentre viene eseguita la lunga serenata, infatti, la padrona di casa che riceve questo omaggio, apparecchia la tavola con le migliori leccornie che si trova in casa in quel momento e, quando, esaurite le strofe augurali apre la porta per salutare cantanti e suonatori, questi entrano in casa, prendono posto a tavola e cominciano a mangiare e bere assieme al padrone di casa interrompendosi di tanto in tanto, per suonare qualcosa. Poi si alzano e ripartono per un'altra casa.
I Giudei
Origini del dramma
Il dramma "I Giudei " è un artistico, purissimo gioiello incastonato nel complesso delle tradizioni folcloristiche e culturali di Caccuri. L'opera, in versi e prosa settecentesca, ricostruisce il terribile processo intentato a Gesù dal Sinedrio e conclusosi con la definitiva condanna a morte del Messia decretata dal pavido ed insipiente procuratore romano della Giudea Ponzio Pilato.
La tradizione vuole che il testo sia stato portato a Caccuri sul finire del XVIII° secolo da alcuni monaci che provenivano da un convento di Miglierina, ma potrebbe essere anche opera di qualche monaco del convento di Caccuri o dei qualche sacerdote del luogo..
Quel che è certo è che l'opera fu rappresentata per la prima volta agli inizi del XIX° secolo e riproposta regolarmente ogni sette anni, salvo alcune eccezioni coincidenti con gli eventi bellici. Molti furono, nel corso delle varie rappresentazioni, i rimaneggiamenti del testo originale, a volte dovuti ad errori dei copisti, a volte dettati dall'esigenza di renderlo più comprensibile ad un pubblico non sempre colto e ad attori spesso artigiani o contadini. Negli anni '40 il signor Domenico Ambrosio, molto opportunamente, provvide a ricopiare l'antico opuscolo oramai sgualcito ed illeggibile evitando la perdita definitiva del prezioso testo. Dopo una lunga pausa negli anni '50, il dramma fu riproposto in una nuova edizione nel 1965 ad opera di un gruppo di giovani tra i quali Salvatore Basile che doveva divenire poi animatore e regista di tutte le successive edizioni ad alcune delle quali collaborò attivamente il compianto sacerdote don Giovanni Greco. Nel 1984 si pensò di arricchire ulteriormente l'opera con l'aggiunta, oltre che della crocifissione, così come era stato fatto nel 1974, delle beatitudini, tratte direttamente dal Vangelo e della Cena i cui versi furono scritti per l'occasione dall'autore di questa presentazione.
( I Giudei )
La rappresentazione nella nuova veste vide la luce il 20 aprile presso il campo sportivo ed ebbe un grande successo di pubblico che, per la prima volta nella storia della manifestazione, poteva ammirare una scenografia completamente originale e costumi scelti accuratamente, oltre ad apprezzare le musiche in sottofondo scelte e curate da Salvatore Basile. La penultima edizione del 1° aprile 1989 ha introdotto alcune novità nella scena della crocifissione (come la deposizione) che hanno contribuito ulteriormente alla riuscita della manifestazione.
L’ edizione del 1998, probabilmente l’ultima del millennio, è stata particolarmente curata sia per le sontuose scenografie realizzate su progetto di Vincenzo De Franco e Giuseppe Miliè, che hanno ricostruito una Gerusalemme grandiosa e credibile, sia per l’introduzione di nuovi personaggi creati per l’occasione da chi scrive. Si tratta di sei nuovi membri del Sinedrio: Manasse, Fares, Zerath, Nadab, Ioram e Nahum, tutti accusatori del Cristo, che rendono più credibile e completo il processo al Redentore.
Tra i personaggi più drammatici e più difficili da interpretare, va annoverato Giuda al quale diedero vita in questo secolo Francesco Belcastro, detto Ciccillo, usciere comunale, uno dei più grandi a detta del poeta Umberto Lafortuna che lo celebrò in una sua lirica. Un superbo Giuda fu anche Giovanni Guzzo che, addirittura, ne acquisì il soprannome che si portò dietro fino alla morte e che lo interpretò per molte edizioni. Non va dimenticato l'ultimo Giuda, Giovanni Aiello, che ne diede due magistrali interpretazioni nel 1984 e nel 1989. Altri personaggi difficili e drammatici sono quelli di Nicodemo, che ebbe diversi interpreti tra i quali Domenico Ambrosio, negli anni precedenti l'ultimo conflitto e Vincenzo Parrotta, che si mise in luce in tre edizioni, di Giuseppe di Arimatea, interpretato nelle ultime edizioni da Domenico Guzzo e dall’autore di questa presentazione, Caifa, interpretato dal professor, cavaliere Francesco Macrì nel 1940 e poi, per moltissime altre edizioni da Orlando Girimonte, Erode, interpretato da in anni lontani da Antonio Loria, dal prof. Francesco Antonio Fazio e, nelle ultime edizioni, dal prof. Rocco Falbo, Pilato, interpretato da Eduardo Lucente prima della guerra, poi da Antonio De Marco nel 1965 e, successivamente, da Vincenzo De Franco nelle ultime edizioni.
Un cenno ancora al Centurione, interpretato di recente da Giovanni Gallo e, infine, il Cristo che ebbe le guance scarne di Giovanni Spatafora prima della guerra, poi di Salvatore Basile nel '65 e nel '74, di Giovanni Spatafora (solo omonimo del precedente) nell'84 e, infine, di Rocco Mercuri nel 1989.
Feste
Molti anni fa, fino alla metà degli anni '60, a Caccuri si celebravano molte feste religiose con relativa processione: l'Immacolata, San Giuseppe, SS. Crocefisso, San Vincenzo, Madonna del Rosario, Corpus Domini, San Rocco. Ogni santo aveva un suo devoto che la gente chiamava "Procuratore" che si incaricava di raccogliere le offerte e organizzare la festa, chiamare la musica e il predicatore. Si trattava di manifestazioni semplici, ma che, in ogni caso, avevano il pregio di tenere uniti i fedeli e di creare un'atmosfera di festa nel paese. A volte il procuratore, per la gioia dei ragazzi e dei meno giovani, organizzava anche i giochi popolari: la pignata, il gallo, la gara dei sacchi e, la più famosa, la gara degli asini, quest'ultima in occasione della festa di San Rocco. Una decina di asini, cavalcati da altrettanti giovani caccuresi, partiva a razzo da Canalaci e, dopo aver galoppato lungo tutta via Parte, raggiungeva il forno di Blaconà dove era fissato il traguardo. Quasi sempre la partita si riduceva ad una gara avvincente tra due "ciucciari": Giuseppe Mancuso e Carmelo Mercuri, a a spuntarla era spesso quest'ultimo. Feste semplici, ma belle, che costituivano preziose occasioni di socializzazione. Poi, per una serie di motivi, piano piano scomparvero quasi del tutto. Negli anni '70 alla festa di San Rocco, l'unica festa religiosa rimasta, si affiancò per molti anni, la "Festa de l'Unità".
La festa di san Rocco
La festa di san Rocco a Caccuri ha origini assai antiche e risale al periodo in cui i Caccuresi, probabilmente a seguito di una delle tante pestilenze che nel XVII° secolo colpirono il paese, decisero di affidarsi alla protezione del santo di Montpellier e di edificare la chiesetta in suo onore proprio all'entrata del paese, poco al di fuori della cinta muraria, nei pressi della Porta Piccola. Quel che è certo è che verso la fine del XIX°, la festa aveva oramai assunto una importanza tale da richiamare folle di fedeli dai paesi vicini. Approfittando di ciò il Consiglio comunale dell'epoca e il sindaco Vincenzo Ambrosio decisero, il 10 aprile del 1880, di istituire una fiera del bestiame e di altri prodotti che si svolgeva proprio presso la chiesa del patrono dal 13 al 16 agosto.
Col passare degli anni però, il centro commerciale più importante della zona divenne San Giovanni in Fiore e, ben presto, la fiera caccurese perse sempre più importanza fino a sparire del tutto. Nel XX° secolo la festa di San Rocco assunse sempre più carattere ricreativo, anche se l'aspetto commerciale, seppur in misura ridotta, continuava a caratterizzare la ricorrenza soprattutto per la presenza delle "bancarelle" dei negozianti del luogo (putigari) che vendevano prevalentemente giocattoli e dolciumi e che facevano la gioia dei bimbi del tempo. In occasione del ferragosto poi arrivava anche "Don Serafino", un vecchio "giostraio" col suo tiro a segno, il suo fucile ad aria compressa, i suoi bersagli sui quali i giovani provavano la loro abilità di tiratori, mentre più in là, il solito furbastro di turno "carduliava", come ebbe a dire il poeta Lafortuna in una sua lirica, col gioco delle tre carte, "i citrullI" che si lasciavano infinocchiare da lui. Uno dei ninnoli più ricercati dai fanciulli, assieme alle pistole e alle macchinine erano le "Zampugnelle", palloncini che si gonfiavano con il fiato e , quando si sgonfiavano, l'aria contenuta al loro interno faceva vibrare una lamina metallica collocata sul tubetto utilizzato per gonfiarli che emetteva un caratteristico suono prolungato.
( La festa di San Rocco )
Quel suono ha rappresentato per decenni la "colonna sonora" dei festeggiamenti di "menzagustu", come venivano definite le feste di Ferragosto e di San Rocco dai Caccuresi. Ma ecco come lo stesso Lafortuna descrive, in un'altra composizione, la festa del patrono.
La coincidenza della festa patronale col Ferragosto ha sempre reso più solenne e più sontuose le celebrazioni in onore di San Rocco. Il giorno di Ferragosto, già all'alba, la gente veniva svegliata dal rumore dei mortaretti che annunciavano l'inizio della festa, mentre la banda musicale iniziava il giro del paese. Alle 11 veniva celebrata la solenne messa dell'Assunta nella Chiesa della Riforma e la sera, in piazza, c'era l'esibizione della banda. Il giorno di San Rocco la processione usciva prestissimo dalla piccola chiesa del patrono e percorreva tutte le strade del paese sostando anche nella cappelletta feudale del castello. verso le sei di sera, sul sagrato della chiesa, si svolgeva la "Riffa", mentre la chiesa era piena di ex voto di biscotto che rappresentavano parti del corpo umano guariti da qualche male per opera del santo.
La sera c'era poi la seconda serata musicale. Nei primi decenni ad allietare le due serate, su artistici palchi costruiti per l'occasione, c'erano quasi sempre grandi complessi bandistici che provenivano da Gioa del Colle, Acquaviva delle Fonti, Roccella Jonica ed altri centri di grandi tradizioni musicali. A farla da padrone era il melodramma con le sue celeberrime arie (dal Barbiere alla Gazza Ladra, all'Italiana ad Algeri, alla Traviata, al Rigoletto) per poi chiudere la serata col tanto atteso "Canzoniere napoletano". Spesso l'orchestra accompagnava un soprano o un tenore portando la lirica in piazza. Poi, piano piano, i gusti musicali cambiarono, i palchi artistici furono sostituiti da enormi, bruttissime platee che occupano mezza piazza (l'altra metà viene occupata da camion e furgoni dei gruppi musicali) e le vecchie bande da cantanti o gruppi di grido che percepiscono compensi stratosferici. Nel corso dell'ultimo trentennio si sono esibiti a Caccuri cantanti del calibro di Mino Reitano, Ombretta Colli, i Dik Dik, Nada, Riccardo Fogli ed altri di cui si è persa la memoria. La festa di San Rocco veniva e viene anche adesso chiusa dai fuochi pirotecnici. Nella prima metà del secolo scorso i fuochisti che deliziavano gli occhi dei cittadini e dei fedeli erano i fratelli Fodero, originari di Belcastro, ma trapiantati a Caccuri o la ditta Speziale di Castelsilano. Attualmente a illuminare con cascate di fuoco e stelle filanti la notte del 16 agosto sono ditte di altre zone della Calabria.
1° Maggio
Festa dei lavoratori, San Giuseppe Artigiano, “Festa di Maia”: la ricorrenza del 1° maggio a Caccuri e' un miscuglio politico – religioso , una occasione nella quale tre culture diverse, quella laica moderna, quella cattolica e quella pagana, si intrecciano e si compenetrano fino a contaminarsi magari inconsapevolmente. Se la chiesa fa coincidere con la più laica delle feste la celebrazione dello “sposo di Maria” nella sua veste di lavoratore ed il sindacato organizza (o meglio, organizzava) feste del lavoro, chiesa e sindacato sovrappongono le loro celebrazioni a quella di un’antichissima festa pagana: la celebrazione dell’arrivo della primavera, appunto dedicata alla dea Maia. Già nell’antica Roma, nel periodo primaverile, si celebravano numerose feste in onore della maggiore delle Pleadi, la bellissima figlia di Atlante e di Pleione amata da Zeus con il quale concepì Ermes, considerata l’artefice del risveglio primaverile. A Caccuri, evidentemente, questa antichissima tradizione è rimasta intatta nel corso dei millenni, anche se, ovviamente, la contaminazione cattolica, l’ha in qualche misura snaturata. Comunque, in ricordo di quella antica festa pagana, le donne usano ancora oggi collocare sull’architrave dell’uscio delle case un mazzo di fiori (ginestra, sambuco, spine di colore giallo) in onore della divinità. A questi possono aggiungersi altri fiori, con l’accortezza di non far mancare mai la spina che, secondo un’antica credenza popolare, dovrebbe accecare i nemici della famiglia che abita in quella casa e, comunque, proteggere dall’invidia e dal malocchio. Particolare attenzione viene poi posta alla prima persona estranea che metterà piede in casa nel corso della mattinata: guai se dovesse essere una persona anziana o, peggio, vestita di nero! Rischierebbe, nella migliore delle ipotesi, di venire cacciata via in malo modo, se non di peggio. Se entra in casa di primo mattino un anziano o una persona in lutto, il presagio è inequivocabile: morte e sciagure sicure entro la fine dell’anno. Grandi feste e generosi regali, viceversa, se a varcare per primo la soglia è un ignaro fanciullo, simbolo di prosperità, salute e lunga vita.
Il Carnevale
Nei primi decenni del secolo la festa del Carnevale a Caccuri, così come in altri paesi della zona, era il momento della "farsa", una canzone satirica con la quale il farsaro metteva alla berlina il potente, ma anche il povero cristo che veniva colto in fallo. Le malefatte (quasi sempre tresche amorose) venivano impietosamente messe in piazza rovinando la festa al malcapitato di turno. "Il farsaro", ovvero l'autore della farsa, con chitarre battenti, mandolini ed altri strumenti, era accompagnato in processione per tutto il paese da una moltitudine di gente che suonava e cantava la composizione, mentre veri e propri fiumi di vino scorrevano nei vari rioni nei quali il corteo si portava, a dissetare le gole secche per l'incessante cantare.
Il più celebre farsaro caccurese, Angelo Raffaele Segreto, detto Velociu, si spense nel 1935. Pur essendo analfabeta, aveva un ingegno finissimo ed una grande capacità di improvvisare versi su di una musica che si ripeteva sempre uguale. Velociu passava le sue notti a girovagare per le buie vie del paese alla ricerca della "notizia", ovvero dell'ultima tresca. In tasca aveva un fischietto e, appena scopriva qualcosa, un raggelante sibilo nelle tenebre era il segnale che la cosa era stata scoperta dal terribile vecchio. Allora il malcapitato di turno si recava dal farsaro promettendogli i migliori regali nel tentativo di acquistare il suo silenzio. Ma nulla riusciva a far desistere l'implacabile censore dal suo proposito e, a Carnevale, puntualmente, tutto il paese veniva a conoscenza della novità.
Negli anni '40 e '50 la farsa fu sostituita dal "Funerale di Carnevale", una rappresentazione in costume con canti e balli frutto della fantasia di poeti e musicisti popolari che non denciava malefatte o tresche e, quindi, era più gradita all'intera popolazione. Poi, con l'emigrazione dei primi anni '60, anche questa tradizione scomparve.
Nel 1999, per iniziativa dell'autore di queste brevi note, la tradizione è stata ripresa con nuove canzoni e nuovi interpreti. Il gruppo che l'ha messa in scena per le vie del paese ha poi partecipato ad un concorso bandito dalla locale Pro Loco aggiudicandosi il primo premio.
Leggende
La fine del brigante Gasparone
Era una dolce giornata del mese di maggio. L’aria era tiepida ed il sole brillava nel cielo accarezzando i fiori di campo nei verdi prati che circondavano il paese. Stormi di rondini, garrivano felici incuranti o, forse ignare, della tragedia.
Nella miserabile catapecchia i cinque morti giacevano su povere cassapanche composte alla meglio dalla pietà e dal dolore dei parenti. I pianti ed i gemiti rompevano il magico incanto della giornata primaverile, mentre sull’uscio, crocchi di contadini, col cappello in mano, qualche lacrima che solcava il loro volto scavato e l’angoscia che li attanagliava, commentavano sommessamente l’accaduto.
Pasquale Mignaccio, la moglie Annuzza, la figlia Luisa ed i figli maschi, Nicola e Salvatore, che aiutavano il padre nel duro lavoro dei campi, erano stati scannati come capretti, sgozzati nel sonno da una furia bestiale e irrazionale, mentre dappertutto erano visibili i segni del saccheggio e della devastazione. Capre, agnelli, galline, provviste, niente era stato risparmiato dalla terribile banda di razziatori che avevano anche rovistato da cima a fondo la casuccia alla ricerca di chissà quale tesoro.
Ancora una volta il terribile Gasparone, con la sua orda di masnadieri, aveva seminato terrore e morte nella campagna caccurese. Era costui un feroce brigante che, da anni, scorrazzava nei dintorni del paese facendo strage di povera gente. Il solo nome faceva gelare il sangue nelle vene, ma al pari di lui era temuta la sua trista moglie, Assuntina, ma che tutti conoscevano col soprannome di Gasparazza.
Di Gasparone e della sua banda si diceva che avessero scelto come rifugio alcune grotte nella contrada di “Sotto le Timpe”, una zona impervia e ricoperta da una fitta boscaglia che i briganti conoscevano a menadito, ma nella quale mai la Guardia urbana aveva avuto il coraggio di avventurarsi. Nessuno osava oltrepassare la chiesa di San Rocco dalla quale si dominava la vallata e gli occhi temevano persino di posarsi su quella zona maledetta.
Al mattino presto, quando i cadaveri delle povere vittime erano stati scoperti da un contadino che abitava a Laruso, a meno di un miglio di distanza dalla casupola del povero Pasquale, molta gente era accorsa a consolare i parenti e a rendere omaggio ai morti. Era venuto anche don Matteo, il capo degli urbani con dieci sue guardie ed aveva sostato a lungo nella fattoria visibilmente sconvolto. Questa volta Gasparone aveva davvero superato i limiti, ma la paura era tale che nessuno osava dar voce ai propri pensieri. Don Matteo fece un segno ai suoi uomini e si allontanò lentamente da quel luogo che era stato teatro delle atroci efferatezze dell’imprendibile brigante.
Erano oramai trascorsi dieci giorni dal giorno della strage. La sera del due di giugno la luna piena rischiarava il cielo caccurese. Sul sentiero per il Bordò le ombre degli elci e dei sugheri disegnavano strane, mostruose, bizzarre figure. Un silenzio innaturale rendeva più tetra la campagna. Verso le nove ombre furtive comparvero da una svolta avanzando guardinghe e lentamente risalirono il viottolo verso Matasse. Erano cinque uomini e tre donne armati di tutto punto. La luce lunare li rendeva abbastanza visibili, nonostante le ombre spesso li nascondessero per qualche attimo a chi eventualmente li avesse osservati da lontano. Fecero un centinaio di metri e si ritrovarono in un tratto di strada dove la vegetazione era più rigogliosa.
All’improvviso scoppio l’inferno. Un uragano di fuoco investì la comitiva da ogni direzione. Caddero immediatamente quattro degli uomini e una delle donne. Il quinto tentò di fuggire per dove era venuto, ma una nuova tempesta di fuoco lo investì di fronte, mentre cinque urbani piombavano su Gasparazza e Belladonna, le due brigantesse superstiti disarmandole e legandole ben strette. Altri balzarono dalle tenebre dirigendosi nel luogo ove era caduto, barcollando, Gasparone, ferito ad una gamba, mentre il trombone gli sfuggiva di mano.
Il brigante, ruggendo come un leone, si alzò a fatica, tentò una vana resistenza, sguainò il pugnale cercando di difendersi, ma uno degli urbani lo colpì violentemente sul braccio con i calcio del fucile. Il dolore gli fece cadere di mano il pugnale e, in breve, fu disarmato e legato.
Don Matteo balzò dalle tenebre, diede alcuni ordini secchi ai suoi uomini e poi si rivolse a colui il quale, fino a poche ore prima, aveva seminato terrore e morte nella zona. “La tua carriera è finita, farabutto, gli sibilò, domani stesso sarai fucilato ed il mondo avrà finalmente un ladro ed un assassino in meno!” Il brigante, per tutta risposta, gli sputò in faccia, ma il capo urbano gli assestò un tremendo pugno sul volto mandandolo a rotolare per terra.
Poco dopo tre guardie, che si erano allontanate, ritornarono sul luogo dello scontro trascinandosi dietro alcuni asini ed i loro terrorizzati padroni. Le salme dei quattro uomini e delle due donne furono caricate di traverso sui basti dei somari e, su un altro, fu posto a cavalcioni e legato Gasparazzo, mentre le due brigantesse, anch’esse con le mani legate dietro la schiena, erano spinte innanzi col calcio dei fucili dagli urbani.
Verso la mezzanotte la comitiva, per Canalaci, giunse in paese dove, intanto, era già giunta la notizia della cattura del terribile brigante. Nessuno osava mettere il naso fuori dalla porta tanta era ancora la paura del celebre briccone, ma centinaia di occhi spiavano, da dietro le finestre, il corteo che avanzava tra le grida di vittoria degli urbani.
Gasparone, Gasparazza e Belladonna furono condotti nei sotterranei del castello e guardati a vista da cinque guardie, mentre altri urbani facevano al ronda all’esterno del castello.
Il giorno dopo il terribile brigante, colui che aveva terrorizzato Caccuri e dintorni, la moglie e la brigantessa superstite furono condotti al Petraro, il luogo arido e pietroso sotto il castello, dove avvenivano le esecuzioni e qui fucilati per la schiena. Furono necessarie due scariche per porre fine all’esistenza di uno dei più feroci briganti che avesse mai infestato la zona. Pare che dopo la prima scarica ruggisse ancora come un leone furibondo maledicendo i suoi carnefici.
La morte ridusse, ma non eliminò del tutto il terrore dei contadini che, molti anni dopo, tremavano ancora al solo sentire il nome di Gasparone, E molti giurarono di aver spesso visto, nelle notti di luna, il suo fantasma, quello di Gasparazza e quelli dei suoi uomini, spesso seduti in cerchio al Petraro, proprio nel luogo dove era stato fucilato, a banchettare e a progettare altre efferate imprese.
Verri in catene
Correva l’anno di grazia 1199. Una mandria di porci pascolava tranquilla nella grancia di Buonolegno, un vasto territorio dell’altipiano silano appartenuto per secoli ai monaci basiliani dell’abbazia dei “Tre fanciulli” (Sancta Maria Trium Puerorum), un antico cenobio caccurese.
Nel 1147, però, l’imperatore Enrico VI°, su suggerimento della moglie Costanza, donò la grande tenuta, insieme ad altre ricche terre, all’abate Gioacchino da Fiore, fondatore dell’ordine dei Florensi, che aveva edificato un’abbazia a pochi chilometri di distanza. La cosa non fu mai tollerata dai monaci di rito greco e dai focosi caccuresi dell’epoca che, sentendosi derubati, spesse volte, armati di bastoni e di tanta rabbia, penetrarono nei loro antichi possedimenti bastonando i guardiani e devastando ogni cosa.
Verso la fine del 1198, Costanza, che era sopravvissuta al marito, si spense serenamente. Allora Caccuresi e monaci basiliani ritennero che, con la morte dell’Imperatrice, che aveva sempre protetto e favorito i Florensi, fosse giunto il momento di agire per dare una lezione ai loro avversari.
Ed ecco che un gruppo di gente armata formato da monaci e cittadini, si avvicinò furtivamente al gruppo di animali che pascevano ignari, custoditi da alcuni guardiani florensi. Strisciando acquattati fra gli arbusti, arrivarono a pochi metri poi, al cenno di uno di loro, balzarono dai cespugli, tramortirono i guardiani, catturarono verri e scrofe e li condussero legati a Caccuri come volgari malfattori per rinchiuderli “in prigione” nei ricoveri dell’abbazia.
Storia di braccianti e di soprastanti
La storia dei contadini e dei braccianti caccuresi è, come tutte le storie della povera gente, una storia di sacrifici, sofferenza, sfruttamento, povertà, una storia di uomini angariati dalla sorte e dai loro simili che li facevano ammazzare di fatica per un misero salario. A quei tempi si lavorava da “stilla a stilla”, dall’alba al tramonto per una ricotta o due litri di olio o un pugno di grano.
A soprintendere l lavoro di questa povera umanità vi era quasi sempre il soprastante del barone, il caporale, avrebbe detto il grande Totò, che cercava, con tutti i mezzi, di ottenere il massimo da quest’uomini macilenti e ossuti.
Uno di questi sorveglianti aveva escogitato una trovata perversa che triplica, quadruplicava o quintuplicava l’impegno la resa dei poveri braccianti.
Al mattino presto, dopo un’abbondante colazione, il fedele braccio destro del barone si faceva trovare nel luogo di raduno dei braccianti che, in fila indiana, si avviano ai campi.
Quello del fico!
La storia dei contadini e dei braccianti caccuresi è, come tutte le storie della povera gente, una storia di sacrifici, sofferenza, sfruttamento, povertà, una storia di uomini angariati dalla sorte e dai loro simili che li facevano ammazzare di fatica per un misero salario. A quei tempi si lavorava da “stilla a stilla”, dall’alba al tramonto per una ricotta o due litri di olio o un pugno di grano. A soprintendere l lavoro di questa povera umanità vi era quasi sempre il soprastante del barone, il caporale, avrebbe detto il grande Totò, che cercava, con tutti i mezzi, di ottenere il massimo da quest’uomini macilenti e ossuti. Uno di questi sorveglianti aveva escogitato una trovata perversa che triplica, quadruplicava o quintuplicava l’impegno la resa dei poveri braccianti. Al mattino presto, dopo un’abbondante colazione, il fedele braccio destro del barone si faceva trovare nel luogo di raduno dei braccianti che, in fila indiana, si avviano ai campi. Si portava in coda alla fila e……….Si accostava con fare furtivo ad uno di quei poveri cristi e gli allungava, facendo attenzione a non farsi scorgere dagli altri lavoratori, uno o due fichi secchi con le mandorle. “Tieni, gli diceva, sei un bravo giovane tu! Meriti davvero questa attenzione, mangia che ti togli un po’ di fame. Ma ti raccomando, non dirlo ai tuoi compagni. E’ un’attenzione che mi sento di fare solo a te, non vorrei che tutti mi piombassero addosso chiedendomi fichi. Mica ne ho la dispensa piena io!” Poi, mentre il povero lavoratore ringraziava commosso, si staccava da lui e ripeteva la stessa operazione con tutti gli uomini della fila, sempre badando di non farsi vedere e non farsi sentire dagli altri. Poi si portava in testa al gruppo ed accelerava l’andatura per guadagnare qualche minuto di lavoro. Giunti sul campo i braccianti impugnavano la zappa e cominciavano il loro duro lavoro. La zappa calava alacremente e le zolle venivano rivoltate in profondità ma, dopo qualche ora, la schiena era a pezzi e le braccia indolenzite. Gli uomini, distrutti dalla fatica, raddrizzavano un po’ la schiena e si appoggiavano alla zappa per riprendere fiato. Allora, puntuale come le tasse, si udiva la voce del soprastante: “Ehi, quello del fico!” E cinquanta schiene si curvano sul terreno e cinquanta zappe riprendevano alacremente a rivoltare il terreno e cinquanta uomini si sentivano in colpa per non aver saputo ricambiare il favore al caporale.
Caccuri e Cerenzia, i paisi 'e ra ciotia.
"Caccuri e Cerenzia, i paisi 'e ra ciotia!" La disgraziata rima ha condizionato e condiziona ancora la vita dei due paesi limitrofi favorendo la nascita di una lunga serie di aneddoti in verità gustosi, sugli abitanti e sulle relazioni tra i due centri. I Caccuresi non perdono l'occasione per ironizzare sui Cerentinesi e questi ricambiano di gusto: Si racconta che nel 1848, quando i Cerentinesi abbandonarono l'antica Acheronthia per trasferirsi nel nuovo centro che era sorto a Paparotto, riuscirono a stento a costruire la chiesa, ma non ebbero la possibilità di comprare una campana che potesse scandire lo scorrere del tempo e perdevano facilmente il conto delle ore. Per fortuna nella vicina Caccuri vi era una grande campana i cui rintocchi si udivano distintamente anche a Cerenzia e così i Cerentinesi pensarono di aver risolto il problema. Quando i caccuresi vennero a sapere di questa, diciamo cosiì appropriazione indebita di rintocchi, si arrabbiarono moltissimo e, per prima cosa, decisero di innalzare unsa siepe di filo spinato e frasche lungo il confine tra i due comuni per impedire al suono delle campane di raagiungere Cerenzia. Tutta la popolazione si portò sul cantiere e, lavorando alacremente, in men che non si dica, la siepe fu eretta. Poi i Caccuresi decisero di dare una lezione ai vicini scrocconi portandosi via la loro chiesa. Una cinquantina di ragazzi caccuresi scelti tra i più robusti partirono alla volta della cittadina rivale per caricarsi la chiesa sulle spalle e trasferirla a Caccuri. La notizia si sparse in un baleno seminando il panico tra i Cerentinesi. Fu immediatamente emanato un bando che ingiungeva a tutte le donne gravide di Cerenzia di sedersi sul sagrato della chiesa in modo da aumentarne sensibilmente il peso e far fallire l'impresa degli odiati vicini. Così fu e i forzuti caccuresi dovetter rinunciare alla vendetta. I Cerentinesi, felici per lo scampato pericolo, decisero di vendicarsi giocando d'astuzia. vedendo brillare nel cielo caccurese una splendisda luna, invidiosi di tanta fortuna, decisero di impadronirsene furtivamente. Si partirono da Cerenzia, scavalcarono la siepe e giunsero in poco tempo a Caccuri. Si fermarono alla fontana di canalaci per bere un sorso d'acqua e videro nel lavatoio l'astro d'argento. Rubarono in una stalla vicina un truogolo, lo imersero nel lavatoio riempiendolo d'acqua con dentro la luna e, caricatoselo in spalla, raggiunsero le periferie di Ceremzia. La luna era lì, abbagliante nel truogolo. Lo deposero delicatamente a terra e corsero in paese a cercare una scala per appendere la luna alla quercia più alta. Tornarono con la scala al truogol, ma la luna era sparita. Rimaseri sgomenti e volsero lo sguardo verso Caccuri. Qualche attimo dopo la luna sbuco' da dietro una nuvola più splendente che mai nel cielo. "Maledetti Caccuresi!! esclamarono furiosi, se la sono ripresa mentre cercavamo la scala."
La leggenda del tesoro di Sant’Andrea
Tanti e tanti anni fa, in una notte buia e tempestosa del secolo scorso, una feroce banda di briganti è adunata sotto una grande quercia a Sant’Andrea, a due passi dal vecchio convento. I lampi squarciano le tenebre creando riflessi rossastri sulle facce spaventose dei terribili ceffi. L’acqua cade a scrosci ed il vento mugola sinistramente tra gli alberi. E’ la nottata ideale per nascondere un tesoro grondante sangue, frutto di ruberie, assassinii, saccheggi.
Il capo dei masnadieri fa scavare una buca molto profonda nella quale monili, monete d’oro, pietre preziose custoditi all’interno di un forziere, vengono occultati con cura. Poi i bricconi cancellano accuratamente ogni traccia del loro lavoro e giurano solennemente che mai, nessuno di loro, per nessun motivo, rivelerà il nascondiglio del bottino. Infine una megera, moglie di uno dei fuorilegge, mentre i lampi diventano sempre più spaventosi e l’atmosfera del luogo diviene sempre più cupa e sinistra, pronuncia una formula magica e stabilisce un sortilegio a protezione del tesoro.
Qualche settimana dopo la terribile notte, la feroce comitiva viene sgominata in un conflitto a fuoco con la Guardia urbana. Nessuno si salva, nemmeno le donne, nemmeno la fattucchiera. Qualcuno, però, prima di morire, si è lasciato sfuggire qualcosa: per impadronirsi delle inestimabili ricchezze custodite sotto la quercia, alla base del grande muro, bisogna scannarvi nei pressi una donna incinta e somministrare l’eucarestia ad un gallo.
La notizia si diffonde e si tramanda di generazione in generazione, però, da allora, nessuno è riuscito a mettere le mani sul malloppo, non tanto perché non vi sia uno scellerato capace di sgozzare una donna incinta, quanto per la difficoltà di reperire un pennuto disposto a confessarsi e comunicarsi. E così il tesoro è ancora lì, da quasi due secoli, in attesa di uno sciagurato capace di una simile impresa e di un “re del pollaio” che voglia salvarsi l’anima.
Non c’è più, invece, il vecchio muro abbattuto negli anni ’80 per costruirvi un campo di tennis all’interno del parco comunale.
ll mostro di Trabbese
(da un'antica storiella locale rielaborata da Giuseppe Marino)
All’improvviso un urlo terrificante ruppe la calma serena che regnava nell’aprica valle di Trabbese, un lembo di terra dell’agro di Cerenzia, nei pressi dei ruderi della vecchia cittadina di Acerenthia, a circa due miglia da Caccuri. “Aiuto, aiutoooo! Accorrete, accorrete gente! Venite con schioppi, coltelli, pugnali, bastoni, presto, accorrete!” Il giovane contadino cerentinese, terrorizzato, ansante e con la schiuma alla bocca, sbucò all’improvviso da una macchia di lentischio, proprio mentre si trovava a passare da quelle parti un caccurese che, col suo asino, tornava dalla vicina Verzino dove s’era recato a vendere un tomolo di fagioli. Rinfrancato da questa insperata presenza umana, il ragazzo si fermò un attimo a riprendere fiato, mentre altri contadini accorrevano dai loro campi armati di tutto punto. I nuovi arrivati chiesero il motivo di tanto terrore ed egli , con frasi smozzicate ed interrompendosi spesso per l’evidente choc subito, raccontò ai più coraggiosi concittadini e all’esterrefatto caccurese, quello che aveva visto. “Che paura, amici, che animale spaventoso, terrificante mi son trovato davanti all’improvviso! Un animale mai visto: un animale velenoso che non è un bue, eppure ha le corna, non è un verro, eppure ha la schiuma, non è un pellegrino, ma si porta la casa addosso, una cosa mai vista! Che paura amici miei! Deve essere davvero pericoloso.” La descrizione del mostro fece correre un brivido per la schiena dei pur coraggiosi contadini che decisero, con molta prudenza, di avvicinarsi al luogo dove quest’essere raccapricciante era stato visto, armati fino ai denti, nel tentativo di ucciderlo. E così, procedendo con cautela, due passi avanti ed uno indietro e facendosi vicendevolmente coraggio, la comitiva si avviò verso il luogo indicato dal giovane che ancora batteva i denti per lo spavento.
Alla testa del gruppo si era messo, con spavalda ed incosciente baldanza il caccurese che, tuttavia, pur mostrandosi più coraggioso degli altri, provava anch’egli una certa inquietudine. Quando furono ad un paio di centinaia di metri dal luogo indicato, la tensione era alle stelle ed ognuno si aspettava di trovarsi davanti lo spaventoso mostro, ma guardando nella direzione indicata, non si scorgeva alcun animale. I contadini erano perplessi ed incerti sul da farsi, ma il ragazzo, che chiudeva il corteo, li invitò ad andare avanti con circospezione perché il mostro si era acquattato dietro una grossa pietra. Ripreso coraggio, avanzarono ancora per altri cento metri, ma del mostro nessuna traccia. Poi, sempre spinti dal giovane, arrivarono a dieci metri dalla pietra. A questo punto la paura era davvero tanta e nessuno osò aggirare il masso indicato dal loro amico. Ma oramai bisognava andare sino in fondo, pensò il solito spaccone caccurese e così, con lo schioppo puntato verso il masso, mentre un silenzio tombale era sceso nella piccola valle e i Cerentinesi se ne stavano col fiato sospeso, avanzò dapprima cautamente, poi, deciso e, con un balzo fu dietro il masso indicato. Diede uno sguardo, vide il terribile mostro, si chinò, lo raccolse e se lo mise in tasca tornando sorridente verso il gruppo dei cerentinesi che, per lo spavento erano ancora lì impietriti. Mise la mano in tasca, tirò fuori la terribile bestia e la fece vedere agli astanti che, istintivamente, avevano fatto un balzo all’indietro chiedendo al ragazzo, ancora terrorizzato, se era quello il mostro. Il contadinello, più morto che vivo, assentì, mentre gli altri si avvicinavano con circospezione per osservare l’innocua chiocciolina che il coraggioso caccurese teneva nel palmo della mano.
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Il dialetto caccurese, così come tutti i dialetti del mondo, ha un suo grande fascino e costituisce un patrimonio inestimabile che andrebbe gelosamente custodito e tramandato ai nostri figli, nipoti e pronipoti. Purtroppo, nella società della globalizzazione, "la nostra lingua materna", la lingua dei nostri avi, viene usata sempre più raramente, mentre dilaga la sciocca abitudine di scimmiottare le stars delle telenovelle senza rendersi conto che la perfetta conoscenza del nostro dialetto, oltre alla ricchezza interiore che ci procura, aiuterebbe moltissimo i ragazzi nella conoscenza della struttura della lingua italiana.
Modi di dire
Minàre 'e musche all'acqua.
Condurre le mosche all'abbevaratoio. Fare qualcosa di inutile, non cavare un ragno dal buco.
'U ciucciu 'ntra musica.
(L'asino in mezzo alla banda musicale) Detto di persona che si trova in una situazione e in un posto di comando senza avere la minima cognizione di ciò che deve fare.
Jire all'acqua cu' li fiscini.
(Attingere l'acqua con cesti di vimini) Fare qualcosa di inutile, di insensato, improduttivo.
'Un ne minti pisci 'ntru panàru!
(Non riuscirai a mettere pesci nel paniere) Non caverai un ragno dal buco, non otterrai alcun risultato, non te ne deriverà alcun utile.
Avire 'u guaiu 'e Milanu, 'a scilla rutta e la vozza sana!
(avere il guaio di Milano, l'ala spezzata, ma con il gozzo sano). Preoccuparsi per delle sciocchezze, dei quando ci si dovrebbe preoccupare di ben altroi. (Pesante ironia sugli ipocondriaci).
Ti nn'adduni allu pizzu, ch'è marbizzu!
(Il tordo lo riconosci dal becco!") C'è sempre un particolare che ti fa diffidare o fidare di una persona
Gliommaru, Pirichellu e Matarazzu, i tri ' da chjiazza.
(Dicesi per stigmatizzare i vizi di alcuni persone. I tre sono personaggi della fantasia popolare che rappresentano i comagnoni bighelloni, vagabondi e furbastri.)
Gaudiu 'e ruga e trivulu 'e casa
(Gaudio per il vicinato e fonte di tribolazioni per quelli di casa. Detto scherzosamente del coniuge)
Sciacquaronzi e bivagnese
(Bagordi, festeggiamenti, gozzovigle esagerate)
Vucca mia alle frajole!
(Bocca mia, riempiti di polpette!) Esclamazione come per dire, bocca mia statti zitta, non fatemi dire quello che vorrei dire!
Errami vovi e spaturnàtu maise!
(Buoi errabondi, senza guida e maggese abbandonato, in malora) Metafora del declino e dell'abbandono a
'A botta e ru màrru!
(il tocco finale del maestro). Quasi sempre, quando si fa qualcosa, c'è qualcuno che, proprio come fa il maestro col garzone, pretende di dare il tocco finale all'opera attribuendosene tutti i meriti
Unchjiare cumu 'nu zimmaru.
(Gonfiare come un caprone da scorticare) Gonfiare per l'ira trattenuta a stento.
Campare cu' le campe all'occhji!
(Vivere mentre le cavolaie ti rosicchiano gli occhi! Detto a proposito di una vita di stenti)
Pampine 'e cavuli e lippu e jimare!
(Foglie di cavolo ed alghe di fiume, come dire cose o persone inutili e senza alcun valore)
Jennu, venennu, buttuni cogliennu!
(andare a zonzo a raccogliere bottoni! Perdere tempo inutilmente nel fare cose che non danno profitto)
Si vo campare cent'anni, pippa 'e crita e cannella 'e canna!
(al fumatore: Se vuoi campare cent'anni, fuma la pipa di terracotta col cannello di canna)
Cacciare 'u tizzune benerittu!
mettere fuori il tizzone benedetto la notte del Sabato Santo. Si dice nel corso di un violento temporale quando non vuol saperne di smettere di piovere e c'è paura di alluvioni perché si pensa che il fuoco benedetto possa fermare la pioggia.
Quannu jamu a ligne, jamu a ligne; quannu jamu a vurze, jamu a vurze!
Quando andiamo per legna, si va per legna; quando decideremo di cercare tesori, cercheremo tesori! (Non si possono fare due cose bene contemporaneamente; quando stiamo facendo qualcosa di importante, non ci dobbiamo far distrarre da nulla, nemmeno dal ritrovamento fortuito di un tesoro)
Ce piji 'a mamma cu' li picciuni!
Prendi nel nido la madre e i suoi piccoli! (Detto ad una persona che crede di poter fare quello che vuole; in pratica: non la spunterai, ti ci romperai la testa, troverai pane per i tuoi denti)
Ha persu l'occhji e va' circannu i pennulari!
Hai perso gli occhi e ti preoccupi delle palpebre. (Invece di preoccuparti delle cose serie, ti preoccupi delle sciocchezze.)
Abbivera 'e galline quannu chjiovari!
Dà da bere alle galline quando piove! (detto di uno che fa una cosa inutile)
Quannu 'u ciucciu 'un vo' acqua, avoglia 'un frischi!
Quando l'asino non vuol bere, hai voglia di fischiare! (Quando uno si intestardisce a non fare una cosa, insistere non serve a niente)
Jire all'acqua cu' li fiscini!
Andare ad attingere acqua con sporte di vimini (Fare un lavoro improduttivo e di nessuna utilità)
Largu alla caniglia e rrittu alla farina.
Di manica larga quando si tratta di crusca e sparagnino quando si tratta di farina. (Tirchio quando si tratta di acquistare cose e utili e spendaccione quando si tratta di beni futili)
Ce po' minare cu 'na mazza!
Puoi batterlo con la mazza! (Puoi starne più che certo)
Cumu si' bacantusu!
Quanto sei bighellone (Detto a chi fa qualcosa che si ritiene di nessuna utilità)
L'abbuttu 'un crira mai allu riunu
(Chi è sazio non capisce le ragioni dell'affamato)
Caccuri nella lirica in vernacolo.
Te via' ammaccàtu
(variante affettusa di "Te via ammazzatu!") Possa tu essere ammaccato!
Te via' scumpunnutu!
Possa ti essere scomposto, confuso!
Te viari orbu!
Possa tu essere orbo!
Te via scurciàtu
Possa tu essere scorticato!
Vo jire pettiscigàtu!
Possa tu essere uno straccione, un miserabile
Vo jire l'acqua, l'acqua!
Possa tu trovarti in mezzo ad una piena!
Vo jire l'acqua appenninu!
Possa trovarti in mezzo ad una piena che ti trascina a valle!
Chi si nne vo' abbuttare 'na timpa!
Possa tu precipitare in un dirupo che ti faccia da tomba!
Chi vo jire limmertu!
Possa tu essere sempre un povero, un morto di fame, un pezzente!
Va fa 'ncinefrica!
Vai a quel paese! (Detto, però, in modo affettuoso)
Modi diversi per definire una persona
Cuzzupellu o Cuzzupella
(Affettuoso) Ciambellina, fanciullo grazioso, che ispira simpatia
Cuzzupu
(Dispregiativo con una punta di affetto) Orso, persona scontrosa, affatto dolce
Vampune
(Canzonatorio) Cacciaballe, fanfarone, uno che ama spararle grosse
Palluneri
(Canzonatorio, variante di "vampune" ) Contaballe
Frialinnani
(Dispregiativo) Uno che frigge le lendini al posto delle uova, tirchio, avaraccio
Misiccu
(Dispregiativo) Avaro, calcolatore, sparagnino
Arca 'e scienzia
(Canzonatorio) Pozzo di scienza, sapientone
Pappone
(Fantasioso) Uomo che somiglia ad uno spaventapasseri, personaggio immaginario che spaventa i bambini
Cannarutu
Goloso
Pamoziu
(Canzonatorio leggermente dispregiativo) Uomo mal messo, uno che si regge a malapena in piedi
Cuntumacio o Camaciu
(Altri modi per definire il "Pamoziu")
Guallarusu
Portatore di ernia inguinale
Cazzillusu
Uomo facile all'ira, attaccabrighe
Camardella
Ragazza o donna pimpante, intraprendente
Casciottaru
Voltagabbana, traditore
Zammaru
Rozzo, incivile
Proverbi
Chine zappa vivari acqua, chine futta, viva alla vutta.
Chi zappa beve acqua, chi fotte beve alla botte. Di solito chi si sacrifica, sfacchina, non raccoglie i frutti che vengono raccolti dai bighelloni e dai parassiti.
Chine te vo' ben te fa cianciàre, chine te vo' male te fa rirere.
Chi ti vuol bene, spesso ti fa piangere, chi ti vuol male ti fa sempre ridere. Solo chi ti vuol bene è capace di dirti anche le verità spiacevoli.
A casa 'e pezzente 'un mancu stozza!
Nella casa del povero si trova sempre un pezzo di pane! Il povero sa essere comunque sempre generoso.
Quannu accatti 'u porcu, guarda 'a razza.
Quando compri il maiale, attento alla razza. Quando ti sposi o ti accompagni a qualcuno, attento alla razza di provenienza.
Quannu 'u ciuccio 'un vo' acqua, avoglia 'un frischi!
Quando l'asino non vuol bere, hai voglia di fischiettare per incoraggiarlo! Quando uno non ha voglia di far qualcosa, è inutile insistere.
Figliu chi t'haiu fattu bellu ranne, apira l'occhji quannu accatti e vinni.
Figlio mio, ti ho aiutato a diventare adulto, adesso stai attento nelle compravendite. Figlio mio, attento a quello che fai, adesso non posso essere più io a vegliare su di te, devi essere in grado di sbrigartela da solo.
Spiruni e ri tui e cavallu e l'autri e fa caminu quantu ne voi.
Con gli speroni tuoi e il cavallo degli altri, puoi fare tutto il cammino che vuoi. E' facile fare le cose quando si rischia la roba degli altri.
U ciucciu chi 'un ha fattu a cura alli tri anni, un la fa cchjiu!
L'asino che non ha la coda dopo tre anni di vita, non l'avrà mai più. Chi non matura quando è tempo, rimarrà un immaturo per tutta la vita.
S'avissari 'a capu due tegnu i peri me facissari 'na vippita 'e acqua.
Se fossi sdraiato con la testa dove ho adesso i piedi, cioè nell'accqua del ruscello, allora si che mi disseterei. Alcune persone sono così pigre e indolenti che si accontentano di patire la fame, pur di non fare un piccolo sforzo.
I guai 'e ra pignàta 'e sa la cucchjiàra chi 'e riminiari!
I guai che bollono in pentola li conosce solo il mestolo che li rimesta (Solo chi ha un problema può conoscerne tutti gli aspetti)
Ognuno sa li menzi cazzi sui!
Ognuno conosce appena la metà dei casi suoi. (Giovanni Marullo, pensatore caccurese del XX° secolo) Storta di invettiva contro gli impiccioni presuntuosi sempre pronti a dar consigli e sputare sentenze.
'A vutta se sparàgna quànnu è chjina!
Il vino della botte si risparmia quando la botte è piena. (Bisogna rispiarmiare quando si ha qualcosa, non quando non si ha nulla)
Si 'a mmiria fossa guallara fossanu tutti guallarusi!
Se l'invidia fosse un'ernia inguinale, tutti sarebbero portatori di ernia inguinale
'U cane muzzica allu rrazzàtu!
Il cane morde sempre il povero straccione. (I guai colpiscono sempre i poveracci)
Sa cchjiu 'nu pazzu 'n casa sua ca 'nu saviu 'n casa e l'autri!
Conosce meglio i fatti suoi un pazzo che quelli degli altri un savio.
Si 'i mpresti fossanu boni se mpresteranu 'e mugliere!
Se i prestiti fossero buona cosa si presterebbero anche le mogli.
Quannu canta lu cuculu 'u salatu se mancia' cruru.
Quando canta il cuculo il lardo è stagionato e può essere mangiato crudo
'U ciucciu chi 'un ha fattu 'a cura alli tri anni 'un la fa cchjiu!
All'asino al quale la coda non è cresciuta nei primi tre anni non crescerà più (Se una cosa non la si fa a tempo dovuto, non la si farà più)
Parma chiovusa, gregna gravosa
Palme piovose, spighe pesanti (Se piove la Domenica delle Palme il raccolto di grano sarà buono?
L'amicu te vo' videre quannu hai e te saluta cinque vote e sie, ma si ppe' casu mpovertà tu vai, perdi l'amicu e lu parente tuo.
L'amico ti è amico se possiedi qualcosa, ma, se per caso diventi povero, perdi amici e parenti.
E' megliu 'n'amicu ca centu ducati!
L'amicizia vale molto di più di cento ducati, cioè della ricchezza.
'A gatta chi 'un junciari allu salatu riciari ca è pijiatu 'e ru granciu
La gatta che non riesce ad arrivare al lardo dice che è rancido. (Quando uno non riesce ad ottenere una cosa che voleva a tutti i costi cerca poi di disprezzare quella stessa cosa)
Tantu friculiau marru Linàrdu, finchè c'apperricau la mazzacorda!
Tanto stuzzicò, tanto fece e tanto disse mastro Leonardo, finché combinò il pasticciaccio! Variante caccurese del proverbio "Tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino" !
Marru Ciccu, fanne picca, si nne fa' assai le pagherai!
Mastrio Francesco, non esagerare della pazienza altrui, se superi i limiti pagherai tutto in una
Filastrocche
Ciciarone è jettàtu 'n campàgna Cicerone si è dato alla macchia
pe' scupetta 'nu pàlu re vigna come schioppo adopera un palo di sostegno per vite
pe' curtellu nu sppicchjiu re canna come coltello adopera una scheggia di canna
Ciciarone è jettàtu 'n campagna Cicerone si è dato alla macchia.
'U mmitu
Caru cumpari, domane te mmitu, Caro compare, domani ti invito a pranzo,
tu porti 'a carne, ca io portu 'u spitu; tu porta la carne ché io porto lo spiedo;
portate 'u pane ca 'u mio è mucatu, portati il pane perché il mio è ammuffito,
portate 'ìu vinu ca 'u mio è acitu, portati il vino perché il mio è diventato aceto,
caru cumpari, domane te mmitu. caro compare, domani ti invito a pranzo.
Follirò
E fo e follirò E fo, e follirò
chi bellu cavallu chi vena mo che bel cavallo che sta per arrivare!
E vena carricatu E arriverà carico
re cuzzupe e muccellatu di ciambelle pasquali e pane azzimo.
E chjiova e chjiova E piove, e piove
E chjiova', e chjiova', e chjiova' E piove, e piove, e piove
E la gatta fria' l'ova e la gatta frigge le uova
e lu surice se marita e il topo si sposa
cu' la coppula re sita con la coppola (berretto) di seta.
Misciulla
Misciulla, Micina,
due si stata? dove sei stata?
"A due nanna!" Dalla nonna
"E chi t'ha datu?" E che ti ha dato?
"Pane e casu" Pane e formaggio
"Vena la gatta e te scippa lu nasu" Viene il gatto e ti mangia il naso.
Molti Caccuresi si sono cimentati nella composizione di liriche in vernacolo che esaltano alcuni aspetti della vita vi sociale del paese, dei costumi e della cultura del piccolo borgo. Uno dei più illustri è stato il poeta Umberto Lafortuna (1884-1944) autore di libri per l’infanzia, racconti e liriche contenuti nel volume "Pupille infantili" ed. Trevisini – Milano anno 1930. Due tra le più celebri sono "’U focularu" e "Parmarinu"
"U foculàru" Il caminetto
Ardu’ le ligna ‘ntra lu foculàru Arde la legna nel caminetto
E nue, assettàti a roll, ne scordàmu E noi, seduti in cerchio dimentichiamo
Da mala annàta e de lu vernu amaru Da mala annàta e de lu vernu amaru
Ridimu, chjiccjiariàmu, nne manciàmu Ridiamo, scherziamo e mangiamo
Ma ‘na patàta, mo na castagnella Una patata arrosto, una caldarrosta
E jocamu a nnuvina, nuvinella. E giochiamo agli indovinelli.
Ma ‘u tempu passa, nzignàmu a cimàre a il tempo passa e già cediamo al sonno
Lassàmu ‘u focu e ne jàmu a curcàre Lasciamo il fuoco e andiamo a letto.
Parmarinu
Mustazzi janchi, longhi, russu ‘e faccia Baffi bianchi, lunghi, colorito roseo
A pippa sempre ‘nmucca, Parmarinu La pipa sempre in bocca, Palmerino,
Era amicu ru vinu Era amico del vino
E le piacia la caccia E amava la caccia.
Era maritu re la Sparadesta Era marito della "Sparadesta
Ch’a menzagustu o puru pe la festa Che a Ferragosto o anche per la festa
De Santu Roccu vinniari pupicchjie Di San Roccu vendeva bamboline
Cu le manuzze nfancu e senza aricchjie. Con le mani ai fianchi e senza orecchie.
Pupe cull’ovu ‘e zuccaru ncrispàte Bamboline all’uovo glassate
E d’amurella russe culurate Tinte di rosso con succo di more
Mo ‘e pupicchjie nun se fannu cchjiu Ore queste bambole non ci sono più
Duv’è la festa, mu sa’ dire tu? Dov’è più la festa, sai dirmelo?
‘U Santu è sampre chillu ed ha bicinu Il Santo è sempre quello ed ha vicino
‘U stessu cane, ma ‘un c’è Parmarinu Lo stesso cane, ma non c’è Palmerino!
‘Un c’è chjiu la mugliere a Spadesta Non c’è più la moglie, la Sparadesta
Ed è canciàta ‘a festa! E la festa non è più la stessa.
Ma i Caccuresi hanno saputo anche scrivere canzoni popolari bellissime che meritano di essere conosciute: canti d’amore, serenate toccanti, canzoni dispettose, canti dei mietitori etc.
Una delle più struggenti è la canzone disperata.
Canzone disperata
Disperata chitarra e chi la sona Disperata è la chitarra e chi la suona
E disperate su le corde a una a una E disperate le corde a una a una.
Disperata chitarra e chi la sona Disperata chitarra e chi la suona
E disperatu signu io, povero amante. E diperato son io povero amante.
Frinesta chi lucia e mo nun luci Finetsra illuminata ed ora buia,
Criu ca la mia bella sta malata. Credo che la mia bella sia ammalata.
S’affaccia la surella e mi lu dicia Si affaccia la sorella e mi dice
Dicia ca "La tua bella è morta e sutterrata" Mi dice" La tua bella è morta sotterrata"
E si la vo’ virire n’atra vota E se vuoi rivederla ancora una volta,
E’ alla cappella re la Nuzziata. E’ nella cappella dell’Annunziata.
Le rose re la faccia su sprejiute Quel bell’incarnato del volto è scomparso
E ce rimastu u giallu, ohi chi peccàtu! E’ rimasto il pallore cadaverico, peccato!"
Ohi surici re la sepoltura, Topi che vagate per le tombe
Ve opregu a Ninetta mia nun la toccati Vi prego, non toccate Ninetta mia
C’allottu jorni vegnu e de la vita Fra otto giorni verrò io
E de la vita mia patruni siti. E potrete disporre delle mie spoglie.
A Caccuri, nei primi decenni del secolo viveva un noto "farsaro", un autore di farse satiriche che venivano cantate a Carnevale per mettere alla berlina i potenti, ma anche i poveri diavoli o le povere fedifraghe che Angelo Raffaele Segreto, in arte Velociu, cantastorie analfabeta, coglieva, nelle sue "ispezioni" notturne per il paese a caccia di particolari piccanti.
Purtroppo di questo prezioso materiale non rimane che qualche frammento tra i meno pungenti e significativi, dal momento che nessuno si è mai premurato di trascriverle.
Le farse di Velociu iniziavano con il saluto riverente ai potenti, quasi a volersene assicurare la protezione, e l’auto esaltazione dell’abilità del farsaro stesso.
Salutamu la Curuna, la Curuna m’periale
Salutiamo la Corona imperiale (Il re imperatore)
Salutamu carabineri, ‘u Sinnacu e cunsiglieri
Salutaiamo carabinieri, sindaco e consiglieri.
E biritilu a Velociu
Guardate bene Veloci
Ca la notte sempre viglia
Di notte sempre sveglio e all’erta,
E pe nun fare rrusciu
E per non fare rumore e farsi scoprire
Minturi ogliu alle maniglie.
Oliano per bene le serrature.
Poi, per i poveri malcapitati, erano dolori
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IL CASTELLO
E’ una imponente dimora baronale sorta in luogo dell’antico castro bizantino del VI° secolo. Più volte rimaneggiato, vide l’ultimo pesante intervento nel 1885 quando l’architetto napoletano Adolfo Mastrogli, al quale fu poi concessa la cittadinanza onoraria di Caccuri, vi aggiunse il rivellino ed una torre cilindrica merlata ad imitazione degli antichi castelli medioevali. Ebbe, nel corso dei secoli, diversi proprietari fra i quali i duchi Petra, i Cimino, gli Spinelli, i Cavalcanti e, da ultimo, i Barracco. Attualmente è di proprietà privata, ma gran parte di esso si presenta in stato di abbandono. Di notevole vi è una cappella feudale con quadri di scuola napoletana.

( Il Castello )
CHIESA DI S. MARIA DEL SOCCORSO
La chiesa di S. Maria del Soccorso (Miseris succurrentese) o della Riforma, annessa al convento dei Domenicani (poi dei Francescani riformati), risale al XVI° secolo, essendo stata edificata nel periodo compreso tra il 1515 ed il 1520. Ad una sola navata, presenta, sulla destra, una cappella laterale col meraviglioso altare barocco e la statua di S. Domenico. L’altare maggiore, con anima in gesso e a tutto tondo, divide la chiesa dal coro i cui pregevoli scanni risalgono al secolo successivo. La chiesa è consacrata alla Madonna del Soccorso, la cui statua fu donata al convento nel 1543 dall’abate Rota del monastero dei Tre Fanciulli e rappresenta la vergine che, con un bastone, minaccia un innocuo diavoletto che dovrebbe tentare i pii fanciulli. Il monumento, assai degradato, è, da anni, sottoposto a restauri da parte della Soprintendenza, ma gli interventi procedono con molta lentezza.
CONVENTO DEI DOMINICANI
Venne edificato a partire dal 1515 nel luogo detto “il Casale”, a circa due miglia di distanza dal vecchio monastero basiliano dei Tre Fanciulli e a poche centinaia di metri dal paese, su di un terreno che il sindaco del tempo e l’Università misero a disposizione di alcuni religiosi tra i quali frate Andrea da Gimigliano, il vero e proprio artefice della fondazione di questo nuovo monastero caccurese. Fra le altre cose il religioso del Catanzarese si recò anche a Roma in San Giovanni in Laterano per ottenere le autorizzazioni papali.
Tra il monaco, le autorità e i cittadini di Caccuri ci si accordò per erigere il fabbricato sull’area donata dalla stessa Università, ovvero l’orto di un tal Filippo Piluso, già in passato appartenuto a Gugliemo Sproveri. L’orto in questione confinava con la strada che portava “all’ Aruso” (Laruso), un terreno a sud est della cittadina, e la proprietà degli eredi del defunto Carlo Martino (probabilmente S. Andrea).
Reperito il suolo, l’Università si impegnò a costruire a sue spese due calcare (una fu inspiegabilmente demolita negli anni ’70) che avrebbero prodotto la calce utilizzando la pietra calcarea della vicina Serra Grande e concesse ai monaci di riscuotere una tassa di un tornese per ogni rotolo di carne o pesce che si vendeva in paese per ricavarne le somme necessarie alla costruzione dell’edificio. Le autorizzazioni ecclesiastiche furono concesse da Papa Leone X°. Poterono così iniziare ufficialmente i lavori (che erano in effetti già iniziati) per la costruzione dell’imponente complesso monastico con la benedizione del vescovo dell’epoca Gaspare de Murgis.
Nel 1542 l’abate Salvatore Rota, commendatario del vicino monastero dei Tre Fanciulli (Patia) donò alla chiesa annessa al convento la statua di S. Maria del Soccorso. La vita monastica nel nuovo cenobio procedette tranquilla per tutto il XVI° secolo, anche se i frati non riuscirono mai a reperire i fondi necessari per completare la costruzione. I monaci coltivavano i terreni intorno al monastero attingendo l’acqua dal vicino ruscello di San Nicola che alimentava la vasca di irrigazione (‘a cipia e ri monaci) nei pressi del campanile. L’acqua potabile giungeva invece da Sant’Andrea ed il convento era immerso nel verde. Tutto ciò rendeva il luogo ameno e adatto al raccoglimento al punto che il vescovo di Cerenzia mons. Maurizio Ricci nel 1626 volle trascorrervi gli ultimi giorni della sua vita proprio nel convento caccurese e fu sempre particolarmente legato a questo luogo di preghiera e di raccoglimento a pochi chilometri di distanza dalla sua diocesi. All’epoca vivevano nel monastero undici religiosi, tra sacerdoti, monaci e professi, ma già qualche decennio dopo il numero dei frati si ridusse a meno di sei, tanto che, come prevedeva la costituzione di Innocenzo X, se ne decise, in data 24 ottobre del 1652, la chiusura.
A contribuire a questa drastica decisione fu anche la grave situazione finanziaria dovuta al fatto che molti dei terreni di proprietà non erano fittati perché i cittadini di Caccuri, che avevano dovuto affrontare le spese per riparare i danni del terremoto del 1638, non erano in condizioni di poter assumersi altre spese, i tre mulini erano diroccati e, nelle ultime tre annate, c’era stata una spaventosa carestia.
Due anni dopo, però, nel 1654, il convento riaprì i battenti e, nel secolo successivo, riacquistò la sua autonomia. All’epoca i frati che vi abitavano erano ben 12 e, anche grazie alla munificenza dei Cavalcanti, la chiesa si arricchiva sempre più di opere d’arte. Il convento aveva diritti su circa cento ettari di terreno, possedeva diverse vigne, case, armenti e 13 maiali. Fu in questo periodo, probabilmente, che qualche bontempone coniò la famosa espressione nota ad ogni caccurese, “dodici monaci, tredici porci”, a significare che i religiosi non se la passavano poi troppo male e che tutti i giorni mangiavano “cuzzettu e fave”, ossia guanciale bollito con le fave.
Nel 1690 il Padre Provinciale dei Predicatori concesse l’autorizzazione ad erigere, in una stanza del convento, la cappella della Congregazione del Santissimo Rosario accogliendo una richiesta di un gruppo di cittadini caccuresi tra i quali Francesco Bonaccio, Orazio Antonio Novello, Filippo Mele, Santino Falbo e Francesco Mele. Come contropartita il Padre Provinciale pretese dalla Congregazione il versamento della somma di 15 carlini annui al convento a titolo di elemosina.
Ottenuta l’autorizzazione i confratelli si misero subito all’opera e, grazie anche alla munificenza dei Cavalcanti, la chiesetta si arricchì sempre più di capolavori dell’arte barocca, sculture e quadri. Particolarmente sensibile e generoso si mostrò don Antonio Cavalcanti, figlio primogenito del duca Don Marzio che rinunciò alla successione per farsi cavaliere di Malta e che convinse il padre a donare alla Congregazione, con un atto del 4 gennaio 1750 stilato nel castello di Caccuri e controfirmato dal suo segretario Diego Guarascio, che era anche il sindaco dell’epoca, il ricco terreno denominato Vignali a est della cittadina. Ciò gli valse una epigrafe in latino che è possibile ancora leggere sugli scanni corali della chiesetta e che ci informa che “tutto ciò che si vede nel tempietto fu condotto a termine dal frate dominicano Antonio Cavalcanti, nell’Anno del Signore 1753, in voto alla Vergine del Rosario perché la si possa lodare.”
Nel 1824 la Congregazione implorò il Papa affinché concedesse l’indulgenza plenaria per coloro i quali visitavano la chiesa nei giorni delle feste principali e in tutte le domeniche dell’anno. I confratelli chiedevano inoltre che questo privilegio fosse perpetuo ed applicabile “pur in suffragio delle anime del Purgatorio”.
Il Papa Leone XII, il 24 luglio dello stesso anno, su sollecitazione del cardinale Nava, concesse il privilegio. Infine, qualche anno dopo, i confratelli chiesero al Santo Padre di “voler loro accordare la partecipazione ai privilegi che si godono dall’ordine dei Predicatori, quantunque vengano diretti nello spirituale dai Religiosi riformati, venendo raccomandati dal proprio ordinario coll’attestato che si umilia qui annesso.”
Anche quest’ultimo privilegio venne concesso dal papa Gregorio XVI° il 27 marzo del 1835. I nomi dei confratelli trapassati, dal 1835 al 1860, venivano annotati in un registro conservato nella stessa chiesa. Il lunedì di Carnevale, poi, sempre nella stessa chiesetta, veniva celebrata una messa in loro suffragio con la presenza sull’altare dei teschi di alcuni defunti tra i quali quello dello stesso fondatore Antonio Cavalcanti. Questa singolare tradizione rimase in vigore fino alla metà degli anni ’50 quando la Congregazione fu sciolta.
La piccola, splendida chiesa è adornata da un altare barocco con tela raffigurante la Vergine del Rosario e S. Domenico inginocchiato ai suoi piedi nell’atto di ricevere dal Bambinello, che è in braccio a Maria, il rosario. Si tratta di una rappresentazione unica nel suo genere in quanto non vi è raffigurata, a differenza di molte altre tele simili, S. Caterina. Ai lati dell’altare, in due nicchie, sono custodite le statue dell’Addolorata e della Madonna dei Fratelli. Sulla volta sono rappresentate scene del vecchio testamento. All’interno degli scanni corali, come è già stato detto, vengono custoditi i teschi dei confratelli defunti recuperati agli inizi del XIX secolo dalle fossae mortuorum.
Tornando alla Chiesa della Riforma, va ricordato che nel 1781, Francesco Paolo Cristiano decorò il monumentale altare di San Domenico.
Qualche anno dopo, nel 1809, quando i Francesi occuparono il Regno di Napoli, il convento dei Dominicani venne soppresso con un decreto del 7 luglio. Riaprì solo nel 1833 per iniziativa dei frati Francescani Riformati che vi rimasero fin dopo l’Unità d’Italia quando fu soppresso definitivamente. Nel 1865 monastero e chiesa furono venduti al barone Giovanni Barracco e, nei primi anni ’50, gli eredi Barracco rivendettero il monastero a privati, mentre la chiesa divenne proprietà della curia arcivescovile.
Nel 1956 furono eseguiti alcuni lavori fra i quali la copertura del campanile che era crollato da decenni ed il rifacimento del tetto. Nel piano terra del campanile era stata ricavata una stanza nella quale abitava un vecchio muto e la moglie che custodivano e pulivano la chiesa. A quei tempi vi era ancora abbondanza di opere d’arte e di arredi tra i quali un grande organo a canne che, pare, venne poi venduto verso la fine del decennio perché oramai inservibile. Probabilmente in quell’occasione fu demolito e disperso anche il soppalco che sovrastava l’ingresso del tempio e che era retto da colonne in legno. Su una di esse era stata collocata una cassetta delle elemosine con scolpito un bassorilievo della Morte e la scritta “Come tu sei io fui; come io sono tu sarai.”
Negli anni ’60 e ’70 il degrado del monumento subì un’accelerazione finché, nel 1972, crollò il tetto e la chiesa rimase scoperchiata per otto anni. Negli anni ’80 l’amministrazione del tempo provvide, con fondi propri e con contribuiti della Provincia e della Regione, ad eseguire alcuni interventi urgenti che impedirono la perdita definitiva del bene. Attualmente sono in corso lavori per impedirne l’ulteriore degrado della importante chiesa.
Tra le opere più significative di quelle che si sono salvate e sono giunte fino a noi nonostante l’incuria, l’abbandono e gli sfregi arrecati al monumento, figura un bellissimo ambone intagliato, un crocifisso ligneo, le statue di San Vincenzo, Sant’Antonio e San Francesco di Paola e quella della Madonna del Rosario.
CAPPELLA DEL SANTISSIMO ROSARIO
Eretta nel 1690 in una stanza del convento dei Domenicani, e senz’altro il monumento più sontuoso e pregevole di Caccuri. Sorse per l’iniziativa di un gruppo di cittadini caccuresi tra i quali Francesco Saverio Bonaccio, Orazio Antonio Novello, Filippo e Francesco Mele, Santino Falbo e per l’opera indefessa del futuro vescovo Francesco Antonio Cavalcanti.
E’ adornata da un altare barocco con tela raffigurante la Vergine del Rosario, e S. Domenico inginocchiato ai suoi piedi nell’atto di ricevere dal Bambinello in braccio a Maria, il rosario. Si tratta di una rappresentazione assai singolare in quanto non vi è rappresentata, a differenza di molte altre tele simili, S. Caterina. Ai lati dell’altare, in due nicchie, sono custodite le statue dell’Addolorata e della Madonna dei Fratelli. Sulla volta sono rappresentate scene del vecchio testamento. All’interno degli scanni corali vengono custoditi i teschi dei confratelli defunti recuperati, agli inizi del XIX sec., dalle fossae mortuorum.
La chiesetta assunse una certa importanza a seguito della bolla di Leone XII del 1824 che stabilisce l’acquisizione dell’indulgenza plenaria per chi la visita durante la festa del SS: Rosario o in una qualsiasi domenica dell’anno.
SANTA MARIA DELLE GRAZIE
Di epoca medioevale, la chiesa sorge nel centro storico. Nel XV° secolo fu largamente rimaneggiata, tanto da cambiare completamente aspetto. Testimoniano tale intervento alcuni resti di monofore tufacee alla base della torre campanaria ed il fonte battesimale litico di chiara origine quattrocentesca. Subì gravi danni in occasione del catastrofico terremoto del 1638 che provocò, fra l’altro, anche il crollo di parte del rione Pizzetto, e di un incendio nel 1769 e poi, ancora, col del terremoto del 1808. A tre navate, presenta una cappella laterale a destra, la cappella De Franco che ospitò, fino a qualche decennio fa, le ceneri del vescovo caccurese Raffaele De Franco. Di notevole, vi è un pulpito 1795, opera di Battista Trocino, un artigiano caccurese autore di altri lavori tra cui gli scanni corali di alcune chiese dei paesi vicini. L’opera, purtroppo, appare vistosamente rimaneggiata. Vi si può ammirare, inoltre, il dipinto della Trasfigurazione, un olio su tela che rappresenta il Cristo su di una nuvola circondato da cinque apostoli e realizzato nel XVIII° secolo probabilmente su commissione della famiglia De Luca, la statua di S. Francesco d’Assisi, opera del falegname caccurese e sindaco del paese Filippo Procopio della seconda metà del XIX° secolo e quella di S. Luigi, a tutto tondo, scolpita, negli anni ’60, sempre da un caccurese, il compianto professor Francesco Antonio Fazio.
Sulla torre campanaria troneggia una maestosa campana del 1578 fusa in loco da Angelo Rinaldi su commissione dell’Università di Caccuri E’ retta da sei grappe cordonate e ornata da un elegante fregio decorato con motivi floreali. Al centro vi è un medaglione che raffigura la Madonna col Bambinio. La storia della campana è fusa nello stesso bronzo, in una scritta sotto la fascia decorativa che recita: "Universitatis Cathcuri Conventus Pred. Angelioz Rinaldi LX Facta Sum - Laudo Deum Verum - Plebem Voco - Congrego frates - defunctos ploro - Pestem fuglo - festa decoro. S. Maria Sua Mis."
S. ROCCO
La chiesa di S. Rocco, il santo francese patrono del paese, sorge ad est del paese, ai piedi dell’antico abitato in prossimità della Porta Piccola, uno dei tre accessi al paese che si aprivano nella cinta muraria. Fu eretta, probabilmente, a seguito di una epidemia di peste che colpì la cittadina e convinse gli abitanti a mettersi sotto la protezione del santo di Montpellier che la peste aveva vinto. Si tratta di una chiesetta senza pretese architettoniche e del tutto priva di arredi ed opere d’arte.
CHIESA DI S. MARIA DEI TRE FANCIULLI
In località Patia, sulla strada per Fantino e San Giovanni in Fiore, è tutto ciò che resta dell’antichissimo monastero basiliano di Santa Maria Trium Puerorum o di S. Maria la Nova o della Paganella, come fu denominata, nel corso dei secoli, la chiesa annessa al cenobio. “Della sua fondatione et erettione non si have memoria certa per essersi disperse le scritture” è scritto in una relazione del priore Gregorio Ricciuti e del sacerdote Michelangelo Prospero commissionata da papa Innocenzo X° e datata 20 marzo 1650, ma l’origine del monastero risale, quasi certamente, al periodo compreso tra il V° e il IX° secolo e fu opera di anacoreti bizantini.
Il declino del convento basiliano, che pure si distinse per il notevole spirito battagliero contro l’invadenza monacale latina, ebbe inizio con la donazione dell’imperatore Enrico VI° del 1195 con la quale il sovrano concedeva all’abate Gioacchino da Fiore un vasto territorio appartenuto fino a quel momento ai monaci greci. Da allora il monastero dei “Tre fanciulli” perse ogni importanza fino a divenire una proprietà dell’ordine florense. Nella citata relazione del XVII° secolo si fa cenno al pessimo stato dell’eremo attribuendone la causa al fatto che, per molto tempo, era rimasto disabitato.
( Chiesa di S. Maria dei tre Fanciulli )
Ma, forse la vera causa del declino e dell’abbandono va ricercata nella decisione di papa Alessandro VI° Borgia del 13 settembre del 1500 di dare l’abbazia in commenda. Da allora i commendatari si preoccuparono soltanto di riscuoterne le rendite lasciando nell’incuria e nell’abbandono ogni cosa. Poi, per volere di Pio IV°, Pio V° e, soprattutto di Sisto V°, il monastero riacquistò importanza e vi fu reintrodotto il culto. Nel 1560, comunque, come apprendiamo dalla stessa relazione, oltre alla chiesa che misurava “di lunghezza 58 palmi ed uguale larghezza col suo altare maggiore”, vi era un cortile grande circondato da mura. “Nel piano di detto cortile” vi erano cinque stanze abitabili ed una scoperta “le quali servono per cocina, forno, cellaro (cantina) , magazeno e stalla.” All’epoca fra le proprietà del monastero vi erano Forestella e Casale nuovo (Casalinuovo), donati in parte alla chiesa da Francesco Antonio Parise, il Tenimentello e Vignali ed il commendatario era Ottavio Protospataro. Nel 1650, cioè quando fu stilata la relazione citata, commendatario era, invece, il cardinale Prapacioli.
Pochi anni prima che i due religiosi stilassero la relazione il complesso monastico era stato danneggiato dallo spaventoso terremoto del 1638 che provocò notevoli danni anche nella vicina Caccuri. Nei secoli successivi fu completamente abbandonato tanto che crollò. Attualmente la chiesa restaurata una ventina d’anni fa, è compresa nel territorio di San Giovanni in Fiore, ma il confine con Caccuri, il cui abitato dista meno di due chilometri dal luogo di culto, passa ad una ventina di metri dall’ingresso.
FONTANA CANALACI
E’ un’opera pubblica realizzata nel 1884 dall’Amministrazione comunale dell’allora sindaco Gugliemo Barracco, barone di Caccuri, quando non esisteva ancora la rete idrica.
Pur essendo piuttosto piccola è modesta, appare, comunque, artisticamente valida. L’acqua sgorga dalla bocca di un bassorilievo lapideo raffigurante una donna che la fantasia popolare ha ribattezzato col nome di "la Ciota" (la scema).
Sul lato destro è possibile ammirare uno stemma in pietra del 1734 che raffigura una torre con sullo sfondo tre colline (Conserva, Serra Grande e Serra del Cucco) che circondano il paese, il tutto cinto da rami di ulivo e di quercia, simbolo dell’Università di Caccuri.
LE ACQUEE SULFUREE
Nel territorio di Caccuri esistono tre zone termali: Bruciarello, Lepre e Calderazzi. Bruciarello è sede di sorgenti di acqua calda "molto mineralizzata sulfurea da bagno" In questa località vi sono numerosi laghetti di origine vulcanica detti "Avis", dal latino avis, uccello, perché frequentati in passato da uccelli acquatici. Già conosciute in epoca romana, le acque di Bruciarello vennero utilizzate dai vescovi di Cerenzia che si recavano nell'amena contrada per curare i loro malanni di origine reumatica.
Nel 1914 il barone Barracco vi fece costruire barracche e vasche e aprì al pubblico i bagni che rinmasero in attività fino agli anni '30, nello stesso periodo nel quale, nella stessa zona, funzionava anche il "Conzu", una fabbrichetta, sempre di proprietà del barone, che effettuava le prime fasi di lavorazione della liquirizia estratta nella campagna caccurese ove tutt'ora abbonda. Le acque ed i fanghi caldi di Bruciarello furono adoperati, nel corso dei secoli, oltre che dalle popolazioni locali, da migliaia di altre persone che provenivano dai lontani paesi del Crotonese e che traevano beneficio dall'utilizzazione di queste miracolose risorse.
( Acque sulfuree )
La cucina tipica di Caccuri rispecchia tradizioni antiche fatte di cibi semplici, quali ortaggi, grano e carni suine. Trovano largo impiego ancora oggi le provviste, come la carne sotto sale, le olive alla cenere o all'aceto. Tra i piatti tipici c'è il bullitu con finocchi selvatici (segue ricetta), i taglierini ccu' 'e stigljule (segue ricetta) e il sanceri (segue ricetta). Tra i dolci da gustare i mastazzola (segue ricetta).
Bullitu con finocchi selvatici
Ingredienti: finocchi selvatici, carne di maiale sotto sale e purmunella (salsiccia di polmone di maiale), olio e sale.
Procedimento: lavare e spezzettare i finocchi selvatici. Farli poi cuocere nella pignata con la carne di maiale fatta precedentemente dissalare in acqua. Dunque aggiungere la purmunella. Condire con olio e sale a piacimento e cuocere a fuoco mode¬rato finchè la carne non sia cotta.
Taglierini ccu"e stigljule Ingredienti (Tagliatelle)
Per il sugo: trippa e budella caprine e ovine, pomodori da sugo, aglio, cipolla, prezzemolo, olio, sale e peperoncino.
Procedimento: preparare degli involtini con le interiora e met¬terli a cuocere insieme ai pomodori, alla cipolla e agli altri odori. Nel frattempo cuocere le tagliatelle in acqua salata. Condire, infine, con il sugo pronto.
Sanceri
Ingredienti: sangue di capra o pecora o maiale, formaggio grattugiato, pangrattato, pepe nero, sale, aglio e prezzemolo tritati, olio.
Procedimento: riempire un budello di maiale con il sangue mescolato agli altri ingredienti (è un'operazione che va fatta con delicatezza per non lesionare il contenitore). Annodare le estremità e mettere a cuocere per circa 1 ora. Fare raffreddare e servi¬re tagliato a fette.
Mastazzola
Ingredienti: 500 gr di miele, 4 uova, farina q.b. e olio.
Per il ripieno: 250 gr di mostarda, 250 gr di man¬dorle, cannella, liquore.
Procedimento: Sciogliere il miele a bagnomaria e aggiungerlo alla farina, a due albumi e a due uova intere. Lavorare. Ottenuta la giusta consistenza, sten¬dere la sfoglia dandole una forma rettangolare spessa circa 1 cm. Tagliare dei rettangoli da far¬cire con il ripieno: le mandorle tostate in padel¬la con un po' d'olio e spezzettate, la mostarda e la cannella con un po' di liquore. Richiudere il rettangolo unendone i lembi e poi dargli la forma di una esse o di un ferro di cavallo. Spennellare col rosso d'uovo e infornare per 30 minuti circa a 160°.
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