25 Aprile
Sagra del Vitello


1° martedì di Giugno
Madonna della Pietà


Giugno
Sagra della trippa, dei peperoni e delle patate


Agosto
Sagra della Carne


1-15 Agosto
Torneo rionale di calcio "Madonna della Scala"


15 Agosto
Madonna della Scala


Dicembre
Sagra del dolce tipico e del salato


13 Dicembre
Sagra del grano cotto



Belvedere Spinello


Belvedere Spinello


LO STEMMA
di azzurro, alle tre montagne di verde, fondate in punta, la montagna centrale più alta e più larga con i declivi visibili, quelle laterali con i declivi parzialmente celati dalla montagna centrale, questa sostenente il corvo di nero, imbeccato d'oro. Ornamenti esteriori da Comune.

IL GONFALONE
drappo di giallo con la bordatura di azzurro, riccamente ornato di ricami d'argento e caricato dallo stemma sopra descritto con la iscrizione centrata in argento recante la denominazione del Comune. Le parti di metallo e i cordoni saranno argentati. L'asta verticale sarà ricoperta di velluto dei colori del drappo alternati, con bullette argentate poste a spirale. Nella freccia sarà rappresentato lo stemma del Comune e sul gambo inciso il nome. Cravatta con nastri tricolorati dai colori nazionali frangiati d'argento.”

Sotto i Rota nel 1736 gli stemmi dei due paesi erano:

Belvedere Malapezza
Stemma: in uno scudo esagonale un monticello su cui è posato un corvo a destra e la dicitura “Belvedere”. Il corvo è simbolo di longevità e denota vita lunga per il paese.

Montespinello
Stemma: in uno scudo esagonale un monticello su cui brilla uno spino (stella) e la dicitura “Monte-Spinello”.


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STORIA


Non è facile scrivere la storia di un piccolo paese. Le notizie spesso sono poche e frammentate; paesi destinati a vivere dei riflessi imposti dai cambiamenti generali relativi ai vari periodi storici e dei momenti di vita quotidiana di gente semplice dedita al lavoro, piena di spirito di sacrificio e lasciata al proprio destino. Quella di Belvedere Spinello è soprattutto storia di principi, baroni e briganti; le successioni e la compravendita di feudi rispecchiavano l’alternanza legata alle dominazioni sui territori meridionali. Le pagine più significative sono legate a fatti di sangue e ad episodi tristi, dove il combattimento dei fratelli Bandiera nel 1844 con le milizie borboniche del luogo, nei pressi di Timpa del Salto, è forse il più rilevante.
Belvedere Spinello ha seguito le vicende storiche di coloro che nel corso dei secoli hanno dominato sulle nostre terre. La dominazione greca e romana ha lasciato segni evidenti nei ritrovamenti archeologici tuttora conservati presso la Sovrintendenza di Reggio Calabria, ancora oggi, in località “Pietrarizzo”, contadini del luogo, rinvengono resti di una villa romana.
Del periodo bizantino rimangono ruderi di un eremo rupestre in località Timpa del Salto, un romitorio nell'area detta “Madonna della Scala” e una toponomastica tipicamente bizantina come “Cutura” e “ S. Elia”.

Le origini di Belvedere sono legate principalmente al castello sito sull'omonimo monte, di cui non rimangono tracce, alcune vicende storiche, tuttavia, ne attestano la presenza. Nel 1077, infatti, Roberto il Guiscardo fortificò tre castelli intorno a S. Severina per sconfiggere il nipote Abagelardo a lui ribellatosi, uno di questi fu senza dubbio il castello di Belvedere.
Le prime notizie documentate su Belvedere Spinello, risalgono al 1276 quando nei registri della Cancelleria Angioina viene citato esplicitamente col nome Belvedere di terra di Giordania o di
Levante. Sotto gli Angioini, il Castello di Belvedere pare fosse assegnato a G. Montfort in cambio dei feudi da questi persi in Sicilia durante la guerra del Vespro (1282).
L'avvento degli Aragonesi nel regno delle due Sicilie, fece sentire i suoi effetti anche a Belvedere Spinello, infatti, Giorgio Raglia (1471-1477), capitano di ventura, fedelissimo degli aragonesi, ricevette per le sue gesta i feudi di Belvedere e Malapezza.

Il ripopolamento di Spinello avvenne grazie a Ferrante Ferdinando Spinelli, duca di Castrovillari e Marchese di Mesoraca probabilmente tra il 1522 e il 1536.
Il resto è storia di baroni, principi e briganti, con successioni e compravendita di feudi, quando una società chiusa prese il sopravvento. I due paesi seguirono vicende alterne fino al 1714, anno in cui T. Rota accentrò nelle sue mani i feudi di Belvedere, Malpezza e Montespinello. A lui successe V. Rota, che prima di morire, testò in favore della sorella I. Rota, la quale nel 1742, passò a Don Vincenzo Giannuzzi-Savelli, suo marito, titoli e feudi. L'arrivo dei Borboni accentuò questa chiusura, anche se i Barracco, proprietari di terre nel Comune di Belvedere e Spinello, considerati tra le famiglie più ricche del Regno, dimostrarono notevoli capacità imprenditoriali, utilizzando metodi moderni e produttivi nella gestione dei loro feudi.
Verso la fine del secolo e gli inizi del successivo, il disordine era la regola, i venti della Rivoluzione Francese facevano sentire i loro effetti: mentre i feudatari cercavano di salvare il salvabile, il brigantaggio scuoteva notevolmente il paese. E' opera dei briganti, infatti, sia l'incendio del palazzo del principe, avvenuto nel 1806, sia l'irruzione e il conseguente massacro delle persone rifugiatesi nel campanile di Spinello nel 1807.
Nel 1811 grazie ad una legge di G. Murat, Belvedere e Spinello divennero un unico Comune, condividendo, insieme agli altri comuni del Marchesato, le alterne vicende dell'ultimo secolo.

Belvedere Spinello nel 1844 visse una delle sue pagine storiche più rappresentative; in una località del Comune, nei pressi Timpa del Salto, le milizie borboniche del luogo ingaggiarono un conflitto contro i fratelli Bandiera, tale episodio contribuì ad allertare l'intero territorio, infatti, essi furono catturati, poco tempo dopo, nei pressi di S. Giovanni in Fiore.
L'unità d'Italia deluse ben presto le aspettative di molti, l'introduzione della tassa sul macinato e la leva obbligatoria alimentarono ovunque rivolte e scontenti. L'emigrazione degli anni successivi assestò duri colpi al paese. La parentesi fascista contribuì a rompere l'isolamento esistente mediante la realizzazione di infrastrutture come il ponte sul Neto e la bonifica delle terre circostanti Belvedere Spinello, le cui zone paludose contribuivano a diffondere la malaria.
I terreni ottenuti dai contadini con la riforma agraria nel dopoguerra, si rivelarono ben presto insufficienti sia a garantire un reddito dignitoso sia a fermare il forte richiamo esercitato dall'industria del nord.
L'avvento della Montecatini nel 1967, solo in parte risollevò le condizioni di precarietà economica, l'emigrazione, con il passare degli anni, assunse dimensioni e forme croniche.
L'agricoltura, settore già in crisi, fu scossa nel 1984 da un drammatico episodio: un'onda di vaste proporzioni di acqua salmastra, proveniente dalla miniera di salgemma, inondò una delle zone più fertili del Comune.
L'unificazione dei due comuni, iniziata nel 1811, culmina nel 1997 con l'unificazione dei due stemmi su Decreto del Presidente della Repubblica.


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TRADIZIONI


Molte tradizioni resistono a Belvedere Spinello, nonostante alcuni valori rispecchino il cambiamento in atto e tante sono le situazioni che ormai lo accomunano ad una società moderna ed evoluta. La solidarietà e la cultura del vicinato, che caratterizzano le piccole comunità, sembrano essere accantonati dalla chiusura in se stessi, l’indifferenza e la freddezza nei rapporti umani lasciate regnare sovrane. La tradizione diventa appiglio forte poiché richiama la necessità, nelle nostre terre, di conservare il senso della comunità. Voler ricalcare ed imitare ambienti e modi di vita paralleli, equivale a volte, ad importarne gli aspetti più negativi. La storia, che procede nel suo corso inesorabile e continuo, non conosce frattura, molte situazioni, a volte, si ripetono; sarebbe più opportuno studiare se stessi e il proprio passato piuttosto che trovare facili soluzioni in ambienti sincroni.
Credenze e superstizioni molto spesso si fondono nelle tradizioni, manifestandosi in forme singolari e variegate.

A spina santa
La sera del trenta Aprile, a difesa della propria dimora abitativa, viene posto sulla porta un piccolo fascio di erbe costituito dalla “spina santa” - ginestra spinosa - da una rosa, da un'infiorescenza di sambuco.

U spascinu
Rito contro il malocchio. La tradizione vuole che esso sia tramandato esclusivamente durante la notte di Natale. Nel compiere questo rito, la “spascinatrice” si produce in gesti singolari accompagnati da sbadigli - i movimenti labiali inducono a pensare che reciti formule segrete - disegna con le dita il segno della croce sulla persona colpita dal malocchio o, se assente, su un indumento, che la stessa portava addosso nel momento in cui si presume che essa sia stata colpita dal maligno. Al termine del rito, invita l'interessato a lavarsi il viso e buttare l'acqua “all'ijrtu” (verso la salita). Lo stesso rito, perché produca effetti, dev'essere ripetuto da tre “spascinatrici”.

U gijssu
Amuleto che consiste in un sacchetto di stoffa di piccolissime dimensioni riempito con sale, peperoncino, carbone benedetto, immagine di Santo.

A focara
Tradizionale falò realizzato alla vigilia di Natale grazie alla donazione di un ceppo da parte dei vicini di casa, viene riproposto ogni anno nelle piazze e nei rioni del paese. Molti lo realizzano per aver ricevuto delle grazie.

I luvariddi
Il mercoledì Santo, nelle chiese del paese, si orna il Santo Sepolcro con “i luvariddi” piantine di ceci, grano o avena, lasciati germogliare al buio. Tradizione originaria dei Greci, i quali festeggiavano Adone, dio della vegetazione e della fertilità. Le feste, dette Adonie, erano commemorative della morte e risurrezione del dio Adone, considerato simbolo della vita che rinasce.

A frazza
Tradizione carnevalesca, consisteva in una rappresentazione per le vie del paese, a volte anche per le case, dove “i frazzari” si esibivano, al suono di chitarra battente e mandolino, in originali canti, poesie e storie.

A strina
Molto sentita fino a qualche tempo fa; si girava casa per casa alla vigilia di capodanno portando una pietra di grosse dimensioni, che veniva lasciata sul posto, recitando più o meno così “bona sira e bonannu fammi a strina che è di capudannu”. La pietra indicava legami forti, richiamando il culto della dea Vesta, del focolare domestico e della vita della città, presso i Romani. La strina è anch'essa legata al tempo dei Romani, i quali, durante le feste dedicate al dio Giano, “ I Saturnalia” solevano scambiarsi dei doni avvolti in ramoscelli di alloro, detti “strenae” poichè venivano raccolti lungo una via consacrata alla dea “Strenia” considerata portatrice di fortuna e felicità.

U cumpari i petra e ra cummara i capiddu
Molte persone a Belvedere Spinello, anche di mezza età, ricordano che da piccoli, per stringere rapporti di amicizia, e a loro dire “farsi cumpari”, giuravano su dei sassi raccolti da terra sui quali sputavano sopra, e che buttavano lontano in mezzo alla campagna, dichiarando di venire meno al loro patto quando il sasso sarebbe stato ritrovato. La tradizione ha origine dai Romani, che avevano il loro Giove di pietra, giurare su questa pietra era rito solenne e vetustissimo tanto da essere usato quando bisognava stringere trattati di alleanza e di pace. Le ragazze, invece, si prodigavano nello stesso rito, e si “facevano cummari” utilizzando al posto della pietra un capello spezzato in due e sul quale le fanciulle soffiavano sopra prima di abbandonarlo al vento.

A sira i da bifana
Alla vigilia dell'epifania è consuetudine preparare e mangiare 13 pietanze diverse e dare da mangiare più del solito agli animali, poichè la tradizione vuole che quest’ultimi acquistino la capacità di parlare e bestemmiare il loro padrone se non hanno cibo in abbondanza.

A calata
Sassaiuola risalente alla rivalità storica tra belvederesi e spinellesi al tempo di Ferrante Ferdinando Spinelli e Marc'Antonio Lucifero di Crotone, feudatario di Belvedere Malapezza (1534). Il giovedi Santo, in località centrale, al grido di “scinniti bervidirisi” da parte dei spinellesi e di “calati spinniddisi” da parte dei belvederesi, si dava vita alla sassaiuola. Probabilmente abolita da Don Giuseppe Nigro nel 1936, ritenendola a ragione molto pericolosa, è continuata negli anni successivi in forme diverse.

Feste patronali
La raccolta delle offerte casa per casa, la processione per le vie del paese, le coperte tese ai balconi al passaggio della Madonna, sono tradizioni in vita e si ripetono in occasione delle feste patronali. Fanno parte di una cultura radicata, e sono interpretate secondo credenze tradizionali; andare casa per casa, da parte del comitato, è una sorta di presentazione per ricevere l'investitura, basata sulla fiducia e sulla conoscenza personale, ad organizzare i festeggiamenti in onore della Madonna. Ricevere la visita a casa del comitato festa, d'altronde, rappresenta per gli anziani, una forma di rispetto e considerazione; è anche un modo per ascoltare pareri e richieste di tutti affinché ognuno si senta coinvolto.
Il primo martedì di Giugno si festeggia la Madonna della Pietà a Belvedere, il 6 agosto è il giorno del S.S. patrono di Spinello, il 15 agosto si festeggia la Madonna della Scala.

Giochi:

In occasione delle feste patronali è consuetudine assistere ai giochi popolari.
Nel gioco della “pignatta” si cerca di colpire, bendati in groppa ad un asino e armati di mazza di legno, le pignatte appese ad una corda, precedentemente riempite con farina, acqua, salsicce, formaggi, ecc.

La “corsa con i sacchi” avviene infilando i piedi in un sacco, quindi provando a correre prodigandosi in piccoli salti. Nel gioco della “farina” si tenta di trovare, utilizzando esclusivamente la bocca, caramelle o monete, ricoperte dalla farina in un recipiente. La “gara della birra e della pasta” vede proclamare vincitore chi più velocemente consuma quanto messo a disposizione di birra o pasta. Da una “frissura” (padella) con il fondo color carbone, si tenta di staccare con la bocca una moneta. Chi consuma una mela appesa ad un filo senza farla cadere è il vincitore di questo gioco. Nel “palo della cuccagna” si tenta di scalare, facendo una scala umana, un tronco altissimo unto di grasso, per raggiungere la cima e impossessarsi di prosciutti, pasta, formaggi, salami ecc..

I giochi di una volta
Pieni di estro ed ingegno, i giochi di un tempo sviluppavano la creatività. Le esigenze fisiologiche e lo stato di bisogno, inducevano il bambino a considerare ogni sorta di materiale, potenziale fonte di gioco e divertimento; legno, pietre, bottoni, filo, tessuti, scatole di latta venivano adattati a giochi; perfino la mascella del maiale, dopo la sua uccisione, costituiva “u carriciddu”, da trascinare legata ad un filo.
Si giocava a “U ppà” cercando di far capovolgere con il fiato una moneta o un bottone posto su un piano; a “cinque e deci” buttando dei cappelli a terra e facendoli girare tirando dei calci; “a ra sguilla” cercando di colpire con un bastone più lungo, “ u sguillunu”, un bastone più piccolo appuntito, “a sguilla”, facendo saltare da terra quest'ultimo per poi colpirlo al volo; a “sale sale”: una squadra formava un ponte di persone sistemate con gambe tese e schiena piegata, i componenti dell'altra squadra, dopo una breve rincorsa, vi saltavano sopra. Il gioco era basato sulla resistenza e sull'abilità: perdeva, infatti, la squadra che formava il ponte, se non resisteva al peso pronunciando in segno di resa la parola sale sale; perdeva la squadra in groppa al ponte, se uno dei suoi componenti toccava terra. “Ari petriddi”, nel quale, dopo aver posizionato a terra 5 pietre di piccole dimensioni, bisognava raccoglierle, aumentando gradualmente di difficoltà; alla “naca”, dove bisognava raccogliere un filo tra le dite del compagno, che lo posizionava, di volta in volta, in forme diverse.
Altri giochi, che gli anziani ricordano ma ormai non più praticati, sono: lo strummulu, la gioca, u cannatiddu, scaffetta, tavulalonga.

Altre tradizioni:
Tradizione bandistica - tre bande musicali nel 1930, nel 1980 e nel 1997, più un tentativo di costituirne una nel 1950, rispecchiano la grande passione per la musica a Belvedere Spinello. I più anziani, pur di realizzare qualcosa che emettesse dei suoni, utilizzavano erbe, canne, e pelli. Un vecchio strumento musicale costruito in casa dagli antichi, sottolinea fantasia e doti naturali per questa nobile arte; si tratta de “u zucu”, il quale era realizzato con la “ nzunza”, membrana interna del maiale, legata a coperchio di un vaso di terracotta, nel centro era infilata una canna lunga e sottile, la quale fregata con la mano produceva un suono rauco e caratteristico. Con questo ed altri strumenti simili, gli antichi Greci credevano di liberare dalle Furie le anime dei morti, i Romani credevano di calmarne le ombre e di scongiurare gli incantesimi delle streghe. A Belvedere Spinello anticamente “u zucu” accompagnava principalmente la strina nella sera di Capodanno; così dunque assume significato più ampio tutto il rituale della strina, poiché accompagnando i canti augurali con il suono di strumenti tradizionali di scongiuri, si voleva allontanare il male e le forze malefiche.
Tradizione calcistica: ininterrottamente, da 21 anni, la squadra di calcio locale partecipa ad un campionato provinciale dilettantistico toccando l'apice del successo nella stagione 87-88 con la promozione nella 2° categoria.

Il torneo estivo rionale di calcio . Madonna della Scala. Giunto alla XVII^ edizione, è diventato ormai un istituzione. Si disputa nei primi 15 giorni di Agosto, non ha perso con il passare degli anni fascino e smalto; la competitività tra i vari rioni ,accende di entusiasmo ed euforia l'intero Comune. Ariella, Belvedere, Centrale, Madonna dell'Arco, Folgore e Real Spinello sono le compagini che hanno disputato il maggior numero di edizioni e tutt'ora aspettano il fatidico appuntamento per darsi “battaglia” sul campo.
Tradizioni economiche e potenzialità attuali del territorio
Tradizionalmente paese di contadini, Belvedere Spinello con il passare del tempo ha smarrito questa sua vocazione sia per motivi economici sia per cause naturali, quali la riqualificazione della manodopera per esigenze di mercato con conseguenti migliori prospettive di reddito ed emigrazione.
In passato, la semina del lino e la successiva lavorazione, hanno rivestito nell'economia familiare grande importanza valorizzando anche il ruolo della donna, molto spesso intenta al telaio a realizzare coperte, bisacce, lenzuola. Oggetti riguardanti questa attività (mangano, manganello, cardo, nimula) si trovano quasi in tutte le case di Belvedere Spinello.

La coltivazione di legumi, di ortaggi, di ulivi, vigneti e le varie colture seminative, costituivano l'attività principale e la parte più sostanziosa del reddito familiare. L'artigianato in forma tradizionale è quasi scomparso; la lavorazione artigianale del legno e del ferro, le cui creazioni originali e piene di ingegno, sono legate ad un mondo ed una civiltà contadina, alla presenza di animali domestici per lavorare la terra e alle preparazione delle conserve, trovano scarsa ragione d'esistere e poco sostegno. L'arte del ricamo sopravvive a livello familiare, l'uso del telaietto permette l'ornamento di coperte, lenzuola e tovaglie, così come il lavoro all'uncinetto e la realizzazione di centrini, coperte e tovaglie in occasione della preparazione del corredo matrimoniale. Sopravvive a livello individuale, anche una forma particolare di artigianato riguardante la creazione di ceste, panieri, “sporte”, “fiscedde” per i formaggi e le ricotte, utilizzando “i vrìnchj” (vimini) e le canne. “U vudaru” che ripara le sedie utilizzando “a vuda” (erba palustre) esiste ed è ancora molto ricercato.
L'economia attualmente risente della crisi generale, i nuovi strumenti per lo sviluppo stentano a partire, la crisi edilizia dovuta alla diminuzione della spesa pubblica e l'eccessivo frazionamento delle terre agricole, lasciano poche prospettive di reddito e hanno fatto di Belvedere un paese prevalentemente di commercianti ed impiegati pubblici e privati.

I venti di cambiamento comunque, pur presentando un tessuto economico diverso, fanno intravedere scenari positivi e in alcuni casi presentano realtà economiche sorprendenti.
Un patrimonio zootecnico di rilievo, la produzione di olio, la presenza di moderne aziende nei settori della lavorazione dell'oro e dell'argento, grafico, florovivaistico, delle calzature, della lavorazione del marmo, rappresentano una realtà fino a poco tempo fa sconosciuta; gestite con spirito imprenditoriale e cultura del lavoro non comuni, sono pronte ad affrontare le sfide del mercato globale e la competizione. Si profila anche un ritorno all'agricoltura in grande stile con la ricomposizione fondiaria motrice di potenziale sviluppo.


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LA LINGUA


Modi di dire

U dittu 'i l'antichi u' d'ha dì mai finiri!
Il Dialetto, considerato a ragione una lingua, è come tale in continua evoluzione. Questo processo è accettabile e non ne presuppone, come molti vorrebbero intendere, l'estinzione. Il dialetto custodisce tutte quelle forme di produzione artistico - letteraria, tradizioni scritte ed orali, autoctone. E' parte integrante del bagaglio culturale innato; salvaguardato gelosamente dai nostri avi si intreccia con la saggezza, frutto dell'esperienza e si manifesta con espressioni semplici, significative, didascaliche.
Conoscerlo, approfondirlo, ricercarne le parole sfuggenti, rappresenta il modo migliore per conservare quella identità-integrità, che tutti ci attribuiscono. Spontaneità, immediatezza, calore, sono requisiti che invano si cercherebbe di trovare nelle lingue nazionali. Il dialetto belvederese, in particolare, è una lingua calda, ma allo stesso tempo molto dura, nasale, si tende a raddoppiare quasi tutte le consonanti e si accentua molto la r; parte integrante è la mimica, non mancano le espressione curiose assunte ed evidenziate nei discorsi.
Dalla rivalità storica tra Belvedere e Spinello, a sottolineare la diversa discendenza delle genti, ad episodi ironici, dai nobili di Belvedere ai briganti di Spinello, le differenze più significative le troviamo nel dialetto, ecco alcuni esempi significativi:

il biscotto a Belvedere si dice pizzetta a Spinello pagnotta
il confetto a Belvedere si dice cugghjiantru a Spinello cumpittu
il tavoliere a Belvedere si dice banca a Spinello timpagnu
il fuoco a Belvedere si dice fuacu a Spinello lucisi
il barile a Belvedere si dice varrili a Spinello varrijlu
non parlare con lui a Belvedere si dice u ci parrari a Spinello u ci parrannu.
quattordici a Belvedere si dice quattorddici a Spinello quarttorddici

Termini dialettali derivano anche dalle dominazioni che si sono succedute sul territorio, moltissimi, infatti, sono quelli derivanti dal francese, dallo spagnolo o dal greco:

gli anziani chiamano l'autista “sciafferru”, chaffeur in francese; il cavatappi chiamato “tira busciò”  in francese è il tire bouchet; il fiammifero chiamato “abbattaru” è allumette in francese.

Località “Miristo”, così denominata dagli antichi per il panorama e la veduta che offre, molto probabilmente, deriva dallo spagnolo mirar che significa guardare. Potrebbe, però derivare anche dal greco “meriggio”, che indica luogo esposto a sud, il nostro miristo volge a sud e la presenza di tombe in loco richiama l'uso, presso gli antichi Greci, di dare sepoltura ai loro defunti in zone asciutte e soleggiate.

Parole scarsamente usate:

Asciare ...trovare
Cosione ...senza nome
Cumunicatu ... telegiornale
Riquesta ....riserva
Jijjulu ... scheggia
Margiassa ... malafemmina
Pittulu... pettegolezzo

Favole, proverbi, racconti, espressioni in lingua dialettale costituiscono una produzione letteraria di lodevole valore artistico, che merita di sopravvivere ed essere in qualche modo tramandata.
Un gradito omaggio al dialetto ed alla letteratura popolare belvederese è stato reso da Armando Lapella, nel libro “la saggezza dei nostri nonni”, egli ha raccolto proverbi, detti e modi di dire in dialetto in uso a Belvedere Spinello. Eccone, di seguito elencati, alcuni:

Proverbi:

Chini a vo' cotta e chini a vo' cruda
(E' impossibile accontentare tutti)

Ccu l'uacchi chjni e ri mani vacanti
(Rimane deluso chi deve accontentarsi solo di guardare)

A viartula 'i vicinu para sempri cchjù chjna
(Agli occhi dell'invidioso la bisaccia del vicino è sempre più piena)

I ciucci s'acchja'ppanu e ri varrili si scascianu
(I somari litigano e i barili si sfasciano)

U diavulu fa ri pignati e no i cuvirchj
(Il diavolo è il padre e l'ispiratore di tutte le malefatte)

U malu fiarru si nni va ccura mola
(Le cattive compagnie trascinano colui che non ha fermezza di carattere)

Espressioni che indicano paragone:

Essiri cani e gatti
(Non andare d'accordo)

Para ca si nisciutu 'i du culu 'i da jocca
(Essere svampito)

Pari na sarda salata
(Essere talmente magro da sembrare un'acciuga))

Tijni a pipita cumi i gaddini
(Essere un ciarlatano)

Imprecazioni:

Chi ti via spaturnatu
(Imprecare una vita da randagio)

Chi ti vo' fari lupiddu
(Imprecare che il cibo possa essere causa di mali)

Chi ti vo' fumari a pajja i du mmastu
(Imprecare che si possa arrivare a uno stato di miseria a causa del vizio)

Espressione di augurio:

Va' nsarvamiantu
(Augurare di arrivare sano e salvo)

Canti:

La musica popolare si fa interprete e messaggera di sentimenti genuini e sinceri. I canti dei corteggiatori, dei contadini intenti al lavoro nei campi, o delle donne al fiume a lavare, assumevano significato particolare e un modo per esorcizzare la vita di stenti. Invocare i santi, ammettere i propri peccati, chiedere il perdono attraverso le canzoni, sono sintomi di un fatalismo sano e di una moralità d'animo non più comuni. I canti delle vecchiette, i lamenti quando il dolore li affligge, lo sdegno e il disprezzo verso la persona odiata, le canzoni d'amore e i canti augurali, fanno pensare che gli antichi fossero poco propensi ad esternare i propri sentimenti con le parole.

Canzone per la Madonna delle Scala:


Madonna Madonna mia
ca du cijlu si na culonna
e da terra si na funtana
e rispunna a chi ti chama
ti chaimu io na peccatura
sugnu china di duluri
e cu s'acqua i sa funtana
tu Madonna mi li sani
Madonna mia madonna tu lu sa
cchi na bbisiogna ma bbisiogna
u paradiso cu siggnuri mi la prumisu.

“A Strina”  tradizionale

E cari signori e ti simu vinuti
e pi milli voti vi sia lu bon truvatu.
Dintra sa casa penna nu zippunu
aru patruni 'u via sdi nu baruni.
Dintra sa casa penna na catina
ara patruna a via di na rigina.
'Ntuarnu a sa casa ci gira ra luna
piccoli e ranni 'a bona furtuna.
Chi poza fari tantu di lu vinu
quant'acqua curra tacin' appininnu
chi pozza fari tantu di chir'uagghiu
quantu si n'appizza quannu lu 'mbruagghju.
Chi pozza fari tanti i d' a majoirca
quant'unni 'mmarca cutroni e ra rocca
e pi quantu juri sunu a ssi jinostri
tant'aani campa ra famigghja vostra
sona cumpparu e nun ti scuraggiri
ca chissa è casa chi nun pò mancari
ci simu stati annu di natali
nni ci manciamu nà capu i maiali
siintu lu strusciu di lu tavulatu
criu ca vena mò lu ciccitiaddhu
siantu lu struscio di lu cistariaddhu
criu ca vena mò lu ciccitiaddhu
siantu lu struscio di lu tavulatu
criu ca vena mò 'nu mucciddhatu
faciti pristu e nu tardati cchju
ca l'acquatina 'nni vagna ru pedi
la vì ca vena mò la gran signora
a casa casa para na bannera
ad'una manu porta ra lumera
e all'atra manu la galanti strina
canta ru gaddhu e scotula ri pinni
lassamu a santa notto e jamuninni.

U nucipiarzicu 'i l'amuri
Cchjantai nu nucipiarzicu ara vigna
chir'annu chi di tia m'annamura'
piarzicu ti chjantu 'ccu disignu
si nu'n rescia l'amuri sicchirai
e 'nupu all'annu jivi pua ara vigna
tuttu jurutu iju lu truvai
'u piarzicu mi dissa vavatinni
segua l'amuri e ca la vincirai.
A passu a passu
A passu a passu a passu a passu
diatru la porta tua pigghju pussessu
viju la porta aperta ed iju trasu pua vena la patruna
e di la casa 'cchi và girannu tuni mazzu di rosi
sugnu vinutu a ti parrari chjaru
si mi la duni a fgghjata 'ppi sposa
si mi la duni iju ti chiamu mamma
sinnò ti chiamu cifara du 'mpiarnu
si mi la duni iju ti chiamu mamma
si nnò ti chiamu scillirata donna.

Cantu du mìtiri

O suli d'oru mo ca ti 'nni vai
salutammilla la guagliuna mia
salutammilla e nun mi la vasari
ch'è picciriddha e si sola 'ncagnari
li dici e nummi i mamma la mutanna ca chidda ca avia e già allurdata
'cchaju giratu tutta la marina cutru cutruni e ra Basilicata
mo c'è rimastu santu suvirinu
cuami 'nu ped'id'acciu carricatu

A calabrisella

Sira la vitti la calabrisella
tutta stancata di l’acqua vinia
ed’ iju li dissi si mi dav’acqua
ca l’acqua nu’ n si duna ‘ppi la via
vijni ra casa e l’acqua ti la dugnu
ca l’acqua è frisca e la lanceddha è nova.

I nomignoli

U paranumi: così in dialetto belvederese il nomignolo; vero e proprio biglietto da visita non appena si entra in contatto con anziani, (alla loro domanda “ a chini si figghju, un esempio di risposta, facendo seguire il nome dal nomignolo, è: “signu u figghju i Turuzzu i du Biatu scavuzu”); molto spesso di origine patriarcale, nessuno ne è privo, identifica una famiglia e da esso vengono tratte le prime indicazioni sul carattere e sulle capacità delle persone. Porta con sé pregiudizi che difficilmente sono mutabili; u paranumi è legato a moltissimi fattori, ad esempio all'attività lavorativa di un parente lontano (mulinaru, smarra, zalino, mandriddu), al cognome, ad un episodio di vita (u giacchettu, u monacu), ad un modo di fare o di dire (tummapino), ad un vizio (troccalacascia). Tra fantasia e realtà tra leggenda e tradizione, nessuno ha risparmiato, nel corso degli anni, il proprio estro nell'attribuire i nomignoli ai “malcapitati”.
Uno dei classici nomignoli nel comune è “ u giacchettu”, dovuto ad un episodio singolare e ricco di credenze del passato. Si racconta che, il personaggio dell'omonimo nomignolo, avesse sognato un tesoro in località “Pietrarizzo”, per questo si recò sul posto e iniziò a scavare, trovando ciò che cercava, legata la giacca a forma di sacco, iniziò a riempirla, intenzionato a portar via il tesoro. Nel frattempo, vide uno dei suoi vitelli, in località “Scannedda”, in procinto di cadere in un burrone, preso dal panico abbandonò la sua giacca e andò a salvare il vitello, al suo ritorno, però, non trovò più nè la giacca né il tesoro. L'interpretazione dell'accaduto, da parte degli anziani, è che il vitello fosse la tentazione - il diavolo - e che, quindi, il tesoro non dovesse essere toccato. Luogo comune di quasi tutti gli anziani è l'essere venuti, almeno una volta nella loro vita, a contatto con fenomeni, che esulano dal razionale. Il bisogno di credere in qualcosa di superiore è sempre esistito, ambienti più sinceri, schietti, ad alti contenuti emotivi e minore attaccamento alle cose materiali, dove i bisogni primari non lasciano spazio a quelli culturali, producono fenomeni inspiegabili. Oggi, d'altronde, ciò che non è frutto dell'emotività forse incontrollata o della fantasia, si cerca in qualche modo di crearlo nella ricerca dell'edonismo e in modi di vivere alternativi, spesso ai limiti del dono più prezioso di cui siamo protagonisti.



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DA VISITARE


La singolarità della forma e le condizioni climatiche, rendono Belvedere Spinello un paese ricco di luoghi, la cui eterogeneità conferisce aspetti orografici e geomorfologici invidiabili. Luoghi molto spesso trascurati anche dalla popolazione autoctona, considerati solo, quando il rischio di perderli, per cause naturali o negligenza dell'uomo, è imminente.

Luoghi di interesse storico - culturale
Ad eccezione del Santuario Madonna della Scala, di cui si dirà in seguito, pochi di essi possono essere considerati centri di attrazione da sbandierare o collocare sul mercato come prodotti turistici, tuttavia, possono essere inserirti in un contesto più ampio in relazione con l'intero territorio circostante, capaci di spiegare vicende e dare conferme a quelle proposizioni condizionali che spesso si usano nelle spiegazioni della storia passata.

Monte castello con le annesse grotticelle è un’area di interesse storico - archeologico. Si presume sia stato sede di un castello; vicende storiche adeguate ne giustificano la sua presenza.

L'eremo rupestre in località “pagliarelle” di Timpa del Salto conserva tracce di qualche affresco, con molta probabilità si lega alle costruzioni religiose di S. Severina, il Battistero e l'oratorio di S. Filomena del IX sec d. C. , di probabile epoca bizantina.

Il romitorio sito di notevole interesse storico, in buono stato di conservazione, si trova nell'area Madonna della Scala, di probabile epoca bizantina, suscita molti dubbi legati alla sua natura. Costruzione religiosa da collegarsi alla presenza e alla diffusione della figura del monaco durante il periodo bizantino o ad esodi successivi. Punto di osservazione strategico del periodo bizantino per controllare la vallata sottostante del fiume “Vitravo”.

Le grotticelle sottostanti al romitorio e la presenza di un altarino, fanno pensare che la prima ipotesi sia la più veritiera.

Due siti di interesse archeologico sono considerati dagli esperti località “Gipso” - foce del fiume Lese affluente del Neto - dove ritrovamenti di resti risalenti al periodo e alla presenza dei Greci sono una conferma, e località “Pietrarizzo”, dove la presenza di ritrovamenti di epoca romana, giustificano l'ipotesi di costruzioni risalenti a tale periodo in loco; ritrovamenti occasionali tuttora avvengono da parte di contadini del luogo.

Le chiese presenti sono:

SS. TRINITA' A BELVEDERE
di epoca settecentesca, rifatta nel corso del XIX sec., in essa pare che abbia trovato sepoltura Don Tommaso Rota, principe di Cerenzia; ivi si trovano raffigurati gli stemmi dei Rota e di Belvedere, statue e dipinti di pregevole fattura.

( SS. Trinità a Belvedere )



LA CHIESA DI SPINELLO DEL SS. SALVATORE
anch'essa di epoca settecentesca con annesso lo storico campanile.






Il campanile annesso alla chiesa di Spinello, usato come baluardo conto i briganti dalla popolazione locale, si conserva intatto.














Il centro storico sito il località Belvedere nei pressi della Chiesa
SS. Trinità, è caratterizzato dalle strette viuzze che si intersecano per mezzo delle volte. Il luogo si conserva molto bene; è possibile scorgervi maestranze di notevole fattura edilizia e artigianale, materiali da costruzioni, legno e ferro prodotti artigianalmente con le tecniche e la saggezza di un tempo.

Fabbricati rurali ve ne sono molti e rappresentano la vita di campagna e la dedizione al pascolo e all'agricoltura dei nostri progenitori. Quello più importante, è senza dubbio la villa Barracco in località Polligrone ( agro di Belvedere Spinello ); di notevole interesse storico - artistico risulta dagli atti vincolato come bene culturale degno di tutela ai sensi dell'art. 4 legge 1/6/1939 n° 1089, versa in condizioni precarie e necessita di urgenti interventi di restauro conservativo. E' così formato: una casa rurale con muratura in pietrame a vista con scala esterna e cisterna annessa, del XVIII sec. circa; una villa baronale su due livelli in linea con doppia scale esterna parte del pavimento del 2° livello è in piastrelle in maiolica napoletana decorata a mano; un edificio neoclassico posto in asse tra la villa e la casa rurale e comunicante con la villa sia al primo che al secondo livello; un caseggiato e recinzione in muratura atti al ricovero, del bestiame ed inoltre un frantoio ed un silos di epoche diverse.



Trattazione a parte merita il Santuario Madonna della Scala, sito fuori dal centro abitato in direzione Nord. Luogo in cui diversi elementi si fondono e formano un ambiente singolare. La mistificazione e l'aria tipica dei luoghi sacri, sposandosi con l'ambiente circostante, realizzano una simbiosi perfetta. La presenza di querce secolari, di ulivi, pini, gelsi ed erbe selvatiche, nonchè di animali selvatici e uccelli di diverse specie, danno la sensazione di un ambiente biologicamente sano. Ha circa 3 secoli di vita e la sua storia è un misto di leggenda, tradizione popolare, religione, fede e culto della Madonna della Scala, la quale suscita sentimenti ed emozioni forti, alimenta vincoli al territorio, tanto da essere venerata anche oltreoceano dai nostri emigrati, i quali Le dedicano annualmente una giornata di festa, nel mese di luglio, portando in giro una copia della statua. La Madonna apparve per la prima volta ad un pastore di S. Severina che cercava i suoi buoi; questi giunse in prossimità del luogo dove sorge il santuario, vide una bella signora con un bambino in braccio e le chiese notizie sui suoi animali.

Ella indicò al pastore il posto dove questi trovò i suoi buoi; recuperandoli, decise anche di portare via con sè la bella signora. Nell'attraversare il fiume Neto, la signora perse un sandalo, Ella manifestò tutta la sua contrarietà al rapimento presagendo l'annegamento di una persona all'anno nelle acque del fiume Neto. Giunta a destinazione fece immediatamente ritorno nel luogo del Santuario, andandosi a posare sul ceppo di un gelso che mise subito germogli e sul quale rimase per sempre dopo la sua apparizione ai contadini del luogo, ivi è stato edificato il Santuario. Numerosi pellegrini visitano la Madonna nel periodo Pasquale ed a Ferragosto. Resiste una tradizione centenaria i cui aspetti più singolari sono rappresentati dall'inamovibilità e intoccabilità della Madonna della Scala. Caratteristiche della Chiesa sono, la forma dell'edificio a croce latina, la facciata principale rivolta in direzione ovest; vi è un’unica navata con rientranze laterali a formare una T, caratteristica unica nel circondario. La statua della Madonna è tutta scolpita in pietra con il bambino Gesù sul braccio destro. La devozione verso la Madonna è molto radicata e si manifesta in numerose forme di ringraziamento. In occasione di grazie ricevute con il cosiddetto “voto”, la devozione ed il riconoscimento assumono espressioni variegate: camminare a piedi scalzi durante le processioni, fare un'offerta, accendere lampade o candele, vegliare pregando, preparare dei dolci, sono solo le più comuni.

CHIESA DELLA MADONNA DELL'ARCO
dedicata alla Vergine, la pregevole statua scolpita in un unico blocco di marmo appartiene probabilmente alla scuola napoletana del '600 raffigura la Vergine seduta sul trono con in braccio il bambino.

Del PALAZZO DEL PRINCIPE ( 1600 circa) rimangono il portale e la volta d'ingresso con scala, visibile sono segni della sua composizione storica, bruciato per ben due volte dai briganti nel 1806, e di nuovo dai bersaglieri nell'epoca risorgimentale, non fu più ricostruito, ora è adibito ad alloggio privato

Luoghi panoramici - ricreativi e di interesse naturalistico

Molti luoghi nel Comune di Belvedere Spinello sono intatti e conservano la loro natura vergine ed incontaminata. Orograficamente molto eterogeneo, si passa dalla pianure della valle del Neto alle colline del paese, agli ambienti montani ad oltre 600 m s.l.m.

TIMPA DEL SALTO così chiamata per un episodio ricco di storia e di leggenda, che in questa forma è tramandato ai posteri. Un brigante per sfuggire ai suoi inseguitori, nella fuga, si trovò sulla rupe senza nessuna via di scampo; in preda alla disperazione si rivolse alla Madonna della Candelora, sita nel piccolo paese di Altilia, che sorge di fronte alla montagna stessa, implorando aiuto e promettendo alla Madonna, se fosse rimasto salvo, la realizzazione, da parte del miglior fabbro, delle campane in bronzo per il campanile della chiesa. Animato probabilmente da molta fede e forte della sua promessa ,con un poderoso salto, riuscì a salvarsi e a mantenere la promessa fatta alla Vergine. E' un luogo anche di notevole interesse naturalistico nelle sue cavità infatti, nidifica il falco pellegrino, considerato un indicatore biologico, la sua presenza testimonia e conferma l'integrità dell'ecosistema di riferimento. Un infinito panorama si apre alla vista dall'alto della montagna comprende: l'intera valle del Neto scendendo fino alla marina e salendo verso le montagne della Sila.

Altri luoghi panoramici sono Timpa di Cassiano e Timpa della Tripoda.

La Montagna luogo tuttora molto frequentato sia d'inverno per trovare un po' di neve, sia nel periodo estivo in cerca di frescura e tranquillità. Un tempo era un luogo abitato, infatti, numerosissime sono le casette rurali presenti, che versano ormai in condizioni precarie; molti sentieri la attraversano e sono ideali per percorsi escursionistici; è possibile passare con lo sguardo dalla marina ai paesi dell'entroterra. Molte sono le sue terre coltivate, in passato era famosa per la produzione di vino: in un fabbricato rurale tuttora si trova parte di un frantoio mentre dal resto dell'abitazione è facile immaginare la sistemazione delle stanze e la vita di campagna di un tempo.

Molto simile è la serra, anch'essa montagna di notevole interesse naturalistico e panoramico, il corvo imperiale fa sentire la sua presenza e ne è il dominatore incontrastato. Zona di frutti spontanei, funghi, asparagi, erbe e animali selvatici.

Monte castello e Miristo sono anch'essi luoghi panoramici e rivolgono il loro sguardo sulla valle del Neto e del Lese.

Luoghi prettamente di interesse naturalistico sono: il canale vecchio, la valle del Lese, valle del Neto, l'area circostante il Santuario Madonna della Scala. Escursioni lungo la Vallata curtisa – cunichhiaro, permettono di affrontare una natura disarmante, dove è possibile imbattersi con facilità in volpi, tassi, ricci, tordi, merli, faine ed istrici, frutti selvatici, querce, olmi, carigli e rovi, completano lo splendido paesaggio.

I rioni

Aspetto con notevoli connotati tradizionali e caratteristici è il rione di cui parte integrante è la “ ruva”, dove in tempi non lontani,i rapporti di vicinato assurgevano quasi a legami di parentela. L'evento di un vicino di casa (fidanzamento, matrimonio, nascita, malattia o morte), coinvolgeva un pò tutti. Tracce a Belvedere Spinello di questo senso del vicinato, rimangono in occasione delle serate estive, quando ancora gli anziani solgono sedersi all'ombra in cerca di un pò di frescura e le vecchie comari si scambiano confidenze e pettegolezzi lavorando ai “ferri”, all'uncinetto o ricamando. Tutt'ora, in occasione della preparazione dei dolci natalizi, pasquali, e delle conserve, i vicini di “ruva” si scambiano cortesie e aiuto; l'uccisione del maiale, in moltissimi casi allevato privatamente, rappresenta un momento di festa; è consuetudine invitare a cena tutti quelli che vi partecipano. “I frittuli”, in particolare, vengono distribuite anche tra i vicini di casa, così come si fa per l'uva dopo la vendemmia.
I rioni prendono il nome dalla loro parte più rappresentativa, ad esempio nel rione “Ariella” esisteva “l'aria” (aia), dove il grano veniva ventilato per essere separato dalla pagliuzza - in loc. Palazzo vi sono ruderi del palazzo del principe - in via Croci esisteva un calvario con tre croci dove era consuetudine andare la settimana santa con la palma - Cutura e S. Elia: nomi che derivano dal bizantino - a Conicelle esiste una piccola conicelle dedicata alla Madonna - Centrale - Chiusi - Belvedere - Porta rossa – Tracetti deriva da una zona molto impervia - Canale vecchio - il Puzzillo dalla presenza di un pozzo d'acqua - Castello - Madonna dell'Arco - Paparacchio.


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GASTRONOMIA


Dalla pasta fatta in casa ai legumi cotti al fuoco nella “pignatta”; nelle case di Belvedere è facile trovare vecchi sapori e conserve tradizionali (maiale, pomodori, peperoni, melanzane, funghi, ecc.). Sapientemente preparati con la tecnica saggiamente tramandata da madre a figlia nel corso degli anni.
L'allevamento del maiale e di altri animali domestici, l'orto e la coltivazione del pezzo di terra, vigneti ed uliveti per uso e consumo familiare o da vendere privatamente, tesi alla realizzazione del “vitto”, costituiscono un patrimonio di non poco conto.



Alcune ricette:

U panicottu:
far bollire il pane duro, una volta scolato si aggiunge olio, peperoncino e aglio.

A tiedda:
si sistemano, a strati, patate e baccalà in un tegame, aggiungendo aglio, alloro, origano, olio, acqua. La cottura avviene grazie ai carboni ardenti sistemati sia sotto il tegame che sopra il coperchio dello stesso.

I favi fratti ccu corchji i maiali:
far bollire le fave, bollire le cotiche, aggiungere la pasta e peperoncino.




La pasta fatta in casa vede la realizzazione di cuvatiaddi, maccheroni a firriatti, scilatiddi.
I frutti spontanei e le erbe selvatiche sono molto prospere e tuttora raccolte con passione, per ottenere gustose pietanze da portare a tavola. Esempi sono gli asparagi fritti con olio, uova e salsiccia, le cicorie, cucinate al fuoco con carne di maiale, costituiscono “u bullito”.






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